[Nonviolenza] Telegrammi. 3829



TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 3829 del 12 agosto 2020
Telegrammi quotidiani della nonviolenza in cammino proposti dal "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza (anno XXI)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: centropacevt at gmail.com, sito: https://lists.peacelink.it/nonviolenza/

Sommario di questo numero:
1. Ancora una volta chiediamo
2. Per sostenere "A. Rivista anarchica", ricordando Paolo Finzi
3. Paolo Finzi ricorda Pino Pinelli (2019)
4. Franco Fortini: I funerali di Pinelli (1969)
5. Nello Ajello
6. Carolina Amari
7. Livia Gereschi
8. Paolo Giaccone
9. Mazisi Kunene
10. Serge Lebovici
11. Vidiadhar Surajprasad Naipaul
12. Gioachino Oleotti
13. Rose Schneiderman
14. Hina Saleem
15. Edith Wharton
16. Segnalazioni librarie
17. La "Carta" del Movimento Nonviolento
18. Per saperne di piu'

1. REPETITA IUVANT. ANCORA UNA VOLTA CHIEDIAMO

Ancora una volta chiediamo che  si realizzino immediatamente quattro semplici indispensabili cose:
1. riconoscere a tutti gli esseri umani in fuga da fame e guerre, da devastazioni e dittature, il diritto di giungere in salvo nel nostro paese e nel nostro continente in modo legale e sicuro, ove necessario mettendo a disposizione adeguati mezzi di trasporto pubblici e gratuiti; e' l'unico modo per far cessare la strage degli innocenti nel Mediterraneo ed annientare le mafie schiaviste dei trafficanti di esseri umani;
2. abolire la schiavitu' e l'apartheid in Italia; riconoscendo a tutti gli esseri umani che in Italia si trovano tutti i diritti sociali, civili e politici, compreso il diritto di voto: la democrazia si regge sul principio "una persona, un voto": un paese in cui un decimo degli effettivi abitanti e' privato di fondamentali diritti non e' piu' una democrazia;
3. abrogare tutte le disposizioni razziste ed incostituzionali che scellerati e dementi governi razzisti hanno nel corso degli anni imposto nel nostro paese; si torni al rispetto della legalita' costituzionale, si torni al rispetto del diritto internazionale, si torni al rispetto dei diritti umani di tutti gli esseri umani;
4. formare tutti gli appartenenti alle forze dell'ordine alla conoscenza e all'uso delle risorse della nonviolenza; poiche' compito delle forze dell'ordine e' proteggere la vita e i diritti di tutti gli esseri umani, la conoscenza della nonviolenza e' la piu' importante risorsa di cui hanno bisogno.
*
Il razzismo e' un crimine contro l'umanita'.
Siamo una sola umanita' in un unico mondo vivente.
Ogni vittima ha il volto di Abele.
Salvare le vite e' il primo dovere.

2. INIZIATIVE. PER SOSTENERE "A. RIVISTA ANARCHICA", RICORDANDO PAOLO FINZI

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3. MEMORIA. PAOLO FINZI RICORDA PINO PINELLI (2019)
[Da "A. Rivista anarchica" n. 438 del novembre 2019, con il titolo "Il mio Pino" e il sommario "E' stato il mio maestro di anarchia, racconta dopo mezzo secolo il nostro redattore. Che parte dal ricordo di Pinelli per tracciare un affresco di quell'anno e mezzo, dal marzo '68 alla notte del 12 dicembre '69 in cui le loro vite si incrociarono e si intrecciarono"]

Come e' andata la storia, lo abbiamo gia' raccontato. Mai abbastanza.
All'indomani della strage di piazza Fontana e dell'assassinio in questura di Pino, e' cambiata per sempre la storia del nostro Paese. Ed e' cambiata, subito, quella del piccolo circolo anarchico "Ponte della Ghisolfa", una dozzina di militanti, decine di persone che in qualche modo contribuivano alle sue variegate attivita', almeno svariate centinaia di persone che in vario modo avevano avuto modo di scenderne le buie scale in fondo al cortile di quel palazzone di piazzale Lugano 31, nell'allora periferia nord-ovest di Milano. Quartiere di nebbie, di quei nebbioni urbani che, come tante cose, ormai non ci sono piu'.
Il circolo aveva aperto i battenti la sera del primo maggio '68 e poco piu' di un anno e mezzo dopo – 18 mesi, vissuti intensamente, uno dopo l'altro – si ritrova sulle prime pagine dei quotidiani e nei telegiornali serali: il circolo di Pinelli, quello in cui si era recato anche quel venerdi' 12 dicembre 1969 con il suo motorino, aveva scritto una lettera all'anarchico detenuto Paolo Faccioli, poi si era spostato nel secondo circolo anarchico milanese, dalla parte opposta di Milano, nello storico centrale quartiere di porta Ticinese, lo stesso dove lui era nato e aveva trascorso la prima parte della sua vita.
