[Pace] Giappone, trentamila pacifisti in piazza a Tokyo per difendere la costituzione e dire no al riarmo
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- Date: Tue, 14 Apr 2026 18:01:26 +0200
Albert
bollettino pacifista
La voce della ragione in tempi di guerra
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"Aspirando sinceramente a una pace internazionale fondata sulla giustizia e sull’ordine, il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione e alla minaccia o all’uso della forza come mezzo per risolvere le controversie internazionali.Per conseguire l’obiettivo del paragrafo precedente, non saranno mantenute forze di terra, di mare e d’aria, così come altri mezzi di guerra. Il diritto di belligeranza dello Stato non sarà riconosciuto".
Giappone, la piazza difende la Costituzione pacifista: 30.000 in protesta a Tokyo
Nel cuore di Tokyo, davanti alla sede del parlamento giapponese, migliaia di persone sono tornate a far sentire la propria voce contro una svolta che percepiscono come pericolosa. Il 9 aprile circa 30.000 manifestanti si sono radunati davanti al National Diet Building per chiedere la difesa della Costituzione pacifista e dire no al riarmo. Cartelli con scritto “Protect Article 9”, “No War” e “No to constitutional revision” hanno accompagnato slogan contro le politiche del governo guidato da Sanae Takaichi. La premier è accusata di minare i principi fondamentali della costituzione pacifista giapponese. La protesta è l’espressione di un disagio più profondo che attraversa la società.
La Costituzione pacifista del Giappone: un unicum nel mondo assieme a quella italiana
Entrata in vigore nel 1947, la Costituzione del Giappone rappresenta uno dei testi più avanzati in materia di ripudio della guerra. Il suo punto più innovativo è l’Articolo 9, che sancisce la rinuncia definitiva alla guerra come diritto sovrano e il rifiuto dell’uso della forza per risolvere le controversie internazionali. Non si tratta di una formulazione astratta, ma della risposta storica a una tragedia concreta.
Il Giappone porta ancora nella propria memoria collettiva le ferite della Seconda guerra mondiale e soprattutto l’esperienza unica e devastante delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Da questa esperienza è nato un pacifismo non solo giuridico, ma anche etico e culturale, che per decenni ha orientato le scelte del Paese.
Cosa sta cambiando: missili e export di armi
Negli ultimi mesi il governo ha intrapreso scelte che molti cittadini percepiscono come una rottura rispetto a questa tradizione. Il dispiegamento di missili a lungo raggio con capacità di colpire basi nemiche, installati anche nelle prefetture di Kumamoto e Shizuoka, ha suscitato un forte allarme. La nuova versione del missile Type-12 ha una gittata di circa 1.000 km; ciò permetterebbe di colpire anche la Cina continentale.
A questo si aggiunge la prospettiva di modificare le regole sull’esportazione di armamenti, aprendo alla possibilità di vendere armi letali all’estero.
Per molti osservatori e per una parte significativa dell’opinione pubblica, queste decisioni segnano un allontanamento dalla tradizionale politica di difesa esclusivamente difensiva. Il timore è che si stia scivolando verso una normalizzazione dell’uso della forza che contraddice lo spirito originario della Costituzione.
La mobilitazione pacifista: una reazione diffusa
La manifestazione di Tokyo si inserisce in una mobilitazione molto più ampia. Nello stesso giorno proteste analoghe si sono svolte in oltre 130 località del Paese, segno che il dissenso non è circoscritto a gruppi ristretti ma attraversa territori e generazioni.
Le testimonianze raccolte tra i partecipanti restituiscono un senso di responsabilità storica. C’è chi sottolinea che i missili sono armi concepite per attaccare e non possono essere facilmente giustificati come strumenti di autodifesa. Altri insistono sul fatto che un Paese che ha conosciuto la distruzione nucleare dovrebbe custodire con particolare rigore l’impegno a non fare mai più la guerra. L’idea di esportare armi viene percepita come una contraddizione ancora più evidente, perché rischia di contribuire indirettamente a conflitti in altre parti del mondo.
Le organizzazioni pacifiste giapponesi
Dietro questa mobilitazione esiste una rete consolidata di organizzazioni pacifiste che da decenni tengono viva l’attenzione pubblica. Il Gensuikyō è uno dei movimenti storici, nato all’indomani delle bombe atomiche per promuovere il disarmo nucleare. Accanto ad esso opera il Gensuikin, che organizza campagne e incontri internazionali mantenendo alta la pressione politica sul tema.
Un ruolo importante è svolto anche da Peace Boat, che lavora su scala globale con progetti educativi e culturali, e dalla Article 9 Association, nata per difendere esplicitamente l’articolo 9 della Costituzione da ogni tentativo di revisione. Particolarmente significativa è la presenza della Japan Confederation of A- and H-Bomb Sufferers Organizations, che riunisce i sopravvissuti alle bombe atomiche e rappresenta una delle voci morali più autorevoli nel dibattito pubblico.
Un conflitto culturale e politico
Ciò che emerge è un conflitto profondo all’interno della società giapponese. Da una parte vi sono le pressioni geopolitiche americane in un contesto internazionale di rivalità rispetto alla Cina. Dall’altra vi è una memoria storica che continua a spingere verso il rifiuto della guerra come strumento politico.
Questo confronto non riguarda soltanto il Giappone. Interroga anche altri Paesi, compresa l’Italia, dove il ripudio della guerra è inscritto nella Costituzione ma viene continuamente messo alla prova dalle dinamiche internazionali. La domanda che sale dalle piazze di Tokyo è semplice e insieme esigente: è possibile garantire sicurezza senza tradire il pacifismo?
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