Minime. 638



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 638 del 13 novembre 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Le stragi afgane, l'apartheid in Italia
2. Giorgio Luti
3. Adriano Apra' ricorda Raffaele Andreassi
4. Ivan Della Mea ricorda Luciano Della Mea
5. Alessandro Portelli ricorda Studs Terkel
6. Giovanna Providenti ricorda Malalai Kakar
7. Silvia Calamandrei presenta "The Man Who Loved China" di Simon
Winchester, biografia di Joseph Needham
8. L'agenda "Giorni nonviolenti 2009"
9. L'Agenda dell'antimafia 2009
10. La "Carta" del Movimento Nonviolento
11. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. LE STRAGI AFGANE, L'APARTHEID IN ITALIA

Una e la stessa e' la lotta contro la guerra e contro il razzismo.
Opporsi occorre all'infinita carneficina afgana, alla guerra terrorista e
stragista, imperialista e razzista, mafiosa e totalitaria cui anche l'Italia
sciaguratamente scelleratamente partecipa in violazione del diritto
internazionale e della legalita' costituzionale. Opporsi occorre a questo
immane crimine: e la via e' nel ripudio della guerra, nella scelta della
pace, nel disarmo e nella smilitarizzazione dei conflitti, nel salvare le
umane vite anziche' sopprimerle.
*
Il regime della segregazione razzista ha raggiunto l'Italia: dagli enti
locali al governo e' un'eruzione continua, un'orgia ribollente di razzismo
istituzionale, di barbarie nazista. Con le ronde, la camorra e i sadici
annidati fin nelle istituzioni ad agire come bande armate, seviziatrici,
assassine. Opporsi occorre a questo quotidiano orrore, per ripristinare la
legalita' costituzionale, la primazia della dignita' umana e dello stato di
diritto, il riconoscimento di tutti i diritti umani a tutti gli esseri
umani, come e' scritto in quel patto giurato sessant'anni fa dai paesi
civili del mondo tutto che si chiama Dichiarazione universale dei diritti
umani.
Una e la stessa e' la lotta contro la guerra e contro il razzismo.

2. LUTTI. GIORGIO LUTI

Giorgio Luti e' stato un maestro.
Tra i suoi libri quello che abbiamo piu' amato apparve nel 1987 nelle
Edizioni cultura della pace di padre Balducci: L'utopia della pace nella
Resistenza, una raccolta di lettere e testimonianze della Resistenza europea
(in gran parte estratte dalle due classiche raccolte einaudiane delle
lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana ed europea) aperte
da un suo ampio saggio.
Nato nel 1926, aveva preso parte alla Resistenza Giorgio Luti, ed e' stato
un illustre studioso della letteratura italiana e un docente universitario
di chiara fama.
Qui gli rendiamo, addolorati e grati, un estremo saluto.

3. MEMORIA. ADRIANO APRA' RICORDA RAFFAELE ANDREASSI
[Dal quotidiano "Il manifesto" dell'11 novembre 2008 col titolo "Il mio
pittore naif lungo le rive del Po" e il sommario "Cinema. E' morto Raffaele
Andreassi, regista vagabondo fra le regioni della penisola. Un ricordo del
cineasta scomparso, autore isolato appassionato di storie italiane 'minori',
dalle inchieste degli anni Sessanta alla vita di outsider come Antonio
Ligabue. Fra i suoi film, I lupi dentro, affresco epico girato nella Bassa
Padana"]

