KOSOVO: Articolo a cura di Pino Cacucci



Riceviamo e diffondiamo:

   Articolo apparso sul numero di maggio di "A-Rivista Anarchica"

Kosovo, ovvero: come la Nato realizzò il sogno di Enver Hoxa. Se mai
volessimo l'ennesima conferma storica che stalinismo e nazismo traggono
linfa da radici comuni, l'Uck sarebbe l'esempio odierno più concreto.
Viviamo in un'epoca nella quale sia il progetto di Hitler - dominare il
mondo - che quello di Stalin - controllare cuori e menti degli esseri umani
- sono stati portati a compimento non da una singola nazione o alleanza di
stati, bensì dal coacervo di imprese transnazionali che chiamano questo
incubo "globalizzazione", mentre il mezzo con cui lo concretizzano, il
"neoliberismo", è in sé una contraddizione in termini: mai il mercato è
stato meno libero, perché ferreamente controllato e spietatamente
escludente, capillarmente a senso unico (come sostiene da anni Noam
Chomsky, "il neoliberismo è una ricetta i cui propugnatori impongono alle
proprie vittime ma si guardano bene dall'adottare").
Tornando agli albori di quello che , all'apparenza, sembrerebbe un assurdo
storico - la convergenza di intenti tra il dittatore staliniano Hoxa e la
Nato - va ricordato che l'Uck è in fondo una creatura del dittatore
albanese deceduto nel 1985, fu lui a vagheggiare la "Grande Albania" -
sebbene il progetto fosse già caldeggiato dal governo collaborazionista
durante l'occupazione fascista - e a organizzare, armare e sovvenzionare il
primo nucleo di "guastatori" kosovari albanesi, negli anni che lo vedevano
acerrimo nemico di Tito e della Yugoslavia fermamente antistalinista (anche
se per motivazioni tutt'altro che libertarie...). La memoria cortissima dei
nostri mezzi d'informazione ha ignorato alcuni illuminanti reportage
pubblicati in epoca non sospetta dal... "New York Times", cioè lo stesso
giornale che più tardi avrebbe capeggiato la campagna in favore
dell'intervento "umanitario". Nel 1982 l'inviato David Binder descriveva
una situazione con termini sorprendentemente simili rispetto a quella che
diciassette anni dopo avrebbe scatenato la guerra, ma diametralmente
opposta: la minoranza serba risultava vittima di ogni sorta di soprusi da
parte della maggioranza albanese, mentre il governo centrale si guardava
bene dall'intervenire per non alimentare il nazionalismo di entrambe le
parti e non fornire pretesti alla bellicosità di Tirana. Scriveva Binder il
9 novembre dell'82, dopo l'ennesima aggressione con tentativo di bruciare
vivo un bambino serbo: "Incidenti di questo genere hanno spinto molti degli
abitanti del Kosovo di origine slava a fuggire dalla provincia, favorendo
così la richiesta dei nazionalisti di un Kosovo etnicamente puro e
albanese. Secondo le stime di Belgrado, 20.000 serbi e montenegrini hanno
abbandonato per sempre il Kosovo dopo i tumulti del 1981". Riguardo i
quali, il NYT del 28 novembre pubblicava quanto segue: "In una spirale di
violenza iniziata con gli scontri all'università di Pristina nel marzo
1981, un gran numero di persone sono state uccise e centinaia ferite. Con
frequenza settimanale, si sono registrati casi di stupri, incendi,
saccheggi e sabotaggi con lo scopo di espellere dalla provincia gli slavi
ancora rimasti nel Kosovo". Nel 1986 un altro inviato, Henry Kamm,
riportando il clima di aggressione ai danni degli "slavi" (serbi e
montenegrini) sottolineava che le "autorità comuniste locali, di etnia
albanese" coprivano i crimini dei nazionalisti. Considerando che dall'altra
parte della frontiera Enver Hoxa finanziava i gruppi paramilitari, embrioni
del futuro Uck, il NYT non aveva remore nel descrivere la situazione. Va
ricordato che risale ad allora la coniazione del termine "stupro etnico",
largamente usato dai kosovari albanesi ("comunisti", a quei tempi) per
"convincere" i serbi ad abbandonare terre e case. Binder tornò in Kosovo
nel 1987, e l'11 gennaio scrisse: "Gli albanesi nel governo locale hanno
dirottato fondi pubblici e modificato regolamenti per impadronirsi di terre
appartenenti ai serbi, sono state attaccate chiese ortodosse, hanno
avvelenato pozzi e bruciato raccolti. Molti giovani albanesi sono stati
istigati dagli anziani a stuprare le ragazze serbe". Difficile definire
tutto questo "vittimismo serbo": gli archivi del NYT non sono stati colpiti
da missili intelligenti e chiunque, magari nella sua prossima vacanza nella
Grande Mela, può andare a verificare. Milosevic fu molto abile nello
sfruttare l'esasperazione della minoranza serba per raccogliere voti
(giurando alla folla che non avrebbe mai più subìto soprusi e violenze
dalla maggioranza albanese), ma non dovette faticare granché, vista la
serie di orrori praticati per anni con quotidiano accanimento dai
giovanotti che propugnavano la Grande Albania e ammiravano Enver Hocha. Gli
stessi che anni dopo sventoleranno bandiere a stelle e strisce, con
notevole capacità di trasformismo politico.

