09/06 Brescia: Cronaca di sette anni di impunita'



Vi invio in fondo un testo che _ la parte principale di un opuscolo
uscito in questi giorni a Brescia.

Questo opuscolo ricostruisce le vicende, giudiziarie e non, relative
all'uccisione di Guido Puletti, Fabio Moreni e Sergio Lana, avvenuta
esattamente sette anni fa nei pressi di Gornji Vakuf, In Bosnia.
Guido, Sergio e Fabio furono uccisi a sangue freddo. La
valutazione che in generale venne data all'epoca e' che si tratto' di
un "atto di banditismo", e di null'altro. La realta' era ben diversa,
come si seppe fin da quasi subito - ma la stampa e i mass media
nazionali dopo i giorni in cui venne scoperto l'eccidio non si
occuparono piu' della vicenda. Quanto e' avvenuto da allora e' stato
conosciuto da un numero ristretto di persone. Per questo abbiamo
deciso di fare questa "Cronaca di sette anni di impunita'".

I responsabili vennero immediatamente individuati, ma ancora oggi -
 a sette anni di distanza, e con tre magistrature investite del caso
(quella italiana, quella bosniaca e quella dell'Aja) - i responsabili
sono legalmente liberi. Nessun mandato di arresto e' stato mai
spiccato nei loro confronti. Nessun processo e' stato mai aperto.

L'opuscolo e' stato fatto da tre associazioni:

Comitato Guido Puletti
Ambasciata Locale della Democrazia a Zavidovici
Associazione "Una Penna per la Pace"

Venerdi' 9 giugno alle ore 17 si terra' un convegno a Brescia (sala
Piamarta, via San Faustino, 74) con Lorenzo Trucco (avvocato delle
parti offese), Alberto Perduca (sostituto procuratore al Tribunale di
Torino, gia' Legal Advisor al Tribunale dell'Aja) e Djuro Globlek
(ombudsman a Zenica, Bosnia). Il convegno, indetto dalle tre
associazioni bresciane citate, viene effettuato con la collaborazione
della Camera del Lavoro, della CGIL-Funzione Pubblica e della
Consulta per la Pace del Comune di Brescia.

Chi fosse interessato a qualsiasi informazione o a ricevere
l'opuscolo integrale in formato PDF lo puo' richiedere al
sottoscritto, all'indirizzo salucci at eco.unibs.it

Ringraziandovi per ogni eventuale interessamento,


Ilario Salucci
Comitato Guido Puletti (Brescia)
e-mail: salucci at eco.unibs.it



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L'eccidio del 29 maggio 1993

31 maggio 1993: l'agenzia Ansa batte alle ore 22 la notizia che "tre civili
italiani sono stati uccisi sabato nella Bosnia centrale da uomini che
indossavano la divisa dell'esercito bosniaco. Lo hanno riferito oggi fonti
militari delle Nazioni Unite... Altri due italiani... sono stati ritrovati
oggi a Grnica". Il lancio dell'Ansa, che proviene da un giornalista della
Reuters, John Fullerton, direttamente dalla Bosnia, non fa nessun nome, e
viene ripresa alla lettera dal TG delle 22.30. L'uccisione dei volontari
italiani viene conosciuta da molti dei loro compagni ed amici quel lunedì
sera. I nomi delle vittime verranno fatti nel corso di quella notte: Guido
Puletti, Fabio Moreni, Sergio Lana.

I tre volontari, insieme ai due sopravvissuti, Agostino Zanotti e Cristian
Penocchio, erano partiti diretti in Bosnia il 28 maggio. Erano diretti alle
due cittadine bosniache di Vitez e Zavidovici -  nella prima per portare
aiuti alla popolazione civile e nella seconda per prelevare una sessantina
di donne e bambini, vedove ed orfani della guerra, e portarli in Italia.
L'iniziativa era una delle centinaia di iniziative di solidarietà con le
vittime della guerra bosniaca, una carneficina che infuriava oramai da più
di un anno senza che nessuno riuscisse a vederne uno sbocco, una
conclusione.
Dei cinque volontari Guido era giornalista, proveniente dall'Argentina dove
aveva conosciuto la repressione feroce scatenata dai militari, al potere
con il golpe nel 1976. Cristian era, ed è tuttora, fotografo, Agostino
faceva parte del "Coordinamento iniziative di solidarietà con l'ex
Jugoslavia" di Brescia, la struttura che aveva organizzato l'accoglienza
delle donne e dei bambini bosniaci, Fabio e Sergio animavano invece la
"Caritas di Ghedi".

Sabato 29 maggio, alle quattro del pomeriggio, i cinque volontari vengono
fermati su una strada della Bosnia centrale, conosciuta come la "strada dei
diamanti", tra la cittadina di Gornji Vakuf e quella di Novi Travnik.
Vengono fatti deviare su sentieri laterali, e vengono portati, con il loro
camion di aiuti e il fuoristrada che avevano affittato, tra le montagne
della zona. Il gruppo militare che li sequestra non indossa divise
regolari, ma il loro comandante porta insegne musulmane, e la sua donna è
in uniforme. Dopo un lungo tragitto, con una fermata nel "campo base" del
gruppo militare, i cinque italiani vengono portati in una piccola vallata e
vengono fucilati. Agostino e Cristian si salvano in modo fortunoso, perché
uno dei soldati spara a terra anziché ad altezza d'uomo, consentendo loro
di fuggire. Sono le sette di sera. Da parte dei soldati tutto quanto è
avvenuto - sequestro, spostamenti tra monti e vallate, fucilazione - senza
tensioni, senza emotività, senza soprusi. Con la calma di chi esegue un
lavoro conosciuto.