Il secondo circolo era quello di via Scaldasole, allora in allestimento, non ancora inaugurato.
E Pino era tra quelli che lo stavano appunto mettendo in ordine. E' li' che lo raggiungera' la notizia dell'attentato in piazza Fontana e da li' seguira' in motorino la macchina della polizia – a bordo anche il commissario Calabresi – diretta in questura. Da cui uscira' nella notte di tre giorni dopo. Ammazzato.
*
Il gruppo anarchico Carducci
Pino e' stato il mio maestro di anarchia.
Lo conobbi nel mese di marzo 1968, in piena effervescenza sociale. Il Maggio era alle porte, il clima era surriscaldato. Ero un giovane studente del liceo classico Carducci, impegnato nelle prime lotte studentesche. In realta' ho fatto in tempo a far parte del vecchio modo di essere attivi nel mondo scolastico, dal 1964 avevo quasi "ereditato" da mio fratello Enrico un posto nella redazione del giornalino studentesco del mio liceo, quel "Mr. Giosue'" che aveva altri fratelli in altre scuole superiori: il piu' famoso era gia' "La zanzara", redatto al liceo classico Parini. Quello di riferimento per la zona centrale dove abitavo con la mia famiglia, ma sempre Enrico aveva subito in quel liceo un'aggressione fascista e i miei avevano pensato bene di spostarlo molto piu' lontano da casa, appunto al Carducci, vicino a piazzale Loreto. E, arrivato alla conclusione delle medie, anch'io iniziai a frequentare quel liceo.
Fu li' che mesi dopo contribuii a fondare il gruppo anarchico Carducci, qualcuno ci chiedeva se [nella denominazione si facesse riferimento al fatto che] nella fase giovanile del classico letterato ci fosse stata anche un'adesione all'anarchismo, ma non era cosi'. L'intestazione del gruppo era geopolitica (si direbbe oggi), non personale. A quel gruppo anarchico aderirono e parteciparono in quei mesi a cavallo tra il '68 e il '69 anche due persone poi diventate importanti nella musica italiana, il bluesman Fabio Treves e uno degli organizzatori del Club Tenco, Sergio Secondiano Sacchi.
La sera che conobbi Pino (io avevo 16 anni da poco compiuti, lui quasi 40) era con altri compagni (ricordo Amedeo e Gianni Bertolo, Fausta Bizzozzero, Luciano Lanza, Umberto Del Grande) a distribuire volantini in occasione di un'iniziativa culturale sull'anarchismo promossa alla Casa della Cultura, che allora e ancora oggi si trova in via Borgogna, pieno centro cittadino.
Il volantino era esattamente quello che trovate a pagina 12 del nostro libro – da poco uscito – su Anarchik. Riportava in copertina, appunto, l'omino nero con il cappellaccio e la domanda era di quelle cui farei fatica a rispondere anche oggi, ma affascinante: chi sono gli anarchici?
Chi fossero iniziarono a spiegarmelo quella sera stessa, brevemente, i militanti anarchici presenti, che mi invitarono – vedendo un giovane interessato e sveglio (dissi loro del mio impegno di lotta a scuola e della mia famiglia antifascista) – a iniziare a frequentarli e a dar loro una mano nella sistemazione dei locali che avevano da poco affittato, in vista dell'inaugurazione del circolo fissata per un mese e mezzo dopo. Cosa che feci.
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Il mio (non) primo incontro
Con quelle compagne e compagni mi trovai subito bene, ai miei occhi erano donne e uomini impegnati, credibili. Pino poi, con Cesare Vurchio, che conobbi successivamente, era un matusa (riferimento biblico allora in voga), aveva due volte e mezzo la mia eta'. Come se, oggi, avesse 200 anni.
Eppure nel corso di quell'anno e mezzo nel quale le nostre vite si appaiarono, si intersecarono, quello con Pino sarebbe stato – insieme a quello con Amedeo – il mio rapporto piu' forte, il piu' affettivamente coinvolgente. Visto con gli occhi di oltre mezzo secolo dopo, Amedeo era il piu' carismatico, con il rapimento del vice-console spagnolo di pochi anni prima, lucida intelligenza, grande capacita' organizzativa. Pino era piu' caldo, un "compagnone", solare e poi era il vecchio, rappresentava il tramite diretto con il movimento anarchico, la tradizione, la Resistenza.
