ciò che resta della riforma della previdenza



da lavoceinfo.it
25-01-2005

Cio' che resta della riforma della previdenza
Tito Boeri
Agar Brugiavini

A sei mesi dal varo della legge delega sulla previdenza, è utile fare il
punto sui provvedimenti che dovrebbero entrare in vigore prima del 31
gennaio 2007. Si tratta del bonus contributivo e del trasferimento del Tfr
ai fondi pensione. Per la verità, la riforma avrebbe dovuto avere anche un
terzo effetto immediato: allentare i vincoli del Patto di Stabilità e
crescita, mettendo sul piatto il varo di una riforma strutturale. Anche di
questo effetto potenziale è, dunque, lecito tenere conto. All'atto dell'
approvazione della riforma, era parso a molti come il più importante.

La riforma e il Patto

La legge delega difficilmente servirà al nostro paese per allentare i
vincoli del Patto di Stabilità e crescita. Anche se il Consiglio europeo di
metà marzo dovesse approvare una riforma del Patto che premia i paesi che
riescono a ridurre il debito implicito dei loro sistemi previdenziali, anche
se dovesse includere nella platea dei beneficiari di queste deroghe i paesi
con debito elevato come il nostro, non ci presenteremmo a Bruxelles con le
carte in regola. La riforma, infatti, ci lascerà a regime un livello di
spesa pensionistica sul prodotto interno lordo più alto di quello che si
sarebbe ottenuto in sua assenza. Non basterà, dunque, a ridurre il debito
implicito del sistema pensionistico, definito come il valore attuale delle
prestazioni previdenziali, il diritto alle quali è maturato in base alla
legislazione vigente. Ed è proprio a questo parametro che la Commissione
sembra intenzionata a guardare.

Il trasferimento del Tfr ai fondi pensione

Un altro effetto immediato della riforma doveva essere lo sblocco del
trattamento di fine rapporto (Tfr) verso la previdenza integrativa. Si
tratta di un flusso annuale pari a circa un punto e mezzo di Pil, in grado
nel giro di dieci anni di portare i nostri fondi pensione a gestire un
patrimonio pari a circa un sesto del nostro prodotto lordo. Non poco,
tenendo conto del fatto che oggi la previdenza integrativa gestisce attorno
a 2 punti di Pil. Dato che il Tfr oggi garantisce un rendimento reale dell'1
per cento, è legittimo pensare a un rendimento dei fondi tale da aumentare
in modo consistente la ricchezza pensionistica dei lavoratori. Ma anche
questo vantaggio della riforma rischia di rivelarsi effimero se si dovessero
continuare a ignorare le ragioni che dissuadono i lavoratori che già oggi
possono farlo, dal dirottare il Tfr ai fondi pensione. Se in un'impresa solo
alcuni lavoratori chiedono lo smobilizzo del Tfr mentre gli altri
trattengono i fondi presso l'impresa, il rischio di licenziamento finisce
per concentrarsi sui primi. Infatti il datore di lavoro, chiamato a decidere
su quale lavoratore mettere in esubero in caso di crisi aziendale, ha un
forte incentivo a non licenziare proprio quei lavoratori cui dovrebbe, in
caso di separazione, liquidare il trattamento di fine rapporto. Inoltre, il
lavoratore che decida di destinare il Tfr ai fondi pensione si trova in mano
uno strumento meno liquido, che difficilmente può coprire rischi intercorsi
durante la vita lavorativa. Nelle trattative con le parti sociali, il
Governo sta faticosamente cercando di trovare le risorse per compensare le
imprese che smobilizzano il Tfr. Ma le imprese potranno comunque
avvantaggiarsi dalla diminuzione del rischio di impresa associata allo
smobilizzo del Tfr , mentre nessuno sembra preoccuparsi di come convincere i
lavoratori ad alimentare col Tfr la previdenza integrativa. Utile rafforzare
gli incentivi fiscali, dato che il Tfr riceve oggi un trattamento molto
favorevole, ma occorre soprattutto ricordarsi della funzione genetica del
Tfr come severance pay, dando risposte alla domanda di protezione di chi
oggi dovesse optare per i fondi pensione. Questo significa fare una vera
riforma degli ammortizzatori sociali e rendere la decisione sul dirottamento
del Tfr una scelta collettiva di tutti i lavoratori all'interno di un'
impresa, affidata a un referendum aziendale. Il cui esito servirebbe a
determinare se tutti i dipendenti trasferiscono il Tfr ai fondi pensione
oppure nessuno lo fa, fatta salva la libera la scelta dei lavoratori sul
fondo cui eventualmente destinare i propri risparmi.

Il bonus contributivo: chi attacca le pantofole al chiodo?

