un Natale difficile



22 dicembre 2002


E' DIFFICILE FARSI GLI AUGURI

A Betlemme, nel luogo dove Gesù è nato, i carri armati israeliani hanno
fatto il deserto, La gente sta chiusa nelle case. Non un turista. Non un
pellegrino. Il rumore delle lamiere che si muovono ha ormai preso il posto
delle liturgie e delle feste che in questi giorni tradizionalmente
accompagnavano il Natale in Terra Santa. Ogni tanto uno sparo. Nuove
vittime si assommano al numero ormai incalcolabile di morti che questa
guerra ha provocato. La guerra è stata capace di distruggere tutto. Anche
quel po' di poesia e di dolcezza tipiche delle feste di Natale. Eppure Gesù
è figlio di questa terra, di questa Regione difficile dove si scontrano odi
secolari con contingenze politiche attuali. Lui che è venuto, come dicono
le scritture, a fare di due popoli un solo popolo, oggi si trova
schiacciato da una guerra che aumenta le divisioni, fa crescere gli odi ed
è foriera di ulteriori guerre, di ulteriori conflitti.

Poco più in là, nella stessa regione, in Iraq, si stanno consumando gli
ultimi atti formali per cercare di dare legittimità ad un'altra guerra
senza senso. Quello con l'Iraq è un conflitto che l'occidente - gli Usa in
particolare - non ha mai terminato. Dieci anni di embargo hanno messo in
ginocchio il popolo iracheno, rendendo nello stesso tempo più forte Saddam
Hussein. Ma una nuova guerra sembra inevitabile. Nuovi bombardamenti, nuove
vittime civili, nuovi "effetti collaterali" che renderanno ancora più
tragico il bilancio di questo mondo che ormai sembra votato
all'irrazionalità.

Intanto continua la caccia all'islamico. La parola "terrorismo" apre la
porta ad ogni genere di mostruosità. Mostruoso porre azioni che seminano la
morte tra persone innocenti, solo per creare disordine e per colpire
l'avversario. Mostruoso chi non trova altra forma di risposta che quella
della vendetta che aumenta l'odio e dà corda al circolo vizioso della
violenza. In nome della lotta al terrorismo si sospendono i diritti civili,
si crea una situazione in cui l'emergenza pare essere divenuta la norma.

In Africa continuano le guerre senza nome. Sudan, Grandi Laghi, Costa
d'Avorio, Liberia. Nomi che ogni tanto, non troppo in verità, leggiamo sui
giornali. Dietro ad ognuno di questi nomi un numero senza fine di vittime
innocenti che hanno come unica colpa quella di essere nati in questi paesi
e non altrove. L'elenco non è terminato e potrebbe continuare a lungo.

Finisce così questo 2002. Ed è difficile, davvero, farsi gli auguri. C'è
una cappa di tristezza che pesa su questo mondo. Quella cappa che ha fatto
gridare a Giovanni Paolo II. "Dio non si rivela più, sembra nascondersi nel
suo cielo, in silenzio, quasi disgustato dalle azioni dell'umanità".

Farsi gli auguri per un nuovo anno che comincia diventa così un atto di
fede e di speranza. Sì, fede e speranza, anche in questa umanità ferita.
Che ci ha dato Auschwitz , ma anche San Francesco. Fede e speranza che
vorremmo divenissero quella che il sociologo Horkheimer chiama "la
nostalgia del totalmente altro". Verrà un giorno, ne siamo certi, in cui
finalmente le vittime avranno ragione dei loro carnefici.

Buon Natale e buon anno


Eugenio Melandri



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