Domenica 30 maggio Agostino e Cristian, senza sapere l'uno dell'altro,
vagano tra le montagne cercando una salvezza. Agostino viene accolto
all'alba dall'Armija, l'esercito bosniaco (soldati stavolta con uniformi
regolari) nel villaggio di Vilesi: lui non ha visto cadere i suoi compagni,
pensa che il destino degli altri sia identico al proprio. Sia i soldati
bosniaci sia le forze dell'Onu (Unprofor), immediatamente avvisate, pensano
ad una banale rapina, una delle tante. In quella zona in particolare era
famoso un gruppo di pescicoltori, che "ripulivano" regolarmente gli
stranieri, ma che non avevano mai fatto male a una mosca. Agostino gira per
l'intera giornata tutte le vallate con qualche militare dell'Armija e
dell'Unprofor alla ricerca dei compagni, inutilmente.

Lunedì 31 maggio è il turno di Cristian ad essere accolto dai soldati
dell'Armija, stavolta nel villaggio di Grnica. E' fisicamente provato, dopo
aver vagato per due notti e un giorno tra le montagne, e soprattutto lui sa
che non si  è trattato di una banale rapina e di una finta fucilazione. Ha
visto i corpi senza vita di Guido e Fabio.
E' mattina presto, e da questo momento cambia tutto. Agostino e Cristian
passano da un interrogatorio e da un incontro all'altro, tra Armija e
Unprofor. Viene loro negato di comunicare con l'Italia. Nessuno più, né
militari dell'Armija, né quelli dell'Unprofor, gira le vallate con la jeep
come il giorno prima per ritrovare i due corpi e conoscere il destino di
Sergio. Finalmente verso le quattro del pomeriggio viene consentito ai due
sopravvissuti di mandare un fax a Brescia, dove informano di essere stati
"attaccati da una banda" e alle otto di sera possono finalmente parlare con
i loro familiari. A livello pubblico bisognerà aspettare, come si è visto,
altre due ore, con il lancio Reuters-Ansa proveniente dalla Bosnia.

La copertura dei mezzi d'informazione

Durante la notte tra il 31 maggio e il 1° giugno la notizia viene data,
completata, se ne fornisce una prima interpretazione. Alle undici di sera
nuovo pezzo dalla Bosnia di John Fullerton: si afferma che "una fonte
dell'Unprofor ha riferito che gli aggressori 'sono stati identificati dalle
insegne musulmane che avevano sui berretti' [pur se] il comando
dell'esercito bosniaco non li considera come propri combattenti... E' noto
che un ufficiale delle forze armate bosniache in quell'area, Hanfija
Priajic, conosciuto anche come Paraga, porta un berretto simile ed è spesso
accompagnato da una donna in uniforme". Un quarto d'ora dopo arriva invece
la prima comunicazione da parte delle autorità italiane, della Farnesina.
Il comunicato del ministro degli esteri Andreatta definisce quanto avvenuto
un "atto di banditismo" e mostra molta prudenza sull'identificazione dei
responsabili: viene affermato che l'uccisione è avvenuta "nell'area di
Guser dove operano milizie bosniache e croate", e che si è "in attesa di
chiarire i dettagli dell'aggressione e... la parte belligerante cui vadano
imputate le... responsabilità". Inoltre viene affermato che la Farnesina
era stata avvisata nel corso del pomeriggio di quanto avvenuto, e che è
stato inviato un messaggio al ministro degli esteri bosniaco Silajdzic per
chiederne la collaborazione. Il comunicato si conclude affermando
erroneamente che il "reparto britannico [dell'Unprofor] è attualmente
impegnato nella ricerca dei tre dispersi".
Il comando centrale dell'Unprofor prende posizione nel corso della nottata,
ma non si sbilancia riguardo alla "banda armata" responsabile dell'eccidio.
I nomi dei tre dispersi vengono resi pubblici poco dopo mezzanotte e
confermati dalla Farnesina un'ora dopo.
Ben pochi giornali sono riusciti a ottenere informazioni aggiuntive o
commenti per l'edizione del 1° giugno. Uno dei pochi, se non l'unico, è La
Stampa, dove si legge: "L'eco della tragedia che si è consumata sabato in
Bosnia centrale è arrivata alla Farnesina soltanto ieri sera poco dopo le
19, quando l'ambasciatore italiano a Zagabria Salvatore Cilento ha fatto
pervenire il messaggio appena ricevuto da una missione di monitoraggio Cee
al ministro degli esteri Beniamino Andreatta [...] fonti diplomatiche
italiane affermano che... 'sarà molto difficile risalire alla verità'
perchè nella zona in cui è avvenuta l'uccisione combattono varie milizie".

Il 1° giugno si apre con il riepilogo da parte dell'Ansa dei lanci
precedenti: il nome di Hanfija Priajic "Paraga" non compare più, ma viene
invece affermato che l' "agguato [è stato] teso da bande armate musulmane o
croate [...] La zona di Gornij Vakuf è controllata a macchia di leopardo
dall'esercito bosniaco e in parte dalle milizie croate". Anche nel
riepilogo della Reuters non vi è più alcuna menzione di "Paraga". Il suo
nome da questo momento in avanti scompare nell'oblìo.