In verita' io conoscevo gia', da quando avevo tre anni, un anarchico, Virgilio Galassi, capo dell'ufficio studi della Banca Commerciale di Raffaele Mattioli. Era padre di Dana e Mara, due simpatiche bambine che hanno frequentato la Scuola Steineriana di Milano, con cui sono ancora in sporadico contatto. Faceva recapitare regolarmente a casa la rivista mensile anarchica "Volonta'" e io ricordo bene le copertine di quella piccola pubblicazione sui comodini dei miei genitori.
Conoscevo poi gli anarchici tramite mia madre, Matilde Bassani, militante clandestina socialista arrestata nel 1942 nell'ambito di una retata nazionale diretta dallo stesso Bocchino, capo dell'Ovra (la polizia politica segreta del fascismo), contro una rete clandestina di "soccorso rosso" nel Ferrarese, retata che faceva riferimento nel nome alla "maestra socialista Ada Costa".
E in questa rete, ricordava mia madre, c'era anche Bakunina, un'edicolante di cui non e' difficile intuire le tendenze politiche. E poi mia madre ricordava gli anarchici e le anarchiche incontrate nella Resistenza, da lei combattuta non solo a Roma: qui lei faceva riferimento all'organizzazione Bandiera Rossa, importante aggregato composto da militanti di quasi tutte le tendenze di sinistra (il nome era un programma) fuorche' i militanti dello stalinista e staliniano Partito Comunista togliattiano.
Insomma gli anarchici di cui cominciarono a parlarmi Pino, Amedeo e le altre/i non mi erano sconosciute/i. Nei racconti di mia madre erano cavalieri senza macchia, piccola minoranza di gente tosta, coerente. Con questo segno della persecuzione statale ma soprattutto comunista, bolscevica (come imparero', con maggiore precisione linguistica, da mio suocero Alfonso Failla), che mia madre – minoranza socialista nell'Unione Donne Italiane a guida comunista – ben conosceva e riferiva.
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Quei sabati pomeriggio al circolo
Pino. Ho gia' avuto modo di ricordare che in parte, alla base della nostra frequentazione, ci sono state motivazioni mie personali che avevano a che fare con il mio "imbranamento" con le ragazze. In piena normale esplosione ormonale e psicologica dell'adolescenza, mi ritrovavo timido, non trovavo il coraggio di chiedere appuntamenti alle coetanee che mi piacevano, finivo per buttare nella militanza energie e determinazione che avrei voluto anche esprimere altrove e altrimenti.
Quanti sabati pomeriggio passati al circolo di piazzale Lugano, a pulire, a chiacchierare con chi veniva per contatti, per assemblee operaie o studentesche. E soprattutto quante volte mi sono ritrovato con Pino, spesso soli noi due, quasi sempre a sistemare il "servizio libreria" e la dignitosa biblioteca del circolo. Ne era responsabile Pino, che teneva i rapporti con gli editori e con i compagni, per i libri acquistati, richiesti, imprestati. E poi ci teneva a ricoprirli tutti con la carta, perche' non si rovinassero, e sulla costa di questa artigiana copertura metteva la piccola etichetta con autore e titolo e (mi pare) una sigla che segnalava la loro posizione nell'armadio.
I libri. In un'epoca per me felice senza la Rete, erano il veicolo tradizionale per la trasmissione della cultura, in tutti i suoi aspetti. Pino era tutto dentro a questa concezione sacrale dei libri, propria in Italia (e non solo) della migliore tradizione del movimento socialista, operaio e contadino, in tutte le sue componenti. In questo non c'era differenza tra socialisti, repubblicani, comunisti, anarchici, comunita' di persone provenienti da una societa' in cui il tasso di alfabetizzazione e di scolarizzazione era molto piu' basso che oggi. Ma per chi si opponeva allo stato di cose presente, la lettura era la via principale di emancipazione personale e sociale.
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I libri e la scuola-quadri
Le mie letture in quegli anni determinanti erano intense e i compagni ti seguivano personalmente: hai letto quel libro? Che ne pensi di questo?
E se Amedeo era particolarmente proiettato nella contemporaneita' (fu lui, per esempio, a fare fotocopie del capitolo sulla Spagna '36 dell'einaudiano I nuovi mandarini di Noam Chomsky), Pino e' stato il mio spacciatore privato di Malatesta (il suo preferito, ma francamente capitava con il 95% degli anarchici), Galleani, Gori, Rocker, Berneri, ecc. Poi se ne parlava, quasi mi interrogava. Nell'informalita' di un ambiente libertario, certo, ma era anche una vera e propria scuola-quadri. Non era una scuola e formalmente non si formavano quadri ("siamo anarchici, nessun potere"). Ma la serieta' era quella della tradizione anche leninista, delle Frattocchie.