Nato nel 1924 a L'Aquila, cresciuto a Reggio Emilia, trasferitosi a Roma
nell'immediato dopoguerra, Andreassi e' un autore "isolato", da scoprire.
Oltre a un libro di poesie (Paesi del cuore, 1958) e all'attivita' di
giornalista e di fotografo, ha realizzato, dal 1950, un centinaio fra
cortometraggi e documentari, molti dei quali sull'arte. Per la televisione,
oltre ad alcuni "caroselli", ha diretto, fra il 1962 e il 1975, una trentina
di servizi a carattere giornalistico e documentaristico. Nel 1963 realizza
il film-inchiesta I piaceri proibiti, mentre del 1969 e' il film di finzione
Flashback, selezionato in concorso al festival di Cannes. Infine, nel 1999,
porta a termine una sorta di summa della sua opera di documentarista d'arte,
con risultati che vanno molto al di la' delle premesse: I lupi dentro, tre
ore sui pittori naif della bassa padana.
Del suo vasto lavoro di cortometraggista solo una quarantina di titoli sono
visionabili, e diversi fra quelli preferiti dall'autore mancano ancora
all'appello; praticamente sconosciuta resta la sua attivita' televisiva,
data la nota chiusura degli archivi Rai ai ricercatori esterni; quanto a I
piaceri proibiti e Flashback, gia' passati inosservati all'uscita, ne
esistono per ora solo copie della Cineteca Nazionale.
Basta tuttavia la visione, oltre che dei lungometraggi, di una ventina dei
suoi cortometraggi realizzati fra il 1955 (il primo reperito e' Gli uomini
del sale) e il 1969 (L'orizzonte) - i successivi mediometraggi sull'arte
sono in genere meno interessanti, gia' troppo contaminati da tecniche
"televisive" - per imporre il nome di Andreassi all'attenzione. Rispetto
alla produzione cortometraggistica dell'epoca, la sua si distingue per
rigore formale, assenza o riduzione all'essenziale di voce fuori campo e
musica, presenza di voci e suoni d'ambiente registrati in diretta. Lo stile
e' improntato a una ricerca, attenta anche se discreta, della giusta
composizione dell'inquadratura, animata spesso da panoramiche e carrelli,
che apparenta Andreassi alle ricerche di Antonioni e Zurlini.
Colpisce il suo vagabondaggio attraverso ogni regione della penisola alla
scoperta di realta' "minori" trasfigurate, quasi bloccate nel loro tempo e
nel loro spazio, da una macchina da presa insieme partecipe e distanziata.
La realta', anche quando colta in presa diretta, e' sempre una realta' messa
in scena. Tipici in questo senso sono certi momenti di Ligabue al lavoro (in
Lo specchio, la tigre e la pianura, 1960, e Antonio Ligabue pittore, 1965),
in cui il pittore sottopone la realta' a una trasformazione non dissimile,
nel procedimento piu' che nello stile, da quella operata dal regista con le
sue inquadrature. Ancora piu' emblematico, quasi programmatico, e' il
confronto congiunto, nel bellissimo Agnese (1961), fra il ritratto di una
modella fatto dal regista e quello fatto da De Chirico.
Non sorprende l'oscillare di Andreassi tra documentario - I fidanzati
(1957), Lettera dalla provincia (1960), Bambini (1960), Amore (1965), Gli
animali (1965) - e finzione - Mezzafaccia (1959), Epilogo (1960), Tornare
all'alba (1962), La citta' calda (1962) - poiche' per lui non c'e' realta'
che non suggerisca una forma. Il suo sguardo costruisce, attraverso le
tessere dei vari cortometraggi, un universo personale e coerente, pudico,
crepuscolare, fatto di cose sussurrate, di malinconia trattenuta, di
silenziosi dolori, con una tensione latente all'astrazione che diventa
esplicita in film come Risveglio (1957), Il silenzio (1964), L'orizzonte
(1969).
Nei suoi film sull'arte, soprattutto su contemporanei italiani visitati
spesso nel loro ambiente, colti al lavoro, fatti parlare, c'e', al
confronto, maggiore impulso a "documentare" (con risultati eccezionali nei
film su Ligabue, un artista che Andreassi ha contribuito a far scoprire)
anche se le loro opere vengono sottoposte a uno smontaggio analitico dove
ritorna il gusto per l'astrazione (il suo film piu' esemplare e' in questo
senso Alternative attuali, 1966).
I piaceri proibiti si distingue fra i numerosi film-inchiesta sexy di moda
negli anni '60 per un approccio all'argomento decisamente piu' delicato e
moderno. Il film e' diviso in sette episodi (particolarmente riusciti i due
ultimi, che sono anche i piu' elaborati: Il padre e La borsetta). Le
situazioni, nate da racconti di prostitute o di loro clienti, sono
ricostruite ma "recitate" spesso dalle stesse protagoniste o comunque da non
attori. Ne viene fuori una serie di ritratti assai tristi di donne
rinunciatarie, che subiscono passivamente le manie o gli oltraggi di chi le
avvicina.
Ambientato nell'appennino tosco-emiliano nel settembre 1944, Flashback, di
cui Andreassi firma anche fotografia e montaggio, e' un film minimalista,
quasi privo di parlato, concentrato su un unico personaggio, un soldato
tedesco isolato dalla sua compagnia in ritirata. La macchina da presa lo
segue ossessivamente a contatto con gli alberi, il torrente, le pietre, i
muri di un villaggio abbandonato, fino alla sua riconciliazione finale -
nella morte - con la natura, al di la' degli orrori della guerra. Questo
notevole film resta per il regista un'esperienza tematicamente anomala,
anche se stilisticamente vi ritroviamo la sua attenzione per i suoni, i
dettagli, le "pieghe" della realta'.
I lupi dentro, straordinario documentario epico su una realta' minimale,
avrebbe potuto far riscoprire Andreassi anche ai piu' distratti. Non ha
certo aiutato a questo la consueta distribuzione "confidenziale" del Luce.
Ora che Andreassi ci ha lasciato, senza poter gioire appieno dei non molti
che credevano in lui, resta il rimpianto di un cineasta "fuori norma" per la
discrezione con cui ha attraversato il nostro cinema dagli anni '50 agli
anni '90; ma anche confratello, in questo, di quegli autori italiani di oggi
che le voci grosse dell'industria "pesante" e di una critica complice
tendono a nascondere, e che all'estero potrebbero invidiarci se venissero
fatti conoscere. Non contentiamoci dunque di retrospettive, ma di
prospettive per ribadire il nostro "altro" cinema. A futura memoria.