Orfani del satrapo di Tirana, i nazionalisti specializzati in stupri e
saccheggi hanno trovato, un bel giorno, il più potente protettore che il
destino potesse loro riservare: George Tenet, direttore quarantaseienne
della CIA. Tenet viene da una famiglia albanese, sua madre fuggì "dal
comunismo" (quello di Hoxa) a bordo di un sommergibile inglese, e nel
luglio del '97 è diventato uno degli uomini più potenti del mondo per
volere di Clinton, che lo ha messo a capo della centrale di spionaggio
statunitense al termine di una carriera folgorante e con il compito di
ristrutturarla a fondo. Da allora, George Tenet ha lavorato in modo assiduo
per gli ex connazionali. E ha individuato nel Kosovo il punto nevralgico di
una strategia che con i nazionalismi non c'entra nulla, ma che riguarda
esclusivamente il controllo delle risorse energetiche e la
destabilizzazione dell'Unione Europea all'indomani del varo dell'Euro, per
fiaccare sul nascere l'unica potenza economica in grado di impensierire
quella statunitense (prima o poi toccherà alla Cina, già "avvisata" proprio
durante la guerra contro la Yugoslavia). Gli oleodotti e i gasdotti che
dalla Russia e dall'Iran - via Mar Nero-Romania-Serbia - avrebbero potuto
rendere meno dipendenti i paesi dell'Europa mediterranea dai giacimenti del
Mare del Nord (controllati da Gran Bretagna e Stati Uniti, il che spiega
esaurientemente l'atteggiamento di Blair al riguardo), sono tornati lettera
morta. Washington considera il Caucaso parte della sfera di intervento Usa
e Nato, e ha sostenuto la costruzione dell'oleodotto Baku-Supsa (in
Georgia) proprio per tagliare fuori la Russia diminuendone l'influenza
geopolitica nell'area: l'apertura è avvenuta dopo una serie di manovre
militari congiunte tra Azerbaigian, Ucraina e Georgia in un piano di
alleanze che comprende anche la Moldavia, collegata alla Nato tramite la
"Nato Partnership for Peace" (Orwell ci ha insegnato che non può mai
mancare la parola "pace" quando si tratta di scatenare guerre...).
Ma dal Vietnam in poi, è assodato che prima di far decollare i bombardieri
occorre conquistare l'opinione pubblica, compito non certo difficile,
considerando la pressoché totale inesistenza di organi d'informazione
indipendenti in grado di incidere in profondità sulle coscienze (anche a
questo riguardo, si veda l'illuminante produzione di Noam Chomsky, in
particolare "Manifacturing Consent", "La fabbrica del consenso", scritto in
collaborazione con Edward S. Herman). E così, è stato messo a capo
dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce) il
famigerato William Walker (senza che nessun giornale si chiedesse perché un
nordamericano dovesse mai comandare un organismo prettamente europeo).
