"Imbrogli di guerra" 2



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From:           	"Coordinamento Romano per la Jugoslavia" <crj at marx2001.org>
To:             	"Coordinamento Romano per la Jugoslavia" <crj at sigmasrl.it>
Subject:        	"Imbrogli di guerra"
Date sent:      	Mon, 22 Nov 1999 21:17:35 +0100

IMBROGLI DI GUERRA

Esce in questi giorni nelle librerie "Imbrogli di guerra", volume frutto
del lavoro del comitato nazionale "Scienziate e scienziati contro la
guerra". Il libro e' edito dalla casa editrice Odradek e costa 20mila
lire.

Di seguito riportiamo:

* L'indice 
* La presentazione editoriale sulla quarta di copertina
* Due primi appuntamenti di presentazione del libro
* La prefazione del comitato e l'introduzione del curatore

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Imbrogli di guerra. Scienziate e scienziati contro la guerra

                                 INDICE

-  Alberto Di Fazio, Le connessioni fra la guerra dei Balcani e la 
crisi energetica prossima ventura
-  Vito Francesco Polcaro, L'imbroglio dell'intervento chirurgico
-  Silvana Salerno, Effetti aspecifici della guerra sulla salute umana
-  Lucio Triolo et al., Gli effetti dell'inquinamento chimico, causato 
dai bombardamenti, sull'ambiente e sulla salute umana in Serbia e 
nel Kosovo
-  Nicola Pacilio e Carlo Pona, Uranio impoverito
-  Angelo Baracca, Una svolta epocale e un'ipoteca sul futuro
-  Raniero La Valle et al., Appello per la ricostruzione del diritto e 
della democrazia internazionale dopo la guerra
-  Fulvio Grimaldi, Il ruolo dell'informazione
-  Antonino Drago, Il ruolo degli scientifici nell'interposizione 
nonviolenta      contro l'ultima superpotenza
-  Elisabetta Donini, Scienza, genere e guerra
-  Michele Emmer, La matematica della guerra
-  Andrea Martocchia, Scienza e guerra "fin de siecle"

Curatore: Franco Marenco

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Presentazione editoriale "quarta di copertina"
A cura della casa editrice Odradek

Un libro per coloro che vogliono approfondire, fuori dai clamori e al
riparo da interferenze mediatiche, cause e conseguenze del recente
conflitto e di cui consigliamo vivamente l'adozione nelle universita'
e nelle scuole superiori. Raccoglie contributi e interventi
che le "scienziate e scienziati contro la guerra" hanno prodotto
in un seminario sul conflitto nei Balcani, tenutosi a Roma il
21 giugno 1999.

Sono testi ricchi di grafici e tabelle, meditati e documentati, che
analizzano un vasto spettro di temi e di ambiti a partire da metodologie
scientifiche diverse, attenti a riferire e stimare soprattutto, ma non
solo, sulle conseguenze ambientali e sanitarie del recente conflitto.
Sono testi scientifici che non vogliono ignorare le connessioni
economiche tra universita', ricerca ed industria bellica - che affrontano, 
di nuovo, la responsabilita' della scienza e degli scienziati nei confronti del
Pianeta e della sua popolazione. In un contesto culturale di profonda
crisi, laddove molti intellettuali sono spiazzati dagli eventi, altri
latitano, ed altri ancora si vendono al miglior offerente,
qualcuno s'interroga...

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Iniziative di presentazione

A tutt'oggi (20/11/1999) ci risultano programmate due iniziative di
presentazione del libro:

A ROMA giovedi 2 dicembre a partire dalle ore 12:30 circa si terra' 
su RADIO CITTA' APERTA (FM 88.850 MHz), emittente di Roma e del Lazio, 
una trasmissione radiofonica con la partecipazione di alcuni degli
autori del libro e dei membri del comitato. 
Si potra' intervenire in studio telefonando al numero 06-4393512
Per informazioni si puo' fare riferimento allo stesso numero di
telefono.