Verso mezzogiorno arrivano le prime interviste dei due sopravvissuti,
ancora a Gornji Vakuf, fatte al Gr2, al BresciaOggi, a La Stampa. Sulla
questione dei responsabili l'assenza di vere e proprie uniformi, il fatto
che siano stati salvati da soldati dell'esercito bosniaco, fa loro
sostenere che si trattava di "irregolari", di una "milizia irregolare",
anche se "erano armati benissimo, avevano kalashnikov, bombe a mano e anche
bazooka e mortai".
Su chi esattamente siano questi irregolari tutte le prese di posizione
sottolineano che non esistono informazioni precise, a causa della
complessità della situazione in Bosnia centrale. "Resta ignota
l'appartenenza degli assalitori", afferma la Caritas, "non possiamo dire
con certezza che si tratti di musulmani, né escluderlo", afferma da Ginevra
l'Onu, e tutti i commentatori in Italia ripetono la stessa cosa, nonostante
si sappia che questi "irregolari" avevano insegne musulmane inequivocabili.
Questa contraddizione è evidente in un reportage dalla zona dell'eccidio
fatto da John Fullerton, che non viene ripreso né dalle agenzie stampa
italiane, né dai giornali. "Alaistar Duncan , comandante del battaglione di
fanteria inglese di stanza a Vitez in Bosnia centrale, ha affermato che la
persona coinvolta nell'incidente di sabato è stato identificato... [ed è]
un comandante locale dell'esercito bosniaco [...] Skat-Rordam [della
missione di monitoraggio CEE] afferma [invece] che l'area dove sabato vi è
stato l'incidente non è controllata da nessuno". Il ministro della difesa
Fabbri insinua il dubbio che fossero soldati travestiti da musulmani,
chiedendo retoricamente al giornalista del Corriere della Sera che lo
intervista "non le sembra strano che degli italiani vanno a portare aiuti
ai musulmani vengano massacrati proprio da gente che veste la divisa dei
soldati musulmani?". Si insinua il dubbio, ma è comunque difficile
sostenere una tesi di questo genere. La situazione viene risolta con la
"rivelazione" che gli assalitori "indossavano magliette nere", secondo
un'intervista che Agostino avrebbe rilasciato nel primo pomeriggio, e che
viene pubblicata il giorno dopo da Corriere della Sera e Il Messaggero.
Andreatta nel tardo pomeriggio riprende immediatamente l'informazione: "è
una zona dove un villaggio è in mano ai croati e un villaggio è in mano ai
musulmano bosniaci... [ma] secondo gli elementi che abbiamo si parla di
divise nere e grigie e questo ci può far pensare... che si tratti di forze
ustascia", cioè croate. Molti quotidiani del giorno successivo
attribuiscono quindi la responsabilità dell'eccidio alla parte croata. La
"rivelazione" sulle "magliette nere" viene ripresa anche alla direzione
generale dell'Unprofor, a Zagabria. Il problema è che la "rivelazione" era
falsa, come tutta la presunta intervista ad Agostino.
Infine, sul perché l'eccidio, tutti i commentatori si attengono alla
iniziale versione della Farnesina che si tratti di un "atto di banditismo".
Alla domanda se si trattasse solo di questo, il ministro Fabbri risponde
solo in modo evasivo ed allusivo. "Non voglio fare ipotesi, preferisco
stare ai fatti. E i fatti sono che tutto si è consumato in un clima
torbido...  [c'è] un contorno torbido, un clima avvelenato e intossicato
dalle fazioni in lotta, un ginepraio pericolosissimo e gravido di sangue.
Tutto questo ci deve far riflettere".

Nel primo pomeriggio la situazione in Bosnia centrale è identica a quella
della mattina del 31 maggio. Cristian afferma di aver visto due corpi, si
presume che anche Sergio possa essere morto, ma nessuna ricerca è stata
effettuata. Verso le ore 14 parte la prima perlustrazione, effettuata dagli
osservatori CEE. Non vi sono risultati. La seconda perlustrazione è gestita
dall'Unprofor e dall'Armija, e anche i due sopravvissuti vengono coinvolti.
Il comandante inglese dirige il convoglio senza tentennamenti verso
l'esatto luogo dell'eccidio, e vengono subito ritrovati i corpi di Guido e
Fabio. Il primo comunicato ufficiale su questo ritrovamento arriverà alle
20.30. Il ministro plenipotenziario Umberto Plaja, a capo dell'Unità di
crisi della Farnesina, era giunto a Spalato per coordinare il lavoro di
ritrovamento dei corpi, ma quando arriva il lavoro è già concluso.
La sera vi è un incontro tra i due sopravvissuti, l'Unoprofor e l'Armija,
in un clima molto teso. Agostino e Cristian vengono aggrediti verbalmente
dall'ufficiale dell'Armija, e l'interprete dell'Unprofor si rifiuta di
tradurre le dichiarazioni di Agostino dove sottolinea che i responsabili
sono perfettamente conosciuti. Tutto questo non viene tuttavia reso
pubblico.

