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[Nonviolenza] Nonviolenza o barbarie. 22
- Subject: [Nonviolenza] Nonviolenza o barbarie. 22
- From: Centro di ricerca per la pace Centro di ricerca per la pace <centropacevt at gmail.com>
- Date: Fri, 8 May 2026 08:45:28 +0200
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NONVIOLENZA O BARBARIE
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Numero 22 dell'8 maggio 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it
Sommario di questo numero:
1. Perche' permettiamo
2. Sabato 9 maggio a Viterbo la commemorazione di Vito Ferrante
3. Il 6 maggio a Viterbo un incontro sul libro a cura di Sandra Teroni "Sartre e Rossanda. Una ingombrante intransigenza"
4. Giuliano Pontara: L'escalation della barbarie. Un estratto dal primo capitolo de "L'antibarbarie"
5. Giuliano Pontara: Il mondo come teatro delle forze costruttive. Un estratto dall'ultimo capitolo de "L'antibarbarie"
6. Giuliano Pontara: Una via difficile. Le parole conclusive de "L'antibarbarie"
7. Giuliano Pontara: Il nesso profondo, la via necessaria (2010)
8. La prima lettera di Guenther Anders a Claude Eatherly
9. La prima lettera di Claude Eatherly a Guenther Anders
10. La "Carta" del Movimento Nonviolento
1. EDITORIALE. PERCHE' PERMETTIAMO
Perche' permettiamo a un pugno di malvagi e agli alienati esecutori dei loro scellerati ordini di uccidere tante persone innocenti?
Perche' permettiamo a un pugno di malvagi e agli alienati esecutori dei loro scellerati ordini di devastare irreversibilmente quest'unico mondo vivente?
Perche' permettiamo a un pugno di malvagi e agli alienati esecutori dei loro scellerati ordini di violare il diritto, la morale, la ragione, il cuore stesso dell'umanita'?
*
Possiamo e dobbiamo fermare le stragi: con la forza della nonviolenza.
Possiamo e dobbiamo fermare l'ecocidio: con la forza della nonviolenza.
Possiamo e dobbiamo fermare ogni crimine contro l'umanita', ogni violazione del diritti umani: con la forza della nonviolenza.
*
L'ora dell'insurrezione nonviolenta dei popoli per la salvezza dell'umanita' intera e' adesso.
Pace, disarmo, smilitarizzazione.
Salvare tutte le vite.
Nonviolenza o barbarie.
2. AMICIZIE. SABATO 9 MAGGIO A VITERBO LA COMMEMORAZIONE DI VITO FERRANTE
Sabato 9 maggio a Viterbo alle ore 15,30 alla Fattoria di Alice, in strada Tuscanese 20, si terra' la commemorazione di Vito Ferrante, indimenticable amico e compagno di innumerevoli lotte nonviolente, infaticabile animatore dell'"Associazione familiari e sostenitori sofferenti psichici della Tuscia" (Afesopsit), un punto di riferimento a Viterbo e nell'Alto Lazio per ogni iniziativa di solidarieta', una persona buona.
3. INCONTRI. IL 6 MAGGIO A VITERBO UN INCONTRO SUL LIBRO A CURA DI SANDRA TERONI "SARTRE E ROSSANDA. UNA INGOMBRANTE INTRANSIGENZA"
Nel pomeriggio di mercoledi' 6 maggio 2026 a Viterbo presso il "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" si e' tenuto un incontro di presentazione e commento del libro a cura di Sandra Teroni, Sartre e Rossanda. Una ingombrante intransigenza, Donzelli, Roma 2025 (pp. VIII + 224, euro 25).
L'incontro e' stato coordinato dal responsabile della struttura nonviolenta viterbese, Peppe Sini.
Nel corso dell'incontro sono state anche ricostruire le personalita' dell'illustre filosofo e scrittore francese Jean-Paul Sartre (1905-1980) e dell'immensa intellettuale e militante italiana Rossana Rossanda (1924-2020), ripercorrendone gli scritti e le vicende esistenziali e politiche, e con esse ricostruendo tanta parte della storia dell'"engagement" degli intellettuali europei e della storia della sinistra francese, italiana ed internazionale lungo il "secolo breve" e fino ad oggi.
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In memoria di Vito Ferrante ed Alfio Pannega
Nel corso dell'incontro sono stati anche ricordati ancora una volta due indimenticabili amici e compagni di riflessioni e di lotte nonviolente di cui porteremo avanti l'impegno di pace, di solidarieta', di liberazione: il poeta antifascista nonviolento viterbese Alfio Pannega di cui questo 30 aprile ricorreva il XVI anniversario della scomparsa, e lo scultore, militante, promotore e animatore di decisive esperienze di solidarieta' concreta Vito Ferrante, deceduto pochi giorni fa.
Vito Ferrante verra' commemorato questo sabato 9 maggio 2026 alle ore 15,30 alla Fattoria di Alice.
In ricordo di entrambi, Alfio e Vito, e' prevista anche una ulteriore iniziativa il sabato 16 maggio, ancora alla Fattoria di Alice.
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Abolire la guerra, prima che la guerra abolisca l'umanita'.
Pace, disarmo, smilitarizzazione.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.
Condividere fra tutte e tutti tutto il bene e tutti i beni.
Proteggere quest'unico mondo vivente di cui tutte e tutti siamo parte e custodi.
Salvare le vite e' il primo dovere.
La nonviolenza e' in cammino.
La nonviolenza e' il cammino.
Nonviolenza o barbarie.
4. MAESTRI. GIULIANO PONTARA: L'ESCALATION DELLA BARBARIE. UN ESTRATTO DAL PRIMO CAPITOLO DE "L'ANTIBARBARIE"
[Riproponiamo il seguente estratto da Giuliano Pontara, L'antibarbarie. La concezione etico-politica di Gandhi e il XXI secolo, Ega, Torino 2006, pp. 23-29 (sono le pagine iniziali del primo capitolo del libro: "Della barbarie", capitolo in relazione al quale in una nota Pontara scrive "Ho presentato una versione parziale e ridotta di questo capitolo in una delle riunioni del ciclo di seminari sulla pace e la guerra organizzati presso l'Universita' di Cagliari nel novembre-dicembre del 2004. Il testo presentato in quell'occasione e' stato pubblicato, insieme ai testi presentati dagli altri relatori, nel volume La pace e la guerra. Guerra giusta e filosofia della pace, a cura di A. Loche, Cooperativa Universitaria Editrice Cagliaritana, Cagliari 2005")]
1.1. L'escalation della barbarie
Il XX secolo e' stato profondamente segnato dall'acuirsi di due processi strettamente congiunti: l'escalation della brutalizzazione e la globalizzazione della violenza. Agli inizi del XXI secolo non vi sono segni di arresto e inversione.
Tutti e due questi processi vengono da lontano: dai massacri imperialisti e razzisti perpetrati dagli spagnoli e dai portoghesi in America Latina e da altri europei nell'America del Nord; da quelli perpetrati dagli inglesi, dai francesi, dai belgi, dai tedeschi e, in ritardo su questi, dagli italiani in Africa; dalla "missione civilizzatrice" degli inglesi in India, i quali alternarono l'uso della violenza armata e delle carestie per tenere l'intero subcontinente sotto il loro dispotico dominio.
I massacri colonialisti sono perpetrati da eserciti dotati di armi nettamente superiori e molto piu' distruttive di quelle di cui dispongono le popolazioni che cercano di resistere. Verso la fine dell'Ottocento sono inventate e adottate le prime mitragliatrici, prima semiautomatiche, poi automatiche. Nel 1885 l'esercito dell'impero britannico viene dotato della mitragliatrice automatica portabile Hiram Maxim, fornita di una capacita' di fuoco tra i 500 e i 600 colpi al minuto. Nel 1898 l'uso di questa mitragliatrice fu decisivo nella battaglia di Ondurman, in Sudan, nella quale le truppe inglesi affogarono nel sangue i guerriglieri del movimento indipendentista che si era sviluppato nel Paese sotto la guida di Muhammad ibn Abd Allah (normalmente noto come Abdullahi). Nella battaglia furono massacrati 22.000 sudanesi, altri 20.000 furono feriti. I morti tra le file dell'esercito coloniale inglese furono 48. II giovane Winston Churchill, futuro primo ministro inglese, presente alla battaglia come corrispondente di guerra, descrive il fuoco "fermo e insistente" dei soldati che, "interessati al loro lavoro" e "minuziosi nell'espletamento di esso", sparavano "senza fretta e senza eccitazione", con la nuova mitragliatrice Hiram Maxim su un "nemico lontano" che non poteva colpirli. Churchill chiama la nuova arma automatica di distruzione un'"arma di civilizzazione" (1).
Sono omicidi di massa di questo tipo a preparare quella che un noto storico contemporaneo ha chiamato "l'eta' dei massacri" (2), tuttora in corso, iniziata con la prima guerra mondiale, durante la quale centinaia di migliaia di soldati dei "Paesi civili" si massacrarono reciprocamente su scala industriale per quasi cinque anni: solo nella battaglia di Verdun, nel 1915, i tedeschi uccisero 315.000 francesi e i francesi a loro volta trucidarono 280.000 tedeschi (3). Con la prima guerra mondiale si rinforza un militarismo profondamente legato a grandi e potenti interessi economici e di classe. Di pari passo, e favorito dagli sviluppi sempre piu' rapidi della scienza e della tecnologia, si intensifica un processo sempre piu' serrato di corsa ad armamenti sempre piu' distruttivi che inghiotte somme sempre piu' astronomiche: tra le nuove mitragliatrici usate nella prima guerra mondiale (dopo che prototipi erano stati provati contro i "barbari incivili" nei massacri coloniali) e lo sganciamento delle due bombe nucleari sul Giappone intercorrono solo una trentina d'anni. Molti meno ce ne vorranno per sviluppare e costruire su scala industriale sistemi di armi termonucleari, chimiche e biologiche con le quali e' possibile distruggere l'intero genere umano, o gran parte di esso.
Contemporaneamente, causa ed effetto dell'escalation della violenza, con la prima guerra mondiale si innesca un rapido processo di vasta brutalizzazione, di crescente e sempre piu' largamente condivisa accettazione di forme di violenza precedentemente di regola non accettate e giudicate inaccettabili. Attraverso il blocco economico della Germania, efficacemente realizzato dalla flotta britannica per l'intera durata della guerra, lo sforzo bellico viene per la prima volta direttamente rivolto contro la popolazione civile allo scopo di abbatterne il morale. Le stime dei civili che morirono a causa della penuria di risorse essenziali causata dal blocco navale britannico variano da una cifra massima di 800.000 a una minima di 424.000 (4). Esso costituisce l'inizio della guerra come carneficina indiscriminata di combattenti e civili, perpetrata su scala industriale. L'invenzione e costruzione su larga scala dell'aereo rende possibile i bombardamenti terroristici diretti contro la popolazione civile, i primi dei quali si verificarono gia' verso la fine della prima guerra mondiale. Fatti inizialmente oggetto di un'ondata di proteste, questi bombardamenti vennero in seguito sempre piu' accettati e sanzionati come parte integrante della guerra, diventando fatto giornaliero durante la seconda.
