259° ora in silenzio per la pace



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per la globalizzazione dei diritti

Mercoledì 8 maggio, dalle 18 alle 19 sui gradini del palazzo ducale di
Genova, 259° ora in silenzio per la pace.
Incollo di seguito il volantino che verrà distribuito, tratto dalla rivista
telematica peacereporter
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Afghanistan - 05.5.2007

Non vedo, non sento, non parlo

Afghanistan: la presa di distanze del governo italiano dell'offensiva Usa a
Herat

Gli uomini scavano fra le macerie per estrarre altri cadaveri. Le loro donne
stanno sedute nella polvere davanti a quelle che erano le loro case,
guardandoli lavorare e piangendo i loro bambini, rimasti sepolti là sotto.
Questa è la scena che si è presentata agli occhi dei membri di una squadra
della
missione Onu in Afghanistan (Unama) che martedì pomeriggio ha compiuto un
sopraluogo a Parmakan, uno dei villaggi della Valle di Zerkoh, nella provincia
occidentale di Herat (zona sotto comando militare italiano), bombardati durante
l’offensiva Usa dello scorso fine settimana. Offensiva nella quale sono rimasti
uccisi 136 talebani e decine di civili: almeno 49, tra cui 18 donne, secondo
Adrian Edwards, portavoce dell’Unama, “circa 60” per la Commissione
Indipendente per i Diritti Umani in Afghanistan (Aihrc), “più di cento” a detta
della gente del posto intervistata dall’agenzia di notizie delle Nazioni Unite
(Irin News).

“Centinaia di abitazioni sono state distrutte, migliaia di sfollati necessitano
di assistenza umanitaria immediata”, ha dichiarato alla stampa Ghulam Nabi
Hakak, direttore provinciale dell’Aihrc.

Secondo le Nazioni Unite, almeno 1.600 famiglie (circa 10 mila persone) hanno
abbandonato i villaggi della Valle di Zerkoh cercando rifugio a nord, verso il
capoluogo distrettuale di Shindand.

Promemoria. Il governo italiano ha subito condannato questa offensiva,
chiarendo
che i nostri soldati non vi hanno preso parte, protestando per non essere
nemmeno stati avvertiti dai comandi Usa e denunciando la “contraddizione” tra
la missione di guerra Enduring Freedom e la missione Isaf di pacificazione e
ricostruzione.

I fatti, però, contrastano con queste parole.

Quattro distaccamenti di forze speciali italiane combattono da mesi a fianco
delle special forces Usa impiegate nella guerra ai talebani nell’ambito di
Enduring Freedom, rispondendo agli ordini del comando Usa (che ha sempre
mantenuto l’esclusivo controllo diretto di tutti i contingenti nazionali di
forze speciali presenti in Afghanistan).

Il ‘Task Group’ di forze speciali italiane è attualmente composto da quattro
distaccamenti operativi provenienti da quattro corpi d’élite: Ranger del 4°
Reggimento Alpini Paracadutisti Monte Cervino, incursori di Marina Comsubin,
185° Reggimento Acquisizione Obiettivi (Rao) della Brigata Folgore e 9°
Reggimento d’Assalto Paracadutisti Col Moschin, sempre della Folgore.
Quando abbiamo chiesto allo Stato Maggiore italiano quale fosse l’entità
numerica, in termini di uomini, di questi distaccamenti impegnati in
combattimento la risposta è stata: “Non abbiamo informazioni in merito e anche
se le avessimo non potremmo renderle pubbliche”. Indiscrezioni parlano comunque
di un’ottantina di soldati in tutto, non pochi, considerato che si parla di
corpi scelti) che partecipano attivamente alle offensive di Enduring Freedom
contro la guerriglia talebana.

La prima è stata l’operazione ‘Wyconda Pincer’: la battaglia che lo scorso
settembre le forze speciali Usa, italiane, spagnole e afgane hanno combattuto
per riprendere il controllo del distretto di Bakwa, nella provincia di Farah.
Anche in quell’occasione il governo italiano negò la partecipazione delle
nostre truppe all’azione, esattamente come ha fatto con l’offensiva nel
distretto di Shindand.

Peccato che il maggiore Usa Chris Belcher, portavoce della Combined Joint Task
Force 82, abbia dichiarato alla stampa che l’offensiva è stata condotta assieme
a forze Isaf-Nato, pur essendosi svolta sotto comando Usa, non Nato.
Il secondo dato di fatto contrastante con le affermazioni dei nostri politici è
che la “contraddizione” tra Isaf e Enduring Freedom è stata risolta da un anno
con la fusione – prima di fatto, poi anche di diritto – delle due missioni,
divenute entrambe di guerra e passate sotto comando unificato Usa.
La fusione di fatto tra le due missioni è avvenuta quando, l’estate scorsa, la
missione Isaf, passando sotto comando Nato, ha cambiato le regole d’ingaggio in
senso “offensivo” e ha iniziato ad attaccare i talebani nel sud
dell’Afghanistan: le operazioni di guerra ‘Mountain Thrust’, ‘Medusa’, Mountain
Fury’, ‘Falcon Summit’ e ora ‘Achille’ sono operazioni di Isaf, non di Enduring
Freedom.

L’unione di fatto è diventata matrimonio il 4 febbraio scorso, quando il
generale Usa Dan K. McNeill ha assunto il comando sia delle forze Usa di
Enduring Freedom che di quelle Nato di Isaf.

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