4. MEMORIA. IVAN DELLA MEA RICORDA LUCIANO DELLA MEA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 23 marzo 2008, col titolo "Ridere e
piangere, in faccia al padrone" e il sommario "Luciano Della Mea, a cinque
anni dalla sua morte. Considerazioni sulla vita quotidiana in chiave
sovversiva. Nello scritto di un socialista libertario, che fu tale fino alla
fine. E, nella memoria, anche dopo"]

Il 25 marzo 2003 moriva Luciano Della Mea. Mio fratello. Per vicende che non
ha senso raccontare posso dire che non fummo abbastanza intimi: a volte le
storie di famiglia, per come si combinano - peggio, per come si scombinano -
mortificano l'intimita', possono perfino renderla quasi impossibile. Eppure,
e nonostante i sedici anni di differenza, siamo stati fratelli sodali in
molte faccende della politica, della cultura, della societa'. Tensione
comune fu sempre quella di essere cittadini, citoyens, partecipanti, ricchi
di senso civico e cioe' di qualcosa che latita da sempre nella societa'
italiana. Prima di morire mi disse: "Voglio si sappia che fui sempre
socialista libertario". Ho fatto in modo che si sapesse. Il mio ricordo, il
piu' intimo, e' un Ivan o Luigi o tutti e due seduti sul sagrato della Pieve
di Torre Alta di Ponte del Giglio (Lucca) con l'urna delle ceneri di Luciano
in grembo in attesa che venissero tumulate nella tomba della Gisella che ci
fu madre comune.
Certo, questo personale e' assai politico e non credo soltanto per me, ma
puo' finire qui. Altrettanto certo e' che non ne avrei detto se proprio in
questi giorni non mi fosse accaduto di leggere uno scritto di Luciano, due
pagine, un post scriptum, di Lettera di un impaziente a David Cooper, edito
da Mazzotta e dall'Istituto Ernesto de Martino nel 1976.
Lo ripropongo al tempo che si vive, in contrapposizione e in rivolta contro,
durissimamente contro, il fare politica e il fare cultura che ci tocca. E' a
tutti i sinistri anche larghissimamente intesi, anche ex, che chiedo di
leggerlo e a tutti dico: in omaggio ai tempi, questi, lasciate pur perdere
il compagno Luciano Della Mea, ma non potete ignorare il cittadino Luciano
Della Mea: non sarebbe soltanto sbagliato, sarebbe infame.
*
Un ridere sovversivo
"Morazzano (Montescudaio), dicembre 1976.
"A proposito del riso: a me piace ridere quando ci riesco, e qualche volta
sono capace di ridere da solo, anche su me stesso, come ora che ho scritto
tutta questa roba (si riferisce al libro summenzionato, ndr), ma soprattutto
di ridere e far ridere quando sono con certe donne e con certi uomini e
soprattutto con ragazzi.
"Ero convinto che, in questo modo, fottevo i padroni e i politici che,
appunto, ridono troppo pubblicamente, per finta, istituzionalmente, risi
pettinati, cotonati, stampati, e cosi' facendo cercano di far ridere la gent
e usando teatrini e palcoscenici, cioe' mediazioni artificiali che
astraggano l'uomo da se' per farlo ridere a orario fisso e senza scopo e
ragione umana. Ma poi mi sono accorto, con dolore, che qualcosa non andava.
"Il fatto e' che da anni non riuscivo piu' a piangere in solitudine, e
questo rendeva velleitario il mio riso.
"Ora ho pianto, in solitudine, senza freni, e ho deciso che se avro' voglia
di piangere, piangero' anche in pubblico. Sono persuaso che, cosi', i
padroni dovrebbero affrettarsi a farmi fuori, piu' che per la mia precedente
lunga milizia 'sovversiva', perche' piangendo e ridendo a quel modo, io mi
deistituzionalizzo, cioe' nasco e rinasco uomo, esco dalle trappole e dalle
gabbie delle sicurezze programmate e imposte 'dalla culla alla tomba', che
non fanno ne' ridere ne' piangere (...).
"Allora anche la politica diventa una cosa seria, non piu' astratta
idealisticamente e opportunisticamente, da rapporti umani che, per verita'
storica, possono definirsi tali solo se diventano diversi e nuovi rispetto
agli attuali.
"Sempre a proposito del riso: accade che mia nipotina Elisa, che ha dieci
mesi mentre dico queste cose, ha preso confidenza con la mia figura e il
piu' delle volte appena mi vede ride con la bocca e con gli occhi (cosa
rara). Quando ride lei, rido anch'io ma non in modo parassitario nei suoi
confronti.
"A volte accade il contrario, attacco a ridere io e ride anche lei, se io
rido di cuore. Naturalmente capita che Elisa pianga per bisogni che non sa
esprimere con parole e che io non riesco a capire. Allora mi do da dare come
un matto affinche' Elisa riveli il suo bisogno e torni a ridere dopo che
esso sia stato soddisfatto; e lo faccio con gesti, versi, smorfie fischi,
boccacce puerili.
"A volte mi capita d'irritarmi se non ottengo lo scopo desiderato, e cosi'
facendo ecco che torno a istituzionalizzarmi come nonno, come padre, come
maestro, come medico, come ministro, come padrone, come partito, come stato:
in definitiva, come non uomo. Piu' spesso, per fortuna, Elisa torna a
ridere, la prendo in braccio, la accarezzo, la bacio e mi viene da piangere
con questo pensiero-dubbio atroce e nello stesso tempo rivoluzionario,
comunista, degno di riflessione politica: fino a quando, Elisa?".
*
Ho voluto ricordare, su questo giornale, un contributo di mio fratello
Luciano, per dirlo e farlo vivo ancorche' nel quinto anniversario della
morte. Ritengo che questo suo scritto sia attuale oggi anche piu' di quando
fu pubblicato. Infine, io credo per Luciano come per tanti altri, valga
sempre quella frase di Franco Fortini, che ci fu comune amico: "Chi ha
compagni non morira'".

