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statistica e democrazia
- Subject: statistica e democrazia
- From: "ANDREA AGOSTINI" <lonanoda at tin.it>
- Date: Mon, 9 May 2005 20:53:14 +0200
da lavoceinfo.it
martedi 19 aprile
2005
La statistica e la democrazia
Enrico Giovannini
Può un
sistema economico funzionare senza sapere se l'inflazione annua è
pari al 2
o al 10 per cento? Può una società compiere scelte importanti per
il proprio
futuro senza sapere se l'economia che la sostiene è in declino
strutturale o
vive una difficoltà temporanea? Può, infine, un processo
democratico essere
considerato tale se le decisioni di voto sono prese
sulla base di percezioni
e non dei risultati effettivi dell'azione di
governo?
Un gap
conoscitivo
Queste domande sono tutt`altro che retoriche per chi guardi al
caso
italiano, soprattutto a confronto con quello di altri grandi paesi
industrializzati. Spesso, infatti, si ha la sensazione che il dibattito
politico italiano sia del tutto sganciato dalla realtà e che la stessa
definizione di realtà sia l'ultimo dei problemi. Secondo alcuni,
l'informazione pubblica appare asservita alla visione idilliaca presentata
dal Governo, mentre secondo altri, quella proposta dall'opposizione tende a
ingigantire i problemi per controbilanciare la prima. Il risultato finale è
che la statistica, sviluppata per andare oltre la capacità degli individui
di osservare e quantificare la realtà circostante, è messa sotto accusa, i
suoi risultati sono ritenuti inferiori alle "percezioni", spesso
amplificate dai media e dagli opinion leader per finalità puramente
politiche, e giudicati attendibili o falsi in base alle convenienze della
propria parte politica.
La società italiana sembra così soffrire di un
crescente gap conoscitivo
sulle proprie caratteristiche economiche, sociali
e ambientali. Nel
passato, erano le crisi valutarie a rendere evidenti i
problemi strutturali
dell'economia italiana. Oggi, grazie all'euro, non è
più così, ma proprio
per questo il paese deve imparare a leggere la propria
realtà nel confronto
internazionale, spesso fatta di differenze espresse in
termini di
"decimali", ma non per questo trascurabili. Vivere nella società
dell'informazione vuol dire saperne gestire la complessità e trasformare
tale informazione in vantaggio competitivo. Ed è qui che il discorso sulla
qualità della statistica pubblica diviene cruciale per lo sviluppo del
paese.
Una scienza sottovalutata
L'Italia investe per la
statistica ufficiale molto meno degli altri grandi
paesi, sia in termini
pro-capite, sia rispetto al Pil. L'approccio
estremamente innovativo sul
piano organizzativo e istituzionale contenuto
nella legge statistica del
1989 è stato parzialmente vanificato proprio a
causa della mancanza di
adeguati investimenti, per non parlare della
recente inclusione dell'Istat
nel sistema dello spoils system. D'altra
parte, la statistica pubblica non è
certo percepita dalla maggioranza dei
cittadini e da molti politici come uno
dei pilastri istituzionali di un
paese moderno. Né all'Istat (o alla
commissione di garanzia
dell'informazione statistica istituita presso la
presidenza del Consiglio)
viene riconosciuta una funzione istituzionale
paragonabile a quella della
Banca d'Italia o di "authority" di settore.
Purtroppo, va detto che la
situazione italiana non è un caso isolato, almeno
nel panorama europeo.
Nonostante i grandi progressi effettuati, anche grazie
a Eurostat,
nell'armonizzazione delle statistiche europee, non si è voluta
(o saputa)
cogliere l'occasione della nuova Costituzione europea per creare
un sistema
statistico europeo, sulla falsariga del sistema europeo delle
banche
centrali. E intanto, gli istituti di statistica di alcuni paesi
soffrono di
tagli di bilancio o di attacchi alla loro indipendenza. Ben
diversa è la
situazione nel Regno Unito o in altri paesi dell'Ocse di stampo
anglosassone (Canada, Stati Uniti, Australia), dove non solo gli
investimenti pubblici sono nettamente superiori, ma il ruolo svolto
dall'informazione statistica "ufficiale" nel dibattito culturale e politico
è centrale e l'indipendenza degli istituti di statistica è difesa in modo
bipartisan.
Una proposta "moderna" di governo passa anche per un impegno
culturale a
valutare la realtà con obiettività e a farsi valutare dai
cittadini sulla
base di dati di fatto (non a caso la corsa verso l'Unione
monetaria fu
compresa da tutti perché l'obiettivo era chiaro e quantificato
in pochi,
ancorché criticabili, indicatori). Dal punto di vista statistico,
l'Italia
non ha nulla da invidiare in termini di capacità tecniche e di
capitale
umano ad altri grandi paesi industrializzati. Questa ricchezza
rappresenta
la condizione necessaria, ma non sufficiente, per far fare alla
statistica
pubblica un salto di qualità. Serve, in primo luogo, un
riconoscimento
della sua funzione pubblica, al quale devono far seguito
investimenti
adeguati e comportamenti rispettosi dell'indipendenza
scientifica degli
enti che producono statistiche ufficiali da parte della
politica, dei media
e degli altri attori sociali, pur senza rinunciare al
diritto di critica
fondato su considerazioni tecnicamente valide.