A TRIESTE sabato 4 dicembre a partire dalle ore 17:30 alla Trattoria
Sociale di Kontovel/Contovello si terra' una conferenza-dibattito con la
proiezione del video "Missioni Umanitarie" di E. Giardino. Interverranno
anche esponenti di organizzazioni locali contro la guerra e saranno
messi a disposizione video, libri e materiali di controinformazione.
Sara' presente uno degli autori del libro. Per informazioni scrivere
agli indirizzi: 
glr_y at iol.it, martok at sissa.it

Per ULTERIORI INFORMAZIONI e per l'eventuale organizzazione di altre
iniziative si puo' invece mandare un messaggio alla lista del comitato
"Scienziate/i contro la guerra":  scienzaepace at iac.rm.cnr.it

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                             Prefazione

Spesso, avvenimenti che ci fanno mettere in gioco le parti piu' profonde
della nostra coscienza sembrano allontanarci dal nostro quotidiano,
renderlo quasi accessorio rispetto ad altro agire che sentiamo piu'
urgente ed opportuno. La guerra e' sicuramente uno di questi, ed in
particolare lo e' stata la guerra contro la Jugoslavia che ha visto
direttamente coinvolto il nostro paese a fianco degli altri stati membri
della NATO.

Nell'aprile del 1999, quando da ormai un mese la NATO bombardava la
Federazione Jugoslava e noi tutti eravamo vittime di un bombardamento
mediatico senza precedenti, un gruppo di ricercatrici e ricercatori
lancio' un appello al mondo della ricerca: <<Questa guerra non e'
una guerra giusta perche' e' dettata da interessi economici, politici,
militari che nulla hanno a che vedere con ragioni umanitarie. A questa
guerra dobbiamo opporre la ricerca del dialogo, della tolleranza e
dell'accettazione dell'altro>>, si diceva nell'appello, che raccolse
molte adesioni e diede il via al comitato ``scienziate e scienziati
contro la guerra''.

Le conseguenze di oltre due mesi di bombardamenti cominciano ora ad
essere evidenti. Sono state usate armi bandite da tutte le convenzioni, come
l'uranio impoverito, le bombe a grappolo. I danni ambientali rischiano
di mettere in crisi la possibilita' del popolo jugoslavo addirittura
di nutrirsi o comunque di farlo sapendo di avvelenarsi lentamente con
VCM, PCB, Uranio, metalli pesanti e quant'altro. Si sono volute colpire
le strutture del paese in modo tale da distruggerne le capacita' per
decenni. Il diritto internazionale e' stato stracciato, la NATO si e'
fatta sberleffi dell'ONU, delle varie convenzioni di Ginevra, del suo
stesso trattato, del diritto agli interventi ``umanitari''. I paesi
membri hanno fatto a pezzi le loro costituzioni. Le nostre societa' hanno
subito un imbarbarimento nei rapporti tra le persone: e' di questi giorni
la circolazione di filmati che testimoniano i risultati disastrosi
della ``missione Arcobaleno'', in termini di corruzione, istigazione
all'illegalita', sfruttamento sessuale delle donne profughe. Allora
tutto cio' era completamente oscurato dal mito dell'intervento ``umanitario''
per riportare la ``pace'' in Kosovo.

A giugno il comitato ha organizzato una prima giornata di lavoro per
mettere a confronto informazioni, dati e riflessioni sulla guerra. Un
tentativo di portare nel quotidiano del nostro lavoro le nostre azioni
contro la guerra e per la costruzione della pace, oggi in Jugoslavia,
ma domani in tutti gli altri luoghi ove la soluzione di conflitti dalle
diverse origini sembra, senza scampo, affidata solo al potere degli
eserciti e delle armi. E' un tentativo di capire come le scienze, ed in
particolare le donne e gli uomini che svolgono un'attivita' scientifica,
con i loro saperi e il loro metodo di ricerca e di lavoro possono avere
un ruolo nel processo di costruzione della pace.

Le proposte emerse dalla giornata di lavoro sono state molteplici
e riguardano sia il nostro contributo di esperti da sottoporre alla
societa' civile, che le nostre riflessioni interne riguardo ai
meccanismi di decisione in ambito scientifico. Nel primo ambito ci proponiamo
di organizzare dibattiti tematici nelle universita' sugli argomenti
trattati, di mettere a disposizione le nostre competenze in incontri
pubblici organizzati da altri gruppi, di organizzare conferenze stampa
per diffondere i risultati delle nostre ricerche, di sviluppare azioni
di ricerca e/o solidarieta' in Serbia/Kosovo o altre zone di guerra,
di porre all'attenzione del pubblico l'uso (e l'abuso) della scienza e
della tecnica a fini bellici e di dominio da parte dei paesi
occidentali, primo fra tutti gli Stati Uniti. In un ambito piu' interno al mondo
della ricerca (ma aperto al contributo di chiunque si renda disponibile
a questo lavoro) sono emerse le proposte di costituire gruppi di studio
tematici (sul ruolo della scienza e contro il riduzionismo scientifico,
sui cambiamenti climatici e i conflitti futuri), di creare contatti
con ricercatrici e ricercatori jugoslavi, di proporre l'istituzione di
dottorati di ricerca di Tecnologie di Pace, di costruire un Progetto
Finalizzato ``Scienza per la pace e la solidarieta' tra i popoli'', di
trovare le vie perche' i nostri Enti supportino le ricerche connesse
con la guerra e la pace e supportino centri di ricerca jugoslavi, di
prendere contatto con possibili gruppi omologhi all'estero e in Italia
(ad esempio l'Unione Scienziati per il Disarmo).