5. MEMORIA. ALESSANDRO PORTELLI RICORDA STUDS TERKEL
[Dal quotidiano "Il manifesto" dell'11 novembre 2008 col titolo "Studs
Terkel, le voci dell'altra America" e il sommario "Ricordi. Per Rizzoli una
raccolta delle sue interviste"]

Nel 1984 feci un piccolo esperimento all'universita': un seminario di
letteratura americana su un autore che di dichiaratamente letterario non
aveva niente, ma che aveva scritto libri di straordinario potere narrativo.
L'autore era Studs Terkel, un produttore di programmi radio di Chicago; i
libri si chiamavano Hard Times, Division Street Usa, Working, American
Dreams: Lost and Found, e parlavano dei tempi duri della Grande Depressione;
dell'identita' profonda di una metropoli come Chicago e, attraverso questa,
dell'America intera; dell'esperienza e del significato del lavoro; dei sogni
americani perduti e ritrovati. Quando dico "parlavano" non lo dico per
metafora: erano, nel meglio di una tradizione letteraria cosi' attenta alla
voce come quella americana, "libri parlanti", fatti di interviste
soprattutto radiofoniche, storie di vita trascritte, montate, brevemente
commentate e offerte all'immaginazione e all'intelligenza dei lettori.
L'esperimento ando' bene, spero per gli studenti che ascoltarono un'America
che non immaginavano, certo per me che stavo maturando le idee sulla storia
orale e sul rapporto fra testo e voce, fra storia e desiderio e immaginario.
Non ho mai incontrato di persona Studs Terkel, ma non ho piu' lasciato lui e
i suoi libri, finche' non ci ha lasciato lui, pochi giorni fa, a 96 anni
splendidamente vissuti. Mi ha accompagnato con "The Good War", la "guerra
buona", rigorosamente fra ironiche virgolette; Chicago, un saggio-icona
sulla sua citta' che sembra un'espansione creativa di certi versi di Carl
Sandburg; The Great Divide, significativamente intitolato "ripensamenti sul
sogno americano"; Race, sull'irrisolta (ancora, nonostante Obama)
"ossessione americana" della razza; e, a fine anni '90, due esplorazioni sul
secolo che si avviava alla fine, Coming of Age e My American Century; e la
sua autobiografia, Talking to Myself: A Memory of My Times (1994). Nato nel
1912, negli anni '90 Studs Terkel faceva i conti con tutta la sua vita e il
suo tempo come se si avviasse alla fine (nel 1998 pose fine al suo lavoro
alla radio, cominciato e continuato tutti i giorni fin dal 1952); per nostra
fortuna, aveva ancora diversi anni, e almeno tre libri, davanti a se'.
Di tutto questo lavoro, in Italia e' arrivato poco: non e' la sua l'America
che piace ai mass media e ai cantori subalterni dell'eccezionalita'
americana. Division Street, Usa fu tradotto negli anni '60 come un'opera
marginale di sociologia, ed e' fuori catalogo. E' ancora disponibile un suo
libro sui grandi del jazz e proprio in questi giorni da Rizzoli e' uscita
un'antologia, Americani (pp. 487, euro 20), che comprende interviste scelte
dai suoi libri principali. Un libro che tutti quelli che dicono di voler
bene all'America farebbero bene a leggere, perche' finirebbero per volerle
ancora piu' bene ma forse per ragioni diverse da quelle che si aspettavano.
Studs Terkel era maturato negli anni della Grande Depressione, del New Deal,
dell'impetuosa nascita dei sindacati e delle lotte sociali, ed era sempre
rimasto fedele alle idee radicali e progressiste maturate in quegli anni
cruciali. "Non ho mai ritrattato", diceva, e l'aveva anche pagato con la
lista nera e con periodi difficili di disoccupazione ed emarginazione. Pure,
non c'e' una riga di ideologia in tutta la sua sterminata produzione. Non mi
risulta che sia stato mai comunista; apparteneva piuttosto a quella
tradizione di progressismo grassroots del Midwest che attraversa figure
cosi' diverse come il socialista Eugene Debs, il "populista" Bob LaFollette,
il comunista Woody Guthrie (non a caso, il saluto finale delle sue
trasmissioni radio era una frase prelevata da un talking blues di Woody
Guthrie - "Take it easy, but take it" - prendetevela con calma, ma
prendetela). Di quella tradizione, Studs Terkel trasmette in ogni pagina dei
suoi libri l'elemento caratterizzante: una fondamentale fiducia nella natura