Far politica, per gente come il ferroviere anarchico Pinelli, era una cosa seria, serissima.
L'impegno era totale, convinto e convincente.
Ma non aveva – nel mio ricordo – punte di "talebanismo". A cio' si opponevano, in Pino, sia la curiosita' intellettuale sia il suo carattere che definire gioviale e' poco.
Pino era un animale sociale. Era quello che da sempre amava andare agli incontri pubblici, politici, e portare la parola degli anarchici. La sua personale parola, e' ovvio, ma sempre sentendosi parte di un movimento che orgogliosamente sottolineava esserci (allora) da quasi un secolo ed essere presente in tante parti del mondo.
Nella sinistra milanese era ben conosciuto, e a Milano era di sicuro l'anarchico piu' noto. Perche' nessuno era come lui, con la sua prorompente umanita'. Era simpatico, allegro. Gli piaceva scherzare, gli piacevano le giovani e i giovani di mezza Europa che allora frequentavano il circolo, le manifestazioni, i campeggi, le marce antimilitariste.
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Anarchia non vuol dire bombe
Accennavo prima alla lettera che Pino scrisse all'anarchico Paolo Faccioli proprio nel pomeriggio del 12 dicembre 1969 mentre qualcuno si apprestava a far scoppiare le bombe a Milano e a Roma. Ne riproduciamo (a pagina 29) il testo, che lo stesso Faccioli in un proprio volume autobiografico (Misfit. Troppo anarchico per definirmi anarchico, edizioni Montaonda 2018) ha ripubblicato. Una bella lettera.
Vi si accenna a quello che e' sempre stato un nostro chiodo fisso: la questione della violenza, il tentativo del potere di far apparire gli anarchici per una banda di bombaroli ma anche il fianco, che spesso gli anarchici hanno prestato, a dar sostanza a questa vera e propria campagna di disinformazione. Qui si entra nella vexata questio del rapporto tra anarchia e violenza, rapporto fini-mezzi, dove finisca la necessita' di autodifesa e le mille altre questioni connesse.
Pino sposava in materia la grande lezione etica malatestiana, che nella sostanza e' stata fatta propria da una buona parte degli anarchici, in particolare dalle componenti organizzate. Pino era militante del gruppo Bandiera Nera, aderente (in successione) ai Gruppi giovanili anarchici federati (Ggaf) e poi ai Gruppi anarchici federati (Gaf). Anche se nel 1965 il suo nome compare tra i partecipanti a una riunione pisana del Gruppi d'iniziativa anarchica (Gia) nati in quell'anno in contrasto con la linea organizzativa della maggioritaria Federazione anarchica italiana (Fai). A conferma che gli anarchici non sfuggono – non sono mai sfuggiti – all'irrefrenabile vocazione alla scissione che caratterizza tutte le componenti della sinistra italica (e non solo).
Persona profonda ma al contempo semplice nell'esporre le proprie idee-base, Pinelli – si legga piu' avanti, in questo dossier (a p. 40), il bell'approfondimento di Nicola Del Corno – era aperto alle piu' diverse forme di espressione del dissenso libertario. Sapeva e voleva dialogare con capelloni, onda verde, beatnik, anarchici "esistenziali". Ma portava, in questa sua mirabilmente aperta prospettiva pluralistica, il segno delle proprie origini e della propria storia: la serieta', la credibilita', il rifiuto di ogni stolta esaltazione della violenza, di comportamenti antisociali, ecc. Nel solco della migliore tradizione dell'anarchismo.
Istintiva ed etica, prima ancora che politicamente motivata, la sua opposizione, il suo vero e proprio rifiuto di chi, invece, nei pur ristretti ambiti anarchici e libertari, si faceva portavoce di un anarchismo stiracchiato tra droghe e bombette, estremismi verbali e sporcizia personale, irregolarita' ed estemporaneita'. E siccome questi atteggiamenti erano anche presenti ai margini dell'anarchismo militante, Pino era tra quelli che piu' lucidamente li avversavano. Di qui la rottura a Milano con il gruppo che si concentrava intorno a Pietro Valpreda, che dopo una sua iniziativa sconsiderata era stato "cacciato" dal circolo anarchico "Ponte della Ghisolfa", analogamente – nella sostanza – con quanto avvenne a Roma dalla sede di via dei Taurini, ad opera di alcuni dei militanti piu' attivi allora nella capitale, come Attilio Paratore, Anna Pietroni e Aldo Rossi. Belle persone, militanti nella redazione di "Umanita' Nova" e nella Federazione Anarchica Italiana – che ebbi modo di conoscere nella primavera 1968, quando scesi a Roma per la Seconda assemblea nazionale degli studenti delle scuole medie superiori.