Nel corso della giornata i mezzi d'informazione bosniaci hanno mantenuto il
silenzio su quanto avvenuto, mentre il ministro degli esteri bosniaco
Silajdzic risponde al messaggio di Andreatta della sera precedente
affermando che "tanto le autorità giudiziarie quanto le autorità militari
di Sarajevo procederanno con la massima determinazione e offriranno la più
ampia collaborazione affinché 'i criminali che hanno commesso una tale
atrocità' siano individuati e puniti". Diverse inchieste vengono aperte in
Bosnia centrale, dove cooperano l'Unprofor, la missione di monitoraggio
CEE, la polizia militare musulmano-bosniaca e quella croata.
A fine giornata Andreatta dichiara: "L'Italia non vuole lasciare niente di
intentato per chiarire la dinamica dell'agguato".

Il 2 giugno, di prima mattina, viene ritrovato anche il corpo di Sergio.
Viene annunciato il rientro in Italia dei due sopravvissuti e delle due
salme ritrovate il giorno prima, ma sorgono dei problemi - il veivolo
dell'aeronautica militare che deve riportarli in Italia rimane bloccato a
Pisa per diverse ore, senza che venga fornita alcuna spiegazione. Alle tre
del pomeriggio viene dato l'annuncio che rientreranno in Italia solo i
superstiti, ed anche in questo caso non viene fornita alcuna spiegazione
del cambio di programma. Due ore dopo Agostino e Cristian si imbarcano
sull'aereo a Spalato insieme a Plaja e giungono a Brescia.
La dinamica degli avvenimenti, l'identità degli assassini, i perché di
quanto è avvenuto interessano già poco o nulla gli organi di informazione,
che nelle loro edizioni dei giorni successivi non aggiungono nulla di
significativo a quanto già detto, limitandosi a seguire gli avvenimenti
correnti attraverso i comunicati ufficiali.
Solo alle due del pomeriggio del 3 giugno viene comunicato, dal console
italiano a Spalato, che sulle tre salme sono in corso delle autopsie. Nel
tardo pomeriggio viene specificato che la procedura di autopsia è normale e
necessaria in Croazia perché venga rilasciato il permesso di traslazione
delle salme per i paesi d'origine.
La procura di Brescia apre un'inchiesta sul triplice omicidio che viene
affidata al sostituto procuratore Paola de Martiis.
Le tre salme arrivano a Brescia il 4 giugno, alle quattro del pomeriggio.
Anche in questo caso il ministro Plaja segue la vicenda, recandosi la
mattina a Spalato e rientrando in Italia insieme alle salme. Giunte a
Brescia, su disposizione della Procura bresciana, vengono sottoposte a
nuove autopsie che terminano in serata.
Viene anche reso noto che il procedimento penale contro ignoti è stato
aperto a Brescia fin dal 1° giugno, ma la stampa locale sottolinea che "le
speranza di scoprire gli autori... sono particolarmente remote", "ci si
chiede, se, davvero, sia possibile rintracciare oggi... gli assassini".
Sabato 5 giugno, a una settimana esatta dall'eccidio, si svolgono i
funerali, a Brescia, Gussago e Cremona. Vengono resi noti alcuni dei
risultati delle autopsie effettuate a Brescia - anche se non viene resa
pubblica la cosa più importante: che le salme erano in condizioni tali che
è stato possibile determinare ben poco, senza i risultati e i reperti della
precedente autopsia effettuata a Spalato.