umana, una fiducia senza la quale nessuna speranza nel progresso sociale e
in diversi rapporti fra le persone e' concepibile. La sua grande virtu' di
intervistatore e' la capacita' di far uscire comunque il meglio che le
persone hanno dentro di se', anche quando non sono persone gradevoli.
E' questa fiducia che definisce il suo metodo e la sua filosofia: l'ascolto,
fondato sull'idea democratica che ogni persona abbia qualcosa da dire, che
in ogni persona ci sia qualcosa da imparare. La copertina del libro lo
definisce "il maestro americano della storia orale", ma Terkel non penso'
mai a se stesso come a uno storico (o a un sociologo), e non rispetto' mai i
protocolli di nessuna disciplina che non fosse quella della passione di
conoscenza, dell'impulso democratico, e del rispetto e ascolto dell'altro.
Ma tutti gli storici orali americani, e non, hanno prima o poi fatto i conti
con l'opera di Studs Terkel, magari criticamente: la svolta metodologica
della oral history americana fu segnata da un saggio di Mike Frisch che era
un'affettuosa lettura critica di Hard Times e da un libro di Ronald Grele,
Envelopes of Sound, che si apre con una straordinaria intervista a Studs
Terkel. Una sua frase, ripresa anche nella quarta di copertina di Americani,
dice: "Confesso di non aver mai fatto ricorso a fonti altamente affidabili".
Ed e' proprio sulle forme dell'inaffidabilita' che si e' venuta costruendo
la storia orale contemporanea, attenta sia alla ricostruzione dei fatti, sia
soprattutto al modo in cui i fatti danno forma alla soggettivita', anche
attraverso l'errore e l'immaginario. In Envelopes of Sound, Studs Terkel
parla dell'intervista come una forma di jazz, fatta di riffs and
improvisation. E' una splendida definizione dell'intervista non come tecnica
ma come arte, un dialogo musicale inventato ogni volta "a orecchio".
Nell'epoca del trionfo della televisione, infatti, Studs Terkel resta
ostinatamente attaccato alla radio, il medium principe del suono, della
voce, della parola. La sua carriera era cominciata - ed e' continuata fino
alla fine - con il lavoro di disc-jockey e di critico musicale dal vivo:
basta pensare a quanto gli dobbiamo per averci fatto conoscere, fra i tanti,
la voce monumentale di Mahalia Jackson. Percio' a mano a mano che affinava
l'arte dell'intervista radiofonica, Studs Terkel veniva esplorando le forme
della parola e abituando se stesso e il suo pubblico all'arte dell'ascolto.
La radio non ti blandisce con immagini e colori, ti chiede una severa e
affascinante disciplina di concentrazione; e ti offre tempi meno frenetici,
meno condizionati dallo spettacolo e dal mercato - tempi in cui e'
possibile, in diretta, raccontare e ascoltare una vita.
Anni fa, con altre persone che si occupavano di storia orale, ci infognammo
a discutere se essa sia un'arte dell'individuo o del collettivo, e
concludemmo che al centro della sua esplorazione sono i modi in cui i
singoli stanno dentro i grandi fatti sociali. Questa e' l'America di Studs
Terkel: un'America di individui, alcuni famosi e potenti, e tantissimi di
quei (relativamente) sconosciuti che hanno formato il tessuto civile del
paese. L'amore di Studs Terkel per la sua America, come quello di Woody
Guthrie, e' intriso della consapevolezza di quanto bisogno ci sia di
cambiamento radicale, e di quanto il meglio del paese non sia nelle sue
classi dirigenti e nelle sue istituzioni, ma in coloro che, opponendosi al
potere, hanno lottato - da soli e su piccola scala, collettivamente e in
grandi movimenti - per metterlo in discussione, o anche solo per
sopravvivere e ritrovarsi in mezzo a sfide e difficolta', e che lo
raccontano con l'eloquenza della passione e la limpidezza della parola di
tutti i giorni. Non e' un'America superpotenza, e' un paese fatto, alla pari
di tutti gli altri, di persone comuni e straordinarie, una per una e tutti
insieme. Peccato che Studs Terkel non sia arrivato a vedere la conclusione
della corsa di Barack Obama; perche' nel meglio di quello che Obama ha messo
in movimento c'e' tanta dell'America che Studs Terkel per quasi un secolo ha
cercato, ascoltato, raccontato.