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Quel giorno a Milano era freddo
Sulla questione c'e' stata una polemica (se ne trova traccia in rete) tra alcuni coimputati di Valpreda per la strage di piazza Fontana & dintorni contro il sottoscritto, per quanto da me scritto nel necrologio dello stesso Valpreda ("A" 284, ottobre 2002). Scusandomi per eventuali piccole imprecisioni nel ricordo, confermo che in un corteo in piazza Duomo nel 1969 ho visto e sentito Valpreda e una decina di suoi compagni urlare "Bombe, sangue, anarchia", con noi del circolo dietro a cercare – pateticamente – di coprire le loro urla con un ritmato "Cafiero, Malatesta, Bakunin". Si era alla rottura. Che avvenne proprio anche grazie a Pinelli, con il rinfacciare in un incontro a Valpreda e ai suoi compagni l'inaccettabilita' di un simile comportamento pubblico e la definitiva divergenza delle rispettive strade.
Ci penseranno, poco dopo, la montatura statale contro Valpreda e i suoi compagni, la loro assoluta estraneita' agli attentati di Milano e Roma del 12 dicembre, le necessita' della campagna di controinformazione a spostare l'attenzione da quei fatti.
Ma la storia e' una e tale resta.
Io allora, il piu' giovane fermato per la strage di stato, avevo appena compiuto diciott'anni (se qualcuno vuol farmi gli auguri, sono nato il 28 novembre). Non ero presente alla conferenza stampa del 17 dicembre in cui i compagni del circolo, convocati i giornalisti, lanciarono le tre parole d'ordine che avrebbero poi invaso e convinto l'Italia: la strage e' di stato, Valpreda e' innocente, Pinelli e' stato assassinato.
Ma c'ero, tre giorni dopo, in via Preneste, ai funerali di Pino. Sono stati piu' volte e da piu' persone raccontati. In questo dossier ripubblichiamo (pp. 46-48) la bella testimonianza di Franco Fortini. Sono stati una delle piu' intense e significative manifestazioni pubbliche nell'Italia del dopoguerra. Non furono imponenti, eravamo un paio di migliaia, con al fianco, dentro, sporgentisi dalle finestre delle case, almeno un paio di centinaia di agenti in borghese. Un clima gelido, quel 20 dicembre 1969. Con il fiocco alla Lavalliere del canosino (Canosa di Puglia, la Carrara del Sud) Peppino Tota, venuto apposta dalla Puglia, a testimoniare tra i tanti la natura popolare, ruspante, sincera e solidale dell'anarchismo.
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Il commissario Luigi Calabresi
Lo riconoscevi da lontano il commissario Calabresi. Si stagliava, con la sua altezza, rispetto allo skyline dei poliziotti che ti ritrovavi davanti nelle manifestazioni. In gran parte erano piccoli, come il suo superiore di grado, Antonino Allegra, o il noto commissario Vittoria, che per decine di volte negli anni '60 aveva suonato la tromba che precedeva di pochissimo la carica dei poliziotti. Oltre che per l'altezza, Calabresi si stagliava per la semplice eleganza dei suoi golf girocollo e soprattutto per come parlava. Era una persona palesemente colta, mentre allora il grado di istruzione e cultura, almeno apparente, dei funzionari delle forze dell'ordine faticava a distinguersi da quello della grossa minoranza analfabeta della popolazione italiana.
Non so se per incarico ufficiale o di fatto, Calabresi era il responsabile del settore "anarchici" dell'ufficio politico. Aveva di sicuro dei poliziotti che dipendevano da lui. Ci si riconosceva subito, quando c'eravamo noi c’erano anche loro.
Calabresi era solito parlare con noi manifestanti, cercava sempre informazioni su presenti e assenti: una delle cose che i "vecchi" ci insegnavano era di non dare mai confidenza ai "pulotti" (come si diceva a Milano). Ma quel commissario alto e civile aveva un'arma in piu', quella dell'apparente volonta' di dialogo.
Anche Marco Pannella, nel ricordare le prime marce antimilitariste Milano-Vicenza, ricordava che quando lui dialogava con Pino, compariva puntualmente Calabresi, cortese.
Gia', i radicali. Con Pino ci ritrovammo molte volte, tra la fine del '68 e l'inizio del '69, per organizzare la manifestazione anticlericale dell'11 febbraio 1969. Ci si ritrovava periodicamente nella sede radicale di via Lanzone, dietro Sant'Ambrogio, c'erano i giovani repubblicani, i socialisti, i laici, la gioventu' liberale, i cristiani evangelici, i cattolici del dissenso (con questi ultimi si ruppe e loro, guidati da Schianchi, fecero un loro spezzone separato). In quelle riunioni Pino rappresentava gli anarchici, io il movimento studentesco del Carducci.