Alcuni di questi progetti hanno cominciato a prendere forma (sono stati
avviati contatti durante un viaggio in Jugoslavia, cominciano ad
arrivare inviti a partecipare a dibattiti sulla guerra). Intanto questo libro,
che raccoglie gli atti della giornata, e' un nostro primo contributo che
mettiamo a disposizione di chiunque vuole cercare di capire le tracce
lasciate da quella devastante guerra.

Ringraziamo la Casa Editrice Odradek per la disponibilita' a
pubblicarlo, le autrici e gli autori che hanno fornito il loro contributo. Un
ringraziamento particolare va a Franco Marenco, che ha curato la
raccolta e la rielaborazione grafica dei lavori.

Lo sforzo e' collettivo, il filo conduttore e' l'impegno delle scienziate
e degli scienziati nella ricerca della pace, le idee espresse da autrici
ed autori sono, ovviamente, personali.

                            Scienziate e scienziati contro la guerra

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Introduzione

La guerra ha ripreso il suo posto in Europa, dopo la parentesi di
Yalta. "La guerra combattuta nei Balcani introduce un nuovo scenario
in cui sono rimessi in gioco i rapporti tra i grandi poteri mondiali
e lo stesso ordine giuridico internazionale", ci fa notare Raniero La
Valle. Luigi Cortesi scrive su Giano: "non e' un buon inizio del
Duemila quello che vede la distruzione sistematica, ai limiti del
sadismo attribuito ai nazisti, di una grande capitale europea". Lo
scenario che si va delineando, dalla Guerra del Golfo in poi, non
e' affatto rassicurante e l'attacco alla Jugoslavia e' tutt'altro che
un fatto isolato. Andrea Martocchia denuncia le "operazioni militari
che ad esempio il nostro paese conduce, ormai a ripetizione da anni,
contro i dittatori ed i barbari di turno". Il "benessere nazionale dei
cittadini occidentali e' lo scopo dichiarato spudoratamente del nuovo
modello di difesa", ci ricorda Antonino Drago, mentre Angelo Baracca
ci mette in guardia per il futuro: "il bilancio degli USA per la difesa
sta crescendo in maniera preoccupante" e "la Russia si sente umiliata,
assediata, aggredita"; inoltre denuncia gli "innegabili crimini contro
l'umanita', e distruzioni di massa, commessi dai vincitori". Dobbiamo
stare tutt'altro che allegri: la guerra balcanica e' solo l'ultima,
in termini cronologici, di una spaventosa escalation, e un domani la
violenza di cui sono stati vittima gli Jugoslavi potrebbe riversarsi
contro qualsiasi altro popolo d'Europa, anche della parte occidentale e
ricca in cui viviamo. Alberto Di Fazio osserva che "la gravita' delle
crisi ambientali globali, soprattutto quella energetica e quella
climatica -- cosi' intimamente connesse -- deve far riflettere sugli
scenari di conflitto che diventeranno via via piu' probabili e che
potranno portare prima o poi al confronto con il blocco asiatico e con
l'Islam. E' probabile che l'Europa non abbia in realta' questo
obiettivo, ma in tal caso il distacco dagli USA deve avvenire per tempo". 
La lotta per il controllo delle risorse del Pianeta e' gia' iniziata, e nelle
sedi diplomatiche si svolgono, nell'assenza di informazioni per il pubblico,
aspre negoziazioni sul `diritto di inquinare'.

