Coi piedi per terra. 155



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COI PIEDI PER TERRA
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 155 del 4 febbraio 2009

In questo numero:
1. Il 6 febbraio un convegno a Vignanello
2. La nonviolenza e' la via
3. Federica Fantozzi: Uomini contro la violenza sulle donne
4. Luigi Cancrini: Il rogo
5. Bruno Gravagnuolo intervista Gian Enrico Rusconi
6. Mario Porqueddu: Asilo
7. Mariolina Iossa: Da Mogadiscio a Roma
8. Marinella Correggia: La guerra ai contadini
9. Marina Forti: Il baratto alimentare
10. Per contattare il comitato che si oppone all'aeroporto di Viterbo

1. INCONTRI. IL 6 FEBBRAIO UN CONVEGNO A VIGNANELLO

Il Centro studi e ricerche "Santa Giacinta Marescotti" presso il Castello
Ruspoli di Vignanello (Vt) venerdi' 6 febbraio 2009 alle ore 17 ospita un
convegno sul tema: "Arte, storia, cultura, ambiente e salute: le ragioni
dell'opposizione all'aeroporto a Viterbo".
Partecipano la dottoressa Antonella Litta, la scrittrice Marinella Correggia
e il professor Alessandro Pizzi.
*
Per informazioni e contatti: e-mail: info at coipiediperterra.org, sito:
www.coipiediperterra.org, per contattare direttamente la portavoce del
comitato, la dottoressa Antonella Litta: tel. 3383810091, e-mail:
antonella.litta at libero.it
*
Profili dei relatori
Antonella Litta e' la portavoce del Comitato che si oppone alla
realizzazione dell'aeroporto a Viterbo; svolge l'attivita' di medico di
medicina generale a Nepi (in provincia di Viterbo). E' specialista in
Reumatologia ed ha condotto una intensa attivita' di ricerca scientifica
presso l'Universita' di Roma "la Sapienza" e contribuito alla realizzazione
di uno tra i primi e piu' importanti studi scientifici italiani
sull'interazione tra campi elettromagnetici e sistemi viventi, pubblicato
sulla prestigiosa rivista "Clinical and Esperimental Rheumatology", n. 11,
pp. 41-47, 1993. E' referente locale dell'Associazione italiana medici per
l'ambiente (International Society of Doctors for the Environment - Italia).
Gia' responsabile dell'associazione Aires-onlus (Associazione internazionale
ricerca e salute) e' stata organizzatrice di numerosi convegni
medico-scientifici. Presta attivita' di medico volontario nei paesi
africani. E' stata consigliera comunale. E' partecipe e sostenitrice di
programmi di solidarieta' locali ed internazionali. Presidente del Comitato
"Nepi per la pace", e' impegnata in progetti di educazione alla pace, alla
legalita', alla nonviolenza e al rispetto dell'ambiente.
*
Marinella Correggia e' nata a Rocca d'Arazzo in provincia di Asti;
scrittrice e giornalista free lance particolarmente attenta ai temi
dell'ambiente, della pace, dei diritti umani, della solidarieta', della
nonviolenza; e' stata in Iraq, Afghanistan, Pakistan, Serbia, Bosnia,
Bangladesh, Nepal, India, Vietnam, Sri Lanka e Burundi; si e' occupata di
campagne animaliste e vegetariane, di assistenza a prigionieri politici e
condannati a morte, di commercio equo e di azioni contro la guerra; si e'
dedicata allo studio delle disuguaglianze e del "sottosviluppo"; ha scritto
molto articoli e dossier sui modelli agroalimentari nel mondo e sull'uso
delle risorse; ha fatto parte del comitato progetti di Ctm (Commercio Equo e
Solidale); e' stata il focal point per l'Italia delle rete "Global Unger
Alliance"; collabora con diverse testate tra cui "il manifesto", e' autrice
di numerosi libri, e' attivista della campagna europea contro l'impatto
climatico e ambientale dell'aviazione. Tra le opere di Marinella Correggia:
Ago e scalpello: artigiani e materie del mondo, Ctm, 1997; Altroartigianato
in Centroamerica, Sonda, 1997; Altroartigianato in Asia, Sonda, 1998;
Manuale pratico di ecologia quotidiana, Mondadori, 2000; Addio alle carni,
Lav, 2001; Cucina vegetariana dal Sud del mondo, Sonda, 2002; Si ferma una
bomba in volo? L'utopia pacifista a Baghdad, Terre di mezzo, 2003; Diventare
come balsami. Per ridurre la sofferenza del mondo: azioni etiche ed
ecologiche nella vita quotidiana, Sonda, 2004; Vita sobria. Scritti
tolstoiani e consigli pratici, Qualevita, 2004; Il balcone
dell'indipendenza. Un infinito minimo, Nuovi Equilibri, 2006; (a cura di),
Cambieresti? La sfida di mille famiglie alla societa' dei consumi, Altra
Economia, 2006; Week Ender 2. Alla scoperta dell'Italia in un fine settimana
di turismo responsabile, Terre di Mezzo, 2007; La rivoluzione dei dettagli,
Feltrinelli, Milano 2007.
*
Alessandro Pizzi, gia' apprezzatissimo sindaco di Soriano nel Cimino (Vt),
citta' in cui il suo rigore morale e la sua competenza amministrativa sono
diventati proverbiali, e' fortemente impegnato in campo educativo e nel
volontariato, ha preso parte a molte iniziative di pace, di solidarieta',
ambientaliste, per i diritti umani e la nonviolenza, tra cui l'azione
diretta nonviolenta in Congo con i "Beati i costruttori di pace"; ha
promosso il corso di educazione alla pace presso il liceo scientifico di
Orte (istituto scolastico in cui ha lungamente insegnato); e' uno dei
principali animatori del comitato che si oppone all'aeroporto di Viterbo e
s'impegna per la riduzione del trasporto aereo. Sul tema del trasporto
aereo, del suo impatto sugli ecosistemi locali e sull'ecosistema globale, e
sui modelli di mobilita' in relazione ai modelli di sviluppo e ai diritti
umani, ha tenuto rilevanti relazioni a vari convegni di studio.