Fatalmente omonimo dell'avventuriero che invase il Nicaragua nel 1855 per
conto della multinazionale Vanderbilt, Walker ha un curriculum degno del
compito assegnatogli. Entrato in "diplomazia" nel 1961, specialista di
questioni latinoamericane, iniziò la carriera come funzionario in Perù,
quindi assegnato al Dipartimento di Stato nell'ufficio per l'Argentina, e a
Rio de Janeiro tra il '69 e il '72 durante la sanguinosa dittatura di
Garastazu Medici, la prima di un'assidua frequentazione di gorilla genocidi
sud e centroamericani. Tra il '74 e il '77 Walker diresse la sezione
politica dell'ambasciata Usa in Salvador, ai tempi delle famigerate
formazioni paramilitari di "Orden", addestrate dalla CIA e dai Berretti
Verdi. Nell'82, con Reagan, lo spedirono in Honduras, paese strategico in
funzione anti-Nicaragua sandinista, dove vennero dislocati i contras.
Lavorando in stretto contatto con il colonnello Oliver North, quello dello
scandalo Iran-Contras per i fondi occulti al terrorismo antisandinista,
Walker ha frequentato a quei tempi persino Felix Rodriguez, istruttore di
reparti speciali dal Vietnam all'America Latina, che interrogò Ernesto Che
Guevara dopo la cattura a La Higuera e trasmise l'ordine di ucciderlo.
Nonostante il successivo scandalo dei fondi, con Walker che compare in ben
13 passi del rapporto della commissione d'inchiesta, la sua stella non
sarebbe mai tramontata. Nel 1988 fu nominato ambasciatore in Salvador,
dove, l'anno seguente, in occasione dell'elezione di Alfredo Cristiani a
presidente, diede un party per festeggiarlo e invitò il maggiore Roberto
D'Aubuisson, organizzatore degli squadroni della morte e mandante, tra gli
innumerevoli eccidi, anche dell'assassinio del vescovo Oscar Romero. Quando
il 16 novembre del 1989 i militari salvadoregni fanno irruzione
nell'Università Centroamericana e massacrano i docenti gesuiti, Walker
dichiara di non avere nulla da dichiarare... Nel '92 ha lasciato il
Salvador per occuparsi di Croazia, e quindi del "Supremo" Tudjman, campione
degli interessi Usa nei Balcani. Infine, è stato inviato in Kosovo, per
creare i presupposti di un conflitto a scopo preventivo che limitasse una
futura espansione economica russa - e di conseguenza anche iraniana - e
permettesse agli Stati Uniti di costruire la più grande base militare nei
Balcani - l'odierna Bondsteel, nei pressi di Orahovac - i cui lavori in
corso sono di tale portata da dimostrare che le truppe Usa resteranno lì
per secoli. Il pretesto all'intervento "umanitario" a suon di missili e
proiettili all'uranio lo avrebbe inventato il 15 gennaio 1999 a Racak.

Quello che sarebbe passato alla storia come il casus belli della "guerra
umanitaria", cioè la cosiddetta "strage di Racak", è ormai pienamente
provato che si trattò di una macabra, spudorata messinscena. L'inviato del
"Figaro" Renaud Girard fu tra i primi a denunciare l'eccidio di 45 civili
albanesi, ma soltanto due giorni dopo pubblicò un secondo articolo
denunciando di essere stato "preso in giro dall'Uck" al pari degli altri
giornalisti. Poi, anche "Le Monde" e "Liberation" hanno smascherato
l'inganno, ma troppo tardi (e comunque, al di fuori della Francia non hanno
riscosso alcuna eco). Girard si recò sul posto il 15, su invito delle
autorità serbe, in seguito a un attacco dell'Uck e a un contrattacco della
polizia, con un bilancio di 15 combattenti albanesi uccisi. Sia i
giornalisti che gli osservatori dell'Osce non videro alcuna vittima civile,
e il villaggio "appariva del tutto normale". L'indomani, Racak era tornata
sotto il controllo dell'Uck, e i giornalisti furono portati a vedere il
massacro: 45 corpi che prima non c'erano, apparsi molto tempo dopo il
ritiro delle forze serbe. Girard pubblicò il 20 gennaio un dettagliato
resoconto dell'inganno subìto, dove, in pratica, erano stati mostrati
cadaveri di persone uccise lontano da Racak e trasportati lì per la
messinscena della strage: perché il giorno in cui sarebbe avvenuta, nessuno
nel villaggio ne sapeva nulla? E perché Walker si era riunito per 45 minuti
con i capi militari dell'Uck proprio a Racak?. L'articolo mandò su tutte le
furie i corrispondenti anglosassoni, che accusarono Girard di "uccidere la
loro notizia"... Il mondo fece come gli osservatori dell'Osce: ignorò la
verità e giudicò sacrosanto l'inizio della guerra. Ottimo lavoro, mister
Walker.

