Buddha si è fermato a Thimphu




***
>  Schiacciato tra l'India e la Cina, il piccolo Bhutan
>  cerca di resistere alla globalizzazione. Aggrappandosi
>  alle proprie tradizioni etniche e religiose con leggi
>  severissime. Di Alessandro Gilioli
***

Schiacciato tra la Cina del boom industriale e
l'India del decollo informatico c'è un paese
quasi sconosciuto e appena più grande della
Svizzera dove lo spettro della globalizzazione si
aggira ancora invisibile ai più ma ben presente
negli incubi della sua classe dirigente e dei
suoi intellettuali. Il Bhutan, 750 mila persone
incastonate nelle vette dell'Himalaya e nella
tradizione del buddhismo tantrico, è una piccola
grande metafora delle angosce e delle ambivalenze
di tanta parte dell'umanità, lacerata tra
desiderio di futuro e nostalgia di premoderno,
tra aspro individualismo liberale e dolce ricordo
di una società coesa in cui tutto, dai valori
morali al riso piccante, viene condiviso in nome
del bene comune.

Sulle guide e nei dépliant il Bhutan è un lezioso
presepe di felicità, immune dai vizi degradanti
delle società aperte. I perfetti paesaggi
montani, i limpidi monasteri lamaisti e le
contadine sempre sorridenti nei campi fanno
scattare nei cuori occidentali la convinzione di
aver infine trovato la mitica Shangri La, terra
pura e senza peccato dove non si conoscono
egoismi e McDonald's, ingorghi di traffico e
avidità di profitto. Appagati da questa lettura
naïf, gli stranieri che vanno su e giù per i
monti chiusi nei loro minibus finiscono il più
delle volte per non vedere le mille
contraddizioni di un paese stritolato dai suoi
due rampanti e giganteschi vicini, terrorizzato
quindi all'idea di perdere la propria antica
identità, ma nel contempo attratto dal luccicante
pianeta che - attraverso le parabole satellitari
- entra nelle case bianche di calce e di legno,
dove l'odore degli animali si mescola con quello
dei peperoncini grigliati.

Già, perché il Bhutan del 2005 è una monarchia
assoluta (ancora per poco) e profondamente
buddhista (chissà per quanto) dove il re ha
studiato economia a Oxford e quando è tornato a
casa ha iniziato a parlare ai suoi attoniti
sudditi di 'processi organizzativi bottom-up' e
di 'vision democratica'. In altre parole, il
sovrano ha capito che il sistema teocratico
ereditato da papà non poteva affrontare il XXI
secolo e ha quindi imposto al suo popolo un po'
riottoso un processo di modernizzazione con
obiettivi finali nel 2020 e una Costituzione che
invece entrerà in vigore già fra tre anni. Per
realizzare l'obiettivo, il re ha spedito i
migliori intellettuali del paese a studiare 52
diversi statuti in tutto il mondo per trarne
infine uno proprio mescolando - dicono - il
meglio di quello che c'era in giro. A fronte di
questa nobile autoriduzione di potere, il re e i
gerarchi di Thimphu hanno tuttavia stretto le
corde attorno alle tradizioni culturali, etniche
e religiose del paese, tentando una difficile
strada in cui all'evoluzione politica ed
economica non corrisponde un'uguale
modernizzazione dei costumi. Sicché il governo di
Sua Maestà continua a varare leggi un po'
talebane per imporre a tutti, ad esempio, di
indossare il bakkhoo, l'abito tradizionale, una
bella vestaglia grigia o a righe che però lascia
scoperte le gambe dal ginocchio in giù e dunque
non è graditissima nei rigidi inverni himalayani.
Molti giovani se ne fregano e, almeno in città,
girano in jeans extralarge e felpa col cappuccio,
sfidando la riprovazione dei monaci e dei
funzionari di Stato. Ma in molte occasioni e per
molti mestieri la veste tradizionale obbligatoria
non prevede eccezioni e chi non la porta rischia
grane, multe, a volte perfino il licenziamento.

Per salvaguardare ulteriormente l'incontaminata
purezza dell'oleografia bhutanese, un anno fa è
stato anche introdotto il divieto totale di fumo
in tutto il territorio nazionale: le sigarette,
hanno spiegato gli alti papaveri di Thimphu,
vanno contro le pratiche di purificazione
buddhista. Il divieto ha portato naturalmente a
un boom del contrabbando di stecche dalla porosa
frontiera indiana e a un conseguente aumento del
prezzo da uno a cinque dollari al pacchetto. Chi
fuma comunque lo fa di nascosto, perché a venir
beccati si rischia una multa di 120 dollari (uno
stipendio medio mensile) e, alla terza volta, sei
mesi di galera. Tra le conseguenze di questa
crociata c'è un discreto aumento nel consumo di
droghe leggere, fatto forse inevitabile in un
paese dove la marijuana cresce spontanea ai bordi
delle strade, tanto che nelle campagne è antico
uso mescolarla al cibo dei maiali affinché
s'impigriscano e ingrassino. Anche tra gli umani
tuttavia la 'ganja' è da sempre assai popolare e
ogni bhutanese sopra i 12 anni è in grado di
spremerne le foglie tra le mani nude per ottenere
in quarto d'ora un panetto nero di ottima
qualità. Ma a preoccupare i custodi
dell'ortodossia non sono tanto le canne - in
fondo parte anche loro della tradizione - quanto
le droghe chimiche che vengono dall'India e
piacciono un po' troppo ai ragazzi di qui: come
il Corex, uno sciroppo per la tosse che arriva
nascosto nei Tir dall'Assam e che assunto in
quantità pare abbia effetti simili all'Lsd; o
come le colle da inalare, i solventi industriali
e altre porcherie sintetiche che mal si
conciliano con il modello propagandato all'estero
dal governo di Thimphu, quello di una società
dove il tasso di 'felicità interna lorda' è
tenuto in conto come e più del Pil.