2. EDITORIALE. LA NONVIOLENZA E' LA VIA

Alla violenza che aggredisce e annienta le persone, alla violenza che
devasta e distrugge la natura, alla violenza che corrompe e dissolve la
civilta', opporsi occorre, qui e adesso.
La nonviolenza e' la scelta necessaria.
La nonviolenza e' la lotta adeguata.
La nonviolenza e' la via.

3. FEMMINICIDIO. FEDERICA FANTOZZI: UOMINI CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE
[Dal quotidiano "L'Unita'" del 3 febbraio 2009 riportiamo pressoche'
integralmente il seguente articolo dal titolo "Gli uomini perbene" e il
sommario "Molti i casi, ma poche le denunce. Spesso l'incubo e' a casa. Ogni
tre giorni in Italia una donna muore per la violenza maschile. Una
statistica da brivido. Un milione di donne ha subito violenza; 126 sono
state uccise. 6,5 milioni di donne hanno subito almeno una volta forme di
violenza fisica o sessuale. 25 novembre, questa la data scelta come giornata
mondiale contro la violenza sulle donne. 14 milioni le donne che, a causa di
una situazione familiare o sociale negativa, rischierebbero la salute e
spesso la vita stessa. Infatti, nella maggior parte dei casi, le violenze
culminano con la morte della donna oggetto delle negative attenzioni. Il
69,7% degli stupri avviene ad opera del partner o di un familiare. Nella
stragrande maggioranza dei casi non viene denunciato"]

Stieg Larsson li chiamerebbe "Uomini che rispettano le donne". Sono i
promotori di un appello contro la violenza lanciato nella tragica estate
2006 di Hina, la giovane pakistana uccisa dal padre a Brescia, e rimodulato
sulla cronaca recente... La segretaria generale della Cgil Tessile Valeria
Fedeli ha chiesto al sindacato nazionale di sottoscriverlo. Il sindaco e la
giunta di Sesto San Giovanni lo hanno fatto proprio e proposto a tutti i
cittadini maschi.
Dietro c'e' l'associazione Maschile Plurale, nata un anno fa per
"reinventare l'identita' maschile e la mascolinita'" sforzandosi di
avvicinare Marte a Venere. Una mosca bianca, nel mare magnum delle
organizzazioni anti-violenza, che senza dubbio piacerebbe allo scrittore
svedese, autore del best seller "Uomini che odiano le donne".
Singoli e gruppi al maschile che nel tempo hanno costruito una rete a
livello locale, tra amicizia e idee comuni, e poi hanno giudicato i tempi
maturi per emergere con un "progetto sociale". Significativo il testo: e'
"giunto il momento di una presa di parola pubblica e assunzione di
responsabilita' da parte maschile". Di qui sedute di autocoscienza
collettive, iniziative politiche, presentazioni culturali, un appuntamento
nazionale a Pinerolo il 21-22 marzo.
Non sono numeri enormi: un centinaio gli iscritti, un migliaio le firme,
molti piu' simpatizzanti e internauti. Racconta Alberto, da Genova:
"L'appello ci ha fatto vedere una realta' piu' grande di quanto
immaginassimo di uomini su questa posizione". Ora hanno uno strumento per
condividerla. Conferma Gianguido Palumbo, uno dei fondatori: "C'e' stato un
tam tam. Il sollievo di poter confrontare dubbi, riflessioni, modi di vita".
Capita, come racconta Alberto, di uomini che "usufruendo di questa piccola
comunita' siano riusciti a incanalare una tendenza alla violenza che
sentivano dentro di se', senza venire condannati". Ma se e' ben accetta la
curiosita' (che soprattutto e' femminile), Palumbo mette in guardia dal
"voyeurismo": "Una trasmissione televisiva ci ha chiesto di filmare un
incontro di autocoscienza maschile. Li abbiamo mandati al diavolo".
Palumbo fornisce un identikit degli aderenti. Eta': dai 40 ai 60,
maggioranza over 50. "Siamo non dico reduci ma militanti di una sensibilita'
sociale che ha fatto gli anni ë70". Generazioni toccate dal femminismo: non
pervenuti ragazzi di oggi. Professioni varie: insegnanti, professionisti,
impiegati, pensionati, qualche operaio. Credenti e non, etero e omosessuali.
Pochi militanti o iscritti a partiti, tutti di sinistra. Dal Pd agli attuali
extraparlamentari: "Nessuno di destra e c'e' un motivo. La politica e'
anzitutto cultura. Il rapporto con il mondo attraverso l'identita' sessuale,
fa parte integrante di te e conduce a una certa militanza. Un associato di
An mi farebbe piacere, ma sarebbe in crisi con la sua tradizione".
Omogeneita' territoriale: da Nord a Sud. A Torino c'e' "Il cerchio degli
uomini", con attivita' teatrali e "lavoro sul corpo". A Pinerolo "Uomini in
cammino", comunita' di cattolici di base gestita da Beppe Pavan, ex prete
poi sposatosi, ex operaio. A Roma e Bologna le presenze piu' strutturate. A
Ragusa e' nato il nucleo "Non piu' sole".
Orazio Leggiero fa parte di "Uomini in gioco": da 7 anni si incontrano tra
Bari e Monopoli, a casa dell'uno o dell'altro. "Ci vediamo quattro volte al
mese - racconta -. E scegliamo il tema da affrontare a livello emozionale,
perche' e' li' che noi siamo carenti. Parliamo del rapporto con i genitori,
i figli, la violenza in generale". Perche' un gruppo maschile si incontra
per dibattere un problema non suo? "Non vogliamo scimmiottare le femministe,
ma si deve partire dal proprio vissuto di genere". Gli amici vi prendono per
matti o vi invidiano? "Avvertiamo un certo disagio, interesse inconfessato.
Ma spesso si uniscono a noi. C'e' sofferenza diffusa".
Per un fenomeno in riemersione, che sia "quantitativa o culturale": "Ormai -
si legge nell'appello - opinione pubblica e senso comune non tollerano piu'
la prevaricazione maschile". Tantomeno se l'"allarme straniero" serve a
rimuovere gli stessi comportamenti "di noi maschi occidentali". Massimo
Greco, caposala al Policlinico di Tor Vergata, ha gestito un corso di
formazione per infermieri che si relazionino con vittime di abusi. 60
iscritti. Il punto: "Le ricerche mostrano che gli operatori sanitari a volte
non capiscono il problema della donna, o scattano stereotipi del tipo
'guarda come era vestita'". Si impara a individuare una vittima che ha paura
di denunciare: lesioni da difesa, come il livido della presa di mani o tagli
sulle braccia, i movimenti, il silenzio. Visti dalle ambulanze, i
maltrattamenti crescono? "Cresce il coraggio di andare in ospedale. Tante
donne non sanno che anche nel matrimonio puo' esserci stupro che richiede il
medico". L'interrogativo finale e' perche' uomini rispettosi delle donne
sentano il bisogno di impegnarsi in prima linea: "Noi non abbiamo mai alzato
le mani - dice Leggiero -. Ma questo non ci assolve del tutto". E' il senso
di colpa maschile? "Direi introiettato nel profondo. C'e' una colpa
collettiva di cui dobbiamo farci in parte carico".