Nel XX secolo la guerra, compresa quella "civile", e' dunque diventata totale. La percentuale dei civili uccisi in guerra non ha fatto che crescere: alla fine dell'Ottocento e' il 5%; nelle guerre di fine Novecento e' il 90% (5). Molte delle vittime sono bambini: soltanto nel corso dei vari conflitti violenti che hanno infestato varie regioni del pianeta negli ultimi quindici anni i bambini uccisi, resi invalidi, orfani, profondamente traumatizzati si contano a milioni. Alla fine degli anni Novanta esistevano oltre 110 milioni di mine attive disseminate in una settantina di Paesi martoriati da conflitti violenti (6); e' stato calcolato che in media ogni mese 2.000 persone pestano una di queste mine e vengono uccise o rese invalide per il resto della vita. Aveva ragione il militarista Karl von Clausewitz quando scriveva che "gli spiriti umani potrebbero pensare che esistano metodi tecnici per disarmare o abbattere l'avversario senza infliggergli troppe ferite e che sia questa la finalita' autentica dell'arte militare. Per quanto seducente ne sia l'apparenza occorre distruggere tale errore. La guerra e' un atto di forza, all'impiego del quale non esistono limiti: i belligeranti si impongono legge mutuamente; ne risulta un'azione reciproca che logicamente deve condurre all'estremo" (7). A massacri avvenuti, e suggellati dalle carneficine di civili causate dai bombardamenti atomici con cui gli Stati Uniti rasero al suolo le citta' di Hiroshima e Nagasaki e da quello "tradizionale" con cui gli alleati, a guerra praticamente conclusa e vinta, distrussero nel fuoco la citt" di Dresda, "i popoli della terra", nauseati dal sangue che arriva fino alle ginocchia, si dichiarano solennemente "decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra" (8). Ma il flagello continua attraverso una serie di guerre locali, alcune delle quali assumono dimensioni mondiali in quanto coinvolgono, direttamente o indirettamente, le maggiori potenze militari del pianeta: guerra di Corea, guerra di Indocina, guerra del Vietnam, guerra di Algeria, guerre in Africa, guerre balcaniche, guerre in Aghanistan, guerre in Iraq, guerre in Libano. Appare cosi' un nuovo fenomeno: la crescente globalizzazione e internazionalizzazione del terrorismo non statale (quello di Stato e' ben piu' antico e massiccio) favorito dalla globalizzazione del mercato, legale e nero, delle armi, dai nuovi fondamentalismi religiosi, ma anche da geopolitiche neo-imperialiste e dall'enorme iniquita' nella distribuzione delle risorse nel mondo.
A suo tempo, Karl Marx, con una metafora divenuta celebre, poteva parlare della violenza come ostetrica della storia, come lo strumento attraverso il quale lo sviluppo storico si apre la strada, abbattendo vecchie e pietrificate strutture, verso forme sempre piu' aperte, meno violente e piu' umane di societa'. Oggi c'e' il rischio che la metafora piu' calzante sia un'altra: quella della violenza come becchino della storia.
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1.2. La barbarie nazista
I vasti processi di brutalizzazione e globalizzazione della violenza, innescati dai massacri imperialisti nel mondo extraeuropeo, e ulteriormente sviluppati nel corso della prima guerra mondiale, favoriscono l'affermarsi del nazismo, una sistematica (anche se incoerente) ideologia della violenza e prassi metodica di essa come fine e come mezzo, che, a sua volta, fornisce combustibile a un ulteriore imbarbarimento.
Inteso come ideologia - Weltanschauung la chiamavano i suoi fautori - il nazismo e' un misto di nazionalismo tribale, di darwinismo sociale e di elitismo conditi con idee sul superuomo e la volonta' di potenza provenienti da Nietzsche (dai lati piu' oscuri del suo pensiero) e con la tendenza, di provenienza hegeliana, a concepire un popolo, una nazione come un'entita' metafisica. Cosi' inteso, il nazismo si articola in una costellazione di interconnesse componenti che si manifestano sia a livello verbale (a questo livello la bibbia del nazismo rimane pur sempre il Mein Kampf di Hitler), sia a livello comportamentale, attraverso atteggiamenti e comportamenti individuali e collettivi estremamente violenti e brutali, sia a livello strutturale in istituzioni e strutture che promuovono distribuzioni inique di potere e autorita' nel sistema sociale e di risorse e ricchezza a livello economico.
Molto fa ritenere che le componenti che assieme costituiscono la Weltanschauung nazista siano l'espressione estrema di strutture mentali, assunti, norme, valori a lungo presenti e coltivati non solo nella cultura tedesca, bensi' piu' in generale nella cultura occidentale (9). Ne' si tratta di un fenomeno circoscritto allo specifico contesto dei dodici anni di dittatura hitleriana in Germania. A determinate condizioni le componenti che congiuntamente costituiscono il nocciolo duro dell'ideologia nazista si possono realizzare, singolarmente o tutte assieme, in altri contesti. "E' avvenuto, quindi puo' accadere di nuovo... e dappertutto" (10).
In effetti molte sono le situazioni che portano a pensare che diverse delle componenti essenziali del nazismo siano ancora oggi largamente presenti nel mondo, a Nord come a Sud, in Occidente come in Oriente. Non penso qui tanto ai vari gruppi neonazisti attivi in diversi Paesi e che si ispirano direttamente agli insegnamenti di Hitler, richiamandosi piu' o meno apertamente al suo nome. Penso piuttosto alla diffusione di modi di pensare, di concepire l'uomo e il mondo per vari versi simili a quelli propri del nazismo, alle strutture autoritarie e oppressive non molto dissimili da quelle naziste tuttora imperanti nel mondo, alle forme sempre piu' brutali e distruttive assunte dalla violenza armata dopo la caduta del nazismo in Germania e che, come gia' aveva rilevato Primo Levi, sembrano in parte diramarsi proprio dalla violenza dominante nella Germania di Hitler (11).
Nelle pagine che seguono cerchero' di mettere brevemente e sinteticamente in luce ciascuna delle componenti che costituisce il nocciolo della Weltanschauung nazista (12), indicando di volta in volta come ciascuna di esse sia ancora ben presente nel mondo in tendenze naziste che costituiscono una grande minaccia per il futuro dell'umanita'.
Ostacolare lo sviluppo di queste tendenze costituisce una delle maggiori sfide del secolo XXI.
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1.3. La nuova barbarie: tendenze naziste oggi
Elenco riassuntivamente le componenti essenziali dell'ideologia nazista sulle quali nel resto di questo capitolo intendo incentrare il discorso. Esse sono otto:
a. la visione del mondo come teatro di una spietata lotta per la supremazia;
b. il diritto assoluto del piu' forte;
c. lo svincolamento della politica da ogni limite morale;
d. l'elitismo;
e. il disprezzo per il debole;
f. la glorificazione della violenza;
g. il culto dell'obbedienza assoluta;
h. il dogmatismo fanatico.
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Note
1. W. Churchill, The River War: An Historical Account of the Reconquest of the Sudan, Green Longmans, London 1899 (tr. it. Riconquistare Khartoum, Piemme, Casale Monferrato 1999).
2. E. Hobsbawm, The Age of Extremes, Abacus, London 1995, p. 24 (tr. it. Il secolo breve, Rizzoli, Milano 1997).
3. S. Robson, La prima guerra mondiale, il Mulino, Bologna 2002, p. 89 (ed. orig. The First World War, Longman, London-New York 1998).
4. J. Glover, Humanity. Una storia morale del ventesimo secolo, Il Saggiatore, Milano 2002, pp. 90-91 (ed. orig. Humanity. A Moral History of the Twentieth Century, Pimlico, London 2001).
5. Undp, Human Development Report, Oxford University Press, Oxford 1998, p. 35.
6. Ivi.
7. K. von Clausewitz, Della guerra, Mondadori, Milano 1970, pp. 21-22.
8. Preambolo della Carta delle Nazioni Unite.
9. Lo storico Enzo Traverso argomenta bene questa tesi nel suo lavoro La violenza nazista. Una genealogia, il Mulino, Bologna 2002.
10. P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1986, p. 164.
11. Ivi, p. 165.
12. Per una dettagliata analisi delle molteplici componenti che costituiscono la Weltanschauung nazista cfr. la meticolosa ricostruzione dell'intera ideologia fatta da H. Ofstad in Our Contempt for Weakness: Nazi Norms and Values - and Our Own, Almqvist & Wiksell International, Stockholm 1989 (ed. orig. in norvegese, Var forakt for svakhet, Pax Forlag, Oslo 1971). Debbo molto a questa analisi. Cfr. anche l'intera parte VI del lavoro di Glover, op. cit.
5. MAESTRI. GIULIANO PONTARA: IL MONDO COME TEATRO DELLE FORZE COSTRUTTIVE. UN ESTRATTO DALL'ULTIMO CAPITOLO DE "L'ANTIBARBARIE"
[Riproponiamo il seguente estratto da Giuliano Pontara, L'antibarbarie. La concezione etico-politica di Gandhi e il XXI secolo, Ega, Torino 2006, pp. 322-323]
Alla Weltanschauung nazista che vede il mondo come teatro di una perenne lotta violenta e brutale per la supremazia, la mentalita' nonviolenta oppone una visione del mondo al centro della quale sta quella "forza costruttiva" che nella storia dell'umanita' si esprime concretamente in atteggiamenti, comportamenti, pratiche, istituzioni, strutture - a livello morale, giuridico, sociale, economico, politico - volti ad arginare la violenza in tutte le sue forme; quella forza costruttiva che nella storia ha permesso agli esseri umani di convivere pacificamente, di condurre e risolvere i conflitti senza distruggersi a vicenda, di istituire relazioni cooperative, fiduciose, e costruire societa' fiorenti. La pace non e' vista come situazione di tregua tra guerre, bensi' come un continuo e dinamico processo costruttivo interrotto da esse. A una visione della storia umana, per cui il "progresso" si fa faticosamente strada con e grazie alla violenza, viene opposta una visione per cui le maggiori conquiste dell'umanita' sono avvenute non grazie alla violenza, ma nonostante essa.
Questa concezione costruttiva non nega la centralita' del conflitto nel mondo delle relazioni umane e l'importanza del potere nella conduzione dei conflitti. Ma potere non equivale a violenza; se la violenza e' sempre potere, non sempre il potere e' violenza. Non e' contraddittorio a livello teorico, ne' controfattuale a livello empirico, parlare di potere della nonviolenza, potere che nella storia si e' manifestato in una miriade di modi diversi, sia prima sia dopo Gandhi, e al quale Gandhi ha aggiunto, con la dottrina e la pratica del satyagraha, una nuova e originale dimensione.
6. MAESTRI. GIULIANO PONTARA: UNA VIA DIFFICILE. LE PAROLE CONCLUSIVE DE "L'ANTIBARBARIE"
[Riproponiamo il seguente estratto da Giuliano Pontara, L'antibarbarie. La concezione etico-politica di Gandhi e il XXI secolo, Ega, Torino 2006, pp. 333-334]
"Sento nel piu' profondo del mio cuore - scriveva Gandhi verso la fine della sua vita - che il mondo e' mortalmente nauseato dai versamenti di sangue. Il mondo sta cercando una via d'uscita". Uscita dalla barbarie.
Combattere la barbarie senza diventare barbari, questo e' il problema; opporsi, con mezzi immuni dal contagio, alla logica della volonta' di potenza, quella logica gia' enunciata, e forse anche denunciata, da Tucidide per cui "i forti fanno cio' che hanno la potenza per fare, mentre i deboli accettano quello che sono costretti ad accettare", e in base alla quale gli ateniesi, dopo che Melos si era arresa a discrezione, fecero massacro tra gli abitanti maschi in eta' militare e deportarono in schiavitu' donne e bambini; la stessa logica che domina tuttora nel mondo fra quanti vedono nel terrorismo della guerra e nella guerra del terrorismo la continuazione della politica con altri mezzi. E' difficile vedere come si possa uscire da questa logica con nuove e ulteriori violenze. Non c'e' una guerra che ponga fine a tutte le guerre, un terrorismo che ponga fine a ogni terrorismo, una barbarie che ponga fine a ogni barbarie, tranne la barbarie ultima dell'olocausto dell'umanita'. Non si tratta di abbandonarsi a discorsi apocalittici, ma non si puo' e non si deve assuefarsi alla convivenza con armi di distruzione di massa, e rimuovere la consapevolezza che la minaccia e il pericolo di una Auschwitz e di una Hiroshima sempre piu' globali sono pur sempre incombenti.