Michel Chossudovsky, docente di economia presso l'Università di Ottawa,
Canada, è un profondo conoscitore delle guerre nei Balcani e ha dedicato un
lungo studio sul cosiddetto "Esercito di Liberazione del Kosovo", Uck, nel
quale vengono alla luce i legami con le organizzazioni mafiose di Turchia,
Albania e Italia. Chossudovsky ha scritto a tale riguardo nel giugno del
1999: "Ricordate Oliver North e i contras? Lo schema in Kosovo è simile ad
altre operazioni segrete della CIA in America Centrale, Haiti e
Afghanistan, dove "combattenti per la libertà" (freedom fighters) erano
finanziati tramite il
riciclaggio del denaro sporco proveniente dal narcotraffico.

 Dalla fine della guerra fredda, i servizi segreti occidentali hanno
sviluppato
complesse relazioni con il traffico di narcotici. Caso dopo caso, il denaro
ripulito dal sistema bancario internazionale ha finanziato operazioni
segrete. (...)
L'Albania è un punto chiave per il transito della via
balcanica della droga, che rifornisce l'Europa occidentale di eroina. Il
settantacinque per cento dell'eroina che entra in Europa occidentale viene
dalla Turchia e una larga parte delle spedizioni di droga provenienti dalla
Turchia passa dai Balcani. (...) Il traffico di droga e armi fu lasciato
prosperare nonostante la presenza, fin dal 1993, di un grande contingente
di truppe nordamericane al confine albanese-macedone, con il mandato di
rafforzare l'embargo. L'Ovest ha finto di non vedere. I proventi del
traffico venivano usati per l'acquisto di armi e hanno consentito all'Uck
di sviluppare rapidamente una forza di 30.000 uomini. In seguito, l'Uck ha
acquisito armamenti più sofisticati, tra cui missili antiaerei e razzi
anticarro, oltre ad equipaggiamenti di sorveglianza elettronica che gli
permettono di ricevere informazioni via satellite dalla Nato sui movimenti
dell'esercito yugoslavo. (...) Il destino del Kosovo era già stato
accuratamente disegnato prima degli accordi di Dayton del 1995. La Nato
aveva stipulato un insano "matrimonio di convenienza" con la mafia. I
freedom fighters furono piazzati sul posto, il traffico di droga consentiva
a Washington e a Bonn di finanziare il conflitto in Kosovo con l'obiettivo
finale di destabilizzare il governo di Belgrado e di ricolonizzare
completamente i Balcani: il risultato è la distruzione di un intero paese".
La storia si ripete nonostante le diverse latitudini: mentre Washington
lancia "guerre sante" contro la droga - spesso per occultare interventi
controinsorgenti, come in Perù e in Colombia - usa i profitti del
narcotraffico per finanziare organizzazioni terroristiche destinate a
realizzare i suoi piani di destabilizzazione internazionale.
E nel frattempo, ha l'arroganza di concedere o negare "certificazioni" a
questo o a quell'altro paese... compreso il Messico.
Come ha giustamente dichiarato Carlos Fuentes in una recente intervista,
"Debería ser al revés: somos nosotros quienes debemos certificar o
descertificar a los estadunidenses y no ellos a nosotros".

