rassegna stampa: TRENTO: SCOPAZZI, UNA CRISI CHE POTREBBE SERVIRE



a cura di AltrAgricoltura Nord Est
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Tratto da Green Planet" - 14/01/05
TRENTO: SCOPAZZI, UNA CRISI CHE POTREBBE SERVIRE
"La mela golden si ammala perché trattata vergognosamente ed eccessivamente"
La "resa ad ettaro" è l'elemento primo di riferimento per ogni valutazione
nella "lotta agli scopazzi".
Ogni altro aspetto che possa portare a soluzioni più equilibrate sembrerebbe
improponibile per una Val di Non sull'autostrada dell'industrializzazione
dell'agricoltura.
La natura manda i suoi segnali che non vengono ascoltati.
Questi sono i primi risultati della uniformazione della specie alle esigenze
produttive.
La mela golden si ammala perché trattata vergognosamente ed eccessivamente.
Sono trattamenti che spesso indeboliscono le piante e semplificano l'
ecosistema di supporto. Lo stesso sta succedendo in altre zone del Trentino,
nonostante tutti sappiano che le regole della natura vanno da un'altra
parte.
E aumentano i trattamenti suggeriti agli agricoltori dai "tecnici" delle
case farmaceutiche, dei commessi viaggiatori dei prodotti chimici, e con
essi aumenta l'incertezza per il futuro.
Un'altra osservazione. Le piante di melo tagliate e trattate, di solito con
idrocarburi clorurati, non devono essere bruciate ma cippate e "compostate"
(e poi "discaricate") perché altrimenti emettono diossine a causa della
fiamma fuori controllo.
Questo lo afferma da anni il  professor Morando Soffritti, direttore
scientifico della Fondazione Ramazzini di Bologna. Sono in effetti rifiuti
pericolosi speciali che devono seguire l'iter più appropriato di
smaltimento. Altrimenti non ci si meravigli se i tumori e le allergie
continueranno a colpire a tutti i livelli, con il Trentino ai vertici
nazionali.
Adriano Rizzoli, TRENTO

Da qualche tempo, meglio tardi che mai, anche San Michele inizia a fare
qualcosa per gli Scopazzi, ma la dimensione dell'infezione si è ormai estesa
a tal punto che non bastano solo i suggerimenti scientifici, occorre una
politica mirata, drastica e precisa, perché è in pericolo la parte portante
dell'agricoltura della Val di Non e del Trentino e perché, non casualmente,
la "crisi" degli Scopazzi coincide con la "crisi" del mercato e dell'
immagine della mela.
Non è questione di trovare la medicina "giusta" per guarire da un male
passeggero, è tempo di rendersi conto che gli Scopazzi derivano da debolezze
strutturali, tipiche di ogni monocultura e che la Val di Non si trova di
fronte a una crisi di lungo periodo, risolvibile solo cambiando pratiche e
comportamenti.
La situazione è paragonabile a quella della filossera (più tardi il
metanolo) per la vitivinicultura, e a mucca pazza.
Vent'anni fa l'Esat aveva dato chiare indicazioni per limitare l'
indebolimento delle piante responsabile poi della diffusione del batterio, o
virus, degli Scopazzi. Che a volte nei testi scientifici (San Michele) si
legge "batterio" (aggredibile da sostanze antibiotiche), a volte (Gorizia)
"virus",che come ben noto non può essere vinto dalle medicine (come il
raffreddore, o l'Aids) ma solo rafforzando gli anticorpi dell'organismo.
Ebbene l'Esat aveva raccomandato di piantare le piante almeno un metro l'una
dall'altra, con file di 4 metri, evitando la doppia fila, limitando la resa
per ettaro, facendo riposare e ossigenare il terreno per un anno prima dei
reimpianti..
Tutte indicazioni disattese, tanto che alla fine è stato disatteso anche l'
Esat, ora ridotto al parente povero di San Michele e sostituito di fatto
nelle campagne dai promotori privati delle aziende chimiche, con i risultati
che tutti vedono. Il problema maggiore, infatti, non sono solo gli Scopazzi,
ma il depauperamento organolettico anche delle mele considerate pregiate.
Di questo il consumatore si accorge.
Acquistare un sacchetto di mele al supermercato significa troppo spesso
portarsi in casa prodotti dal colore bellissimo, ma dal sapore di una rapa.
Ci si casca una volta, poi non più e si va invece in Piazza Vicenza, a quel
negozio che vende solo arance della Sicilia, sono buonissime e c'è sempre la
fila.
Se si entra in questa dimensione, allora gli Scopazzi sono una crisi che può
essere salutare per il Trentino.
Occorre estirpare, le piante, ma anche far riposare, ricostruire e
riossigenare i terreni esausti dalla monocultura. Occorre reimpiantare
ricomponendo le culture secondo la vocazione dei territori, non pur di
produrre di più.
Significa, nei reimpianti, ritornare a una maggior varietà produttiva,
rilanciare le Renette, qualche varietà antica biologica negli appezzamenti
più alti, tornare magari a qualche pera Kaiser o Buona Luigia, abbandonate
solo perché i mercanti volevano specie che durassero di più in frigo, ma ora
il discorso non regge sul mercato globale.
Fermarsi fin tanto che si è in tempo, nella disperata corsa alle Fuji, la
mela più diffusa al mondo, in Cina: che ci mettiamo a far concorrenza alla
Cina?
Certo che poche piante spuntano buoni prezzi, ma quando entreranno in
produzione gli ettari sarà un flop.
Come con le Gala.
Non sarebbe magari il caso anche di disciplinare un po' le produzioni?
C'è poi da fare una politica seria sulle insuperabili Golden decadute (ma
quelle piccole della Val di Sole sono ancora buonissime) e c'è magari da
costruire un inceneritore a pirolisi, di poco impatto, per bruciare le
cippature senza affumicare di diossine la valle.
Così l'inceneritore potrà servire anche da "test" per altre realtà più
complesse.
Insomma se il Trentino è ancora in grado di elaborare una sua cultura dell'
autonomia ha davanti a sé un'avventura straordinaria da affrontare.
Ma occorrerebbe una volontà politica lungimirante, un assessore che non
pensasse solo al turismo, che si interessasse dell'agricoltura invece di
ammettere (con onestà, c'è da riconoscerlo) di capirla poco.
Trentino, 4 gennaio