1993-1994: l'inchiesta bresciana

Fin dal 9 giugno 1993 si mette in moto l'inchiesta della Procura di
Brescia. "Il Ministero di Grazia e Giustizia... non ha fatto pervenire ai
giudici... alcuna richiesta di procedere", e quindi il sostituto
procuratore De Martiis richiede e ottiene dai parenti delle tre vittime una
"richiesta di accertamenti... una denuncia che è l'atto che consente ai
magistrati di indagare su un delitto commesso fuori dai confini dello
stato", come si ricava dal Giornale di Brescia del 15 giugno 1993 e del 9
luglio dell'anno successivo. L'11 giugno vengono interrogati i due
superstiti, e viene reso pubblico che secondo le loro dichiarazioni il
responsabile è "un ufficiale con un berretto verde con un distintivo a
mezzaluna". Il 24 e 25 giugno Agostino e Cristian realizzano gli identikit
degli assassini, identikit che viene "sequestrato" per un mese dal SISMI.
Nel corso del mese di giugno vengono presi contatti con l'ambasciata
italiana a Zagabria e con il consolato di Spalato, e secondo la
ricostruzione del GdB del 9 luglio '94 dalla Bosnia "giunge la conferma che
sia la polizia di Sarajevo, sia i responsabili dei caschi blu attribuiscono
la responsabilità dell'eccidio... a Priajic".
La Procura di Brescia lavora su questa "pista", dimenticata fin da subito
dai vari mass media, ma a fine giugno arriva una lettera ai genitori di
Sergio di un certo Roberto Delle Fave, che afferma di conoscere l'identità
dei responsabili. Il 26 giugno viene interrogato e scagiona Priajic,
sostenendo che i responsabili erano un gruppo di croati comandati da un
italiano, un mercenario di Torino. Le stesse cose le aveva già dichiarate
in un'intervista ad un giornale locale ligure. La sua ricostruzione
contrasta con tutte le testimonianze di Agostino e Cristian, e non viene
tenuta in considerazione, pur se "avrebbe dimostrato di conoscere con
inspiegabile esattezza alcuni particolari della vicenda... che erano stati
tenuti segreti" [GdB, 24 luglio '93].
Roberto Delle Fave, 26 anni all'epoca, di Bordighera, era già conosciuto da
diversi mesi perché dichiarava di essere un mercenario al servizio dei
croati, di aver ucciso centinaia di persone e di aver organizzato vari
traffici d'armi verso l'ex Jugoslavia. Successivamente accusò senza prove
alcune persone di traffici d'organi, subì un attentato a Fiume ove
risiedeva, e fu coinvolto nella morte dell'inviato del quotidiano francese
Le Figaro nell'ex Jugoslavia.
Nonostante l'entrata in scena di Delle Fave, Paola De Martiis riafferma
invece con forza quanto risulta dai dati a sua disposizione: il 29 giugno
dichiara al GdB che il gruppo militare è "un reparto musulmano regolare o
semiregolare", comandato da un certo Priajic, un "ufficiale bosniaco...
[che porta un] berretto verde con la mezzaluna delle truppe musulmane".
L' 8 luglio si ha una svolta. Margherita Paolini, una funzionaria
dell'Unità di crisi della Farnesina diretta dal ministro Plaja, consegna
personalmente ad Agostino e Cristian una video cassetta, in cui i due
testimoni riconoscono il comandante del gruppo militare bosniaco e la sua
donna. Il video, risalente al 1992, è di tipo "promozionale" e mostra
Priajic a capo della formazione musulmana dei "Berretti Verdi" di Gornji
Vakuf. La Procura di Brescia richiede formalmente la collaborazione di vari
Ministeri per far luce sulla vicenda, sull'origine della videocassetta e
l'anomala modalità con la quale era stata consegnata, su alcuni necessari
accertamenti da effettuare, ecc. Ottiene invece solo silenzio ed
ostruzionismo. Il 23 luglio per la prima volta viene dichiarato alla stampa
che da parte della Procura di Brescia vi sono "inquietanti interrogativi...
[sulla] reale volontà delle autorità italiane di chiarire... l'episodio".
L'11 settembre il giornalista de La Stampa Giuseppe Zaccaria pubblica un
articolo in cui vengono forniti per la prima volta gli estremi anagrafici
di Priajic, che successivamente si riveleranno corretti: il suo vero nome è
in realtà Prijic, ventinovenne di Jagnjid, a capo di "una compagnia
dell'esercito dei musulmani di Bosnia". Pur non avendo mai parlato con
nessuno dei due superstiti o qualcuno dei loro amici, cita l'Alfa75 con la
quale gli italiani avevano fatto il viaggio da Brescia a Spalato, dove
l'avevano lasciata per noleggiare un fuoristrada (un dettaglio mai prima
pubblicato dalla stampa). D'altro lato Zaccaria - che afferma d'essersi
recato personalmente sia sul luogo dell'eccidio sia a Jagnjid, che secondo
Zaccaria disterebbe dalla prima località due km, mentre in realtà i km sono
almeno una dozzina in linea d'aria - ricostruisce l'uccisione dei volontari
italiani sostenendo che si è trattato di un omicidio preterintenzionale, un
impulsivo scatto di nervi di Prijic per degli atteggiamenti in qualche modo
provocatori tenuti dagli italiani. I due superstiti hanno smentito tutti i
dettagli "rivelati" in questa ricostruzione, dall'atteggiamento degli
italiani a quello dei soldati bosniaci, al fatto che non fu Prijic ad
aprire il fuoco, ma altri due suoi soldati.
Tra gli altri il 27 settembre viene interrogato Plaja che non fornisce
"alcun elemento nuovo all'inchiesta", e a fine novembre l'interrogatorio di
Margherita Paolini si conclude "senza... ottenere risposte soddisfacenti".
Il 2 dicembre viene rivelato che la Procura di Brescia indaga su "una
possibile interferenza del SISMI" nella vicenda, e a fine dicembre la
Procura di Roma richiede gli incartamenti dell'inchiesta, il che
preluderebbe ad "un conflitto di competenza". Il 10 gennaio 1994 viene
dichiarato al GdB che esistono "troppe stranezze... e troppi ostacoli alle
indagini... [vi è] scarsissima collaborazione" da parte  degli organi
ministeriali, dall'Unità di crisi e dagli uffici diplomatici italiani
nell'ex Jugoslavia. Intoppi fanno pensare ad un coinvolgimento del SISMI
che "non gradirebbe troppa pubblicità su quel tragico episodio".
L'iniziativa della Procura di Roma sarebbe "l'ennesimo tentativo di mettere
tutto a tacere". "Quale scomoda verità si sta tentando di tenere
nascosta?", è la domanda che apre l'articolo in questione.
L'inchiesta rimane a Brescia, ma vengono spesi mesi di lavoro per una
errata informativa dell'Interpol, e nel frattempo (23 febbraio) un
comandante musulmano di Gornji Vakuf rilancia in un'intervista l'ipotesi di
truppe croate travestite da musulmani. In linea generale l'inchiesta è
bloccata e la stampa locale il 30 marzo, a conclusione della vicenda
dell'Interpol, continua a chiedersi "Chi e perché ha interesse a tenere
nascosta la verità sulla strage di Gornji Vakuf", senza riuscire a fornire
risposte.
Il 28 gennaio 1994 erano stati uccisi a Mostar da un lancio di granate tre
giornalisti italiani. Le loro salme furono trasportate a Spalato, e di qui
in Italia, come nel giugno precedente le salme dei tre volontari. In questa
occasione non venne tuttavia effettuata alcuna autopsia a Spalato.
Paola De Martiis conduce alcuni ultimi colloqui alla Farnesina il 15 giugno
1994. Dopo questa data il silenzio cala sull'inchiesta bresciana.