Riaffermare che "la verità è la prima vittima di ogni guerra", appare ormai
scontato, ma vale sempre la pena soffermarsi sugli esempi concreti, per
quanto sia la nostra una lotta di minuscoli Don Chisciotte contro mulini a
vento globalizzanti. Tra le poche incrinature nella campagna di
disinformazione monolitica, vanno registrate le corrispondenze di Paul
Watson da Pristina, inviato del "Los Angeles Times", cioè di un organo
tutt'altro che critico nei confronti della guerra. Anche Watson, rispetto
alla "strage di Racak", dapprima avalla la versione di Walker, ma in
seguito esprime gravi dubbi e intervista addirittura alcuni abitanti del
villaggio che confermano le deduzioni avanzate dagli inviati francesi.
Quando iniziano i bombardamenti, Watson si rifiuta di lasciare il Kosovo e
assume la scomoda posizione di testimone diretto, affermando a più riprese
che la Nato "sta colpendo soprattutto chi dice di voler salvare" e gli
obiettivi degli attacchi sono sempre civili inermi, senza distinzione tra
profughi dell'una o dell'altra etnia. Ben presto lo sconcerto di Watson si
trasforma in indignazione: il 17 aprile dichiara alla Cbc canadese che la
Nato sta mentendo riguardo i presunti massacri di civili albanesi a opera
dell'esercito serbo a Pristina, aggiungendo "Non posso essere d'accordo con
i governi della Nato che stanno solo cercando di nascondere le loro
responsabilità per l'esodo dei profughi dal Kosovo. E' molto improbabile
che un esodo di tale entità sarebbe avvenuto se non fosse stato per i
bombardamenti". E il 20 giugno scrive: "Come unico corrispondente
statunitense in Kosovo per buona parte dei 78 giorni di bombardamenti della
Nato sono passato attraverso una guerra di cui la prima vittima è stata,
come nella maggioranza dei conflitti, la verità. La Nato ha chiamato la sua
devastante guerra aerea un "intervento umanitario", una battaglia tra il
bene e il male per fermare la pulizia etnica e far ritornare i kosovari
albanesi alle loro case. Ma vista dall'interno del Kosovo, questa guerra
non è mai apparsa così semplice e pura. E' sembrato piuttosto come aver
chiamato un idraulico per riparare una perdita ed averlo osservato allagare
completamente la casa".
E' anche a causa della presenza di Watson (e di un fotoreporter della
Reuters) se la Nato ha dovuto ammettere il massacro del 14 aprile, quando
oltre 80 profughi kosovari albanesi rimangono uccisi in ripetuti attacchi
aerei (ben quattro incursioni a bassa quota, a distanza di tempo una
dall'altra, e non l'errore di un singolo pilota). Nelle ore successive, i
telegiornali mostrano servizi nei quali diversi presunti "profughi scampati
al bombardamento" giurano di aver riconosciuto le insegne di Belgrado sui
velivoli responsabili della carneficina. Ma in seguito alle immagini
diffuse dall'inviato della Reuters e alle descrizioni inviate da Watson, la
Nato ammetterà "il tragico errore". Resta solo da chiarire un punto: i
testimoni erano vittime di psicosi collettiva o avevano ricevuto l'ordine
di dichiarare il falso? E' assolutamente impossibile confondere i colori
yugoslavi dalle insegne statunitensi che spiccano su ali e timoni di coda.
Comunque fosse, rappresentano un esempio da tenere sempre bene in mente,
quando assistiamo a certe "accuse irrefutabili di testimoni oculari".

Qualche mese dopo la fine dell'intervento "umanitario", persino le tanto
sbandierate fosse comuni hanno subìto un drastico ridimensionamento.
Nessuno potrebbe mai negare la ferocia dei paramilitari serbi - fermo
restando, come ha affermato persino una funzionaria dell'Osce, che questi
si sono scatenati dopo l'inizio degli attacchi Nato, e non prima, a riprova
che l'incolumità dei kosovari albanesi è stata solo un pretesto per altri
scopi - ma le famose foto satellitari di presunte sepolture di massa, sono
risultate altrettante montature false a uso e consumo della propaganda.