6. LUTTI. GIOVANNA PROVIDENTI RICORDA MALALAI KAKAR
[Dal sito di "Noi donne" (www.noidonne.org) col titolo "Malalai Kakar" e il
sommario "Assassinata dai Talebani la mattina del 29 settembre 2008, era la
prima donna in Afghanistan a essersi diplomata all'Accademia di polizia e la
prima donna inquirente e dirigente del dipartimento dei crimini contro le
donne di Kandahar"]

Malalai Kakar, assassinata dai talebani la mattina del 29 settembre 2008
mentre usciva di casa insieme a uno dei suoi figli (rimasto gravemente
ferito), non era solo una delle poche donne poliziotto in Afghanistan. Era
la prima donna in Afghanistan ad aver frequentato ed essersi diplomata
all'Accademia di polizia, la prima donna ad assumere il ruolo d'inquirente e
dirigente del dipartimento dei crimini contro le donne di Kandahar, la
poliziotta piu' celebre della nazione, e, soprattutto, era un simbolo di
giustizia per le donne.
Kandahar, un tempo considerata uno dei centri commerciali piu' importanti
del paese, in quanto passaggio obbligato delle merci pakistane verso l'Iran
e l'Iraq, ha visto un conflitto bellico particolarmente aspro ai tempi
dell'invasione sovietica ed e' oggi una delle piu' conosciute roccaforti del
fondamentalismo islamico dei talebani, che, interpretando la sharia a
proprio uso e consumo, miete il terrore tra la popolazione e vieta alle
donne di lavorare, studiare e persino di uscire di casa se non accompagnate
da un uomo.
Malalai Kakar, che all'epoca dell'invasione sovietica, nel 1979, era una
adolescente, entro' in polizia nel 1982. Ma dopo meno di quindici anni fu
costretta aii'esilio: quando i talebani si imposero al potere in
Afghanistan, dal 1996 al 2001 lei, insieme ad altri tre milioni di afgani,
venne accolta profuga in Pakistan. Li' rimase per dieci anni, durante i
quali incontra suo marito, un impiegato delle Nazioni Unite e un "uomo
moderno", come lo definiva lei. Insieme a lui forma una famiglia con sei
figli, che, alla caduta del governo talebano, ritorna a Kandahar, dove
Malalai riprende il lavoro di poliziotta, per scelta, anzi, per amore, come
lei stessa dichiara in un video su di lei visionabile sul sito di Youtube.
Il video la riprende dapprima durante il tempo in cui si prepara per andare
al lavoro e poi durante il suo esercizio quotidiano presso la postazione di
polizia dove lavora, mentre indossa la sua uniforme e carica con le
pallottole prima una pistola e poi il kalashnikov. Malalai racconta la sua
storia a chi la sta riprendendo: "Mio padre insegna all'accademia di
polizia. Mi sono arruolata nelle forze di polizia perche' mio padre mi ha
trasmesso l'amore per il suo lavoro. Io mi sento coraggiosa, onesta e forte
e, al lavoro, mi sento come un uomo".
Poi Malalai, coprendosi interamente con il burqa si dirige verso la stazione
di polizia dove lavora e dove viene ripresa mentre svolge le sua attivita'
quotidiane: in divisa, con il burqa alzato e pesante sopra la testa e
noncurante della telecamera. Prima fa fare pace a due vicini, facendo
chiedere scusa al responsabile dell'offesa e facendogli promettere di non
ripetere piu' il torto. Poi accoglie due donne in burqa. Invitandone una a
sedere accanto a lei, le alza il burqa e, infilandovisi dentro per guardarla
bene in volto, le chiede: "cos'e' successo? che ti ha fatto davvero tuo
marito, eh?".
Oltre a questo video, su internet si trovano numerosi articoli della stampa
internazionale che parlano delle operazioni di sequestro di armi e di droga
nella zona di Kandahar cui lei aveva preso parte, e la descrivono come una
persona eccezionale il cui nome, oltretutto, rinvia a una eroina afghana
della guerra contro i britannici, alla fine del XIX secolo. In una
intervista fattele da "Marieclaire"
(www.marieclaire.com/world/news/kandahar-cop-4) Malalai racconta dei molti
messaggi con minacce di morte che ogni mattina strappa dalla porta di casa
prima che i figli possano vederle, del suo lavoro in polizia e dei molti
episodi di quotidiana sopravvivenza e sopraffazione in un mondo cosi'
difficile come e' l'Afghanistan di oggi. Inoltre si sofferma sulla
necessita' della presenza femminile in polizia e in tutti i servizi pubblici
per permettere alle donne, cui e' vietato interagire con uomini estranei, di
poter ricevere assistenza da dottori, assistenti sociali, avvocati, etc. Il
bisogno di tali figure femminili e' particolarmente sentito in un paese in
cui il tasso di assassinii domestici e violenza contro le donne e'
altissimo, in cui il 60% delle ragazze sono costrette a sposarsi all'eta' di
sedici anni, e in cui non sono poche le donne che, in segno di protesta, si
uccidono dandosi fuoco. Non sono neanche poche le donne che formano reti di
auto-aiuto tra loro e/o che trovano il coraggio di denunciare le
sopraffazioni subite. E per trovare questo coraggio e' spesso determinante
la presenza di un'altra donna che bussi alla loro porta.
"Le cose che faccio io gli uomini non le farebbero mai - diceva Malalai alla
giornalista di "Marieclaire" - Mi ricordo di quel caso in cui continuavo a
bussare alla porta ma i bambini non mi volevano aprire. Coperta dal mio
burqa dissi loro che ero una zia, e cosi' mi aprirono". Quando entro' nella
casa trovo' una donna e suo figlio incatenati piedi e mani, sopravvissuti
per dieci mesi a solo pane e acqua. Si trattava di una vedova risposata al
cognato il quale dopo averne abusato l'aveva ripudiata e lasciata in queste
condizioni.
"I talebani possono minacciarmi" diceva ancora Malalai Kakar "Ma le donne e
i bambini mi amano, perche' sanno che ho salvato, e posso continuare a
salvare, molte di loro".