Se, da una parte, guardando all'immane corsa storica ad armamenti sempre piu' distruttivi, ai massacri, alle carneficine, alle guerre, ai genocidi perpetrati nel "mattatoio della storia" e alle minacciose tendenze naziste nel mondo d'oggi, si puo' ragionevolmente e pessimisticamente disperare di poter uscire dalla barbarie ed evitare la barbarie ultima; dall'altra, rivolgendo l'attenzione alle forze morali, costruttive e nonviolente che in ogni epoca della storia gli umani sono riusciti a mobilitare contro la violenza e la barbarie, si possono trovare ragioni per non disperare, appigli per un'intelligente speranza, quell'intelligente speranza di cui era "prigioniero" Gandhi e che l'accompagno' nel suo cammino sulla via della politica e della lotta nonviolenta. La via e' difficile, e Gandhi e' il primo a riconoscerlo: "Enunciare la nobile dottrina dell'ahimsa e' facile; osservarla in un mondo pieno di conflitti, di sconvolgimenti e di passioni e' un compito della cui difficolta' mi rendo conto ogni giorno di piu'". Ma esistono forse vie facili?
7. MAESTRI. GIULIANO PONTARA: IL NESSO PROFONDO, LA VIA NECESSARIA (2010)
[Riproponiamo questo intervento di Giuliano Pontara del 2010]
Si chiude tra tre mesi la "Decade per una cultura di pace e nonviolenza per i bambini - e le bambine - del mondo", decretata il 10 novembre 1998 dalla Assemblea Generale delle Nazioni Unite per il periodo 2001-2010. Secondo dati forniti da Save the Children, durante i tre giorni in cui si e' svolto all'Onu il recente incontro degli statisti sul Millenium Development Goals, 66.000 bambini sono morti nel mondo a causa di sottonutrizione, assenza di medicine e cure mediche basilari. Come minimo, la decade dovrebbe essere resa permanente. E di giornate della nonviolenza ce ne vogliono 365 l'anno - in tutto il mondo; e lo stesso vale per la democrazia, dovunque messa in pericolo da quelle che (nel primo capitolo del mio lavoro L'antibarbarie) ho caratterizzato come "tendenze naziste".
Insisto sul nesso profondo tra nonviolenza e democrazia come metodi incruenti e costruttivi di gestione e governo dei conflitti a tutti i livelli - metodi che fanno affidamento sulle forze morali costruttive che in ogni tempo gli umani hanno opposto a quelle distruttive. Democrazia e nonviolenza presuppongono trasparenza e fiducia - a loro volto strettamente interconnesse. Il ricorso alla violenza e' esiziale sia per l'una sia per l'altra, e questa e' una buona ragione per ritenere che la democrazia che si nutre di trasparenza e fiducia non si esporta ne' si insedia attraverso la guerra, ne' si mantiene creando eserciti professionali forniti di armi di distruzione di massa; eserciti che nei paesi occidentali confluiscono nella Nato - una delle strutture militari-militariste piu' nefande per la pace e la democrazia, ma estremamente vantaggiosa per chi ammassa potere non controllabile democraticamente, e per chi ci guadagna bilioni di dollari: immaginarsi chi, da ultimo, li sborsa, e come potrebbero essere usati nella lotta contro la moria dei neonati e dei bambini, la fame e la sete cronica, la poverta' assoluta, le enormi disuguaglianze economiche e di potere nel sistema di apartheid mondiale in cui viviamo.
Vim vi repellere licet. Gia', ma a forza di opporre violenza a violenza, massacri a massacri, e' vero o no che nel corso della storia umana, come la conosciamo sino ad oggi, c'e' stata una enorme corsa agli armamenti e una escalation di barbarie - dall'eta' della pietra, in cui la violenza si perpetrava con armi rudimentali, fino alle brutali guerre del secolo scorso e a quelle "postmoderne" attualmente in atto, in cui si sono massacrati con sistemi di distruzione sempre piu' efficienti oltre cento milioni di esseri umani? Ed e' vero o no che nel giro di soli trent'anni che separano l'inizio della prima guerra mondiale dalla fine della seconda gli eserciti delle varie "Patrie" sono passati dai massacri reciproci con le baionette alle stragi di civili perpetrate dai nazisti e suggellate dai massacri atomici di Hiroshima e Nagasaki? Ed e' vero o no che una rivoluzione che voleva essere proletaria e' sboccata nel Gulag stalinista? Ed e vero o no che in Afghanistan, come in Iraq (mica crediamo che la sciagurata guerra in Iraq sia finita) sono le popolazioni civili, e specialmente le fasce piu' povere - quelle gia' martoriate dalle precedenti guerre in tutte e due le regioni - a soffrire le maggiori perdite di vite e le maggiori sofferenze? Ed e' vero o no che lo stesso vale in Darfur come in Colombia, in Pakistan come a Gaza?
E oggi ci sono o non ci sono ammassate in varie parti del mondo armi nucleari, chimiche, biologiche sufficienti per creare un inferno in tutto il pianeta e mettere l'esistenza stessa del genere umano - e di altre specie - in pericolo?
E allora che altra via c'e' se non quella della nonviolenza, nel "grande" per chi vive ed opera nel grande e nel "piccolo" per chi vive e opera nel piccolo? La nonviolenza a tutti i livelli, individuale, istituzionale, strutturale, globale: il pacifismo giuridico (verso un governo mondiale), economico (l'abolizione delle strutture inique del capitalismo-imperialismo predatore), etico (lo sviluppo delle forze morali costruttive senza le quali la democrazia muore), assieme ai movimenti di lotte nonviolente dal basso, da quelle in Colombia per uscire dalla spirale di una guerra civile che dura da oltre quarant'anni, a quelle delle donne contro la dittatura militare in Birmania (Myanmar), da quelle degli israeliani che con i movimenti Peace now, Icahd, Refusnik si oppongono alle violenze del proprio governo-esercito nei territori occupati, a quelle dei palestinesi che con Mustafa Barghouthi rinnovano la resistenza nonviolenta popolare che fu la caratteristica principale, ed efficace, della prima Intifada - e tante altre in tante parti del pianeta.
Un mondo migliore e' - deve essere - possibile.
8. MEMORIA. LA PRIMA LETTERA DI GUENTHER ANDERS A CLAUDE EATHERLY
[Riproponiamo ancora una volta il testo della prima lettera di Guenther Anders a Claude Eatherly, del 3 giugno 1959, riprendendola dalla corrispondenza tra Guenther Anders e Claude Eatherly, Il pilota di Hiroshima. Ovvero: la coscienza al bando, Einaudi, Torino 1962, poi Linea d'ombra, Milano 1992 (ivi alle pp. 27-34), nella classica traduzione di Renato Solmi]
Al signor Claude R. Eatherly
ex maggiore della A. F.
Veterans' Administration Hospital
Waco, Texas
3 giugno 1959
Caro signor Eatherly,
Lei non conosce chi scrive queste righe. Mentre Lei e' noto a noi, ai miei amici e a me. Il modo in cui Lei verra' (o non verra') a capo della Sua sventura, e' seguito da tutti noi (che si viva a New York, a Tokio o a Vienna) col cuore in sospeso. E non per curiosita', o perche' il Suo caso ci interessi dal punto di vista medico o psicologico. Non siamo medici ne' psicologi. Ma perche' ci sforziamo, con ansia e sollecitudine, di venire a capo dei problemi morali che, oggi, si pongono di fronte a tutti noi. La tecnicizzazione dell'esistenza: il fatto che, indirettamente e senza saperlo, come le rotelle di una macchina, possiamo essere inseriti in azioni di cui non prevediamo gli effetti, e che, se ne prevedessimo gli effetti, non potremmo approvare - questo fatto ha trasformato la situazione morale di tutti noi. La tecnica ha fatto si' che si possa diventare "incolpevolmente colpevoli", in un modo che era ancora ignoto al mondo tecnicamente meno avanzato dei nostri padri.
Lei capisce il suo rapporto con tutto questo: poiche' Lei e' uno dei primi che si e' invischiato in questa colpa di nuovo tipo, una colpa in cui potrebbe incorrere - oggi o domani - ciascuno di noi. A Lei e' capitato cio' che potrebbe capitare domani a noi tutti. E' per questo che Lei ha per noi la funzione di un esempio tipico: la funzione di un precursore.
Probabilmente tutto questo non Le piace. Vuole stare tranquillo, your life is your business. Possiamo assicurarLe che l'indiscrezione piace cosi' poco a noi come a Lei, e La preghiamo di scusarci. Ma in questo caso, per la ragione che ho appena detto, l'indiscrezione e' - purtroppo - inevitabile, anzi doverosa. La Sua vita e' diventata anche il nostro business. Poiche' il caso (o comunque vogliamo chiamare il fatto innegabile) ha voluto fare di Lei, il privato cittadino Claude Eatherly, un simbolo del futuro, Lei non ha piu' diritto di protestare per la nostra indiscrezione. Che proprio Lei, e non un altro dei due o tre miliardi di Suoi contemporanei, sia stato condannato a questa funzione di simbolo, non e' colpa Sua, ed e' certamente spaventoso. Ma cosi' e', ormai.
E tuttavia non creda di essere il solo condannato in questo modo. Poiche' tutti noi dobbiamo vivere in quest'epoca, in cui potremmo incorrere in una colpa del genere: e come Lei non ha scelto la sua triste funzione, cosi' anche noi non abbiamo scelto quest'epoca infausta. In questo senso siamo quindi, come direste voi americani, "on the same boat", nella stessa barca, anzi siamo i figli di una stessa famiglia. E questa comunita', questa parentela, determina il nostro rapporto verso di Lei. Se ci occupiamo delle Sue sofferenze, lo facciamo come fratelli, come se Lei fosse un fratello a cui e' capitata la disgrazia di fare realmente cio' che ciascuno di noi potrebbe essere costretto a fare domani; come fratelli che sperano di poter evitare quella sciagura, come Lei oggi spera, tremendamente invano, di averla potuta evitare allora.
Ma allora cio' non era possibile: il meccanismo dei comandi funziono' perfettamente, e Lei era ancora giovane e senza discernimento. Dunque lo ha fatto. Ma poiche' lo ha fatto, noi possiamo apprendere da Lei, e solo da Lei, che sarebbe di noi se fossimo stati al Suo posto, che sarebbe di noi se fossimo al Suo posto. Vede che Lei ci e' estremamente prezioso, anzi indispensabile. Lei e', in qualche modo, il nostro maestro.
Naturalmente Lei rifiutera' questo titolo. "Tutt'altro, dira', poiche' io non riesco a venire a capo del mio stato".
*
Si stupira', ma e' proprio questo "non" a far pencolare (per noi) la bilancia. Ad essere, anzi, perfino consolante. Capisco che questa affermazione deve suonare, sulle prime, assurda. Percio' qualche parola di spiegazione.
Non dico "consolante per Lei". Non ho nessuna intenzione di volerLa consolare. Chi vuol consolare dice, infatti, sempre: "La cosa non e' poi cosi grave"; cerca, insomma, di impicciolire l'accaduto (dolore o colpa) o di farlo sparire con le parole. E' proprio quello che cercano di fare, per esempio, i Suoi medici. Non e' difficile scoprire perche' agiscano cosi'. In fin dei conti sono impiegati di un ospedale militare, cui non si addice la condanna morale di un'azione bellica unanimemente approvata, anzi lodata; a cui, anzi, non deve neppure venire in mente la possibilita' di questa condanna; e che percio' devono difendere in ogni caso l'irreprensibilita' di un'azione che Lei sente, a ragione, come una colpa. Ecco perche' i Suoi medici affermano: "Hiroshima in itself is not enough to explain your behaviour", cio' che in un linguaggio meno lambiccato significa: "Hiroshima e' meno terribile di quanto sembra"; ecco perche' si limitano a criticare, invece dell'azione stessa (o "dello stato del mondo" che l'ha resa possibile), la Sua reazione ad essa; ecco perche' devono chiamare il Suo dolore e la Sua attesa di un castigo una "malattia" ("classical guilt complex"); ed ecco perche' devono considerare e trattare la Sua azione come un "self-imagined wrong", un delitto inventato da Lei. C'e' da stupirsi che uomini costretti dal loro conformismo e dalla loro schiavitu' morale a sostenere l'irreprensibilita' della Sua azione, e a considerare quindi patologico il Suo stato di coscienza, che uomini che muovono da premesse cosi' bugiarde ottengano dalle loro cure risultati cosi' poco brillanti? Posso immaginare (e La prego di correggermi se sbaglio) con quanta incredulita' e diffidenza, con quanta repulsione Lei consideri quegli uomini, che prendono sul serio solo la Sua reazione, e non la Sua azione. Hiroshima-self-imagined!