Chi
siamo e dove andiamo
Un serio ripensamento dell'assetto istituzionale del
Sistema statistico
nazionale alla luce delle modificazioni della società e
della politica
sarebbe decisamente auspicabile, magari a partire dai
principi posti alla
base della statistica comunitaria e contenuti nella
nuova Costituzione
europea. Un rafforzamento esplicito dell'autonomia
dell'Istat, degli altri
grandi enti produttori di statistiche pubbliche e
delle istituzioni poste a
garanzia della qualità dell'informazione
statistica contribuirebbe a tale
risultato. Infine, sarebbe altrettanto
auspicabile l'avvio di un progetto
volto a costruire "key indicators" della
società italiana, per aiutare il
paese a valutare dove si trova e a capire
dove vuole andare. (1)
La disponibilità di "indicatori chiave" - economici,
sociali e ambientali -
viene considerata da alcuni come uno degli strumenti
fondamentali di un
sistema politico bipolare, nel quale i cittadini vengono
informati
adeguatamente sugli avanzamenti conseguiti nei diversi campi
attraverso la
diffusione di statistiche ufficiali di elevata qualità, il cui
valore
informativo sia condiviso da tutte le componenti sociali. Iniziative
di
questo tipo sono state lanciate con successo in Australia, Irlanda, Regno
Unito, Stati Uniti.
(1) Per esempi di questo tipo si veda www.oecd.org/oecdworldforum.
L'Istat che vorremmo
Andrea Ichino
Nonostante qualche
recente passo avanti, l'Istat è ancora molto lontano
dagli standard di altri
paesi per quel che riguarda la quantità, la qualità
e la facilità di accesso
ai dati per la ricerca. Questo ritardo è dovuto in
parte alla famigerata
disciplina per la tutela della privacy (vedi i
precedenti interventi su
www.lavoce.info). Tuttavia, grazie al
"Codice
deontologico" recentemente approvato, l'Istituto ha margini di
azione che
potrebbe sfruttare meglio.
Non solo privacy
Ma agli
effetti della tutela della privacy, si aggiunge anche
un'inspiegabile
inefficienza dell'Istat nel fare almeno quello che in altri
paesi è
considerato del tutto normale. Ad esempio, rendere i dati del
censimento
disponibili in meno di quattro anni dalla raccolta. Oppure, fare
in modo che
i file standard delle poche banche dati disponibili siano
direttamente
scaricabili dal sito dell'Istat a prezzi accessibili a chi fa
ricerca. O,
almeno, raccogliere quelle informazioni elementari la cui
mancanza in Italia
lascia letteralmente di stucco chi ci osserva
dall'estero.
Per esempio,
non è possibile ottenere attraverso l'Istat un dato scontato
per gli
economisti operanti all'estero: il salario individuale in un
campione
rappresentativo della popolazione. E tanto meno è possibile
ottenere questo
dato per un numero sufficiente di anni insieme ad altre
informazioni sugli
individui stessi, tra cui, in particolare, la loro
collocazione geografica.
In un paese in cui si discute all'infinito nei
salotti televisivi, sulle
pagine dei quotidiani e nelle famiglie di
fenomeni statistici come la
"perdita di potere d'acquisto dei salari", il
"costo del lavoro", le "gabbie
salariali", la "disuguaglianza salariale",
le "insostenibili condizioni
economiche dei lavoratori precari", l'Istat
non è in grado di offrire a chi
fa ricerca il dato statistico elementare
con cui misurare e spiegare questi
fenomeni. E il risultato è che tutti
discutono sulla base di pregiudizi
ideologici e di aneddoti privi di
qualsiasi rappresentatività, senza
minimamente curarsi di misurare
correttamente i fatti.
L'Istat mi
risponderà che, riguardo ai salari, le cose cambieranno presto
con la nuova
Indagine trimestrale sulle forze di lavoro. Ma allo stato
attuale,
l'informazione non è ancora disponibile. In ogni caso, con o senza
i salari,
gli altri dati dell'Indagine trimestrale non sono scaricabili
direttamente
dal sito e costano la ragguardevole cifra di 90 euro per
quadrimestre.