4. RIFLESSIONE. LUIGI CANCRINI: IL ROGO
[Dal quotidiano "L'Unita'" del 3 febbraio 2009 col titolo "Il Paese dei
nemici immaginari"]

Tre persone "fatte", per loro stessa ammissione, di alcool e di hashish
inzuppano di benzina gli stracci di un indiano che dorme e gli danno fuoco.
Sono alla ricerca, dicono, "di un'emozione forte per finire la serata".
La riflessione politica su un comportamento di questo tipo (la drammatica
vicenda di Nettuno) riporta alle origini del fascismo, una crisi economica
che mette a dura prova la sicurezza delle famiglie e il futuro dei giovani e
un comportamento irresponsabile di troppe autorita' che orientano l'odio
verso un nemico immaginario: i comunisti che occupavano le fabbriche ieri,
gli emigranti che occupano il tuo territorio oggi.
La riflessione sociologica riporta alla noia della citta' di provincia, alle
notti brave di troppi giovani che vagano senza scopo alla ricerca di qualche
cosa che sostituisca il vuoto di una vita in cui i bisogni materiali sono
soddisfatti da altri e quelli piu' personali, legati alla capacita' di
realizzarsi ed alla costruzione di una immagine soddisfacente del Se' non
sono neppure immaginati.
La riflessione sui valori riporta alle famiglie, d'altra parte, oneste e
perbene nella misura in cui sono capaci di vivere dentro le regole proprie
della societa' civile e tuttavia incapaci, per cio' che riguarda un'etica
dei valori, di insegnare ai figli che le loro emozioni, forti o deboli che
siano, non sono piu' importanti della vita degli altri.
Proponendo problemi enormi da tutti i punti di vista, politico, sociologico
e valoriale a chi questo tragico susseguirsi di vicende assurde voglia
davvero tentare di arrestare. Non dimenticando, pero', perche' anche questo
conta, il problema di chi, lavorando con le persone e con le famiglie deve
riuscire a capire perche' solo alcuni dei giovani che vivono in una
situazione che e' la situazione di tutti o, almeno, di tanti, arrivano a
fare follie cosi' macroscopiche.
Quella che chi ci lavora deve avere bene chiara, infatti, e' la complessita'
di un mondo in cui ogni sistema, personale e famigliare, gode di una sua
relativa autonomia ed in cui le circostanze sfavorevoli di ordine politico,
sociologico o valoriale rendono un po' piu' probabili ma mai obbligate
follie come quelle di cui stiamo parlando.
Chiedendo a chi di questi e di altri poveri ragazzi si occupera', di
recuperare e di ricostruire il filo che si e' spezzato dentro di loro:
agganciandosi alla possibilita' che ognuno di loro ha o non ha di ricucire
le fratture grandi che, senza saperlo, si porta dentro. Sapendo che una
condanna forte e chiara ed una pena proporzionata alla gravita' di quello
che hanno fatto sono la premessa necessaria, tuttavia, di un qualsiasi
percorso di recupero.