La manifestazione fu piccola ma significativa, con i nostri soliti angeli custodi polizieschi, Calabresi in testa. Non fu senza conseguenze politiche, il rappresentante dei giovani liberali venne sospeso o espulso, il buon Scandolara lo ritrovai anni dopo nella Cgil. Nel frattempo "Umanita' Nova" ospitava un mio scritto sulla questione, con il titolo – cito a memoria – "per quel tanto di libertario che c'e' nella gioventu' liberale". Io ero gia' allora alla ricerca di consensi esterni, i vecchi della Fai (che dirigevano il foglio: Alfonso Failla, Mario Mantovani, Umberto Marzocchi) frenavano (sul titolo) ma davano, libertariamente, spazio.
Pino aveva parlato agli altri compagni, poco prima della strage di stato, delle sempre piu' minacciose espressioni di Calabresi nei suoi confronti personali e del circolo in generale, "sappiamo che tra di voi ci sono teste calde, occhio che vi seguiamo e ve la faremo pagare", questa la sostanza. Io non ero presente al racconto di Pino, ma ne ero informato.
*
Vendetta?
Poi ci furono la strage, l'assassinio di Pino, l'inizio della campagna di contro-informazione.
Le responsabilita' poliziesche (e ben piu' in alto) erano palesi, loro stessi le avevano indirettamente confermate con la gestione sbilenca delle informazioni in merito. Nella medesima questura milanese, Calabresi dichiarava una cosa, Allegra un'altra. Che avessero piena responsabilita' del fatto che Pino era entrato dal portone ed era uscito da una finestra del IV piano, non sono mai esistiti dubbi. Per chiunque, credo.
La campagna contro Calabresi e' stata troppo personalizzata, a mio avviso. Ero giovane, ma avevo gia' allora una mentalita' mia, molto tesa al dialogo, ostile alla violenza e alla vendetta. E quei manifesti con il volto di Calabresi e le mani insanguinate non mi piacevano. Non ho mai gridato certi slogan, del tipo "basco nero il tuo posto e' il cimitero". Erano anni di lotta e di mobilitazione, ma quando a Vercelli si tenne il comizio del primo maggio, credo 1975, al precedente corteo anarchico io abbandonai il corteo stesso perche' altri gridavano "Le sedi fasciste si chiudono con il fuoco / ma con i fascisti dentro se no e' troppo poco". Inaccettabile per me allora, figuriamoci oggi.
Per la cronaca, alla fine del corteo feci il mio bravo comizio, sicuramente antifascista militante, sicuramente senza obbrobri violentisti.
Una piccola precisazione. Quando, girando per l'Italia come faccio da mesi, mi si chiede che cosa avrebbe detto o fatto Fabrizio De Andre', io mi rifiuto di rispondere perche' De Andre' e' morto e nessuno, nemmeno Dori Ghezzi (la vedova e compagna di una vita), potrebbe arrogarsi il diritto di rispondere in suo nome. Idem, per me, con Pinelli.
Posso pero' dire che questo mio profondo rifiuto della violenza, della vendetta, del sangue, della sopraffazione io l'ho letto in filigrana nel pensiero di Errico Malatesta e ascoltato e appreso (a mio modo, certo) da Pino Pinelli e da Alfonso Failla. Nessuna rivendicata continuita' di pensiero, ognuno e' se stesso; Malatesta era Malatesta, Pino era Pino e io sono me stesso e basta.
Ma rivendicare un anarchismo nemico ed estraneo alla violenza, a qualunque violenza, un anarchismo dell'identita' tra fini e mezzi, questa e' un'operazione culturale dignitosa e lecita. E io serenamente la rivendico, un'opzione tra i tanti anarchismi possibili, per me derivante dalle mie letture, frequentazioni, chiacchierate, riflessioni anche con i quattro anarchici appena citati: Alfonso, Errico, Fabrizio, Pino.
Per chiudere la questione Calabresi, ricordo che i vari comitati anche anarchici che si succedettero seppero sempre distinguere la lucida e affilata denuncia delle menzogne del potere da posizioni, per me inaccettabili, che vedono negli anarchici i presunti "giustizieri" della storia. E come non ricordare in proposito la stima e l’amicizia di Pino per i teorici e ancor piu' i praticanti della nonviolenza, Gandhi tra i primi, Giuseppe Gozzini, cattolico, obiettore di coscienza tra i secondi. E il suo sostegno, personale e del circolo e del movimento anarchico tutto, all'obiettore di coscienza anarchico Ivo Della Savia.