Nello scenario balcanico destano grave preoccupazione, oltre ai
numerosi morti e feriti direttamente dalle bombe, i danni irrimediabili
che sono stati causati all'ambiente ed alla salute pubblica con
l'immissione nell'aria e nei fiumi di pericolosi cancerogeni in grandi
concentrazioni. Lucio Triolo et al. ci avvertono: "nelle regioni colpite
dai bombardamenti della NATO si sono configurati rilevanti rischi di
danni cronici irreversibili per gli ecosistemi e per le popolazioni,
le cui attuazioni si manifesteranno purtroppo nei prossimi anni, dando
tragica continuita' alle azioni militari dei tre mesi di guerra". Oltre
all'inquinamento chimico propriamente detto, bisogna tenere conto anche
di quello radioattivo, derivante dall'uso di armi contenenti uranio
impoverito, sostanza che "provoca il cancro quando penetra
nell'organismo e la sua tossicita' chimica causa danni ai reni". 
Pacilio e Pona ci rammentano che "la pericolosita' dell'uranio impoverito e' nota
all'esercito statunitense da oltre 20 anni, ma pur tuttavia questo materiale, che
viene classificato all'inizio del ciclo produttivo come `scorie nucleari',
quando e' trasformato in proiettile diventa, secondo gli USA, un
`armamento convenzionale' ". E osservano che "l'uso di queste 
armi e' contrario a tutti i principi e le convenzioni internazionali firmate da tutti i
paesi nel corso del XX secolo". A cio' si sommano le sofferenze della
popolazione, ben descritte da Silvana Salerno, dovute alla combinazione
di guerra ed embargo, con conseguenze oltre che sulla salute fisica,
anche su quella mentale e sociale: "l'obiettivo della guerra e' proprio
quello di distruggere la salute sociale della popolazione, costruita
in anni di convivenza, alterando le relazioni sociali e determinando
effetti sulla salute che non possono comportare vincitori ne' vinti".
Essa aggiunge: "gli effetti a lungo termine delle armi usate nelle guerre
rappresentano talora dei veri e propri laboratori sperimentali dove
scienziati senza etica espongono anche propri connazionali a studi
specifici per l'affinamento delle tecniche distruttive".

A recepire questa situazione, nel nostro paese ritroviamo una
societa' estremamente frantumata, senza punti di riferimento fidati,
impossibilitata ad accedere ad informazioni indipendenti, ed incapace
di azioni autonome su larga scala. La televisione impera, e un potere
totalitario e' nelle mani di un'informazione banalizzata e fuorviante.
Il legame fra le persone e' stato reciso: ciascuno e' solo di fronte alle
istituzioni ufficiali e alle notizie che vengono diffuse. Come ci 
ricorda Fulvio Grimaldi: "sul luogo di un avvenimento le grandi agenzie,
i grandi network e i grandi giornali arrivano con un apparato, con una
potenza economica e con una potenza numerica talmente importanti, e
con mezzi finanziari talmente forti, da escludere qualsiasi possibilita'
che qualcun altro si possa inserire con una minima efficacia". Tutte le
energie del pensiero vengono dedicate "a cercare cio' che divide
anziche' a valorizzare cio' che unisce". Elisabetta Donini ci ricorda come "a
cominciare dalla guerra del Golfo si e' affermato il linguaggio della
guerra `pulita', condotta a forza di `interventi chirurgici' e `bombe
intelligenti' ". Antonino Drago denuncia "l'uso capzioso delle parole" e
Andrea Martocchia ne conclude che "siamo precipitati nella societa'
della propaganda". 
Francesco Polcaro richiama un articolo del Generale Carlo Jean, 
che spiega come la "guerra delle informazioni" sia contemplata
come un'importante opzione militare: "da un lato fare apparire il nemico come
una banda di criminali guidati da un dittatore che opprime il suo stesso
popolo e dall'altro far credere che dalla guerra i soldati del proprio
esercito non corrano rischi di sorta e che anche la gente comune della
nazione attaccata riportera' pochi danni in cambio dell'enorme dono
della liberta'". Terribile e' l'impotenza degli insegnanti e degli educatori
di fronte allo strapotere del `pensiero unico', testimoniata da Michele
Emmer e che la dice lunga sulla nostra nuova `liberta'': "Noi,
insegnanti, educatori, non riuscivamo a trovare un ruolo, non riuscivamo a
discutere, a confrontare le idee, anche per la mancanza di interesse per questi
temi da parte degli altri docenti e anche della grande massa degli studenti".