1995-1998: la "congiura del silenzio"

Dopo aver inutilmente atteso per mesi degli sviluppi nell'inchiesta
bresciana, nella primavera 1995 i due superstiti e la famiglia di Guido
Puletti nominano l'avv. Lorenzo Trucco legale di parte. Grazie al suo
lavoro si arriva nel febbraio 1996 ad una completa identificazione formale
di Prijic da parte di un bosniaco residente in Germania. Nella primavera
1996 l'avv. Trucco inoltra una memoria al Tribunale internazionale dell'Aja
per i crimini di guerra commessi nell'ex Jugoslavia (22 maggio), e incontra
sia il ministro della giustizia bosniaco (marzo) sia quello degli interni
(maggio), sollecitando una loro collaborazione. Reincontrerà il ministro
degli interni bosniaco in ottobre, che lo informa di un procedimento aperto
al Tribunale Militare di Sarajevo nei confronti di Prijic, all'epoca
inquadrato nell'esercito bosniaco.
 Il 1° maggio il giornale bosniaco Ljiljan pubblica la notizia che Prijic è
candidato alle elezioni politiche nel distretto di Gornji Vakuf per il
"Partito per la Bosnia Erzegovina", presieduto da Silajdzic, l'ex ministro
degli esteri bosniaco nella primavera del 1993. Nelle elezioni che si
svolgono il mese successivo non verrà però eletto parlamentare.
Il 20 maggio la PM Paola De Martiis deposita la richiesta di un mandato di
cattura internazionale per Prijic, ma il 21 maggio il GIP Anna Di Martino
respinge la richiesta per vizio di procedibilità. Il problema è relativo
alla classificazione del crimine: se fosse stato considerato delitto
politico (art. 8 c.p.) il responsabile poteva essere perseguito ed
incriminato - ma tale classificazione è effettuabile solo su richiesta del
Ministero di Grazia e Giustizia, richiesta che non vi era stata. In assenza
di tale richiesta ministeriale, il crimine poteva essere considerato solo
come delitto comune (art. 10 c.p.), ed in tale caso il responsabile risulta
perseguibile solo se presente sul territorio italiano. Il Tribunale di
Brescia, in data 15 settembre 1996, invia una notifica a Hanefija Prijic
informandolo del procedimento in corso a Brescia, e lo invita a "eleggere
domicilio in Italia", richiesta che ovviamente non ha alcun seguito.
Il ricorso presentato da Paola De Martiis contro la decisione del GIP viene
respinto dal Tribunale del Riesame nel febbraio 1997.

Dal marzo 1997 parte un'iniziativa che coinvolge associazioni pacifiste e
di volontariato bresciane e nazionali, sindacati, parlamentari e senatori
di vari gruppi parlamentari, perché il Ministero di Grazia e Giustizia
riconosca il delitto di Gornji Vakuf come delitto politico, e perché il
governo italiano presenti il caso al Tribunale dell'Aja.
Nella primavera 1997 a Sarajevo in una pubblicazione croato-bosniaca viene
accusato pubblicamente per la prima volta Prijic per crimini di guerra,
commessi nel comune di Bugojno (vicino a quello di Gornji Vakuf) nel luglio
1993. Il 27 giugno scoppia il "caso Cikotic": Selmo Cikotic, generale di
brigata, attaché militare bosniaco presso l'ambasciata a Washington fin dal
1994, viene sospeso da un corso militare d'élite statunitense perché da
parte croata viene accusato di crimini di guerra commessi nello stesso
comune di Bugojno, sempre nel luglio 1993. Il 1° luglio il giornale
bosniaco Devni Avaz afferma che Cikotic nel periodo in questione comandava
la "Task Force orientale del Terzo Corpo dell'Esercito di Bosnia
Erzegovina". In questa posizione Selmo Cikotic risulterebbe essere stato il
diretto superiore di Hanefija Prijic.
Il 1° luglio 1997 Antonio Cassese, allora Presidente del Tribunale
Internazionale per i crimini commessi nei territori dell'ex Jugoslavia, in
un'audizione presso la commissione parlamentare degli affari esteri,
afferma che l'eccidio del 29 maggio 1993 "potrebbe essere benissimo
giudicato da un tribunale penale italiano... è un tipico crimine di guerra
che rientra nella competenza dei tribunali italiani... il nostro
procuratore [del Tribunale Internazionale], che è titolare dell'azione
penale, auspica che ad agire siano i competenti organi italiani".
Il 7 luglio l'avv. Trucco presenta una memoria al PM De Martiis, sostenendo
la tesi che il crimine va inquadrato come delitto politico: la
riclassificazione in questo senso viene successivamente richiesta al
Ministero di Grazia e Giustizia da parte del PM De Martiis nel dicembre
1997, ma il Ministero dal canto suo risponde richiedendo esclusivamente i
materiali relativi all'errata informativa dell'Interpol risalente
all'inverno 1993-1994.
Nel frattempo, alle elezioni bosniache locali del 13-14 settembre Hanefija
Prijic era stato eletto a Gornji Vakuf nella lista del "Partito per la
Bosnia Erzegovina".
Nel maggio 1998 l'avv. Trucco invia una richiesta di procedimento nei
confronti di Prijic al Tribunale dell'Aja e il 22 giugno l'avv. Darko
Bulic, presidente dell'Ordine degli avvocati di Sarajevo che segue il caso
in Bosnia per le parti offese, presenta una denuncia penale contro Prijic
alla Procura cantonale di Travnik, perché venga aperta un'inchiesta.
Sempre nel giugno Paola De Martiis lascia la Procura di Brescia, e si
trasferisce a Roma. L'incartamento passa quindi nelle mani del capo
procuratore Tarquini, che successivamente incarica del caso il PM Antonio
Chiappani.
Per quanto riguarda il Tribunale dell'Aja, il suo presidente Antonio
Cassese ribadisce, in un'intervista rilasciata a Il Manifesto, il 7
settembre, la posizione assunta l'anno precedente: "ogni volta che le
autorità giudiziarie o inquirenti di uno stato iniziano delle indagini che
sono di rilevanza del nostro Tribunale, devono informarci... credo di
ricordare che un'informativa [sull'eccidio di Gornji Vakuf] è arrivata...
contro ignoti [...] Presumo che siano stati trasmessi gli atti al nostro
procuratore [...] L'Italia... ha il potere di iniziare azioni penali contro
eventuali autori di crimini di guerra... quale che sia la loro nazionalità
e noi non possiamo sostituirci agli stati".