A creare una fascia di giovani emarginati
contribuisce anche la severità della scuola,
completamente gratuita (caso unico in tutta
l'Asia) ma improntata a rigidi criteri
meritocratici che portano molti studenti a
mollare prima del tempo, ma dopo aver assaggiato
quei bocconi di mondo che ne rendono difficile il
riassorbimento nelle fattorie isolate tra i
monti. Così, invece di tornare al villaggio, i
ripetenti restano in città a vivacchiare spesso
ai limiti della legge. Si tratta, beninteso, di
dettagli umani minori in un panorama di alto
controllo sociale che fa del Bhutan il paese più
sicuro dell'area, guardato spesso con invidia dai
vicini indiani, che pure ne foraggiano l'economia
acquistando l'energia idroelettrica di cui il
paese himalayano è ricco. Ma oltre alle rupie,
l'India spedisce verso il suo vicino
settentrionale anche migliaia di migranti
affamati, ragazzi del West Bengala o
dell'Arunachal Pradesh che di solito finiscono a
lavorare nei cantieri edili di Stato per una paga
tra i 100 e i 150 ngultrum al giorno, vale a dire
dai due o tre dollari, insomma una miseria ma
sempre meglio che a casa. Gli indiani li vedi
spuntar fuori nel tardo pomeriggio, quando dopo
12 ore di fatiche prendono a girovagare un po'
storti nei villaggi, spesso abbracciati tra loro
e sempre guardati con alterigia dai datori di
lavoro locali. Quando il buio cala del tutto, i
paria tornano a dormire nelle loro baracche senza
luce né acqua, le uniche case del paese non
costruite secondo i dettami dello stile dzong
imposto per legge a tutti gli edifici del Bhutan.
Dopo un paio d'anni le bidonville verranno
distrutte e gli immigrati rispediti a casa,
perché il Regno del Drago tonante non vuole
contaminarsi con i popoli stranieri del Sud. E la
nuova Costituzione, per tanti versi avanzata,
rende ancora più chiusi i percorsi del Dna
locale, negando cittadinanza e residenza a
eventuali figli di coppie miste. Anche la sanità
- ben organizzata e totalmente gratuita come
nemmeno a Cuba - è riservata ai bhutanesi doc, in
un'ossessione di purezza razziale che viene
giustificata come l'unico modo per far
sopravvivere la specificità di un piccolo paese
circondato dai due giganti più popolosi del
mondo. Questa conservazione a tratti un po'
fanatica di un sé considerato a rischio ha
convinto il Bhutan a rimuovere il capitolo più
vergognoso del suo passato e del suo presente, la
feroce pulizia etnica che ha costretto 100 mila
contadini del Sud di etnia nepalese e di
religione induista a scappare dal territorio del
regno tra l'85 e il '92, gente disperata ancor
oggi rinchiusa nel filo spinato di sette campi
profughi appena di là del confine. Ma l'ansiosa
conservazione del proprio antico candore ha
portato con sé anche norme di indubbia civiltà,
come quelle che regolano la salvaguardia
ambientale di una nazione ricoperta all'80 per
cento da foreste incantate ancor oggi come mille
anni fa. L'industria, appena accennata nelle
pianure del Sud, sparisce del tutto con i primi
rilievi perché il governo ritiene più lucroso lo
sfruttamento intensivo dei turisti stranieri,
disposti a pagare una paurosa tassa di visita
(200 dollari al giorno a testa) per attraversare
scenari naturalistici e percorsi spirituali che
inondano l'anima.

La serenità dei sorrisi dei lama fa a volte
dimenticare che il clero buddhista è compenetrato
nelle strutture del potere secolare a ogni
livello, dai vertici della capitale fino agli
astrologi di villaggio. E i monaci glabri vestiti
di viola contribuiscono in ogni modo allo sforzo
di preservare all'infinito il mito della purezza
e dell'illuminazione che affascina tanto i
seguaci occidentali di Siddharta, in fuga dalle
incertezze intellettuali nostrane. Come poi
l'attaccamento conservatore e ossessivo alla
tradizione sia compatibile con la filosofia
buddhista dell'impermanenza, questo è uno dei
tanti misteri del Bhutan, troppo spesso visto e
amato come una cartolina o un'utopia e che invece
sembra solo una comunità in lotta con se stessa,
incerta se chiudere gli occhi e sognare per
sempre il proprio passato o aprirli per vedere il
presente del mondo con le sue meraviglie, i suoi
orrori, i suoi dubbi.

Fonte:
http://www.espressonline.it/eol/free/jsp/detail.jsp?m1s=null&m2s=mon&idCateg
ory=4793&idContent=1201082