Durante il conflitto la Nato ha diffuso la spaventosa cifra di 10.000
civili uccisi dai serbi: calata l'attenzione dei media, risulteranno essere
circa duemila, dei quali la maggior parte combattenti dell'Uck, mandati
allo sbaraglio dai loro comandi per ottenere maggiori riconoscimenti sul
campo, e resta inoltre impossibile quantificare quanti civili albanesi
siano stati uccisi dall'Uck perché considerati "collaborazionisti". Il 17
ottobre 1999 la Fondazione Stratford, un centro di studi strategici di
Austin, Texas, ha emesso un approfondito rapporto in cui tra l'altro si
legge: "Nel caso che gli Stati Uniti e la Nato si fossero sbagliati (sulla
cifra di 10.000 vittime) i governi dell'Alleanza che, come quello italiano
e quello tedesco, hanno dovuto a suo tempo fronteggiare pesanti critiche,
potrebbero venirsi a trovare in difficoltà. Ci saranno molte conseguenze
qualora risultasse che le dichiarazioni della Nato riguardo le atrocità
commesse dai serbi erano largamente false".
Sembra che il problema non sussista: è trascorso un anno senza la benché
minima "difficoltà" nel digerire e dimenticare qualsiasi falsità ingoiata.
Poi, avremmo assistito a una capillare pulizia etnica, stavolta davvero
totale: a parte i serbi, anche turchi, montenegrini, croati, goran, rom ed
ebrei hanno dovuto lasciare il Kosovo, cacciati a forza di stragi e
distruzioni sistematiche. Una pagina del tutto taciuta dall'informazione
globale è quella che riguarda il dramma della comunità ebraica di Pristina.
Jared Israel, del Brecht Forum di New York, ha intervistato Cedda
Prlincevic, presidente della comunità, scampato al pogrom scatenatosi con
l'ingresso della Kfor - cioè dei "liberatori" - e rifugiatosi prima in
Macedonia e quindi a Belgrado grazie all'aiuto di un amico israeliano, Eliz
Viza, e del presidente della comunità ebraica di Skopje. Riportiamo alcuni
stralci delle sue dichiarazioni.
"Sono successe cose orribili. Ma i serbi come popolo, come nazione
dall'inizio della loro storia fino a oggi non hanno commesso atrocità né
genocidi. Ci sono stati individui che hanno compiuto atti che non avrebbero
dovuto compiere. Ma qualcuno sta sfruttando questo, lo sta esagerando: il
popolo serbo non aveva problemi con gli albanesi del Kosovo. Si sono
aiutati a vicenda, specialmente nell'ultimo periodo. Ma appena sono entrate
le truppe Kfor e il confine è stato aperto alla Macedonia e all'Albania,
sono arrivati moltissimi albanesi da fuori e si è creata un'enorme
confusione, con molte uccisioni. Durante i bombardamenti nei luoghi dove
viveva la gente comune non si sono verificati massacri commessi dalla
popolazione locale. Anzi, spesso erano gli stessi serbi a difendere gli
albanesi dalle milizie paramilitari. (...) Poi, con la ritirata
dell'esercito, c'erano gruppi paramilitari da entrambe le parti, allora la
situazione è diventata sporca. Prima, non si verificavano eccidi. A
Pristina ci rifugiavamo in cantina insieme con gli albanesi. Tutti insieme,
rom, serbi, turchi, albanesi, ebrei, tutti inquilini dello stesso
condominio. Stavamo tutti insieme. (...) Il pogrom è stato messo in atto
dagli albanesi stranieri. Loro parlano una lingua diversa. Un altro
dialetto. Non posso garantire al cento per cento che siano soltanto gli
albanesi d'Albania a farlo, ma non ho visto neppure un albanese di Pristina
compiere una vendetta contro un vicino di casa. (...) Noi non siamo stati
cacciati dagli albanesi di Pristina, ma da quelli venuti dall'Albania. E'
la stessa gente che alcuni anni fa dimostrava in Albania e che stava
demolendo l'intero paese. Adesso, sono venuti in Kosovo. Nessuno li sta
fermando. La Kfor è lì, vede tutto e permette di fare ciò che hanno fatto.
La popolazione si aspettava davvero protezione dalle truppe Kfor. Ma invece
di difendere la popolazione, sono rimasti a guardare, e tra giugno e luglio
almeno trecentomila abitanti non albanesi hanno dovuto lasciare il Kosovo.
Persino molti kosovari albanesi hanno avuto grossi problemi, non solo chi
era contrario al separatismo, ma persino chi si è limitato a non
sostenerlo".