Finalmente, dopo un anno e mezzo di denunce e di mobilitazioni, il 10
settembre 1998 il Ministero di Grazia e Giustizia effettua la richiesta
alla Procura di Brescia che si proceda nei confronti di Hanefija Prijic,
secondo l'art. 8 c.p., comma 3 - cioè come delitto politico. E' la svolta
tanto attesa.
Invece dalla Procura di Brescia ne segue solo silenzio, così come a
Travnik, così come all'Aja.

1999-2000: l'inchiesta bosniaca. Si aprono nuove prospettive?

Il settimanale di Sarajevo Dani nella sua edizione del 28 maggio 1999
pubblica un articolo su questo caso. Viene descritta la "congiura del
silenzio" e l'avv. Darko Bulic denuncia la passività delle autorità
bosniache. E' la prima volta che il pubblico bosniaco viene informato di
quanto è avvenuto a Gornji Vakuf il 29 maggio 1993.
Il 25 giugno, sullo stesso giornale, appare un'intervista a Prijic. E'
smobilitato ed è attivista del "Partito per la Bosnia Erzegovina" nella sua
zona. Prijic afferma: "non ho alcuna relazione con tutto questo... il fatto
non è avvenuto nella zona del battaglione che comandavo [...] Quel
saccheggio è stato a tal punto meschino e di poco, che io assolutamente non
avrei avuto bisogno di avervi un ruolo, perché se proprio dovevo trarre
qualcosa da questo lavoro [di combattente] potevo farlo in grande". Il
giornalista aggiunge: "Ad Hanefija Prijic nessun esponente della sicurezza
militare dell'Esercito della Bosnia Erzegovina o del Ministero degli
Interni ha mai chiesto ufficialmente nulla su questo caso".
Prijic continua raccontando il caso di Meho "Cetnik", il cui "destino... è,
secondo la convinzione [di] Paraga, molto importante per la scoperta della
verità": "Nell'estate 1993 è stato ucciso un mio collega della polizia
militare... Meho Cehejdarovic "Cetnik"... seguiva le tracce degli autori
dell'uccisione dei tre italiani [con] un gruppo di poliziotti militari
[...] Lo hanno ucciso i nostri...". Prijic continua ricordando che gli
assassini di Meho "Cetnik" non sono mai stati individuati, e fa intendere
di conoscerli. "Le persone che hanno ucciso Meho Cetnik probabilmente
sarebbero ora in prigione se non avessero avuto l'ordine di farlo. Sono
stati solo degli esecutori materiali. Non sono mai venuto a sapere come è
finita quell'inchiesta [su cui lavorava Meho]".
"Mi hanno sempre chiamato quando si trattava di tirarsi su le maniche,
esporsi al pericolo e assumersi dei rischi [...] ora sono pronto a
confrontarmi, ma molti temono chi Paraga potrà trascinare con sé".

Si sblocca l'inchiesta bosniaca: Agostino e Cristian vengono convocati a
Travnik per rendere la loro testimonianza, per effettuare il riconoscimento
di Prijic ed effettuare un sopralluogo sul luogo dell'eccidio. Tutto questo
viene fatto il 18 e 19 ottobre, con l'assistenza dell'avv. Trucco e
dell'avv. Bulic. Si viene a sapere che l'inchiesta di Travnik è giunta
all'identificazione di altri membri del gruppo militare di Prijic e di
numerosi altri dettagli, ma nessuna informazione specifica viene rilasciata.
Il 2 novembre Carla Del Ponte, nuovo procuratore al Tribunale dell'Aja, in
visita in Bosnia "ha chiesto e ottenuto copia degli atti giudiziari che
riguardano l'imboscata in cui caddero i tre volontari italiani".
Il 22 febbraio 2000 in una conferenza stampa a Sarajevo dei carabinieri del
MSU (Unità specializzata multinazionale) viene reso noto che a Brescia il
PM Chiappani avrebbe richiesto un mandato di cattura internazionale nei
confronti di Prijic. La Procura di Brescia si rifiuta di commentare la
notizia.
Ad aprile la Procura di Travnik decide di chiudere formalmente l'inchiesta,
rimettendo tutti gli atti al Tribunale del'Aja. Prijic nel frattempo
continua ad essere legalmente libero.
Alle elezioni bosniache locali del 9 aprile Prijic non si è ripresentato
come candidato.