Non posso scriverlo, non sarebbe corretto dopo quanto ho precisato prima, ma quando penso a Pino, quando ne parlo con Claudia e Silvia, le sue (e di Licia Rognini) figlie, con la continua emozione di averle viste bambine con il loro padre vivo e di ritrovarle negli ultimi due decenni spesso accanto a me in iniziative di doverosa memoria, ebbene mi e' impossibile immaginarmi il buon Pino assetato di vendetta. E non credo che sia frutto di una rimozione buonista e senile.
*
L’ultima volta insieme
Ho sempre pensato che con la mia attuale sensibilita' non avrei mai potuto partecipare al Sessantotto, con quelle interminabili assemblee e fumo ovunque in quantita' industriale, roba da Chernobyl. E la stessa densa fuliggine – le leggi anti-fumo erano ben lungi dall'arrivare (ma gli anarchici non sono contro le leggi?) – regnava al quarto piano della questura milanese, quando in oltre un centinaio ci ritrovammo, nella notte del 13 dicembre 1969, fermati per la bomba che era scoppiata nel pomeriggio.
Pensavamo di esser stati fermati per disposizione della questura milanese. Verremo poi a sapere – grazie al fondamentale libro del compianto Enrico Maltini e di Gabriele Fuga (E 'a finestra c'e' la morti, Zero in Condotta 2013, poi ristampato ampliato dalle edizioni Colibri' nel 2016 con il titolo Pinelli. La finestra e' ancora aperta) – che le liste le avevano portate, con tutti i piani degli attentati, gli uomini dei servizi segreti capitanati dall'ex (?) filo-nazista Russomanno e dalla dozzina di funzionari "romani" dell'Ufficio Affari Riservati che stazionavano nella questura milanese da giorni.
A Russomanno, lo apprenderemo dopo, avevano piazzato una personale scrivania proprio di fronte al capo della squadra politica Antonino Allegra.
L'unica persona che ricordo distintamente, tra quelle nuvole di fumo che probabilmente anche lui contribuiva a creare, era Pino. Il piu' vecchio e il piu' intimo dei compagni da me conosciuti.
Parlammo un po’, qualche battuta almeno: non ho il piu' pallido ricordo di quanto ci dicemmo. Niente di fondamentale, ne sono certo. Lo vidi positivo, sereno, lui in quel posto c'era stato decine di volte, a chiedere autorizzazioni per manifestazioni, oppure perche' convocato dai questurini.
Di questo suo stato sereno fui "spedito", pochi giorni dopo l'assassinio di Pino, dal compianto avvocato Luca Boneschi (allora iscritto al partito radicale, ma anche nostro forte simpatizzante) a riferire, con volontaria testimonianza, al famoso giudice Ugo Paolillo, quello al quale vennero poi revocate le indagini su piazza Fontana per affidarle a magistrati sicuri fedeli servitori del potere e del governo.
L'uomo che avevo conosciuto a un'iniziativa culturale pubblica un anno e mezzo prima e che mi aveva piu' di tutti convinto della bonta' delle idee anarchiche, si accomiatava da me con un bel sorrisone di quelli che senza parole ti diceva di resistere, che ne saresti uscito presto e bene. Presto e male, invece, ne sarebbe uscito lui. Dalla questura e dalla vita.
Cosi' io mi ritrovai pochi mesi dopo a chiedere a Fausta e Luciano, che mi accompagnavano a casa dopo una delle tante riunioni notturne, l'adesione al gruppo anarchico Bandiera Nera, il cuore della militanza del circolo. Mi convocarono con una compagna, Fabrizia, che aveva fatto la stessa richiesta, e la settimana successiva la mia richiesta venne accettata. Ero il primo militante a essere ammesso dopo l'uscita di Pino. Idealmente, per me, "prendevo il suo posto".
Una banalita' retorica, forse. Ma e' quasi mezzo secolo che dentro di me ricordo quel detto anarchico (e non solo tale, immagino) che afferma che "per ogni anarchico che cade, un altro prende il suo posto". Il compagno che sostituivo non era caduto, era addirittura volato, o meglio era stato fatto volare. Quel che e' certo, e' che io ho sempre amato pensare di aver preso il suo posto.
E sotto sotto continuo a pensarlo. Ma non posso dirlo pubblicamente, sarebbe indecoroso.