Veniamo infine all'unico aspetto della legge delega in via di attuazione. È
anche visibile al pubblico grazie allo spot delle "pantofole al chiodo" ..la
pensione può attendere. Si tratta del bonus contributivo (Superbonus)
offerto ai lavoratori dipendenti privati che, pur avendo maturato (entro il
2007) il diritto alla pensione di anzianità, decidono di continuare a
lavorare. Questi lavoratori riceveranno in busta paga un aumento pari alla
contribuzione totale (32,7 per cento) dello stipendio lordo, mentre i loro
diritti pensionistici restano "congelati" a quelli a cui il lavoratore
avrebbe avuto diritto al momento della richiesta di incentivo. Come
osservato da Sandro Gronchi, solo i lavoratori con redditi medio alti hanno
un vantaggio attuariale nel fruire del Superbonus, tenendo conto delle
aliquote fiscali di tassazione diretta e della perdita in termini di
prestazioni pensionistiche future. In altri casi, l'uovo oggi è peggio della
gallina domani. L'inverso, ovviamente, vale per le casse dell'Inps, che
trarrebbero vantaggio dall'accettazione del superbonus da parte di molti
lavoratori con redditi bassi. Quanti sono stati i beneficiari del
"superbonus" e a quale fascia di reddito appartengono? Complessivamente sono
circa 30.000 le domande pervenute, di cui la metà sono state accolte.
Purtroppo non sono disponibili dati sui lavoratori che acquistano il diritto
alla pensione di anzianità. Secondo le nostre stime, basate sul campione
delle famiglie italiane rilevato dalla Banca d'Italia e sui dati delle forze
di lavoro, la platea dei potenziali beneficiari del bonus e' di circa
300.000 lavoratori dipendenti privati. Questo dato è in accordo con una
media di rinunce alla anzianità di 30/40 mila lavoratori all'anno e tiene
conto del fatto che al 2004 si è presentato uno stock di lavoratori già in
possesso dei requisiti nei mesi precedenti. Quindi le richieste accolte
riguarderebbero circa il 5% degli aventi diritto.

Tabella 1. Numero di domande pervenute (e accolte) per il Superbonus
Periodo di riferimentoRichieste UominiRichieste DonneRichieste TotaliAccolte
UominiAccolte DonneAccolte totalipotenziali beneficiari
fine ottobre 200411507104412551avevano maturato i requisiti di anzianità al
giugno 2004 o prima
inizi novembre 200418073159019663avevano maturato i requisiti di anzianità
al giugno 2004 o prima
Metà dicembre 2004231302380255109285121410499avevano maturato i requisiti di
anzianità al giugno 2004 o prima
metà gennaio 20052670028002962713600171115311avevano maturato i requisiti di
anzianità al settembre 2004 o prima

Come indicato dalla tabella 1, circa il 40% delle domande sono state
formulate all'atto stesso del varo dei regolamenti attuativi e 2/3 di quelle
accolte riguardano lavoratori che avevano maturato i requisiti per l'
anzianità prima dell'entrata in vigore del decreto (lo stock di potenziali
beneficiari). Si tratta, presumibilmente, di lavoratori che avevano deciso
di non andare in pensione comunque, anche prima dell'introduzione del
superbonus.
Tabella 2: Distribuzione percentuale delle domande di superbonus per classi
di reddito da lavoro
Redditi lordi (Euro)pervenute ottobre 2004 (%)pervenute al dicembre 2004
(%)accolte al dicembre 2004 (%)pervenute a gennaio 2005 (non
definitivi)Distribuzione stimata dei redditi da lavoro lordi dei dipendenti
privati con piu' di 50 anni
0-3000029,3833,1732,9231,0082,7
30000-4000020,5518,4420,6918,008.0
40000-5000014,1611,4616,2914,004.5
50000-10000023,8220,5723,7520,004.2
oltre 10000012,0716,336,3417,000.6

Quanto al reddito dei beneficiari, la tabella 2 ci dice che si tratta, come
previsto da lavoce.info, soprattutto di lavoratori con redditi alti, di cui
circa 1.000 con redditi superiori ai 100.000 euro. Secondo l'indagine
Bankitalia, quasi l'85% dei lavoratori dipendenti privati in questa fascia
di eta' ha redditi lordi inferiori ai 30.000 euro (vedi l'ultima colonna a
destra della tabella 2). Questo significa che il 70% dei beneficiari del
superbonus appartiene al 15% piu' ricco dei lavoratori. Di piu', solo lo 0,6
per cento dei lavoratori in questa fascia di eta' ha redditi superiori a
100.000 euro. Dunque tra i lavoratori piu' ricchi, circa uno su due
potenziali beneficiari, fruirà del superbonus mentre il restante 50% ha
presumibilmente fatto domanda e ne fruirà appena maturati i requisiti. Non
sorprende la forte richiesta in questa fascia di reddito, dato che questi
lavoratori si troveranno una busta paga aumentata di almeno 3.000 euro (con
punte di 50.000 euro!) al mese.
Il Superbonus sembra percio' avere fatto un regalo ai lavoratori con redditi
più alti che non sarebbero comunque andati in pensione, comportando una
perdita netta per le casse dell'Inps. Inutile dire che saremmo felici di
essere smentiti dai dati di cui forse unicamente il Ministero del Welfare
oggi dispone.