Un eccidio per nulla comune

Quello di sette anni fa fu un caso di omicidio a sangue freddo, non un
omicidio a scopo di rapina o un qualsiasi tipo di "incidente". Fu il primo
caso in Bosnia di uccisione a sangue freddo di stranieri impegnati in
un'operazione umanitaria.

Il nome del responsabile fu fatto subito, ma da sette anni questo delitto è
impunito. Che "la parte belligerante cui vadano imputate le responsabilità"
fosse quella musulmana risultò subito inequivocabile, anche se nel giugno
1993 venne fatto molto per occultare questo dato. Inoltre l'eccidio non fu
commesso da una "banda di irregolari", ma da un' "unità speciale"
dell'Esercito della Bosnia Erzegovina comandata dall'ufficiale Hanefija
Prijic, detto "Paraga". Le "unità speciali" rispondevano direttamente al
quartier generale del corpo d'armata, che mandava propri ufficiali di
collegamento nelle varie zone, senza passare attraverso la catena
gerarchica tradizionale. Questo spiega perché l'Armija "regolare" in zona
non ne fosse inizialmente informata.

Tutto ciò è confermato, oltre che da numerosi elementi, anche dal diretto
responsabile, riconosciuto senza ombra di dubbio dai sopravvissuti, che ha
affermato, parlando direttamente di sé:
- che all'epoca dei fatti era ufficiale dell'Esercito della Bosnia
Erzegovina, a capo di un battaglione
- che non era minimamente interessato al carico di aiuti
Inoltre le sue dichiarazioni sul caso Meho "Cetnik" appaiono come
dichiarazioni trasversali che collimano perfettamente con il caso dei tre
italiani. In questo senso affermerebbe che se non è mai stato messo in
prigione è perché ha eseguito un ordine e che quindi ha operato come
semplice esecutore. Infatti Prijic aggiunge, parlando di sé in terza
persona, e riferendosi al caso dei tre italiani, che "molti temono chi
Paraga potrà trascinare con sé": cioè se verrà trascinato in un processo
non tacerà e svelerà chi dall'alto ha ordinato il triplice delitto.

Tutta una serie di avvenimenti attendono di essere chiariti, a partire
dall'anomala procedura di autopsia sulle salme effettuata a Spalato, i cui
referti, i proiettili estratti, ecc. non vennero mai consegnati ai
magistrati che conducevano l'inchiesta in Italia.
Le autorità italiane, nonostante le dichiarazioni d'intenti e le pressioni
esercitate, non hanno mai fatto nulla per giungere alla verità e
all'incriminazione di Prijic, e tra l'altro hanno frapposto molteplici
ostacoli all'inchiesta bresciana del 1993-1994. Successivamente i passi in
avanti dell'inchiesta (identificazione formale di Prijic, informazione del
Tribunale dell'Aja, riclassificazione come delitto politico) si sono avuti
solo e unicamente  grazie all'interessamento e al lavoro delle parti
offese, del loro avvocato, dei parenti e degli amici. Dal settembre 1998,
nonostante la riclassificazione del crimine come "delitto politico", la
totale inattività delle autorità italiane è continuata come negli anni
precedenti.
Le autorità bosniache, nonostante le dichiarazioni d'intenti e le pressioni
esercitate, non hanno mai fatto nulla fino all'estate 1999 per risolvere
questo caso. L'inchiesta di Travnik si è conclusa rimettendo tutti gli atti
al Tribunale dell'Aja.
Al Tribunale Internazionale per i crimini di guerra commessi nell'ex
Jugoslavia la decisione di aprire un procedimento spetta all'insindacabile
giudizio del Procuratore in carica. I due precedenti procuratori avevano
escluso (secondo dichiarazioni del Presidente del Tribunale) di occuparsi
dell'eccidio di Gornji Vakuf. L'attuale Procuratore non ha per il momento,
né direttamente, né indirettamente, fatto conoscere la propria decisione in
merito.

Dopo sette anni contro Hanefija Prijic non è mai stato spiccato un mandato
di cattura - da parte di nessuna autorità giudiziaria, né internazionale,
né italiana, né bosniaca. Nessuna di queste autorità ha aperto ad oggi un
processo a suo carico.
Questo crimine ha le sue radici nella guerra bosniaca, nella situazione
politica, militare e diplomatica esistente nella primavera del 1993. Da
sette anni si sa chi e come ha commesso questi delitti. Ma non si sa chi
abbia dato l'ordine e perché i tre italiani siano stati uccisi. E non si sa
perché i responsabili siano ancora oggi degli "intoccabili", sia in Italia
che in Bosnia.