IL PONTE IRACHENO TRA PASSATO E FUTURO



Roma. Non ha precedenti la strage innescata
ieri mattina dai colpi di mortaio
lanciati dai terroristi di Abu Musab al
Zarqawi - che ha prontamente rivendicato
la strage - contro la più santa moschea
di Baghdad: almeno 800 i morti, centinaia
i feriti. E non è una fatalità - non lo erano
neppure i due aerei che sono entrati nelle
Torri gemelle di New York - come invece
erano state casuali, negli anni scorsi,
le stragi della Mecca, in cui più volte centinaia
di persone sono state calpestate
dalla folla durante i riti del pellegrinaggio.
I colpi di mortaio, infatti, sono stati
sparati alle 8.30 del mattino con cinica volontà
di massacro, contro una moschea
che è proprio l'epicentro di una calca immensa
di un milione di fedeli in pellegrinaggio
al mausoleo di Musa al Khadim,
ucciso per avvelenamento nel 799 d.C., venerato
quale settimo imam dagli sciiti. La
reazione di panico della folla è dunque
prevista, voluta, provocata: una volontà
omicida, confermata dalla morte atroce di
25, forse 50 pellegrini cui i terroristi forniscono
cibo avvelenato - per far loro subire
la stessa sorte dell'imam venerato - e
dalla voce che qualcuno lancia, mentre la
folla impazzita attraversa il ponte sul Tigri,
sulla presenza di kamikaze in procinto
di farsi esplodere. Centinaia di persone
si gettano nel fiume: la maggior parte annega
mentre i movimenti convulsi della
folla fanno inciampare donne e bambini,
che vengono schiacciati e uccisi dalla calca
umana urlante.
La televisione al Iraqyia mostra le immagini
di decine di cadaveri che galleggiano
sulle acque del fiume o ammassati in
strada, nelle aiuole, o nei corridoi degli
ospedali della zona. Colpi di mortaio, cibi
avvelenati, kamikaze veri o presunti fra la
folla: questa la bomba a più stadi con cui i
terroristi wahabiti-salafiti hanno celebrato
la loro guerra di religione e di civiltà
contro gli sciiti che essi considerano "idolatri"
e quindi meritevoli di morte.
Un migliaio di vittime dal 1991
In questo episodio si coglie così, senza
possibilità di equivoci, la vera natura del
terrorismo islamico che oggi opera in
Iraq. La volontà feroce degli assassini non
è infatti armata dall'antiamericanismo,
dall'odio contro gli invasori, dalle conseguenze
dell'occupazione militare dell'Iraq:
è odio assassino di musulmani contro
musulmani. Un odio che ha secoli alle
spalle, che ha inizio nel 1804, col massacro
di sciiti e con la distruzione da parte
dei wahabiti sauditi del santuario di Kerbala,
in cui si venera il secondo imam sciita,
Hussein, il più santo tra i santi. I wahabiti-
salafiti, infatti, considerano politeista
il culto degli sciiti per gli imam, asse portante
di una religione intrisa di un messianesimo
- incarnato dagli imam stessi -
che ha molti punti di contatto con quello
cristiano (anche se per gli sciiti i 12 imam
non sono parte della divinità, ma sono
"santi" perché sono i soli in grado di interpretare
e attualizzare la "Parola" del
Corano). In epoca
moderna, questo
odio interreligioso
dei wahabiti contro
gli sciiti si ripropone
nell'ideologia
statuale dell'Arabia
Saudita - in cui
gli sciiti sono emarginati
e perseguitati
come paria - ed è
estremizzato dai
fondamentalisti
wahabiti delle madrasse
pachistane
finanziate da Riad.
L'onda recente di
attentati wahabiti
contro moschee sciite inizia infatti il 10
settembre 1991 in Pakistan, a Malan: gli
attacchi si ripetono martellanti per anni,
ben prima dell'11 settembre, con decine
di kamikaze che si fanno esplodere in decine
di moschee sciite del Pakistan, dell'Afghanistan
(dove i Talebani wahabiti
massacrano anche quattromila Hazara
sciiti), del Bangladesh. Negli ultimi anni
l'ideologia wahabita-salafita di al Qaida
innesca una serie sanguinosa di stragi in
Iraq, con l'eccidio del 29 agosto del 2003 a
Najaf (in cui muore il leader dello Sciri,
Bagher al Hakim) e poi nelle stragi dell'Ashura
del novembre dello stesso anno,
che seminano morte, in contemporanea,
in Iraq, Pakistan e Bangladesh. Dal 1991 a
oggi sono un migliaio le vittime sciite.
E' questa una spirale di sangue che elimina
tutte le teorie "politically correct"
che indicano l'origine del terrorismo islamico
come la "risposta" ai tanti torti subiti
dall'occidente. Una strage ininterrotta
che si accompagna a quelle che hanno
fatto 150 mila vittime - musulmani straziati
e sgozzati da musulmani - tra il 1991
e il 1998 in Algeria. Inutilmente il ministro
della Difesa iracheno, il sunnita Saadun
al Dulaimi, ha esorcizzato il dramma,
dichiarando: "Quel che è successo non ha
una relazione con le tensioni settarie".
Subito gli ha risposto seccamente Ammar
al Hakim, dirigente del più grande partito
sciita, lo Sciri: "Consideriamo responsabili
di quanto è accaduto i terroristi, i
saddamisti e gli estremisti radicali".

il foglio 1 settembre

	

	
		
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