Questo conflitto ha evidenziato anche la profonda crisi in cui versa
il movimento pacifista, forte negli anni Ottanta e fino alla Guerra
del Golfo. Il pacifismo risente del clima culturale complessivo, e la
critica alla guerra si perde a volte in giochi semantici (ad esempio sul
significato stesso di `guerra' e `pace'), mentre talune organizzazioni
`per la pace', a detta di molti, non sanno essere veramente `contro
la guerra'. Esse vengono accusate di un opportunismo che si traduce
nell'essere equidistanti ad oltranza e di non saper distinguere fra
i popoli balcanici, aggrediti, e gli Alleati, loro aggressori. Gli
approfondimenti e l'analisi rigorosa suscitano avversione, in quanto
rischiano di essere troppo schierati e caratterizzati politicamente: si
preferisce invece rincorrere il `politically correct'. D'altra parte,
paradossalmente, `pacifisti' (ma con l'elmetto) sono anche i settori
del governo che manda gli aerei, come pure i transnazionali pannelliani,
che giustificano l'uso della forza proprio in quanto si dicono contrari
ad ogni guerra e `nonviolenti'. Essi ritengono di essere investiti
della missione di combattere contro `le forze del male', come in una
guerra santa. Pero', questa guerra e' fatta di micidiali bombe,
sganciate dalle maggiori potenze nucleari, da una forza armata formidabile, da
un'alleanza invincibile, contro un paese di circa 10 milioni di abitanti
gia' in preda a gravi difficolta' economiche.

In questo contesto, Elisabetta Donini ci fa notare che la scienza viene
percepita come portatrice di morte: "Oggi il portato scientifico che
va permeando le mentalita' diffuse e' quello delle `realta' virtuali'
e dell'universo della simulazione" e "la scienza fornisce le strutture
logiche essenziali in base alle quali le guerre vengono fatte apparire
non solo moralmente lecite, ma razionalmente irrinunciabili". Piu'
freddo il commento di Drago: "Negli anni '80 si stimava in 600.000 il numero
degli scientifici dedicati alla ricerca militare sui 2 milioni e piu'
del totale. La presenza massiccia di questi scienziati cambia radicalmente
l'immagine ingenua della scienza, come impresa dedicata al benessere
dell'umanita'".

Ma diamo uno sguardo a questo mondo scientifico che si affaccia alle
soglie del 2000: esso, ancora piu' della societa' nel suo insieme, e'
caratterizzato da un'estrema frammentazione, coltivata alimentando in
parallelo il precariato e le ambizioni individuali dei ricercatori di
ruolo (rappresentate dalla carriera, dall'erogazione dei fondi per poter
portare avanti i propri progetti, e sempre di piu' dall'idea di potersi
sentire tutti manager, facendo di ciascuno un `capo-progetto'). Un ruolo
decisivo viene inoltre svolto dall'estrema specializzazione, alimentata
con curriculum formativi compartimentati e appositi corsi di dottorato.
Su questo piano, e' degna di nota la denuncia di Andrea Martocchia nei
confronti della sacralizzazione degli `esperti' e della "rigida
strutturazione per competenze e per feudi del lavoro intellettuale",
mentre Elisabetta Donini mette l'accento sulle "contraddizioni piu'
stridenti tra il respiro universale che i risultati scientifici e
tecnologici dovrebbero rivestire e l'appropriazione particolaristica
di cui sono invece fatti oggetto, tra laboratori esclusivi, brevetti,
segreti industriali, know how inaccessibili e cosi' via". Essa prosegue
ricordandoci come "per esorcizzare il ruolo avuto nella corsa all'arma
piu' micidiale, la comunita' scientifica ha messo in campo vari
strumenti per rilegittimarsi e deresponsabilizzarsi in nome della purezza della
ricerca fondamentale, disinteressata e innocente, lasciando ad altri
soggetti il compito di occuparsi delle applicazioni".

Al seminario interdisciplinare del 21 giugno una cinquantina di
scienziate e scienziati, che neppure si conoscevano e provenienti da
diverse citta' italiane, hanno discusso del loro orrore per il delitto
che si stava compiendo nel nome delle liberta' occidentali e della scienza:
il risultato e' il lavoro riportato in questo libro. L'auspicio e'
quello del ritorno di un tempo in cui il lavoro svolto collettivamente e quello
di utilita' sociale possano riprendere il posto che loro spetta, e in
cui gli scienziati tornino a riconoscere e a considerare la responsabilita'
del loro ruolo nel contesto piu' ampio dell'intera comunita'. E che la
societa' tutta intera, oggi piegata `sotto il giogo della democrazia',
sappia riprendersi la dignita' che le spetta e ritornare ad essere
protagonista della propria storia. Facendo in questo modo vacillare
l'Impero e fermandone l'escalation di avventure militari.

Franco Marenco borsista dell'Agenzia Spaziale Italiana, Roma



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                 RIMSKI SAVEZ ZA JUGOSLAVIJU 
    e-mail: crj at sigmasrl.it - URL: http://marx2001.org/crj
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