Non c'e' dubbio: Lei la sa piu' lunga di loro. Non e' senza ragione che le grida dei feriti assordano i Suoi giorni, che le ombre dei morti affollano i Suoi sogni. Lei sa che l'accaduto e' accaduto veramente, e, non e' un'immaginazione. Lei non si lascia illudere da costoro. E nemmeno noi ci lasciamo illudere. Nemmeno noi sappiamo che farci di queste "consolazioni".
No, io dicevo per noi. Per noi il fatto che Lei non riesce a "venire a capo" dell'accaduto, e' consolante. E questo perche' ci mostra che Lei cerca di far fronte, a posteriori, all'effetto (che allora non poteva concepire) della Sua azione; e perche' questo tentativo, anche se dovesse fallire, prova che Lei ha potuto tener viva la Sua coscienza, anche dopo essere stato inserito come una rotella in un meccanismo tecnico e adoperato in esso con successo. E serbando viva la Sua coscienza ha mostrato che questo e' possibile, e che dev'essere possibile anche per noi. E sapere questo (e noi lo sappiamo grazie a Lei) e', per noi, consolante.
"Anche se dovesse fallire", ho detto. Ma il Suo tentativo deve necessariamente fallire. E precisamente per questo.
Gia' quando si e' fatto torto a una persona singola (e non parlo di uccidere), anche se l'azione si lascia abbracciare in tutti i suoi effetti, e' tutt'altro che semplice "venirne a capo". Ma qui si tratta di ben altro. Lei ha la sventura di aver lasciato dietro di se' duecentomila morti. E come sarebbe possibile realizzare un dolore che abbracci 200.000 vite umane? Come sarebbe possibile pentirsi di 200.000 vittime?
Non solo Lei non lo puo', non solo noi non lo possiamo: non e' possibile per nessuno. Per quanti sforzi disperati si facciano, dolore e pentimento restano inadeguati. L'inutilita' dei Suoi sforzi non e' quindi colpa Sua, Eatherly: ma e' una conseguenza di cio' che ho definito prima come la novita' decisiva della nostra situazione: del fatto, cioe', che siamo in grado di produrre piu' di quanto siamo in grado di immaginare; e che gli effetti provocati dagli attrezzi che costruiamo sono cosi' enormi che non siamo piu' attrezzati per concepirli. Al di la', cioe', di cio' che possiamo dominare interiormente, e di cui possiamo "venire a capo". Non si faccia rimproveri per il fallimento del Suo tentativo di pentirsi. Ci mancherebbe altro! Il pentimento non puo' riuscire. Ma il fallimento stesso dei Suoi sforzi e' la Sua esperienza e passione di ogni giorno; poiche' al di fuori di questa esperienza non c'e' nulla che possa sostituire il pentimento, e che possa impedirci di commettere di nuovo azioni cosi tremende. Che, di fronte a questo fallimento, la Sua reazione sia caotica e disordinata, e' quindi perfettamente naturale. Anzi, oserei dire che e' un segno della Sua salute morale. Poiche' la Sua reazione attesta la vitalita' della Sua coscienza.
*
Il metodo usuale per venire a capo di cose troppo grandi e' una semplice manovra di occultamento: si continua a vivere come se niente fosse; si cancella l'accaduto dalla lavagna della vita, si fa come se la colpa troppo grave non fosse nemmeno una colpa. Vale a dire che, per venirne a capo, si rinuncia affatto a venirne a capo. Come fa il Suo compagno e compatriota Joe Stiborik, ex radarista sull'Enola Gay, che Le presentano volentieri ad esempio perche' continua a vivere magnificamente e ha dichiarato, con la miglior cera di questo mondo, che "e' stata solo una bomba un po' piu' grossa delle altre". E questo metodo e' esemplificato, meglio ancora, dal presidente che ha dato il "via" a Lei come Lei lo ha dato al pilota dell'apparecchio bombardiere; e che quindi, a ben vedere, si trova nella Sua stessa situazione, se non in una situazione ancora peggiore. Ma egli ha omesso di fare cio' che Lei ha fatto. Tant'e' che alcuni anni fa, rovesciando ingenuamente ogni morale (non so se sia venuto a saperlo), ha dichiarato, in un'intervista destinata al pubblico, di non sentire i minimi "pangs of conscience", che sarebbe una prova lampante della sua innocenza; e quando poco fa, in occasione del suo settantacinquesimo compleanno, ha tirato le somme della sua vita, ha citato, come sola mancanza degna di rimorso, il fatto di essersi sposato dopo i trenta. Mi pare difficile che Lei possa invidiare questo "clean sheet". Ma sono certo che non accetterebbe mai, da un criminale comune, come una prova d'innocenza, la dichiarazione di non provare il minimo rimorso. Non e' un personaggio ridicolo, un uomo che fugge cosi' davanti a se stesso? Lei non ha agito cosi', Eatherly; Lei non e' un personaggio ridicolo. Lei fa, pur senza riuscirci, quanto e' umanamente possibile: cerca di continuare a vivere come la stessa persona che ha compiuto l'azione. Ed e' questo che ci consola. Anche se Lei, proprio perche' e' rimasto identico con la Sua azione, si e' trasformato in seguito ad essa.
Capisce che alludo alle Sue violazioni di domicilio, falsi e non so quali altri reati che ha commesso. E al fatto che e' o passa per demoralizzato e depresso. Non pensi che io sia un anarchico e favorevole ai falsi e alle rapine, o che dia scarso peso a queste cose. Ma nel Suo caso questi reati non sono affatto "comuni": sono gesti di disperazione. Poiche' essere colpevole come Lei lo e' ed essere esaltati, proprio per la propria colpa, come "eroi sorridenti", dev'essere una condizione intollerabile per un uomo onesto; per porre termine alla quale si puo' anche commettere qualche scorrettezza. Poiche' l'enormita' che pesava e pesa su di Lei non era capita, non poteva essere capita e non poteva essere fatta capire nel mondo a cui Lei appartiene, Lei doveva cercare di parlare ed agire nel linguaggio intelligibile costi', nel piccolo linguaggio della petty o della big larceny nei termini della societa' stessa. Cosi' Lei ha cercato di provare la Sua colpa con atti che fossero riconosciuti come reati. Ma anche questo non Le e' riuscito.
E' sempre condannato a passare per malato, anziche' per colpevole. E proprio per questo, perche' - per cosi' dire - non Le si concede la Sua colpa Lei e' e rimane un uomo infelice.
*
E ora, per finire, un suggerimento.
L'anno scorso ho visitato Hiroshima; e ho parlato con quelli che sono rimasti vivi dopo il Suo passaggio. Si rassicuri: non c'e' nessuno di quegli uomini che voglia perseguitare una vite nell'ingranaggio di una macchina militare (cio' che Lei era, quando, a ventisei anni, esegui' la Sua "missione"); non c'e' nessuno che La odi.
Ma ora Lei ha mostrato che, anche dopo essere stato adoperato come una vite, e' rimasto, a differenza degli altri, un uomo; o di esserlo ridiventato. Ed ecco la mia proposta, su cui Lei avra' modo di riflettere.
Il prossimo 6 agosto la popolazione di Hiroshima celebrera', come tutti gli anni, il giorno in cui "e' avvenuto". A quegli uomini Lei potrebbe inviare un messaggio, che dovrebbe giungere per il giorno della celebrazione. Se Lei dicesse da uomo a quegli uomini: "Allora non sapevo quel che facevo; ma ora lo so. E so che una cosa simile non dovra' piu' accadere; e che nessuno puo' chiedere a un altro di compierla"; e: "La vostra lotta contro il ripetersi di un'azione simile e' anche la mia lotta, e il vostro 'no more Hiroshima' e' anche il mio 'no more Hiroshima`, o qualcosa di simile puo' essere certo che con questo messaggio farebbe una gioia immensa ai sopravvissuti di Hiroshima e che sarebbe considerato da quegli uomini come un amico, come uno di loro. E che cio' accadrebbe a ragione, poiche' anche Lei, Eatherly, e' una vittima di Hiroshima. E cio' sarebbe forse anche per Lei, se non una consolazione, almeno una gioia.
Col sentimento che provo per ognuna di quelle vittime, La saluto
Guenther Anders
9. MEMORIA. LA PRIMA LETTERA DI CLAUDE EATHERLY A GUENTHER ANDERS
[Riproponiamo il testo della prima lettera di Claude Eatherly a Guenther Anders, del 12 giugno 1959, riprendendola dalla corrispondenza tra Guenther Anders e Claude Eatherly, Il pilota di Hiroshima. Ovvero: la coscienza al bando, Einaudi, Torino 1962, poi Linea d'ombra, Milano 1992 (ivi alle pp. 34-36), nella classica traduzione di Renato Solmi]
12 giugno 1959
Dear Sir,
molte grazie della Sua lettera, che ho ricevuto venerdi' della scorsa settimana.
Dopo aver letto piu' volte la Sua lettera, ho deciso di scriverLe, e di entrare eventualmente in corrispondenza con Lei, per discutere di quelle cose che entrambi, credo, comprendiamo. Io ricevo molte lettere, ma alla maggior parte non posso nemmeno rispondere. Mentre di fronte alla Sua lettera mi sono sentito costretto a rispondere e a farLe conoscere il mio atteggiamento verso le cose del mondo attuale.
Durante tutto il corso della mia vita sono sempre stato vivamente interessato al problema del modo di agire e di comportarsi. Pur non essendo, spero, un fanatico in nessun senso, ne' dal punto di vista religioso ne' da quello politico, sono tuttavia convinto, da qualche tempo, che la crisi in cui siamo tutti implicati esige un riesame approfondito di tutto il nostro schema di valori e di obbligazioni. In passato, ci sono state epoche in cui era possibile cavarsela senza porsi troppi problemi sulle proprie abitudini di pensiero e di condotta. Ma oggi e' relativamente chiaro che la nostra epoca non e' di quelle. Credo, anzi, che ci avviciniamo rapidamente a una situazione in cui saremo costretti a riesaminare la nostra disposizione a lasciare la responsabilita' dei nostri pensieri e delle nostre azioni a istituzioni sociali (come partiti politici, sindacati, chiesa o stato). Nessuna di queste istituzioni e' oggi in grado di impartire consigli morali infallibili, e percio' bisogna mettere in discussione la loro pretesa di impartirli. L'esperienza che ho fatto personalmente deve essere studiata da questo punto di vista, se il suo vero significato deve diventare comprensibile a tutti e dovunque, e non solo a me.
Se Lei ha l'impressione che questo concetto sia importante e piu' o meno conforme al Suo stesso pensiero, Le proporrei di cercare insieme di chiarire questo nesso di problemi, in un carteggio che potrebbe anche durare a lungo.
Ho l'impressione che Lei mi capisca come nessun altro, salvo forse il mio medico e amico.
Le mie azioni antisociali sono state catastrofiche per la mia vita privata, ma credo che, sforzandomi, riusciro' a mettere in luce i miei veri motivi, le mie convinzioni e la mia filosofia.
Guenther, mi fa piacere di scriverLe. Forse potremo stabilire, col nostro carteggio, un'amicizia fondata sulla fiducia e sulla comprensione. Non abbia scrupoli a scrivere sui problemi di situazione e di condotta in cui ci troviamo di fronte. E allora Le esporro' le mie opinioni.
