Lo scandalo dei 204 cappellani militari che sostengono la crociata di Bush



Fonte:indymedia.org

        Se il papa è contrario alla guerra perché manda i preti al 
fronte? 

Lo scandalo dei 204 cappellani militari che sostengono la crociata di 
Bush
Se il papa è contrario alla guerra perché manda i preti al fronte?
«Un cappellano è un ministro del Principe della Pace che serve 
nell’armata del Dio della Guerra, Marte. La sua presenza è incongrua 
come la presenza di un fucile sull’altare di Natale. Egli ... è là 
per prestare la sanzione religiosa a tutto ciò che praticamente 
appartiene al solo dominio della forza.»
(Herman Melville, Billy Budd, 1891)
I cappellani militari sono preti-soldati. Anzi, soldati-preti, perché 
collaborare anche indirettamente alla guerra, diceva Ghandi, è come 
andarci. E ciò è agli antipodi dei principi religiosi che dovrebbero 
ispirare un sacerdote.
I cappellani indossano la divisa con rango di ufficiale. Il che 
attribuisce loro, sul piano morale come su quello operativo, 
responsabilità maggiori di quelle dei fantaccini. I cappellani sono 
nominati dal ministero della Difesa (su proposta del Vaticano, 
ovvio), prestano giuramento di fedeltà al braccio armato dello Stato 
e «in casi di mobilitazione totale o parziale, di imbarco o di 
servizio presso unità delle Forze armate dislocate fuori del 
territorio metropolitano, sono assoggettati alla giurisdizione penale 
militare» (articolo 24 della legge 1° giugno 1961, n. 512, recepito 
dagli Statuti dell’Ordinariato Militare d’Italia, approvati dalla 
Santa Sede il 6 agosto 1987). «Nelle stesse condizioni… i cappellani 
militari sono sottoposti alle norme del regolamento di disciplina 
militare»; ed è proprio in queste condizioni che si trovano i 
cappellani italiani al seguito delle truppe che hanno portato la pax 
americana, una pace imposta con bombardamenti e deportazioni nei 
Balcani e in Afganistan.
Alla data del 28 febbraio 2003 le Forze armate italiane contano 204 
cappellani, di cui:
- quattro in Kosovo
- due in Bosnia
- due in Afganistan
- uno in Albania
- uno sul cacciatorpediniere Mimbelli, pure impegnato nell’operazione 
Enduring freedom (fonte: mons. Angelo Frigerio, portavoce 
dell’Ordinariato Militare Italiano con rango di ispettore per 
l’esercito).
Si obietterà che gli Stati Uniti, registi del neocolonialismo 
terroristico nei Balcani come in Asia, la guerra preferiscono 
condurla in proprio, accettando, al più, il modesto contributo degli 
alleati che considerano affidabili, come gli inglesi; gli italiani 
sono tollerati, quando lo sono, purché se ne stiano nelle retrovie o 
comunque lontano dai teatri bellici. Americani e inglesi sono più 
terrorizzati dai pasticci combinati dagli italiani che dai nemici. 
Ricordate la Guerra del Golfo? Gli italiani arrivarono con sei 
aeroplani. Un giorno di calma piatta, il comandante in capo, il 
generalissimo Testanera (Schwarzkopf), concesse agli italiani: «Ma 
sì, visto che siete qui, andate anche voi a fare un giretto 
sull’Iraq, ma non sganciate bombe, perché accoppereste i miei 
marine».
I nostri sei aeroplani decollarono. Cinque fecero subito dietrofront 
a causa del maltempo (sic). Il sesto Tornado passò la frontiera 
irachena e fu subito abbattuto. Gli iracheni consentirono ai due 
piloti di scendere con il paracadute, poi li catturarono e li 
mostrarono in televisione con le facce peste. Peste, si noti, a causa 
del violento impatto con l’atmosfera al momento dall’espulsione 
dall’aereo. Ma i cronisti italiani lasciarono intendere che i due 
erano stati malmenati dagli iracheni. E questa menzogna fu l’unico 
nostro contributo alla Guerra del Golfo. I due piloti furono 
gentilmente espulsi da Saddam e, al rientro in patria, acclamati eroi 
e decorati al merito.
Sulle altre prodezze dei militari italiani all’estero la propaganda 
di regime ha steso un velo di pietoso silenzio: prigionieri somali 
legati con il fil di ferro alle ruote di un camion e torturati con la 
corrente nei testicoli, minorenni arruolate come baldracche durante 
le feste del reggimento. Per inciso, queste nefandezze non furono mai 
denunciate dai cappellani militari, bensì da rari militari laici che 
ne riferirono ai giornalisti.
Ma il fatto che le Forze armate italiane pugnino poco e male non 
assolve i cappellani militari. Compito primario degli ufficiali-preti 
è confortare la truppa sulla giustezza della guerra difensiva (perché 
la nostra Costituzione non ne ammette altre) che sono mandati a 
combattere a centinaia e a migliaia di chilometri da casa, contro 
popolazioni inermi e a sostegno logistico di armate che violano 
sistematicamente la Convenzione di Ginevra (se ha senso invocare 
regole in conflitti barbari) e i diritti umani. Bombardamenti di 
popolazioni civili, deportazioni, torture: come può, un prete, 
assolvere chi commette simili infamie? Come può offrire a questi 