5. RIFLESSIONE. BRUNO GRAVAGNUOLO INTERVISTA GIAN ENRICO RUSCONI
[Dal quotidiano "L'Unita'" del 3 febbraio 2009 col titolo "L'Italia non c'e'
piu'. La violenza nasce dalla fine della societa'. Intervista a Gian Enrico
Rusconi di Bruno Gravagnuolo" e il sommario "L'analisi del politologo. Il
nostro e' un Paese sfaldato, dove tutte le patologie di sempre esplodono,
magari con la violenza di branco. E non c'e' piu', da molti anni, alcuna
forza morale capace di tenerlo insieme"]

"Paese sfaldato, che affonda da tempo. Ma dove a un certo punto tutte le
patologie di sempre fanno massa ed esplodono, magari con la violenza di
branco". Diagnosi cupa sullíItalia di oggi quella di Gian Enrico Rusconi,
germanista, storico e politologo, da sempre attento al fattore identitario.
Da Berlino, dove e' di casa e di studio, ci comunica intanto la percezione
"esterna" di un'Italia che implode. Priva di classe politica e in preda a
una sorta di ingovernabilita' molecolare: dei sentimenti, del costume, delle
relazioni sociali. Un male che s'aggrava con la crisi economica globale e
con i flussi migratori. Sotto la cui pressione rischiamo per Rusconi di
restare stritolati.
*
- Bruno Gravagnuolo: Professor Rusconi, dagli stupri di gruppo alle violenze
sugli immigrati e alle rivolte dei disperati, assistiamo in Italia a un
imbarbarimento del costume e a un deficit capillare di "autocontrollo"
sociale. Tutto cio' che impressione le fa visto dalla Germania?
- Gian Enrico Rusconi: In Germania rispetto all'Italia la situazione pare
relativamente tranquilla. E c'e' un'emergenza italiana in questo momento. La
parola chiave resta "imbarbarimento", solo che non bisogna stupirsi troppo.
Certi fenomeni da noi sono antichi. E sarebbe ora di smetterla con la
retorica di una societa' civile buona, contrapposta alla politica o ad
agenti alieni perversi. Si svela qui la profonda corruzione della societa'
civile e la caduta di ogni velo ipocrita: gli italiani non sono buoni e
generosi. Ne' sono meglio di altri popoli. Emergono etnocentrismo e
xenofobia come altrove, ma con l'aggravante di un ritardo maggiore su questi
temi: istituzionale, culturale e politico. E il ritardo e' di tutti, da
destra a sinistra. E anche la Chiesa non lo percepisce fino in fondª.
*
- Bruno Gravagnuolo: Spesso la Chiesa fa da argine contro il razzismo e la
Lega...
- Gian Enrico Rusconi: Spesso agisce da presidio. Ma da' l'impressione di
non capire nel profondo certi sintomi, di non raggiungere davvero le
coscienze, malgrado la sua pretesa di incarnare l'etica pubblica. Il punto
e' la reale incidenza antropologica della Chiesa. In un contesto degradato
non solo dagli illegalismi tollerati e diffusi, ma compromesso dalla
volgarita' del linguaggio, a cominciare da quello dei media. Nonche'
dall'ottimismo di maniera legato al berlusconismo.
*
- Bruno Gravagnuolo: Lei mette l'accento sullo sfaldamento civile e sulla
mancanza di Auctoritas condivisa?
- Gian Enrico Rusconi: Si', la nostra e' una societa' decaduta e non esiste
alcuna Auctoritas in grado di farvi fronte.
*
- Bruno Gravagnuolo: Eppure nel quadro di ottimismo ipocrita, si leva forte
l'appello a legge e ordine e a esecutivi decisionisti, o no?
- Gian Enrico Rusconi: La disgregazione genera sempre il desiderio di capi
carismatici, che e' l'altra faccia dell'insicurezza. Ma e' un mulinare a
vuoto, destinato a cadere nel nulla. Nel nulla della volgarita' imperante
del linguaggio televisivo, o di quello politico, spesso da avanspettacolo.
*
- Bruno Gravagnuolo: Nulla del linguaggio e linguaggio del nulla. Sa che i
ragazzi di Nettuno hanno detto di aver bruciato l'indiano per gioco e non
per razzismo?
- Gian Enrico Rusconi: Patologia ben nota, da nichilismo di periferia, senza
dover risalire a esempi culturali piu' illustri. Ovvio che il nulla venga
riempito con gesti gratuiti e distruttivi, per dotarsi di un'esistenza. E'
il trionfo dell'anomia, che in sociologia da Durkheim in poi significa
atrofia dei legami e dissoluzione dell'individuo. Con contraccolpi reattivi
di violenza gratuita, magari sul piu' debole. Ma tutto questo e' il
disvelamento di qualcosa di antico che adesso esplode. E' l'espressione di
un disfacimento da paese declassato, senza politiche e senza grande
politica.
*
- Bruno Gravagnuolo: Giuseppe de Rita parla dell'ascesa del branco come
unita' identitaria per spiegare la violenza. Categoria troppo "micro"?
- Gian Enrico Rusconi: De Rita ha fiuto, e il branco allude anche a qualcosa
di piu' generale: lobby, corporazioni, comitati d'affari, etnie. Alla fine
torniamo sempre li'. Alla societa' civile italiana liquefatta e
inselvatichita. Non esiste, e da tempo, alcuna forza morale capace di tenere
insieme un paese che non c'e' piu'.
*
- Bruno Gravagnuolo: Gioca un ruolo la nascita di partiti gassosi,
trasversali e privi di nuclei emotivi e simbolici condivisi?
- Gian Enrico Rusconi: Certo che si', ma si tratta di una causa o di un
sintomo?
*
- Bruno Gravagnuolo: Un circolo vizioso?
- Gian Enrico Rusconi: Appunto.