RingraziandoLa ancora della Sua lettera, resto il Suo
Claude Eatherly
10. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.
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NONVIOLENZA O BARBARIE
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Numero 22 dell'8 maggio 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it
NONVIOLENZA O BARBARIE
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Numero 22 dell'8 maggio 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it
Sommario di questo numero:
1. Perche' permettiamo
2. Sabato 9 maggio a Viterbo la commemorazione di Vito Ferrante
3. Il 6 maggio a Viterbo un incontro sul libro a cura di Sandra Teroni "Sartre e Rossanda. Una ingombrante intransigenza"
4. Giuliano Pontara: L'escalation della barbarie. Un estratto dal primo capitolo de "L'antibarbarie"
5. Giuliano Pontara: Il mondo come teatro delle forze costruttive. Un estratto dall'ultimo capitolo de "L'antibarbarie"
6. Giuliano Pontara: Una via difficile. Le parole conclusive de "L'antibarbarie"
7. Giuliano Pontara: Il nesso profondo, la via necessaria (2010)
8. La prima lettera di Guenther Anders a Claude Eatherly
9. La prima lettera di Claude Eatherly a Guenther Anders
10. La "Carta" del Movimento Nonviolento
1. EDITORIALE. PERCHE' PERMETTIAMO
Perche' permettiamo a un pugno di malvagi e agli alienati esecutori dei loro scellerati ordini di uccidere tante persone innocenti?
Perche' permettiamo a un pugno di malvagi e agli alienati esecutori dei loro scellerati ordini di devastare irreversibilmente quest'unico mondo vivente?
Perche' permettiamo a un pugno di malvagi e agli alienati esecutori dei loro scellerati ordini di violare il diritto, la morale, la ragione, il cuore stesso dell'umanita'?
*
Possiamo e dobbiamo fermare le stragi: con la forza della nonviolenza.
Possiamo e dobbiamo fermare l'ecocidio: con la forza della nonviolenza.
Possiamo e dobbiamo fermare ogni crimine contro l'umanita', ogni violazione del diritti umani: con la forza della nonviolenza.
*
L'ora dell'insurrezione nonviolenta dei popoli per la salvezza dell'umanita' intera e' adesso.
Pace, disarmo, smilitarizzazione.
Salvare tutte le vite.
Nonviolenza o barbarie.
2. AMICIZIE. SABATO 9 MAGGIO A VITERBO LA COMMEMORAZIONE DI VITO FERRANTE
Sabato 9 maggio a Viterbo alle ore 15,30 alla Fattoria di Alice, in strada Tuscanese 20, si terra' la commemorazione di Vito Ferrante, indimenticable amico e compagno di innumerevoli lotte nonviolente, infaticabile animatore dell'"Associazione familiari e sostenitori sofferenti psichici della Tuscia" (Afesopsit), un punto di riferimento a Viterbo e nell'Alto Lazio per ogni iniziativa di solidarieta', una persona buona.
3. INCONTRI. IL 6 MAGGIO A VITERBO UN INCONTRO SUL LIBRO A CURA DI SANDRA TERONI "SARTRE E ROSSANDA. UNA INGOMBRANTE INTRANSIGENZA"
Nel pomeriggio di mercoledi' 6 maggio 2026 a Viterbo presso il "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" si e' tenuto un incontro di presentazione e commento del libro a cura di Sandra Teroni, Sartre e Rossanda. Una ingombrante intransigenza, Donzelli, Roma 2025 (pp. VIII + 224, euro 25).
L'incontro e' stato coordinato dal responsabile della struttura nonviolenta viterbese, Peppe Sini.
Nel corso dell'incontro sono state anche ricostruire le personalita' dell'illustre filosofo e scrittore francese Jean-Paul Sartre (1905-1980) e dell'immensa intellettuale e militante italiana Rossana Rossanda (1924-2020), ripercorrendone gli scritti e le vicende esistenziali e politiche, e con esse ricostruendo tanta parte della storia dell'"engagement" degli intellettuali europei e della storia della sinistra francese, italiana ed internazionale lungo il "secolo breve" e fino ad oggi.
*
In memoria di Vito Ferrante ed Alfio Pannega
Nel corso dell'incontro sono stati anche ricordati ancora una volta due indimenticabili amici e compagni di riflessioni e di lotte nonviolente di cui porteremo avanti l'impegno di pace, di solidarieta', di liberazione: il poeta antifascista nonviolento viterbese Alfio Pannega di cui questo 30 aprile ricorreva il XVI anniversario della scomparsa, e lo scultore, militante, promotore e animatore di decisive esperienze di solidarieta' concreta Vito Ferrante, deceduto pochi giorni fa.
Vito Ferrante verra' commemorato questo sabato 9 maggio 2026 alle ore 15,30 alla Fattoria di Alice.
In ricordo di entrambi, Alfio e Vito, e' prevista anche una ulteriore iniziativa il sabato 16 maggio, ancora alla Fattoria di Alice.
*
Abolire la guerra, prima che la guerra abolisca l'umanita'.
Pace, disarmo, smilitarizzazione.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.
Condividere fra tutte e tutti tutto il bene e tutti i beni.
Proteggere quest'unico mondo vivente di cui tutte e tutti siamo parte e custodi.
Salvare le vite e' il primo dovere.
La nonviolenza e' in cammino.
La nonviolenza e' il cammino.
Nonviolenza o barbarie.
4. MAESTRI. GIULIANO PONTARA: L'ESCALATION DELLA BARBARIE. UN ESTRATTO DAL PRIMO CAPITOLO DE "L'ANTIBARBARIE"
[Riproponiamo il seguente estratto da Giuliano Pontara, L'antibarbarie. La concezione etico-politica di Gandhi e il XXI secolo, Ega, Torino 2006, pp. 23-29 (sono le pagine iniziali del primo capitolo del libro: "Della barbarie", capitolo in relazione al quale in una nota Pontara scrive "Ho presentato una versione parziale e ridotta di questo capitolo in una delle riunioni del ciclo di seminari sulla pace e la guerra organizzati presso l'Universita' di Cagliari nel novembre-dicembre del 2004. Il testo presentato in quell'occasione e' stato pubblicato, insieme ai testi presentati dagli altri relatori, nel volume La pace e la guerra. Guerra giusta e filosofia della pace, a cura di A. Loche, Cooperativa Universitaria Editrice Cagliaritana, Cagliari 2005")]
1.1. L'escalation della barbarie
Il XX secolo e' stato profondamente segnato dall'acuirsi di due processi strettamente congiunti: l'escalation della brutalizzazione e la globalizzazione della violenza. Agli inizi del XXI secolo non vi sono segni di arresto e inversione.
Tutti e due questi processi vengono da lontano: dai massacri imperialisti e razzisti perpetrati dagli spagnoli e dai portoghesi in America Latina e da altri europei nell'America del Nord; da quelli perpetrati dagli inglesi, dai francesi, dai belgi, dai tedeschi e, in ritardo su questi, dagli italiani in Africa; dalla "missione civilizzatrice" degli inglesi in India, i quali alternarono l'uso della violenza armata e delle carestie per tenere l'intero subcontinente sotto il loro dispotico dominio.
I massacri colonialisti sono perpetrati da eserciti dotati di armi nettamente superiori e molto piu' distruttive di quelle di cui dispongono le popolazioni che cercano di resistere. Verso la fine dell'Ottocento sono inventate e adottate le prime mitragliatrici, prima semiautomatiche, poi automatiche. Nel 1885 l'esercito dell'impero britannico viene dotato della mitragliatrice automatica portabile Hiram Maxim, fornita di una capacita' di fuoco tra i 500 e i 600 colpi al minuto. Nel 1898 l'uso di questa mitragliatrice fu decisivo nella battaglia di Ondurman, in Sudan, nella quale le truppe inglesi affogarono nel sangue i guerriglieri del movimento indipendentista che si era sviluppato nel Paese sotto la guida di Muhammad ibn Abd Allah (normalmente noto come Abdullahi). Nella battaglia furono massacrati 22.000 sudanesi, altri 20.000 furono feriti. I morti tra le file dell'esercito coloniale inglese furono 48. II giovane Winston Churchill, futuro primo ministro inglese, presente alla battaglia come corrispondente di guerra, descrive il fuoco "fermo e insistente" dei soldati che, "interessati al loro lavoro" e "minuziosi nell'espletamento di esso", sparavano "senza fretta e senza eccitazione", con la nuova mitragliatrice Hiram Maxim su un "nemico lontano" che non poteva colpirli. Churchill chiama la nuova arma automatica di distruzione un'"arma di civilizzazione" (1).
Sono omicidi di massa di questo tipo a preparare quella che un noto storico contemporaneo ha chiamato "l'eta' dei massacri" (2), tuttora in corso, iniziata con la prima guerra mondiale, durante la quale centinaia di migliaia di soldati dei "Paesi civili" si massacrarono reciprocamente su scala industriale per quasi cinque anni: solo nella battaglia di Verdun, nel 1915, i tedeschi uccisero 315.000 francesi e i francesi a loro volta trucidarono 280.000 tedeschi (3). Con la prima guerra mondiale si rinforza un militarismo profondamente legato a grandi e potenti interessi economici e di classe. Di pari passo, e favorito dagli sviluppi sempre piu' rapidi della scienza e della tecnologia, si intensifica un processo sempre piu' serrato di corsa ad armamenti sempre piu' distruttivi che inghiotte somme sempre piu' astronomiche: tra le nuove mitragliatrici usate nella prima guerra mondiale (dopo che prototipi erano stati provati contro i "barbari incivili" nei massacri coloniali) e lo sganciamento delle due bombe nucleari sul Giappone intercorrono solo una trentina d'anni. Molti meno ce ne vorranno per sviluppare e costruire su scala industriale sistemi di armi termonucleari, chimiche e biologiche con le quali e' possibile distruggere l'intero genere umano, o gran parte di esso.
Contemporaneamente, causa ed effetto dell'escalation della violenza, con la prima guerra mondiale si innesca un rapido processo di vasta brutalizzazione, di crescente e sempre piu' largamente condivisa accettazione di forme di violenza precedentemente di regola non accettate e giudicate inaccettabili. Attraverso il blocco economico della Germania, efficacemente realizzato dalla flotta britannica per l'intera durata della guerra, lo sforzo bellico viene per la prima volta direttamente rivolto contro la popolazione civile allo scopo di abbatterne il morale. Le stime dei civili che morirono a causa della penuria di risorse essenziali causata dal blocco navale britannico variano da una cifra massima di 800.000 a una minima di 424.000 (4). Esso costituisce l'inizio della guerra come carneficina indiscriminata di combattenti e civili, perpetrata su scala industriale. L'invenzione e costruzione su larga scala dell'aereo rende possibile i bombardamenti terroristici diretti contro la popolazione civile, i primi dei quali si verificarono gia' verso la fine della prima guerra mondiale. Fatti inizialmente oggetto di un'ondata di proteste, questi bombardamenti vennero in seguito sempre piu' accettati e sanzionati come parte integrante della guerra, diventando fatto giornaliero durante la seconda.