7. LIBRI. SILVIA CALAMANDREI PRESENTA "THE MAN WHO LOVED CHINA" DI SIMON
WINCHESTER, BIOGRAFIA DI JOSEPH NEEDHAM
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 9 novembre 2008 col titolo "Le avventure
di uno scienziato innamorato della Cina" e il sommario "Biografie. In
Inghilterra un libro su Joseph Needham"]

Autore del monumentale Scienza e civilta' in Cina, Joseph Needham sarebbe
stato entusiasta l'estate scorsa della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi
di Pechino: vi avrebbe ritrovato una sontuosa ricostruzione scenografica del
millenario primato cinese, dalla scrittura alla stampa alla bussola, da lui
descritto in Occidente tra gli anni '40 e '50 del "secolo breve". L'incontro
di Needham con la Cina avvenne nel '37, quando a Cambridge arrivo' la
nanchinese Lu Gwei-djen, studiosa di biochimica muscolare come Dorothy, la
moglie di Needham. Fu un colpo di fulmine, racconta Simon Winchester nella
bella biografia The Man Who Loved China da poco uscita per HarperCollins:
l'amore per la giovane scienziata (che avrebbe sposato ottantenne, dopo la
morte di Dorothy), si tradusse in una passione per la lingua e la cultura
cinese, che trasformo' rapidamente il biologo Needham, autore di un
magistrale studio di embriologia, in uno dei maggiori sinologi del Regno
Unito.
Cosi', quando si tratto' di inviare qualcuno a Chongqing a stringere
rapporti con i cinesi in guerra contro il Giappone, la scelta cadde su di
lui. Dopo un lungo viaggio via mare verso Calcutta e poi su un aereo
militare, Needham atterro' nel febbraio '43 a Kunming, nello Yunnan. Da buon
biologo, Needham noto' innanzi tutto le tecniche cinesi di innesto sui
susini, e la differenza rispetto a quelle osservate nei giardini e nei
frutteti inglesi della sua infanzia. Subito si propose di verificare sugli
antichi testi cinesi di botanica a quando risalisse l'invenzione
dell'innesto, interrogandosi se fosse precedente e distinta da quella
occidentale. E' la prima annotazione per quello studio comparativo delle
tecniche e delle scienze che si sarebbe tradotto nell'opera enciclopedica
avviata nel dopoguerra e continuata ancora oggi dall'Istituto di ricerca di
Cambridge a lui intitolato (in Italia Einaudi ha tradotto solo tre volumi e
poi l'impresa si e' apparentemente arenata).
Nonostante la guerra lo studioso riusci' a compiere ben undici avventurose
spedizioni raccogliendo materiali per la sua opera. La prima, avviata
nell'agosto 1943, si spinse fino ai confini col Xinjiang, nel deserto del
Turkestan cinese, per visitare le grotte di Dunhuang, dove nel 1907
l'archeologo Sir Aurel Stein aveva scoperto un'immensa biblioteca che
custodiva il primo libro stampato della storia, un esemplare del Sutra del
Diamante, risalente all'868 d.C., sei secoli prima di Gutenberg. Lungo il
percorso Needham si appassiono' alle imprese artigiane organizzate dal
neozelandese Rewi Alley, un altro "amico della Cina" impegnato a sostenere
la produzione di guerra con il movimento Gung Ho. Si incontrarono a
Shuangshipu, lungo l'antica via della Seta e ne nacque l'amicizia di una
vita. Needham ammirava in particolare il modo con cui Alley sapeva sfruttare
l'ingegnosita' cinese, capace di sopperire alla mancanza di materiali con il
riciclaggio (ne approfittera' Mao con lo slogan "camminare su due gambe",
combinando industrializzazione moderna e manifattura artigiana, mentre nel
nuovo secolo diventera' un fattore chiave del boom cinese).
Un grande interrogativo si poneva lo scienziato in missione diplomatica:
perche' la Cina, avanti in tutto, si fosse a un certo punto arrestata,
facendosi sopravanzare dalla rivoluzione scientifica e industriale
dell'Occidente. Era una domanda che stava a cuore anche ai suoi
interlocutori cinesi, nazionalisti ma soprattutto comunisti, in cerca della
strada per la fuoriuscita della Cina dall'arretratezza e dalla dominazione
straniera. E Zhou Enlai coltivo' la relazione con lo studioso di Cambridge,
suo prezioso alleato nel dopoguerra.
Al ritorno dalla Cina Needham si adopero' per la costruzione dell'Unesco,
curandone il progetto di cooperazione scientifica: dopo l'esperienza cinese
e con il suo background, era l'uomo ideale per dirigere la Divisione di
Scienze naturali, e lo fece dal '46 al '48, quando fu colpito dal bando
contro i comunisti decretato dall'amministrazione Truman. In piena guerra
fredda, fu Zhou Enlai ad affidargli nel '52 la presidenza della Commissione
d'inchiesta sulla guerra batteriologica che si pensava gli americani
stessero conducendo in Corea e nelle confinanti regioni cinesi. Needham
certifico' la veridicita' delle accuse, guadagnandosi l'impopolarita' in
patria e notevoli difficolta' accademiche nella Cambridge degli anni '50.
Dagli archivi sovietici uscirebbe oggi comprovato che si tratto' di una
manipolazione dei servizi segreti russi e che gli scienziati caddero nella
trappola delle prove predisposte in loco. Agli occhi del popolo pacifista
Needham fu pero' tra gli scienziati progressisti che denunciarono il
Generale Peste, e si acquisto' gratitudine eterna da parte del governo
cinese, mentre fu a lungo bandito come "persona non grata" negli Usa.
Negli anni '50 lo studioso si concentro' nella stesura del suo libro, il cui
primo volume usci' nel 1954. Il successo scientifico e il prestigio che
l'Universita' di Cambridge ne ricavo' compensarono la disgrazia politica,
fino ad assicurargli l'elezione a master del College nel '65. I periodici
viaggi in Cina, anche quello del '72 in piena Rivoluzione culturale, non
sembrarono scuotere la sua fede nel socialismo cinese. Zhou Enlai continuo'
a essere il suo punto di riferimento e solo nel '78, dopo la morte di Zhou e
Mao, espresse su "Nature" i suoi dubbi sulla "disastrosa" politica di Mao
riguardo alla scienza. Ancora nel '72 - narra Winchester - sarebbe stato
convocato da Mao in persona per un consulto sulla scelta tra bicicletta e
automobile come mezzo di locomozione dei cinesi. Usando il suo appellativo
cinese, Mao aveva chiesto a "Li Yuese" se la bicicletta non fosse meglio
dell'automobile. E lui, dopo una pausa di riflessione aveva risposto che a
Cambridge la sua vecchia bici soddisfaceva perfettamente tutti i suoi
bisogni. Mao colse al balzo la risposta e taglio' corto: "Bene, dunque
accontentiamoci delle biciclette". E' un dialogo non registrato, forse mai
avvenuto, ma significativo se letto alla luce dell'impetuoso sviluppo del
traffico automobilistico odierno nelle strade di Pechino.