6. DIRITTI. MARIO PORQUEDDU: ASILO
[Dal "Corriere della sera" del 31 gennaio 2009 col titolo "Unhcr: non
possono essere respinti" e il sommario "Immigrazione, chiede asilo il 75% di
chi arriva per mare. A fine 2008 le istanze ricevute dalle commissioni erano
31.097. Gia' valutate 21.933. Le procedure. L'esame delle domande e' lungo e
complesso. Il trasferimento in centri appositi"]

Era il 1999, l'anno della guerra in Kosovo. Migliaia di persone in fuga dai
Balcani bussarono alle porte d'Italia e le richieste d'asilo, che solo due
anni prima erano state circa 2.000, superarono le 33.000; una cifra senza
precedenti per il nostro Paese. Allora si parlo' di emergenza profughi. Sono
passati dieci anni e molte cose sono cambiate. Dal Kosovo in Italia non
arriva piu' quasi nessuno, ma nel mondo si continua a scappare da Paesi in
guerra, persecuzioni, aree di crisi. Alla fine del 2008 le commissioni
territoriali per il diritto d'asilo in Italia avevano ricevuto 31.097
richieste: 21.933 sono state valutate. In 9.478 casi le udienze si sono
concluse con un diniego, 10.849 hanno avuto esito positivo. Il nostro Paese
ha riconosciuto lo status di rifugiato - pensato per chi e' vittima di una
persecuzione ad personam - a 1.695 richiedenti, e ha accordato forme di
protezione sussidiaria o umanitaria in altre 9.154 occasioni.
Per capire la realta' descritta dai numeri, pero', occorre qualche
confronto. Nel 2007 in Italia le domande d'asilo sono state 14.000. L'anno
prima furono circa 10.500. C'era un crescendo e quest'anno c'e' stato un
picco. "Ma stupisce vedere come, di fronte a cifre simili a quelle di dieci
fa, la situazione sia sempre di affanno - dice Laura Boldrini, portavoce
dell'Unhcr, l'Alto commissariato Onu per i rifugiati -. Non si e' riusciti a
prevedere il fenomeno e inserirlo in termini di risorse nel budget dello
Stato. La mancanza di programmazione ha impedito che si creasse un sistema
adeguato. Cosi' ogni anno si finisce per dichiarare lo stato di emergenza a
livello regionale o nazionale perche' servono piu' fondi per offrire
accoglienza alle persone. Questo crea confusione nell'opinione pubblica,
come se il Paese dovesse difendersi da un'invasione. Non e' cosi'". Un
fattore che distorce la percezione e' che sempre piu' spesso la strada dei
richiedenti asilo passa per Lampedusa. Quella che nell'immaginario italiano
rimane "l'isola dei clandestini", da almeno un paio d'anni e' la principale
porta d'ingresso per donne e uomini che fuggono verso l'Europa perche' la
loro vita e' in pericolo. Le carrette del mare sono le stesse, ma i flussi
migratori sono cambiati. Nel 2008 (dati del Viminale) sono sbarcate sulle
coste italiane 36.952 persone: 30.657 hanno preso terra a Lampedusa. "Dal
mare, pero', arriva solo il 15% dei clandestini presenti sul territorio
nazionale - ha spiegato il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, una
decina di giorni fa -. Anche trovando la soluzione alla questione Lampedusa
risolveremmo solo parte del problema: l'85% degli immigrati giunge nel
nostro Paese con visti turistici, poi li fa scadere e rimane". Altri perdono
il lavoro, non ne trovano uno entro 6 mesi ed entrano in clandestinita'.
L'Unhcr ribadisce: "Le nostre statistiche dicono che il 75% di chi e'
arrivato in Italia dal mare nel 2008 era un richiedente asilo. Queste
persone non possono essere respinte, a meno di violare la Convenzione di
Ginevra. Percio', quando si firmano accordi bilaterali tra Stati nell'ambito
della lotta all'immigrazione irregolare, come quelli sui pattugliamenti
delle coste africane, ci devono essere garanzie specifiche per i richiedenti
asilo".
Lo status di rifugiato e' concesso con parsimonia, perche' accordarlo a chi
non ne ha diritto indebolirebbe lo strumento di protezione. L'Ue a fine 2007
dava asilo a 1.400.000 persone. In Italia i rifugiati sono 38.000, uno ogni
1.500 residenti (la cifra non comprende minori e rifugiati riconosciuti
prima del '90). Non sono molti: Norvegia, Germania e Svezia ospitano oltre 7
rifugiati ogni 1.000 abitanti. Da noi la procedura standard funziona cosi':
prendendo ad esempio Lampedusa, un funzionario dell'Unhcr comunica a ogni
persona che sbarca le informazioni in materia di asilo, illustra le regole,
spiega che non tutti hanno titolo per fare domanda. Qualcosa di simile
avviene ai valichi di frontiera, a Fiumicino e Malpensa, nei porti di Bari,
Brindisi, Ancona e Venezia, dove spesso a fare questo lavoro e' il personale
di associazioni come Caritas o Consiglio italiano per i rifugiati. Chi vuole
chiedere asilo viene indicato alle autorita', e' fotosegnalato, gli prendono
le impronte digitali e le generalita'. Poi, se privo di documenti, parte per
un "Cara", Centro di accoglienza per richiedenti asilo, mentre se ha soldi e
passaporto e' libero di spostarsi dove vuole. I "Cara" sono aperti, di
giorno le persone entrano ed escono a piacimento, perche' chi chiede
protezione non ha interesse a scappare. Il passo successivo e' compilare il
modulo "C3", con il quale chi ha lasciato il suo Paese e non puo' tornarci
comincia a raccontare alle forze di polizia italiane la sua storia. A quel
punto inizia l'attesa. Dall'arrivo nel "Cara" all'audizione si aspetta, in
media, circa 4 mesi. Dipende dall'arretrato che le commissioni devono
smaltire: in questo momento le "istanze in attesa di esame" sono circa
10.000. In Italia fino a pochi mesi fa operavano 10 commissioni, a novembre
un decreto ha istituito altre 5 sottosezioni: sono tutte composte da un
prefetto, un rappresentante della polizia, uno dell'Anci e uno dell'Unhcr.
Se il caso che esaminano e' lampante il colloquio con il richiedente asilo
puo' risolversi in 45 minuti. Altre volte si parla per ore. L'intervistato
deve spiegare perche' e' fuggito da casa sua, meglio se fornisce delle
prove: "Capita che mostrino tesserini di appartenenza a un partito di
opposizione, articoli di giornale che hanno scritto, documenti che
dimostrano la residenza in un luogo dove c'e' guerra - spiega Boldrini -.
Poi molto dipende dalla loro credibilita'. Chi conduce l'audizione fa
domande incrociate, prende informazioni sui Paesi di origine presso il
database dell'Unhcr e le ambasciate italiane. E' un lavoro complicato: hai
di fronte una persona che non conosci, ti racconta una storia, parla di
tragedie, di violenza. A volte capita che si esprima bene, altre volte che
sia quasi incapace di parlare. Magari a causa dei traumi subiti, o
semplicemente perche' non e' spigliato. Tu non gli credi, decidi per un
diniego: espulsione, cinque giorni per lasciare l'Italia. E allora ti porti
dentro il dubbio: perche' non gli ho creduto? Avro' fatto bene?". I tempi
per il ricorso sono di 15 giorni se sei all'interno di un "Cara" e di 30 se
vivi altrove, fuori dal centro. Dati sul numero dei ricorsi non ce ne sono.
Sull'asilo, l'Italia ha recepito le normative europee con standard superiori
a quelli minimi stabiliti da Bruxelles: i richiedenti possono avere un
avvocato durante l'audizione e chi ottiene lo status di rifugiato non deve
indicare requisiti di reddito per il ricongiungimento familiare. Ma la vita
puo' non essere facile nemmeno per loro. Il Sistema di protezione per
richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), garantisce ospitalita' ad alcune di
queste persone in strutture messe a disposizione da piu' di 100 Comuni
italiani. Ognuna di loro costa circa 25 euro al giorno: il grosso lo paga il
Viminale, ma negli anni altri soldi sono venuti dall'8 per mille, da fondi
europei, in piccola parte dalle casse dei Comuni. I posti a regime, pero',
sono pochi: 2.600 l'anno scorso, 3.000 in quello appena iniziato. Insomma,
la maggioranza rimane fuori. E l'accoglienza e' a tempo: 6 mesi, che servono
da "accompagnamento verso l'autonomia". Poi la collettivita' smette di
occuparsi di loro.