Nel XX secolo la guerra, compresa quella "civile", e' dunque diventata totale. La percentuale dei civili uccisi in guerra non ha fatto che crescere: alla fine dell'Ottocento e' il 5%; nelle guerre di fine Novecento e' il 90% (5). Molte delle vittime sono bambini: soltanto nel corso dei vari conflitti violenti che hanno infestato varie regioni del pianeta negli ultimi quindici anni i bambini uccisi, resi invalidi, orfani, profondamente traumatizzati si contano a milioni. Alla fine degli anni Novanta esistevano oltre 110 milioni di mine attive disseminate in una settantina di Paesi martoriati da conflitti violenti (6); e' stato calcolato che in media ogni mese 2.000 persone pestano una di queste mine e vengono uccise o rese invalide per il resto della vita. Aveva ragione il militarista Karl von Clausewitz quando scriveva che "gli spiriti umani potrebbero pensare che esistano metodi tecnici per disarmare o abbattere l'avversario senza infliggergli troppe ferite e che sia questa la finalita' autentica dell'arte militare. Per quanto seducente ne sia l'apparenza occorre distruggere tale errore. La guerra e' un atto di forza, all'impiego del quale non esistono limiti: i belligeranti si impongono legge mutuamente; ne risulta un'azione reciproca che logicamente deve condurre all'estremo" (7). A massacri avvenuti, e suggellati dalle carneficine di civili causate dai bombardamenti atomici con cui gli Stati Uniti rasero al suolo le citta' di Hiroshima e Nagasaki e da quello "tradizionale" con cui gli alleati, a guerra praticamente conclusa e vinta, distrussero nel fuoco la citt" di Dresda, "i popoli della terra", nauseati dal sangue che arriva fino alle ginocchia, si dichiarano solennemente "decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra" (8). Ma il flagello continua attraverso una serie di guerre locali, alcune delle quali assumono dimensioni mondiali in quanto coinvolgono, direttamente o indirettamente, le maggiori potenze militari del pianeta: guerra di Corea, guerra di Indocina, guerra del Vietnam, guerra di Algeria, guerre in Africa, guerre balcaniche, guerre in Aghanistan, guerre in Iraq, guerre in Libano. Appare cosi' un nuovo fenomeno: la crescente globalizzazione e internazionalizzazione del terrorismo non statale (quello di Stato e' ben piu' antico e massiccio) favorito dalla globalizzazione del mercato, legale e nero, delle armi, dai nuovi fondamentalismi religiosi, ma anche da geopolitiche neo-imperialiste e dall'enorme iniquita' nella distribuzione delle risorse nel mondo.
A suo tempo, Karl Marx, con una metafora divenuta celebre, poteva parlare della violenza come ostetrica della storia, come lo strumento attraverso il quale lo sviluppo storico si apre la strada, abbattendo vecchie e pietrificate strutture, verso forme sempre piu' aperte, meno violente e piu' umane di societa'. Oggi c'e' il rischio che la metafora piu' calzante sia un'altra: quella della violenza come becchino della storia.
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1.2. La barbarie nazista
I vasti processi di brutalizzazione e globalizzazione della violenza, innescati dai massacri imperialisti nel mondo extraeuropeo, e ulteriormente sviluppati nel corso della prima guerra mondiale, favoriscono l'affermarsi del nazismo, una sistematica (anche se incoerente) ideologia della violenza e prassi metodica di essa come fine e come mezzo, che, a sua volta, fornisce combustibile a un ulteriore imbarbarimento.
Inteso come ideologia - Weltanschauung la chiamavano i suoi fautori - il nazismo e' un misto di nazionalismo tribale, di darwinismo sociale e di elitismo conditi con idee sul superuomo e la volonta' di potenza provenienti da Nietzsche (dai lati piu' oscuri del suo pensiero) e con la tendenza, di provenienza hegeliana, a concepire un popolo, una nazione come un'entita' metafisica. Cosi' inteso, il nazismo si articola in una costellazione di interconnesse componenti che si manifestano sia a livello verbale (a questo livello la bibbia del nazismo rimane pur sempre il Mein Kampf di Hitler), sia a livello comportamentale, attraverso atteggiamenti e comportamenti individuali e collettivi estremamente violenti e brutali, sia a livello strutturale in istituzioni e strutture che promuovono distribuzioni inique di potere e autorita' nel sistema sociale e di risorse e ricchezza a livello economico.
Molto fa ritenere che le componenti che assieme costituiscono la Weltanschauung nazista siano l'espressione estrema di strutture mentali, assunti, norme, valori a lungo presenti e coltivati non solo nella cultura tedesca, bensi' piu' in generale nella cultura occidentale (9). Ne' si tratta di un fenomeno circoscritto allo specifico contesto dei dodici anni di dittatura hitleriana in Germania. A determinate condizioni le componenti che congiuntamente costituiscono il nocciolo duro dell'ideologia nazista si possono realizzare, singolarmente o tutte assieme, in altri contesti. "E' avvenuto, quindi puo' accadere di nuovo... e dappertutto" (10).
In effetti molte sono le situazioni che portano a pensare che diverse delle componenti essenziali del nazismo siano ancora oggi largamente presenti nel mondo, a Nord come a Sud, in Occidente come in Oriente. Non penso qui tanto ai vari gruppi neonazisti attivi in diversi Paesi e che si ispirano direttamente agli insegnamenti di Hitler, richiamandosi piu' o meno apertamente al suo nome. Penso piuttosto alla diffusione di modi di pensare, di concepire l'uomo e il mondo per vari versi simili a quelli propri del nazismo, alle strutture autoritarie e oppressive non molto dissimili da quelle naziste tuttora imperanti nel mondo, alle forme sempre piu' brutali e distruttive assunte dalla violenza armata dopo la caduta del nazismo in Germania e che, come gia' aveva rilevato Primo Levi, sembrano in parte diramarsi proprio dalla violenza dominante nella Germania di Hitler (11).
Nelle pagine che seguono cerchero' di mettere brevemente e sinteticamente in luce ciascuna delle componenti che costituisce il nocciolo della Weltanschauung nazista (12), indicando di volta in volta come ciascuna di esse sia ancora ben presente nel mondo in tendenze naziste che costituiscono una grande minaccia per il futuro dell'umanita'.
Ostacolare lo sviluppo di queste tendenze costituisce una delle maggiori sfide del secolo XXI.
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1.3. La nuova barbarie: tendenze naziste oggi
Elenco riassuntivamente le componenti essenziali dell'ideologia nazista sulle quali nel resto di questo capitolo intendo incentrare il discorso. Esse sono otto:
a. la visione del mondo come teatro di una spietata lotta per la supremazia;
b. il diritto assoluto del piu' forte;
c. lo svincolamento della politica da ogni limite morale;
d. l'elitismo;
e. il disprezzo per il debole;
f. la glorificazione della violenza;
g. il culto dell'obbedienza assoluta;
h. il dogmatismo fanatico.
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Note
1. W. Churchill, The River War: An Historical Account of the Reconquest of the Sudan, Green Longmans, London 1899 (tr. it. Riconquistare Khartoum, Piemme, Casale Monferrato 1999).
2. E. Hobsbawm, The Age of Extremes, Abacus, London 1995, p. 24 (tr. it. Il secolo breve, Rizzoli, Milano 1997).
3. S. Robson, La prima guerra mondiale, il Mulino, Bologna 2002, p. 89 (ed. orig. The First World War, Longman, London-New York 1998).
4. J. Glover, Humanity. Una storia morale del ventesimo secolo, Il Saggiatore, Milano 2002, pp. 90-91 (ed. orig. Humanity. A Moral History of the Twentieth Century, Pimlico, London 2001).
5. Undp, Human Development Report, Oxford University Press, Oxford 1998, p. 35.
6. Ivi.
7. K. von Clausewitz, Della guerra, Mondadori, Milano 1970, pp. 21-22.
8. Preambolo della Carta delle Nazioni Unite.
9. Lo storico Enzo Traverso argomenta bene questa tesi nel suo lavoro La violenza nazista. Una genealogia, il Mulino, Bologna 2002.
10. P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1986, p. 164.
11. Ivi, p. 165.
12. Per una dettagliata analisi delle molteplici componenti che costituiscono la Weltanschauung nazista cfr. la meticolosa ricostruzione dell'intera ideologia fatta da H. Ofstad in Our Contempt for Weakness: Nazi Norms and Values - and Our Own, Almqvist & Wiksell International, Stockholm 1989 (ed. orig. in norvegese, Var forakt for svakhet, Pax Forlag, Oslo 1971). Debbo molto a questa analisi. Cfr. anche l'intera parte VI del lavoro di Glover, op. cit.
5. MAESTRI. GIULIANO PONTARA: IL MONDO COME TEATRO DELLE FORZE COSTRUTTIVE. UN ESTRATTO DALL'ULTIMO CAPITOLO DE "L'ANTIBARBARIE"
[Riproponiamo il seguente estratto da Giuliano Pontara, L'antibarbarie. La concezione etico-politica di Gandhi e il XXI secolo, Ega, Torino 2006, pp. 322-323]
Alla Weltanschauung nazista che vede il mondo come teatro di una perenne lotta violenta e brutale per la supremazia, la mentalita' nonviolenta oppone una visione del mondo al centro della quale sta quella "forza costruttiva" che nella storia dell'umanita' si esprime concretamente in atteggiamenti, comportamenti, pratiche, istituzioni, strutture - a livello morale, giuridico, sociale, economico, politico - volti ad arginare la violenza in tutte le sue forme; quella forza costruttiva che nella storia ha permesso agli esseri umani di convivere pacificamente, di condurre e risolvere i conflitti senza distruggersi a vicenda, di istituire relazioni cooperative, fiduciose, e costruire societa' fiorenti. La pace non e' vista come situazione di tregua tra guerre, bensi' come un continuo e dinamico processo costruttivo interrotto da esse. A una visione della storia umana, per cui il "progresso" si fa faticosamente strada con e grazie alla violenza, viene opposta una visione per cui le maggiori conquiste dell'umanita' sono avvenute non grazie alla violenza, ma nonostante essa.
Questa concezione costruttiva non nega la centralita' del conflitto nel mondo delle relazioni umane e l'importanza del potere nella conduzione dei conflitti. Ma potere non equivale a violenza; se la violenza e' sempre potere, non sempre il potere e' violenza. Non e' contraddittorio a livello teorico, ne' controfattuale a livello empirico, parlare di potere della nonviolenza, potere che nella storia si e' manifestato in una miriade di modi diversi, sia prima sia dopo Gandhi, e al quale Gandhi ha aggiunto, con la dottrina e la pratica del satyagraha, una nuova e originale dimensione.
6. MAESTRI. GIULIANO PONTARA: UNA VIA DIFFICILE. LE PAROLE CONCLUSIVE DE "L'ANTIBARBARIE"
[Riproponiamo il seguente estratto da Giuliano Pontara, L'antibarbarie. La concezione etico-politica di Gandhi e il XXI secolo, Ega, Torino 2006, pp. 333-334]
"Sento nel piu' profondo del mio cuore - scriveva Gandhi verso la fine della sua vita - che il mondo e' mortalmente nauseato dai versamenti di sangue. Il mondo sta cercando una via d'uscita". Uscita dalla barbarie.
Combattere la barbarie senza diventare barbari, questo e' il problema; opporsi, con mezzi immuni dal contagio, alla logica della volonta' di potenza, quella logica gia' enunciata, e forse anche denunciata, da Tucidide per cui "i forti fanno cio' che hanno la potenza per fare, mentre i deboli accettano quello che sono costretti ad accettare", e in base alla quale gli ateniesi, dopo che Melos si era arresa a discrezione, fecero massacro tra gli abitanti maschi in eta' militare e deportarono in schiavitu' donne e bambini; la stessa logica che domina tuttora nel mondo fra quanti vedono nel terrorismo della guerra e nella guerra del terrorismo la continuazione della politica con altri mezzi. E' difficile vedere come si possa uscire da questa logica con nuove e ulteriori violenze. Non c'e' una guerra che ponga fine a tutte le guerre, un terrorismo che ponga fine a ogni terrorismo, una barbarie che ponga fine a ogni barbarie, tranne la barbarie ultima dell'olocausto dell'umanita'. Non si tratta di abbandonarsi a discorsi apocalittici, ma non si puo' e non si deve assuefarsi alla convivenza con armi di distruzione di massa, e rimuovere la consapevolezza che la minaccia e il pericolo di una Auschwitz e di una Hiroshima sempre piu' globali sono pur sempre incombenti.