8. STRUMENTI. L'AGENDA "GIORNI NONVIOLENTI 2009"

Dal 1994, ogni anno le Edizioni Qualevita pubblicano l'agenda "Giorni
nonviolenti" che nelle sue oltre 400 pagine, insieme allo spazio quotidiano
per descrivere giorni sereni, per fissare appuntamenti ricchi di umanita',
per raccontare momenti in cui la forza interiore ha avuto la meglio sulla
forza dei muscoli o delle armi, offre spunti giornalieri di riflessione
tratti dagli scritti o dai discorsi di persone che alla nonviolenza hanno
dedicato una vita intera: ne risulta una sorta di antologia della
nonviolenza che ogni anno viene aggiornata e completamente rinnovata.
E' disponibile l'agenda "Giorni nonviolenti 2009".
- 1 copia: euro 10
- 3 copie: euro 9,30 cad.
- 5 copie: euro 8,60 cad.
- 10 copie: euro 8,10 cad.
- 25 copie: euro 7,50 cad.
- 50 copie: euro 7 cad.
- 100 copie: euro 5,75 cad.
Richiedere a: Qualevita Edizioni, via Michelangelo 2, 67030 Torre dei Nolfi
(Aq), tel. e fax: 0864460006, cell.: 3495843946,  e-mail: info at qualevita.it,
sito: www.qualevita.it

9. STRUMENTI. L'AGENDA DELL'ANTIMAFIA 2009

E' in libreria l'Agenda dell'antimafia 2009, quest'anno dedicata alle donne
nella lotta contro le mafie e per la democrazia.
E' curata dal Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" di
Palermo ed edita dall'editore Di Girolamo di Trapani.
Si puo' acquistare in libreria o richiedere al Centro Impastato o
all'editore.
*
Per richieste:
- Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Via Villa
Sperlinga 15, 90144 Palermo, tel. 0916259789, fax: 0917301490, e-mail:
csdgi at tin.it, sito: www.centroimpastato.it
- Di Girolamo Editore, corso V. Emanuele 32/34, 91100 Trapani, tel. e fax:
923540339, e-mail: info at ilpozzodigiacobbe.com, sito:
www.digirolamoeditore.com e anche www.ilpozzodigiacobbe.com

10. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

11. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 638 del 13 novembre 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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