7. DIRITTI. MARIOLINA IOSSA: DA MOGADISCIO A ROMA
[Dal "Corriere della sera" del 31 gennaio 2009 col titolo "Un anno e mezzo
in attesa di una risposta" e il sommario "Dalla Somalia all'Italia, in fuga
dalla guerra. Ma siamo chiusi nel centro, non era quello che sognavamo"]

Scappano i somali. Scappano dalla guerra, dagli etiopi, dai bombardamenti,
dai pestaggi e dai fondamentalisti islamici. Da una vita che non e' piu'
vita, da una citta', Mogadiscio, dove c'era il grande mercato che dava da
lavorare a tre milioni di persone e ora e' distrutto. Ali' ha 34 anni, sta
in Italia da sei mesi, nel centro di Castelnuovo di Porto, vicino a Roma.
Viene da Mogadiscio, ci sono voluti mesi e un viaggio lungo per arrivare
qui. "Ho detto basta il giorno in cui un mortaio ha distrutto la nostra
casa, ha ucciso mio padre e la moglie di mio fratello, un altro fratello ha
perso una gamba. Basta lo dicono in tanti, vendono le case, i terreni e
partono".
Ma avere un gruzzolo non basta. Raggiungere l'Italia e' difficile. Continua
Ali': "Da Mogadiscio sono arrivato a Gibuti e ci sono rimasto due mesi, ho
lavorato per guadagnare i soldi che mi servivano per il pezzo di viaggio
successivo. Il lavoro si trova cosi': vai nei posti dove sai che al mattino
presto arrivano degli uomini con i camion e ti portano dove serve, a mungere
le mucche, tosare le pecore, raccogliere la frutta, fare il muratore,
qualunque cosa. In Eritrea sono stato un mese, in Sudan due. Da li' per
attraversare il deserto devi pagare le bande di trafficanti, due, trecento
dollari per ogni pezzo di strada. Una banda ti vende ad un'altra banda e
devi pagare. Dopo 25 giorni nel deserto sono arrivato a Kufra, in Libia. Ci
hanno messo in un capannone e ci hanno detto che se non pagavamo 250 dollari
a testa non saremmo stati liberati".
Quelli che non possono pagare sono denunciati alle autorita' libiche e
sbattuti nelle carceri. Omar, 21 anni, e' stato in carcere "2 mesi e 23
giorni, poi ci hanno liberato, li' i poliziotti sono corrotti, abbiamo dato
i numeri di telefono delle nostre famiglie a Mogadiscio e loro hanno chiesto
un riscatto. Come ha pagato la mia famiglia? Mio padre e' morto anni fa, mia
madre ha chiesto aiuto ai parenti, hanno fatto una colletta e hanno spedito
i soldi".
Per liberare Omar i libici hanno preteso 600 dollari ma appena lui e gli
altri hanno messo piede fuori dal carcere, quegli stessi poliziotti hanno
avvisato i trafficanti di uomini che li hanno ripresi ed e' ricominciato il
ricatto dei soldi in cambio della liberta'.
Iman, 36 anni, ha lasciato la Somalia "per questa guerra civile che dura da
venti anni e che ha distrutto il mio Paese. In viaggio per Kufra su un
camion con altri profughi una banda ci ha saccheggiato, ci ha portato via
tutto, le cose, i soldi. Hanno costretto tre ragazze somale a scendere dal
camion e le hanno violentate sotto i nostri occhi. Ci puntavano il fucile
alla testa, non potevamo fare niente. Poi ci hanno lasciato andare. A Kufra
un'altra banda di trafficanti ci ha massacrato di botte e ci ha chiesto 500
dollari per arrivare a Tripoli".
Tripoli, la tappa finale degli esuli somali in viaggio verso l'Italia. A
Tripoli si sta almeno 5, 6 mesi per lavorare e guadagnare quegli 800-900
dollari da dare agli scafisti per la traversata in mare coi barconi. Ali' ce
l'ha ancora negli occhi il viaggio su quel barcone. "Ho avuto una paura che
non posso dimenticare. In mezzo al mare c'erano solo due possibilita':
vivere o morire. La barca era lunga non piu' di 8 metri, ci stavamo in 45.
Se resto vivo, ho pensato, avro' tutta la vita davanti e saro' libero.
Quando ho visto la motonave italiana con la bandiera che sventolava ho
pensato: e' fatta, vengono a salvarci. Ero veramente felice". Ma la
felicita' dura poco, il tempo di dire: sono un profugo, scappo dalla Somalia
in guerra e Ali', Iman, Omar si ritrovano nel centro di Castelnuovo di
Porto. Non sono proprio rifugiati politici ma hanno una protezione. Devono
sottoporsi ad un'audizione ma per farla aspettano mesi, poi altri mesi per
avere il permesso di soggiorno. Loro ancora non ce l'hanno. Come Raghe, 20
anni. "A Mogadiscio studiavo all'universita', poi la mia famiglia mi ha
detto: va via di qua, questa non e' vita. L'universita' era spesso chiusa,
le lezioni sospese, gli studenti perseguitati dagli integralisti islamici.
Io qui spero di studiare e di trovare un lavoro, di vivere una vita vera. Ma