barbari in divisa l’alibi morale di combattere eroicamente una 
battaglia del Bene contro il Male? Dev’essere un prete speciale: un 
cappellano militare, appunto. Prono a quei vertici ecclesiastici che 
da sempre giustificano le peggiori infamie dell’umanità. Vogliamo 
fare una ripassatina storica?
Nel 1866 i missionari in Etiopia chiesero al Sant’Offizio come 
comportarsi con la schiavitù. Risposta: «La schiavitù, di per sé, non 
ripugna affatto né al diritto naturale né al diritto divino, e 
possono esserci molti giusti motivi di essa...». (cfr.: Domenico Del 
Rio, I gesuiti in Italia). Del resto, Civiltà cattolica, giornale dei 
gesuiti, due anni prima s’era industriata a dimostrare che «la 
schiavitù rettamente intesa non è contraria alla natura; sicché a 
torto si condannano coloro che se ne sono valsi dove essa è ammessa 
legalmente».
Nel 1911 fu sempre Civiltà cattolica a presentare l’invasione 
coloniale della Libia come una crociata contro l’Islam. Molti vescovi 
indissero l’orazione tempore belli, da recitarsi nelle messe per il 
felice successo della spedizione, al successo della quale i 
cappellani contribuirono in maniera determinante offrendo sostegno e 
stimolo spirituale ai nostri braccianti ventenni che massacravano le 
popolazioni africane. Nel 1915, un mese prima dell’entrata in guerra 
dell’Italia, per coordinare meglio i cappellani il Vaticano istituì 
il “vescovo castrense”, al quale il governo assegnò il grado e il 
trattamento economico di generale, mentre i cappellani furono 
parificati ai tenenti. Nel 1939, le truppe naziste che invasero la 
Polonia erano confortate da cappellani cattolici tedeschi che li 
rassicurarono con il Gott mit uns (Dio è con noi). Che è il viatico 
di tutti i cappellani di tutti gli eserciti del mondo; per loro 
fortuna, i soldati sono troppo stupidi per chiedersi quale becero dio 
possa mai schierarsi contemporaneamente a fianco di eserciti che si 
combattono tra loro. Nel 1942, quando Hitler lanciò l’Operazione 
Barbarossa contro l’Urss, le sue armate si portarono al seguito, come 
cappellani militari, i preti formati al collegio Russicum di Roma. 
Che avevano, tra l’altro, il vantaggio di parlare la lingua del 
nemico. In quello stesso anno i preti italiani, non contenti di avere 
moralmente sostenuto il fascismo, trovarono anche qualche gesuita 
disposto a benedire le infamie dei repubblichini di Salò e delle loro 
Brigate Nere (stupri, sevizie, esecuzioni sommarie anche di civili). 
È vero che non pochi furono i preti che portarono conforto alla 
Resistenza, ma è rivelatore che, nelle pubblicazioni ufficiali 
dell’Ordinariato Militare (cioè l’ordine dei cappellani), nell’anno 
di grazia 2003 si definisca la guerra di Liberazione dal nazifascismo 
una “guerra civile” e una “faida interna”.
Perché il bello, cioè il brutto, dei cappellani militari è che sono 
araldi di un dio - un dio minuscolo - bizzarro che vuol bene a tutti 
i guerrafondai perché a tutti dice: sono con te. Il soldato americano 
che sbarcava in Normandia era convinto di avere la coscienza a posto 
perché il cappellano gli diceva: dio è con te, combatti una guerra 
giusta. Dall’altra parte, il soldato tedesco riceveva analoga 
certezza dal suo cappellano tedesco. Per quanto aberrante sia, anche 
i secondini dei campi di concentramento avevano i loro bravi 
cappellani e la sera si lavavano le mani con la coscienza a posto. 
Esattamente come oggi c’è sempre un rabbino che manda i torturatori 
sionisti (quelli che seviziano e uccidono anche i bambini, secondo 
Amnesty International) con il cuore in pace.
Ma torniamo al nostro papa, cui fanno capo i cappellani cattolici 
degli eserciti di mezzo mondo. Ce n’è uno anche sulla portaerei 
Eisenhower (insieme a due cappellani protestanti, a uno rabbino e a 
un imam, che conforta i musulmani che hanno tradito i loro 
correligionari che si apprestano a massacrare).
Ebbene, il papa di Roma proclama che la guerra dichiarata da Bush e 
compari (e alla quale Berluska e C. vorrebbero far partecipare anche 
l’Italia) è ingiusta. Anzi, il 24 febbraio scorso ha fatto dire al 
suo ministro degli Esteri, Jean-Louis Tauran, che «la guerra è un 
crimine».
Ma allora perché non ritira i suoi preti? Perché li fa complici di un 
crimine contro l’umanità? Sconfessato sul piano morale, forse qualche 
combattente cattolico sarebbe tentato di fare obiezione di coscienza. 
In ogni caso, al di là della produttività immediata di questa scelta, 
il papa e la sua Chiesa darebbero prova di coerenza: la guerra 
collide con i nostri principi e sui principi non si negozia. Ma la 
scarpa sinistra, in cui il papa infila il piede dei principi, non 
riesce a condizionare la destra, in cui infila il piede del 
tornaconto politico ed economico. Dunque, se il papa dà l’esempio 
tenendo i piedi in due scarpe, che male fanno i cappellani a 
tenercelo in tutti gli eserciti? ©