Giovani ricercatori universitari notoriamente privi di fondi
di ricerca a
parte, un prezzo così elevato scoraggia chiunque dall'eseguire
quelle
elaborazioni preliminari necessarie per decidere se effettuare
ricerche più
approfondite. In altre parole, anche se l'Istat fosse un
monopolista che
massimizza i profitti (cosa che chiaramente non è, e non
dovrebbe essere),
non sarebbe probabilmente conveniente fissare un prezzo
così alto
Le
colpe di Eurostat
A giustificazione dell'Istat, bisogna ammettere che la
Comunità europea e
Eurostat non sono esenti da colpe gravi in fatto di dati
per la ricerca,
sia per quel che riguarda le direttive sulla privacy, sia
per quel che
riguarda la predisposizione di dati per la ricerca. Ad esempio,
è
totalmente inspiegabile la decisione di Eurostat di interrompere la
raccolta dello European Community Household Panel che dal 1994 al 2001 ha
fornito ai ricercatori europei una fonte inestimabile di micro-dati
longitudinali comparabili tra paesi sulla situazione demografica, economica
e lavorativa di individui rappresentativi delle rispettive popolazioni. (2)
In altri paesi europei, dati simili venivano raccolti già prima e
continuano a essere raccolti adesso. In Italia, per quel che ne so,
l'indagine è stata interrotta. Il nostro Governo si scaglia contro l'Europa
su questioni molto più controverse come la revisione del Patto di
Stabilità, ma quando si tratta di fornire dati per la ricerca non esita ad
allinearsi con le arretratissime posizioni di Eurostat. Perché, nonostante
le direttive europee, la situazione in altri paesi europei è migliore?
Vorrei invitare i lettori a sfogliare gli indici delle riviste scientifiche
internazionali, non solo in campo economico, per toccare con mano la
quantità di questioni di enorme interesse che i nostri colleghi stranieri
possono studiare grazie ai dati a loro disposizione. In Italia, se non
fosse per l'Indagine sui bilanci delle famiglie italiane effettuata dalla
Banca d'Italia, la ricerca microeconomica applicata sarebbe praticamente
assente.
La situazione in altri campi
Qualcuno potrebbe
pensare che solo gli economisti abbiano queste esigenze.
Non è così. Il
cardiochirugo Giulio Rizzoli scrive: "Tra gli ostacoli che
il nostro paese
pone al progresso scientifico ricordiamo la recente
adozione di regole sulla
privacy che impediscono all'Istat di permetterci
la consultazione delle
schede di mortalità, compilate dai colleghi.
L'indagine sulle modalità o le
cause di morte è indispensabile alla
comprensione dei rischi legati all'uso
di nuove tecnologie biomediche,
valvole incluse. Nel nostro caso deve
rispondere al quesito se la morte è
dovuta a complicanze della protesi o a
cause cardiache o se non è a esse
correlata". (3)
Questo è un esempio
particolarmente significativo del fatto che la privacy
non può esser
considerata un bene assoluto. I dati che Rizzoli non può
ottenere
fornirebbero informazioni fondamentali per migliorare la terapie
cardio-chirurgiche con ricadute positive per l'intera
collettività.
L'Istat sognata dai ricercatori
Qual è allora
l'Istat che vorremmo? Vorremmo un Istat che facesse meno
rapporti sintetici,
meno comunicati stampa e meno tabelle aggregate su dati
elementari che poi
si tiene per sé. Vorremmo un Istat che invece usasse le
sue risorse
finanziarie e umane per raccogliere e rendere disponibili i
micro-dati
elementari di cui i ricercatori italiani hanno bisogno per poter
fare
un'attività di ricerca comparabile a quella dei loro colleghi
stranieri. E
si noti che gran parte di questi dati sono di fonte
amministrativa e quindi
raccolti con costi solo parzialmente a carico
dell'Istat.
Vorremmo un
Istat che catalizzasse e organizzasse la raccolta di dati in
Italia seguendo
le orme dello UK Data Archive, per evitare lo spreco
attuale dei fondi spesi
dai singoli ricercatori per raccogliere dati
utilizzati una tantum e poi
abbandonati. (4)
Vorremmo un Istat che sfruttasse in modo ampio e pro-attivo
i margini di
manovra lasciati aperti dal nuovo Codice deontologico, almeno
nella forma
di permessi individuali su richiesta motivata nel caso di dati
particolarmente sensibili e di ricercatori che diano prova di affidabilità.
Vorremmo un Istat che si battesse a fianco dei ricercatori perché in Italia
prevalga il principio enunciato nel progetto di legge sulla tutela della
privacy presentato al Parlamento da Nicola Rossi, che mira a "consentire un
accesso ampio e facile ai dati per la ricerca scientifica, anche in forma
integrata tra archivi diversi, punendo però duramente un loro eventuale uso
che danneggi i diritti della persona". Vorremmo un Istat che ci aiutasse a
convincere il Garante per la privacy del fatto che i ricercatori non hanno
alcun interesse a usare i dati individuali in contrasto con il rispetto del
diritto la tutela della riservatezza delle persone.
È anche una questione
di democrazia e trasparenza: la comunità scientifica
deve poter controllare
e replicare i risultati che l'Istat trae dai dati
che raccoglie. E per
questo deve poter accedere ai micro-dati elementari.