C'è una domanda su cui Cedda Prlincevic sembra reticente, quasi
imbarazzato, tanto che Jared Israel gliela pone più volte: riguarda le
notizie della stampa sulle atrocità compiute dall'esercito yugoslavo contro
gli albanesi durante i bombardamenti. Infine, il presidente della comunità
ebraica dice:
"Anche se ne parlassi, nessuno ormai si fida più dei serbi. Persino se
affermassi che non è accaduto, nessuno crederebbe ai serbi. E se un ebreo
di Pristina dicesse che questa accusa è falsa, sarebbe molto difficile per
lui essere creduto."

La guerra in Kosovo ha colpito quasi esclusivamente i civili - si calcola
che siano soltanto 13 (tredici!) i carri armati serbi distrutti dalla Nato,
mentre oltre duemila i civili uccisi dai bombardamenti. Ma questo bilancio,
per quanto spaventoso, è poca cosa al confronto delle conseguenze
terrificanti che si verificheranno negli anni a venire, e che colpiranno le
future generazioni per decenni e forse per secoli. Perché la guerra
"umanitaria" in Kosovo non è stata assolutamente di tipo "convenzionale",
cioè con l'uso di armi "previste" dalla Convenzione di Ginevra, bensì
chimico-nucleare. Infatti, come in Irak, anche contro la Serbia - e sul
territorio kosovaro, cioè quello che si diceva di voler "liberare" - sono
stati impiegati proiettili e missili con testate all'uranio cosiddetto
"impoverito" (Depleted Uranium), ottenuti rifondendo le scorie delle
centrali nucleari. Solo di recente, in seguito a una precisa richiesta
dell'Onu, la Nato ha ammesso - il 7 febbraio 2000, in una breve lettera del
segretario generale George Robertson a Kofi Annan - di aver lanciato
durante il conflitto almeno 31.000 (trentunomila) proiettili all'uranio,
senza però specificare che le ogive dei missili Tomahawk sono anch'esse a
base di Depleted Uranium. Soltanto lungo la strada che collega Pec a
Prizren, dove attualmente sono dislocati i militari italiani della Kfor, si
calcola in oltre dieci tonnellate il quantitativo di uranio lanciato sul
terreno. Per gli Stati Uniti, che si ritrovano con almeno 500.000
tonnellate di scorie radioattive da smaltire dalle proprie centrali
nucleari, il riciclaggio sotto forma di proiettili e testate di missili è
un doppio business: si "distribuiscono" all'estero rifiuti altrimenti
costosissimi da stoccare e isolare, e si ottiene un'arma letale,
infinitamente più efficace delle munizioni convenzionali. Infatti, un
proiettile all'uranio, che pesa il doppio del piombo ma è estremamente più
denso e duro, all'impatto con la corazza di un mezzo blindato brucia ad
altissima temperatura fondendo qualsiasi metallo, e incenerisce all'istante
gli occupanti chiusi all'interno. Bruciando, l'uranio si trasforma in
finissime particelle di ossido radioattivo, che si spargono nell'atmosfera
e quindi ricadono al suolo. Ogni particella inalata crea cellule
cancerogene nei polmoni e nel sangue, successivamente, sotto forma di
polvere impalpabile, penetra nelle falde acquifere ed entra nel ciclo
alimentare. E' stato calcolato che ogni missile Tomahawk con testata
all'uranio può causare in media 1620 casi di tumore nella popolazione che
vive intorno al punto in cui è esploso. Un volontario di una ONG italiana
ha prelevato nel gennaio di quest'anno un campione di terra nella città di
Novi Sad e lo ha fatto analizzare al suo rientro in Italia: ne è risultata
una radioattività da isotopo 238 - quello presente nel Depleted Uranium a
uso bellico - addirittura 1000 (mille!) volte superiore al limite
considerato accettabile per gli esseri umani. Oggi sono ormai novantamila i
veterani della guerra contro l'Irak del 1991 che, per l'esposizione alle
polveri di ossido di uranio provocate dal lancio di proiettili anticarro e
missili antibunker, accusano sintomi riconducibili alla cosiddetta
"Sindrome del Golfo": molti sono già deceduti per leucemia, tumori
linfatici e polmonari, i loro figli sono nati con gravissime malformazioni,
