L'ipocrisia di W.Bush e "cricca" non ha più confini



La dipendenza statunitense dall'idrocarburo riguarda tutto il mondo: influisce sull' effetto serra, scatena crisi internazionali e a lungo termine cambierà le nostre abitudini

 

Un programma ad ampio raggio d'azione: "Centrali elettriche e a carbone ad emissione zero, tecnologie solari ed eoliche rivoluzionarie ed un'energia nucleare pulita e sicura..

 

PAOLO BRERA

 

La parte del discorso sullo Stato dell'Unione che George W.Bush ha dedicato all'energia è sta­ta la più innovativa e quella che ha più ha sorpreso gli osservatori. L'atteggiamento dei vari presidenti americani riguardo al problema è sempre stato simile a quello applicato al movimento dei muscoli intestinali. C'è, si sa che c'è, ma tra persone fini non se ne parla. Bush ha menzionato il movimento e ha ricevuto i complimenti, pensate un po', di Greenpeace. Steve Sawyer che e l'esperto di Greenpeace per i problemi del clima, ha detto: il primo passo per curare un'assuefazione è riconoscere che c'è un proble­ma. Lui (Bush) si è alzato ed ha fatto il primo passo del pro­gramma dei petrolizzati.

Anche una marcia di diecimila metri comincia dal primo pas­so, aveva detto a suo tempo un altro leader mondiale. Però poi bisogna farne altri 9999, e qui Bush si e un po' perso per stra­da. Ha comunque riconosciuto che gli Stati Uniti hanno con­tratto una "assuefazione" al petrolio. Poi ha aggiunto: applicando il talento e la tecnologia dell'America, questo paese può migliorare in modo sensibile il nostro ambiente, muovere al di là di un'economia basata sugli idrocarburi e fare della nostra dipendenza dal petrolio del Medio Oriente una cosa del pas­sato.

In realtà, la dipendenza del­l'America dal petrolio ha diversi aspetti problematici. In primo luogo, aumenta il rilascio di anidride carbonica nell'atmo­sfera e quindi contribuisce al­l'effetto serra. In secondo luogo non è sostenibile e lascia in­travedere una terribile crisi quando non si potrà più andare avanti: in pochi anni dovranno trasformarsi profondamente i modi di vita. Infine produce una massa di problemi internazionali. Molti Paesi ricchi di petrolio sono Paesi dispotici come il Sudan o l'Arabia Saudita: ma valli a toccare! La concorrenza per il petrolio tra i Paesi consumatori potrebbe sfociare ad un certo punto in un confronto armato. Ah, e se per caso non ve ne foste accorti, in Iraq c'e molto petrolio sotto i piedi dei molti guerriglieri.

La “petroli sacra fames” dell'America è devastante per il pianeta, ma le amministrazioni americane si sono sempre rifiutate di discuterne, il modo dl vita americano non e argomento di negoziato, aveva detto il padre dell'attuale presidente all'inizio degli anni No­vanta. Bravo, e allora di che cosa mai vuol parlare nei convegni globali sull'energia e sul global warming? E' il modo di vita americano, mica quello del Senegal, che richiede un uso molto diffuso dell'auto per spostare la gente e le merci, ed è sempre questo modo di vita che prevede l'aria condizionata a tutta agiatezza per correggere il clima anche quando non è particolarmente ostile.

Se gli ame­ricani non sono disposti a cam­biare nulla, il consumo di energia del mondo non cambierà. Cambierà, invece, e di parec­chio, il clima.

Il programma enunciato da Bush, chiamato "the Advanced Energy Initiative", contempla un aumento della spesa per i combustibili puliti e lo sviluppo di centrali elettriche a carbone ad emissione zero, tecnologie solari ed eoliche rivoluzionarie ed un'energia nucleare pulita e sicura. Quest'ultima dovrebbe comprendere Il "riciclaggio” del combustibile nucleare esausto. Gli Stati Uniti dovrebbero cioè vendere agli altri Paesi il com­bustibile, riprenderselo indietro, riprocessarlo e rivenderlo nuovamente ai paesi consuma­tori. La tecnologia per fare tutto questo non è ancora installata negli Stati Uniti, ma lo è in Francia.

Le auto divorano il 75 per cento della produzione mondia­le di petrolio, e i fuoristrada, che sono tra i veicoli più di moda in America, assorbono quantità incredibili di carburante. Quando si parla della questione dell'energia, quello è l'elefante nella stanza, ha detto Dan Bartlett, consigliere del presidente per la comunicazione, In un briefing prima del discorso di Bush.

Per ridurre i consumi Bush pensa di ricorrere all'etanolo, come da decenni si fa in Brasile (che in questo campo e riuscito a conseguire l'autosufficienza). I brasiliani lo producono dalla canna da zucchero, Bush vuole ricavarlo dalla segatura e da alcune erbe di palude. Trovare la terra su cui coltivare questa energia del futuro sarà già abbastanza difficile. Per di più bi­sogna anche che le future auto abbiano motori in grado di an­dare a etanolo o a qualche miscela di etanolo con prodotti petroliferi. Il problema, secondo Bush, dovrebbe essere risolto in sei anni. E a questo punto anche la dipendenza degli Stati Uniti dal petrolio del medio Oriente sarà cosa pas­sata.

Il discorso di Bush ha ge­nerato molte reazioni, è ab­bastanza positivo, ha detto Hans Joachim Shellnhuber, direttore dell'autorevole Pik (Potsdam Institut fur Klimafol­genforschung), che studia il clima: “il semplice fatto di aver menzionato il sole, il vento ed altre forme di energia pulita è un gigantesco passo avanti”, ma gli ecologisti hanno rilevato che Bush non ha fatto nessun riferimento all'effetto serra pro­vocato dai combustibili fossili bruciati, che in molti Paesi è considerato il principale problema ambientale dei prossimi decenni. II New York Times ha osservato che è facile chiedere più ricerca, più difficile è tirare fuori i soldi per farla davvero. E non c'e poi nulla di più com­plicato che chiedere ai cittadini di cambiare le proprie abitu­dini. Un presidente in acuta crisi. di popolarità come Bush non era in grado di farlo e non l'ha fatto.

 

Fonte : "La Padania" del 2 Febbraio 2006 - pag. 11