Se, da una parte, guardando all'immane corsa storica ad armamenti sempre piu' distruttivi, ai massacri, alle carneficine, alle guerre, ai genocidi perpetrati nel "mattatoio della storia" e alle minacciose tendenze naziste nel mondo d'oggi, si puo' ragionevolmente e pessimisticamente disperare di poter uscire dalla barbarie ed evitare la barbarie ultima; dall'altra, rivolgendo l'attenzione alle forze morali, costruttive e nonviolente che in ogni epoca della storia gli umani sono riusciti a mobilitare contro la violenza e la barbarie, si possono trovare ragioni per non disperare, appigli per un'intelligente speranza, quell'intelligente speranza di cui era "prigioniero" Gandhi e che l'accompagno' nel suo cammino sulla via della politica e della lotta nonviolenta. La via e' difficile, e Gandhi e' il primo a riconoscerlo: "Enunciare la nobile dottrina dell'ahimsa e' facile; osservarla in un mondo pieno di conflitti, di sconvolgimenti e di passioni e' un compito della cui difficolta' mi rendo conto ogni giorno di piu'". Ma esistono forse vie facili?
7. MAESTRI. GIULIANO PONTARA: IL NESSO PROFONDO, LA VIA NECESSARIA (2010)
[Riproponiamo questo intervento di Giuliano Pontara del 2010]
Si chiude tra tre mesi la "Decade per una cultura di pace e nonviolenza per i bambini - e le bambine - del mondo", decretata il 10 novembre 1998 dalla Assemblea Generale delle Nazioni Unite per il periodo 2001-2010. Secondo dati forniti da Save the Children, durante i tre giorni in cui si e' svolto all'Onu il recente incontro degli statisti sul Millenium Development Goals, 66.000 bambini sono morti nel mondo a causa di sottonutrizione, assenza di medicine e cure mediche basilari. Come minimo, la decade dovrebbe essere resa permanente. E di giornate della nonviolenza ce ne vogliono 365 l'anno - in tutto il mondo; e lo stesso vale per la democrazia, dovunque messa in pericolo da quelle che (nel primo capitolo del mio lavoro L'antibarbarie) ho caratterizzato come "tendenze naziste".
Insisto sul nesso profondo tra nonviolenza e democrazia come metodi incruenti e costruttivi di gestione e governo dei conflitti a tutti i livelli - metodi che fanno affidamento sulle forze morali costruttive che in ogni tempo gli umani hanno opposto a quelle distruttive. Democrazia e nonviolenza presuppongono trasparenza e fiducia - a loro volto strettamente interconnesse. Il ricorso alla violenza e' esiziale sia per l'una sia per l'altra, e questa e' una buona ragione per ritenere che la democrazia che si nutre di trasparenza e fiducia non si esporta ne' si insedia attraverso la guerra, ne' si mantiene creando eserciti professionali forniti di armi di distruzione di massa; eserciti che nei paesi occidentali confluiscono nella Nato - una delle strutture militari-militariste piu' nefande per la pace e la democrazia, ma estremamente vantaggiosa per chi ammassa potere non controllabile democraticamente, e per chi ci guadagna bilioni di dollari: immaginarsi chi, da ultimo, li sborsa, e come potrebbero essere usati nella lotta contro la moria dei neonati e dei bambini, la fame e la sete cronica, la poverta' assoluta, le enormi disuguaglianze economiche e di potere nel sistema di apartheid mondiale in cui viviamo.
Vim vi repellere licet. Gia', ma a forza di opporre violenza a violenza, massacri a massacri, e' vero o no che nel corso della storia umana, come la conosciamo sino ad oggi, c'e' stata una enorme corsa agli armamenti e una escalation di barbarie - dall'eta' della pietra, in cui la violenza si perpetrava con armi rudimentali, fino alle brutali guerre del secolo scorso e a quelle "postmoderne" attualmente in atto, in cui si sono massacrati con sistemi di distruzione sempre piu' efficienti oltre cento milioni di esseri umani? Ed e' vero o no che nel giro di soli trent'anni che separano l'inizio della prima guerra mondiale dalla fine della seconda gli eserciti delle varie "Patrie" sono passati dai massacri reciproci con le baionette alle stragi di civili perpetrate dai nazisti e suggellate dai massacri atomici di Hiroshima e Nagasaki? Ed e' vero o no che una rivoluzione che voleva essere proletaria e' sboccata nel Gulag stalinista? Ed e vero o no che in Afghanistan, come in Iraq (mica crediamo che la sciagurata guerra in Iraq sia finita) sono le popolazioni civili, e specialmente le fasce piu' povere - quelle gia' martoriate dalle precedenti guerre in tutte e due le regioni - a soffrire le maggiori perdite di vite e le maggiori sofferenze? Ed e' vero o no che lo stesso vale in Darfur come in Colombia, in Pakistan come a Gaza?
E oggi ci sono o non ci sono ammassate in varie parti del mondo armi nucleari, chimiche, biologiche sufficienti per creare un inferno in tutto il pianeta e mettere l'esistenza stessa del genere umano - e di altre specie - in pericolo?
E allora che altra via c'e' se non quella della nonviolenza, nel "grande" per chi vive ed opera nel grande e nel "piccolo" per chi vive e opera nel piccolo? La nonviolenza a tutti i livelli, individuale, istituzionale, strutturale, globale: il pacifismo giuridico (verso un governo mondiale), economico (l'abolizione delle strutture inique del capitalismo-imperialismo predatore), etico (lo sviluppo delle forze morali costruttive senza le quali la democrazia muore), assieme ai movimenti di lotte nonviolente dal basso, da quelle in Colombia per uscire dalla spirale di una guerra civile che dura da oltre quarant'anni, a quelle delle donne contro la dittatura militare in Birmania (Myanmar), da quelle degli israeliani che con i movimenti Peace now, Icahd, Refusnik si oppongono alle violenze del proprio governo-esercito nei territori occupati, a quelle dei palestinesi che con Mustafa Barghouthi rinnovano la resistenza nonviolenta popolare che fu la caratteristica principale, ed efficace, della prima Intifada - e tante altre in tante parti del pianeta.
Un mondo migliore e' - deve essere - possibile.
8. MEMORIA. LA PRIMA LETTERA DI GUENTHER ANDERS A CLAUDE EATHERLY
[Riproponiamo ancora una volta il testo della prima lettera di Guenther Anders a Claude Eatherly, del 3 giugno 1959, riprendendola dalla corrispondenza tra Guenther Anders e Claude Eatherly, Il pilota di Hiroshima. Ovvero: la coscienza al bando, Einaudi, Torino 1962, poi Linea d'ombra, Milano 1992 (ivi alle pp. 27-34), nella classica traduzione di Renato Solmi]
Al signor Claude R. Eatherly
ex maggiore della A. F.
Veterans' Administration Hospital
Waco, Texas
3 giugno 1959
Caro signor Eatherly,
Lei non conosce chi scrive queste righe. Mentre Lei e' noto a noi, ai miei amici e a me. Il modo in cui Lei verra' (o non verra') a capo della Sua sventura, e' seguito da tutti noi (che si viva a New York, a Tokio o a Vienna) col cuore in sospeso. E non per curiosita', o perche' il Suo caso ci interessi dal punto di vista medico o psicologico. Non siamo medici ne' psicologi. Ma perche' ci sforziamo, con ansia e sollecitudine, di venire a capo dei problemi morali che, oggi, si pongono di fronte a tutti noi. La tecnicizzazione dell'esistenza: il fatto che, indirettamente e senza saperlo, come le rotelle di una macchina, possiamo essere inseriti in azioni di cui non prevediamo gli effetti, e che, se ne prevedessimo gli effetti, non potremmo approvare - questo fatto ha trasformato la situazione morale di tutti noi. La tecnica ha fatto si' che si possa diventare "incolpevolmente colpevoli", in un modo che era ancora ignoto al mondo tecnicamente meno avanzato dei nostri padri.
Lei capisce il suo rapporto con tutto questo: poiche' Lei e' uno dei primi che si e' invischiato in questa colpa di nuovo tipo, una colpa in cui potrebbe incorrere - oggi o domani - ciascuno di noi. A Lei e' capitato cio' che potrebbe capitare domani a noi tutti. E' per questo che Lei ha per noi la funzione di un esempio tipico: la funzione di un precursore.
Probabilmente tutto questo non Le piace. Vuole stare tranquillo, your life is your business. Possiamo assicurarLe che l'indiscrezione piace cosi' poco a noi come a Lei, e La preghiamo di scusarci. Ma in questo caso, per la ragione che ho appena detto, l'indiscrezione e' - purtroppo - inevitabile, anzi doverosa. La Sua vita e' diventata anche il nostro business. Poiche' il caso (o comunque vogliamo chiamare il fatto innegabile) ha voluto fare di Lei, il privato cittadino Claude Eatherly, un simbolo del futuro, Lei non ha piu' diritto di protestare per la nostra indiscrezione. Che proprio Lei, e non un altro dei due o tre miliardi di Suoi contemporanei, sia stato condannato a questa funzione di simbolo, non e' colpa Sua, ed e' certamente spaventoso. Ma cosi' e', ormai.
E tuttavia non creda di essere il solo condannato in questo modo. Poiche' tutti noi dobbiamo vivere in quest'epoca, in cui potremmo incorrere in una colpa del genere: e come Lei non ha scelto la sua triste funzione, cosi' anche noi non abbiamo scelto quest'epoca infausta. In questo senso siamo quindi, come direste voi americani, "on the same boat", nella stessa barca, anzi siamo i figli di una stessa famiglia. E questa comunita', questa parentela, determina il nostro rapporto verso di Lei. Se ci occupiamo delle Sue sofferenze, lo facciamo come fratelli, come se Lei fosse un fratello a cui e' capitata la disgrazia di fare realmente cio' che ciascuno di noi potrebbe essere costretto a fare domani; come fratelli che sperano di poter evitare quella sciagura, come Lei oggi spera, tremendamente invano, di averla potuta evitare allora.
Ma allora cio' non era possibile: il meccanismo dei comandi funziono' perfettamente, e Lei era ancora giovane e senza discernimento. Dunque lo ha fatto. Ma poiche' lo ha fatto, noi possiamo apprendere da Lei, e solo da Lei, che sarebbe di noi se fossimo stati al Suo posto, che sarebbe di noi se fossimo al Suo posto. Vede che Lei ci e' estremamente prezioso, anzi indispensabile. Lei e', in qualche modo, il nostro maestro.
Naturalmente Lei rifiutera' questo titolo. "Tutt'altro, dira', poiche' io non riesco a venire a capo del mio stato".
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Si stupira', ma e' proprio questo "non" a far pencolare (per noi) la bilancia. Ad essere, anzi, perfino consolante. Capisco che questa affermazione deve suonare, sulle prime, assurda. Percio' qualche parola di spiegazione.
Non dico "consolante per Lei". Non ho nessuna intenzione di volerLa consolare. Chi vuol consolare dice, infatti, sempre: "La cosa non e' poi cosi grave"; cerca, insomma, di impicciolire l'accaduto (dolore o colpa) o di farlo sparire con le parole. E' proprio quello che cercano di fare, per esempio, i Suoi medici. Non e' difficile scoprire perche' agiscano cosi'. In fin dei conti sono impiegati di un ospedale militare, cui non si addice la condanna morale di un'azione bellica unanimemente approvata, anzi lodata; a cui, anzi, non deve neppure venire in mente la possibilita' di questa condanna; e che percio' devono difendere in ogni caso l'irreprensibilita' di un'azione che Lei sente, a ragione, come una colpa. Ecco perche' i Suoi medici affermano: "Hiroshima in itself is not enough to explain your behaviour", cio' che in un linguaggio meno lambiccato significa: "Hiroshima e' meno terribile di quanto sembra"; ecco perche' si limitano a criticare, invece dell'azione stessa (o "dello stato del mondo" che l'ha resa possibile), la Sua reazione ad essa; ecco perche' devono chiamare il Suo dolore e la Sua attesa di un castigo una "malattia" ("classical guilt complex"); ed ecco perche' devono considerare e trattare la Sua azione come un "self-imagined wrong", un delitto inventato da Lei. C'e' da stupirsi che uomini costretti dal loro conformismo e dalla loro schiavitu' morale a sostenere l'irreprensibilita' della Sua azione, e a considerare quindi patologico il Suo stato di coscienza, che uomini che muovono da premesse cosi' bugiarde ottengano dalle loro cure risultati cosi' poco brillanti? Posso immaginare (e La prego di correggermi se sbaglio) con quanta incredulita' e diffidenza, con quanta repulsione Lei consideri quegli uomini, che prendono sul serio solo la Sua reazione, e non la Sua azione. Hiroshima-self-imagined!