mentre un gran numero di sopravvissuti è costretto a un'esistenza
enormemente pregiudicata, con costanti dolori alle ossa, nausea, vertigini
e stanchezza spossante. Dato che gli effetti per l'inalazione e
l'ingestione di ossido di uranio si manifestano nel medio e lungo periodo,
tra qualche anno avremo un lungo elenco di militari della Kfor che
denunceranno i propri governi chiedendo un risarcimento (proprio in questi
giorni si è diffusa la notizia dei primi due militari italiani morti di
leucemia dopo essere stati inviati in Bosnia, tra il novembre del '98 e
l'aprile del '99, in una zona contaminata da proiettili all'uranio). Ma la
popolazione serba e kosovara, i bambini che nasceranno con gravissime
malformazioni, le madri condannate al cancro, gli operai delle fabbriche
distrutte che per primi hanno tentato di ricostruirle esponendosi alla
contaminazione, i contadini kosovari "liberati" che avranno ingerito acqua
e cibi tossici a loro insaputa, tutte le vittime innocenti di questa
"guerra umanitaria", a chi chiederanno un risarcimento? E in quali ospedali
potranno sperare di farsi curare, e con quali medicine, in un paese
devastato dalle bombe prima e stremato poi dall'embargo, o in un Kosovo
governato dalla mafia del narcotraffico?
Tutto questo, per vedere il regime di Milosevic più forte di un anno fa,
con le opposizioni progressiste delle città duramente colpite dai
bombardamenti a risultare le vere forze sconfitte e ridotte al silenzio.
Infine, l'Italia sopporterà il peso più oneroso tra i paesi che hanno
partecipato a questa sciagurata alleanza. Oltre all'inquinamento ambientale
che ci colpirà nel lungo periodo - prima toccherà agli altri paesi
balcanici e alla Grecia, dove già si registrano impennate nei tassi di
radioattività - l'Adriatico è infestato di ordigni pericolosissimi, le
famigerate cluster-bombs a frammentazione, ufficialmente vietate dalla
Convenzione di Ginevra e successivamente da quella di Ottawa. Le
cluster-bombs sono micidiali ordigni che esplodono al contatto con il
terreno solo parzialmente, infatti si calcola che circa il 30 per cento
rimane inesploso ma attivo, pronto a deflagrare appena il singolo cilindro
- poco più grande di due lattine di birra - viene rimosso. Decine di
migliaia, forse centinaia di migliaia di cluster-bombs (ogni singolo
contenitore a forma di serbatoio subalare ne racchiude circa duecento) sono
state sganciate in mare dagli aerei della Nato al rientro dalle missioni,
su preciso ordine dei comandi per "questioni di sicurezza" (evitando di
atterrare negli aeroporti con quel carico potenzialmente devastante). Non
passa giorno senza che i pescatori del Veneto, della Romagna, delle Marche,
della Puglia, di tutte le regioni costiere, ne segnalino la presenza tra le
reti tirate in secco, e sono già diversi i feriti gravi per le esplosioni
avvenute a bordo o poco distante dai pescherecci. E la Nato continua a
rifiutarsi di indicare con precisione i punti in cui sono state sganciate.
In effetti, nelle migliaia di incursioni aeree effettuate, risulta ormai
impossibile stabilire dove e quante siano, le cluster-bombs finite sul
fondo del mare divenuto tra i più inquinati al mondo, nelle cui acque, tra
l'altro, riposa ancora l'intero carico in bidoni di gas nervino di una nave
statunitense affondata dai tedeschi nei pressi del porto di Bari
(ufficialmente non dovrebbe esistere, perché "ufficialmente" gli Alleati
non hanno usato gas nervino nella Seconda guerra mondiale...).
Forse, un giorno, nelle università dei nostri paesi, facoltà di Scienze
Politiche, si studierà l'inesplicabile, assurdo caso di un'Europa che
contribuì, nel lontano 1999, a destabilizzare se stessa e a condannare
intere generazioni ad affrontare la più subdola e pericolosa delle forme di
inquinamento letale.

Pino Cacucci

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