per ora non vedo niente, stiamo al centro tutto il giorno, non conosciamo la
lingua, non possiamo lavorare senza permesso di soggiorno, non ci sono
scuole, assistenza, aiuti, niente che ci prepari ad integrarci. Mangiamo,
beviamo e dormiamo. Io sognavo l'Italia, non pensavo che fosse questo".
Abdullahi, 19 anni, sorride e annuisce: "Io mi sento il cervello spento".
Quando arrivera' il permesso di soggiorno, per Ali', Omar, Iman, Raghe e
Abdullahi sara' passato almeno un anno e mezzo dall'addio a Mogadiscio. Le
porte del centro di accoglienza si apriranno e fuori ci sara' il nulla.
"Roma e' piena di somali esuli con il permesso di soggiorno che non riescono
a integrarsi, a trovare lavoro", dice amaro Iman.

8. MONDO. MARINELLA CORREGGIA: LA GUERRA AI CONTADINI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 31 gennaio 2009 col titolo "Guerra ai
contadini"]

Effetti collaterali della guerra sul settore primario. Un recente comunicato
della Palestinian Farmers Union (Unione degli agricoltori palestinesi)
pubblicato sul sito del sindacato contadino internazionale La Via Campesina
(www.viacampaesina.org) da' conto delle distruzioni arrecate dalla guerra
all'agricoltura che nella Striscia offriva occupazione a 40.000 persone, il
12,7% della forza lavoro, coprendo almeno un quarto del fabbisogno
alimentare degli abitanti. La Pfu, con il sostegno del Coordinamento europeo
di Via Campesina, lancia una raccolta di fondi che permetta di ricostruire
"l'agricoltura distrutta dalla macchina da guerra". Trenta gli agricoltori
uccisi dalle bombe mentre lavoravano nei campi.
Il disastro anche agricolo di Gaza e' stato descritto ieri anche in un
comunicato della Fao. Secondo l'agenzia Onu, "praticamente tutte le 13.000
famiglie di Gaza che dipendono dall'agricoltura, dall'allevamento e dalla
pesca hanno subito danni materiali alle loro attivita' produttive, molte
delle quali sono andate completamente perse". "Gli agricoltori, che gia'
faticavano prima dell'ultimo attacco israeliano, ora soffrono una perdita
irreversibile dei loro mezzi di sussistenza e non sono in condizioni di
recuperarli. Per molte donne i cui mariti sono stati uccisi o feriti nelle
ultime settimane, diventa sempre piu' difficile nutrire la famiglia" ha
spiegato il coordinatore Fao a Gerusalemme.
La situazione della produzione alimentare era gia' gravemente compromessa da
18 mesi di blocco delle frontiere che ha impedito l'export di derrate, reso
gli input per l'agricoltura troppo costosi o semplicemente irreperibili e
limitato l'accesso alle terre e al mare. Gia' prima dell'attacco da poco
concluso, secondo la Fao la popolazione non aveva quasi piu' accesso ad
alimenti nutrienti, a prezzi bassi e localmente prodotti; un numero
crescente di famiglie dipendeva dagli aiuti alimentari ed era obbligata a
far ricorso ad alimenti piu' economici e pero' scarsamente nutrienti.
La Pfu, organizzazione degli agricoltori palestinesi, calcola che il blocco
ha provocato al settore agricolo un danno pari a quasi cento milioni di
dollari, non solo per l'impossibilita' di importare input ma per quella di
esportare prodotti dell'orticoltura, dell'ulivicoltura; a cio' si sono
aggiunte le restrizioni all'esercizio della pesca. Ma l'ultimo attacco ha
portato "alla distruzione di tutto, dagli esseri umani alle pietre; i
bulldozer hanno distrutto i canali di irrigazione, sradicato alberi,
danneggiato colture, demolito serre e stalle".
Mentre l'attacco era ancora in corso, un gruppo di membri della Pfu ha
iniziato un lavoro di verifica dei danni, ed ecco i primi risultati.
L'unita' di misura utilizzata e' il dunum, adottato a partire dall'eta'
ottomana in vari paesi arabi per calcolare le superfici agricole, e pari a
1.000 metri quadrati, un decimo di ettaro. Alberi da frutto (agrumi, ulivi,
altro): 5.150 dunum. Canali di irrigazione: 5.150 dunum. Serre agricole del
tutto distrutte: 450 dunum; serre agricole parzialmente distrutte: 225
dunum; serre agricole completamente distrutte nelle zone liberate dagli
insediamenti: 700 dunum. Condutture idriche principali per l'irrigazione:
quasi 50.000 metri. Pozzi d'acqua distrutti: 185. Cisterne di cemento
distrutte: 230. Piccole riserve di acqua distrutte: 680. Colture cerealicole
schiacciate dai buldozer: 4.900 dunum. Colture vegetali non in serra
distrutte: 4.450 dunum. Pollai distrutti: 175. Stalle per bovini e pecore
distrutte: 285. Vivai di alberi distrutti: Strade rurali danneggiate: 75 km.