Non c'e' dubbio: Lei la sa piu' lunga di loro. Non e' senza ragione che le grida dei feriti assordano i Suoi giorni, che le ombre dei morti affollano i Suoi sogni. Lei sa che l'accaduto e' accaduto veramente, e, non e' un'immaginazione. Lei non si lascia illudere da costoro. E nemmeno noi ci lasciamo illudere. Nemmeno noi sappiamo che farci di queste "consolazioni".
No, io dicevo per noi. Per noi il fatto che Lei non riesce a "venire a capo" dell'accaduto, e' consolante. E questo perche' ci mostra che Lei cerca di far fronte, a posteriori, all'effetto (che allora non poteva concepire) della Sua azione; e perche' questo tentativo, anche se dovesse fallire, prova che Lei ha potuto tener viva la Sua coscienza, anche dopo essere stato inserito come una rotella in un meccanismo tecnico e adoperato in esso con successo. E serbando viva la Sua coscienza ha mostrato che questo e' possibile, e che dev'essere possibile anche per noi. E sapere questo (e noi lo sappiamo grazie a Lei) e', per noi, consolante.
"Anche se dovesse fallire", ho detto. Ma il Suo tentativo deve necessariamente fallire. E precisamente per questo.
Gia' quando si e' fatto torto a una persona singola (e non parlo di uccidere), anche se l'azione si lascia abbracciare in tutti i suoi effetti, e' tutt'altro che semplice "venirne a capo". Ma qui si tratta di ben altro. Lei ha la sventura di aver lasciato dietro di se' duecentomila morti. E come sarebbe possibile realizzare un dolore che abbracci 200.000 vite umane? Come sarebbe possibile pentirsi di 200.000 vittime?
Non solo Lei non lo puo', non solo noi non lo possiamo: non e' possibile per nessuno. Per quanti sforzi disperati si facciano, dolore e pentimento restano inadeguati. L'inutilita' dei Suoi sforzi non e' quindi colpa Sua, Eatherly: ma e' una conseguenza di cio' che ho definito prima come la novita' decisiva della nostra situazione: del fatto, cioe', che siamo in grado di produrre piu' di quanto siamo in grado di immaginare; e che gli effetti provocati dagli attrezzi che costruiamo sono cosi' enormi che non siamo piu' attrezzati per concepirli. Al di la', cioe', di cio' che possiamo dominare interiormente, e di cui possiamo "venire a capo". Non si faccia rimproveri per il fallimento del Suo tentativo di pentirsi. Ci mancherebbe altro! Il pentimento non puo' riuscire. Ma il fallimento stesso dei Suoi sforzi e' la Sua esperienza e passione di ogni giorno; poiche' al di fuori di questa esperienza non c'e' nulla che possa sostituire il pentimento, e che possa impedirci di commettere di nuovo azioni cosi tremende. Che, di fronte a questo fallimento, la Sua reazione sia caotica e disordinata, e' quindi perfettamente naturale. Anzi, oserei dire che e' un segno della Sua salute morale. Poiche' la Sua reazione attesta la vitalita' della Sua coscienza.
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Il metodo usuale per venire a capo di cose troppo grandi e' una semplice manovra di occultamento: si continua a vivere come se niente fosse; si cancella l'accaduto dalla lavagna della vita, si fa come se la colpa troppo grave non fosse nemmeno una colpa. Vale a dire che, per venirne a capo, si rinuncia affatto a venirne a capo. Come fa il Suo compagno e compatriota Joe Stiborik, ex radarista sull'Enola Gay, che Le presentano volentieri ad esempio perche' continua a vivere magnificamente e ha dichiarato, con la miglior cera di questo mondo, che "e' stata solo una bomba un po' piu' grossa delle altre". E questo metodo e' esemplificato, meglio ancora, dal presidente che ha dato il "via" a Lei come Lei lo ha dato al pilota dell'apparecchio bombardiere; e che quindi, a ben vedere, si trova nella Sua stessa situazione, se non in una situazione ancora peggiore. Ma egli ha omesso di fare cio' che Lei ha fatto. Tant'e' che alcuni anni fa, rovesciando ingenuamente ogni morale (non so se sia venuto a saperlo), ha dichiarato, in un'intervista destinata al pubblico, di non sentire i minimi "pangs of conscience", che sarebbe una prova lampante della sua innocenza; e quando poco fa, in occasione del suo settantacinquesimo compleanno, ha tirato le somme della sua vita, ha citato, come sola mancanza degna di rimorso, il fatto di essersi sposato dopo i trenta. Mi pare difficile che Lei possa invidiare questo "clean sheet". Ma sono certo che non accetterebbe mai, da un criminale comune, come una prova d'innocenza, la dichiarazione di non provare il minimo rimorso. Non e' un personaggio ridicolo, un uomo che fugge cosi' davanti a se stesso? Lei non ha agito cosi', Eatherly; Lei non e' un personaggio ridicolo. Lei fa, pur senza riuscirci, quanto e' umanamente possibile: cerca di continuare a vivere come la stessa persona che ha compiuto l'azione. Ed e' questo che ci consola. Anche se Lei, proprio perche' e' rimasto identico con la Sua azione, si e' trasformato in seguito ad essa.
Capisce che alludo alle Sue violazioni di domicilio, falsi e non so quali altri reati che ha commesso. E al fatto che e' o passa per demoralizzato e depresso. Non pensi che io sia un anarchico e favorevole ai falsi e alle rapine, o che dia scarso peso a queste cose. Ma nel Suo caso questi reati non sono affatto "comuni": sono gesti di disperazione. Poiche' essere colpevole come Lei lo e' ed essere esaltati, proprio per la propria colpa, come "eroi sorridenti", dev'essere una condizione intollerabile per un uomo onesto; per porre termine alla quale si puo' anche commettere qualche scorrettezza. Poiche' l'enormita' che pesava e pesa su di Lei non era capita, non poteva essere capita e non poteva essere fatta capire nel mondo a cui Lei appartiene, Lei doveva cercare di parlare ed agire nel linguaggio intelligibile costi', nel piccolo linguaggio della petty o della big larceny nei termini della societa' stessa. Cosi' Lei ha cercato di provare la Sua colpa con atti che fossero riconosciuti come reati. Ma anche questo non Le e' riuscito.
E' sempre condannato a passare per malato, anziche' per colpevole. E proprio per questo, perche' - per cosi' dire - non Le si concede la Sua colpa Lei e' e rimane un uomo infelice.
*
E ora, per finire, un suggerimento.
L'anno scorso ho visitato Hiroshima; e ho parlato con quelli che sono rimasti vivi dopo il Suo passaggio. Si rassicuri: non c'e' nessuno di quegli uomini che voglia perseguitare una vite nell'ingranaggio di una macchina militare (cio' che Lei era, quando, a ventisei anni, esegui' la Sua "missione"); non c'e' nessuno che La odi.
Ma ora Lei ha mostrato che, anche dopo essere stato adoperato come una vite, e' rimasto, a differenza degli altri, un uomo; o di esserlo ridiventato. Ed ecco la mia proposta, su cui Lei avra' modo di riflettere.
Il prossimo 6 agosto la popolazione di Hiroshima celebrera', come tutti gli anni, il giorno in cui "e' avvenuto". A quegli uomini Lei potrebbe inviare un messaggio, che dovrebbe giungere per il giorno della celebrazione. Se Lei dicesse da uomo a quegli uomini: "Allora non sapevo quel che facevo; ma ora lo so. E so che una cosa simile non dovra' piu' accadere; e che nessuno puo' chiedere a un altro di compierla"; e: "La vostra lotta contro il ripetersi di un'azione simile e' anche la mia lotta, e il vostro 'no more Hiroshima' e' anche il mio 'no more Hiroshima`, o qualcosa di simile puo' essere certo che con questo messaggio farebbe una gioia immensa ai sopravvissuti di Hiroshima e che sarebbe considerato da quegli uomini come un amico, come uno di loro. E che cio' accadrebbe a ragione, poiche' anche Lei, Eatherly, e' una vittima di Hiroshima. E cio' sarebbe forse anche per Lei, se non una consolazione, almeno una gioia.
Col sentimento che provo per ognuna di quelle vittime, La saluto
Guenther Anders
9. MEMORIA. LA PRIMA LETTERA DI CLAUDE EATHERLY A GUENTHER ANDERS
[Riproponiamo il testo della prima lettera di Claude Eatherly a Guenther Anders, del 12 giugno 1959, riprendendola dalla corrispondenza tra Guenther Anders e Claude Eatherly, Il pilota di Hiroshima. Ovvero: la coscienza al bando, Einaudi, Torino 1962, poi Linea d'ombra, Milano 1992 (ivi alle pp. 34-36), nella classica traduzione di Renato Solmi]
12 giugno 1959
Dear Sir,
molte grazie della Sua lettera, che ho ricevuto venerdi' della scorsa settimana.
Dopo aver letto piu' volte la Sua lettera, ho deciso di scriverLe, e di entrare eventualmente in corrispondenza con Lei, per discutere di quelle cose che entrambi, credo, comprendiamo. Io ricevo molte lettere, ma alla maggior parte non posso nemmeno rispondere. Mentre di fronte alla Sua lettera mi sono sentito costretto a rispondere e a farLe conoscere il mio atteggiamento verso le cose del mondo attuale.
Durante tutto il corso della mia vita sono sempre stato vivamente interessato al problema del modo di agire e di comportarsi. Pur non essendo, spero, un fanatico in nessun senso, ne' dal punto di vista religioso ne' da quello politico, sono tuttavia convinto, da qualche tempo, che la crisi in cui siamo tutti implicati esige un riesame approfondito di tutto il nostro schema di valori e di obbligazioni. In passato, ci sono state epoche in cui era possibile cavarsela senza porsi troppi problemi sulle proprie abitudini di pensiero e di condotta. Ma oggi e' relativamente chiaro che la nostra epoca non e' di quelle. Credo, anzi, che ci avviciniamo rapidamente a una situazione in cui saremo costretti a riesaminare la nostra disposizione a lasciare la responsabilita' dei nostri pensieri e delle nostre azioni a istituzioni sociali (come partiti politici, sindacati, chiesa o stato). Nessuna di queste istituzioni e' oggi in grado di impartire consigli morali infallibili, e percio' bisogna mettere in discussione la loro pretesa di impartirli. L'esperienza che ho fatto personalmente deve essere studiata da questo punto di vista, se il suo vero significato deve diventare comprensibile a tutti e dovunque, e non solo a me.
Se Lei ha l'impressione che questo concetto sia importante e piu' o meno conforme al Suo stesso pensiero, Le proporrei di cercare insieme di chiarire questo nesso di problemi, in un carteggio che potrebbe anche durare a lungo.
Ho l'impressione che Lei mi capisca come nessun altro, salvo forse il mio medico e amico.
Le mie azioni antisociali sono state catastrofiche per la mia vita privata, ma credo che, sforzandomi, riusciro' a mettere in luce i miei veri motivi, le mie convinzioni e la mia filosofia.
Guenther, mi fa piacere di scriverLe. Forse potremo stabilire, col nostro carteggio, un'amicizia fondata sulla fiducia e sulla comprensione. Non abbia scrupoli a scrivere sui problemi di situazione e di condotta in cui ci troviamo di fronte. E allora Le esporro' le mie opinioni.
RingraziandoLa ancora della Sua lettera, resto il Suo
Claude Eatherly
10. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.
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NONVIOLENZA O BARBARIE
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Numero 22 dell'8 maggio 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it
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