9. MONDO. MARINA FORTI: IL BARATTO ALIMENTARE
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 28 gennaio 2009 col titolo "Il baratto
alimentare"]

Il baratto e' tornato in auge. Nulla di male, in fondo e' la forma piu'
antica di scambio commerciale. Fa un po' strano pero' sapere che sono degli
stati a farne uso, e che l'oggetto sono derrate alimentari. E' il quotidiano
finanziario "Financial Times" a dare la notizia, nella sua prima pagina di
ieri: sono sempre di piu' i governi che fanno ricorso a scambi in natura per
assicurarsi forniture di derrate alimentari, scrive. Contratti importanti,
in qualche caso per il valore di centinaia di milioni di dollari: secondo il
quotidiano londinese si tratta di una delle conseguenze della crisi
finanziaria globale. In sostanza, di fronte a prezzi delle derrate
alimentari piu' alti e alla difficolta' di procurarsi crediti per finanziare
i propri acquisti, i governi di nazioni povere o anche a medio reddito
ricorrono ad accordi di scambio - pratica commerciale raramente usata negli
ultimi venti anni (e di solito solo da paesi colpiti da embargo). Viene da
pensare che indebitarsi per sfamare i propri cittadini non e'
necessariamente un'alternativa piu' fortunata... ma sorvoliamo.
Qualche esempio serve a chiarire di cosa parliamo. Ovviamente nessun paese
ha quantificato l'entita' degli accordi conclusi, anzi molti non vogliono
neppure confermare che tali accordi di scambio esistano, ma il "Financial
Times" puo' citare fonti varie (tra cui il Programma alimentare mondiale,
delle Nazioni Unite, e diversi funzionari di governi interessati) a sostegno
di quanto scrive. Accordi di scambio sono, ad esempio, quelli conclusi dalla
Malaysia che fornira' olio di palma a Corea del Nord, Cuba e Russia in
cambio di fertilizzanti e macchinari. Sempre la Malaysia e' in trattative
per altri accordi con Marocco, Giordania, Siria e Iran. La logica e'
riassunta dal ministro malaysiano del commercio, Datuk Peter Chin Fah Kui:
lo scambio viene usato con paesi che non hanno la liquidita' finanziaria per
comprare ma possono fornirci delle materie prime o delle merci che a noi
servono. Altro esempio: la Thailandia, uno dei maggiori esportatori di riso,
sta discutendo forniture in regime di scambio con diversi paesi
mediorientali, incluso l'Iran. Le Filippine, che invece sono il maggiore
importatore di riso, si sono gia' assicurate il fabbisogno di quast'anno con
un accordo diplomatico con il Vietnam.
La notizia e' tanto piu' degna di nota mentre le Nazioni Unite avvertono di
una prossima, imminente nuova crisi sul mercato alimentare, con prezzi
destinati a nuove fiammate di rialzo - un po' come l'anno scorso, ma questa
volta in un panorama mondiale di crisi. Resta da spiegare perche' sono
destinati a salire i prezzi degli alimentari se il corso internazionale
delle derrate agricole e' calato dall'estate scorsa - ed e' calato anche il
prezzo del petrolio, che un anno fa veniva citato tra le cause del rincaro
dei costi e quindi dei prodotti agricoli. Fatto sta che a Madrid, un
"vertice ad alto livello" convocato dalle Nazioni Unite sulla "sicurezza
alimentare", che si e' concluso ieri, ha segnalato che la crisi dei prezzi
alimentari non e' affatto conclusa. E la Fao e' stata esplicita: il numero
di affamati e' aumentato di 40 milioni l'anno scorso, eppure basterebbe
investire 30 miliardi l'anno in infrastrutture e produzione agricola per
eliminare le cause profonde della fame.

10. RIFERIMENTI. PER CONTATTARE IL COMITATO CHE SI OPPONE ALL'AEROPORTO DI
VITERBO

Per informazioni e contatti: Comitato contro l'aeroporto di Viterbo e per la
riduzione del trasporto aereo: e-mail: info at coipiediperterra.org , sito:
www.coipiediperterra.org
Per contattare direttamente la portavoce del comitato, la dottoressa
Antonella Litta: tel. 3383810091, e-mail: antonella.litta at libero.it
Per ricevere questo notiziario: nbawac at tin.it

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Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 155 del 4 febbraio 2009

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