4. MEMORIA. FRANCO FORTINI: I FUNERALI DI PINELLI (1969)
[Da "A. Rivista anarchica" n. 438 del novembre 2019, con il titolo "I funerali di Pinelli" e il sommario "Un freddo pomeriggio milanese di tanti anni fa. La testimonianza di uno scrittore", la divisione in paragrafi e i titoletti dei paragrafi sono ovviamente redazionali; il testo e' anche in Franco Fortini, L'ospite ingrato. Primo e secondo, Marietti, Casale Monferrato 1985, pp. 127-130; e quindi poi anche in Franco Fortini, Saggi ed epigrammi, Mondadori, Milano 2003, pp. 999-1003]

L'altra mattina ho attraversato il centro mentre da uffici e fabbriche la gente convergeva in piazza del Duomo per i funerali degli assassinati. Mi e' parso di non aver mai veduto una scena simile. Tra via Manzoni e Santa Margherita i portoni versavano gruppi fitti di impiegati che uscivano e si dirigevano verso la Galleria e il Duomo. Pareva si stesse muovendo tutta la citta'. I negozi chiudevano, le banche abbassavano le saracinesche. Arrivavano a migliaia gli operai della zona Nord, infagottati nelle tute che celavano panni di casa; aggrondati in viso. Il freddo era molto duro, umido. Non ho voluto restare sulla piazza. Quando ho raggiunto Largo Cairoli fra la folla che si accalcava sui marciapiedi, ho visto passare tre o quattro furgoni funebri, diretti al nodo delle autostrade.
Oggi a scuola ho tenuto la mia terza lezione sul testo di Marcuse a una quindicina di allievi.
Ho cominciato alle due e venti. Avevamo finito l'orario scolastico all'una. La presidenza ci ha concesso l'aula. Sono stati gli studenti a chiedermi di parlare dell'Uomo a una dimensione. Quella loro quasi incredibile volonta' di impadronirsi del linguaggio di un filosofo della scuola di Francoforte, con Hegel alle spalle. Non hanno mai ascoltata una lezione di filosofia e vengono, quasi tutti, da famiglie operaie della piu' tetra periferia e dell'hinterland.
Stamani avevo scritto sulla lavagna un appello: si fara' un'ora sola su Marcuse – delle due previste - perche' c'e' il funerale di Pinelli. Chi vuole ci venga. Poi ho detto – ma non so se ho fatto bene – che era meglio limitare la partecipazione. Quando alle tre e quaranta sono uscito ho capito che nessuno dei ragazzi avrebbe potuto venire. A quell'ora dovevano avviarsi al pullman e ai treni della Nord per tornarsene alle loro case. Ci sono quelli che abitano a un’ora e mezza di viaggio.
*
Seri ma non tesi
Ho percorso in auto i viali verso il ponte della Ghisolfa. C'era molto traffico, e' l'ultimo sabato prima di Natale. Dopo via Bodio, sulla discesa del ponte che si prolunga verso occidente con un lungo nastro soprelevato di cemento m'e' venuto addosso, accecandomi, il sole gia' basso, al tramonto, rosso tutto faville. Riconoscevo la Milano futurista, espressionista anarchica, degli Anni Dieci.
I raggi trapassavano un'aria polverosa, gelata. Foglie e carta. I piazzali convulsi, l'erba secca sulle aiuole spartitraffico.
La strada era nera di folla, fra le due pareti di case popolari. Donne, gli occhi rossi e lo scialle, si affacciavano. Qua e la', fotografi appostati.
Mi sono detto: quanta gente. Ma non era vero. Neanche un migliaio di persone. Quanti debbono aver avuto paura. C'e' un mazzo di bandiere nere con la A in rosso. Due o tre bandiere rosse. Di quelle della Quarta Internazionale, credo. Molti, forse piu', erano giovani; ma molti anche gli anziani e vecchi. Quando sono in mezzo a una folla non mi rammento di essere gia', per i piu', un vecchio.
La bara veniva avanti dal fondo della strada, su di un furgone identico a quello che giorni fa aveva portato via Umberto Segre. Poi, tra la gente che guardava dai marciapiedi e la gente che guardava dalle finestre, venivamo noi.
Cercavo con gli occhi Vittorio e Giovanni e cosi' mi volgevo, camminando e guardando in faccia la piccola folla. Non si sentiva neanche lo scalpiccio. I visi erano seri ma non tesi. Una vecchia magra, gli occhi rossi di lacrime. Mi ha salutato. L'ho riconosciuta, stupito: e' una comunista, di quelle che per vent'anni hanno fatto la Milano altoborghese – che ci ha portati fin qui. Di altri comunisti del PCI, ne ho veduti pochissimi: vecchi i piu', alcuni vecchissimi. Come mai sono qui, confusi con i marx-leninisti e gli anarchici? Sono, ora capisco, i nostalgici dello stalinismo, sempre piu' respinti ai margini del partito.
Poco dopo essere uscito sul viale – la folla si e' fermata. Ho visto R., alto, gia' molti capelli bianchi sua moglie, piccola e muta. Goffredo dice che domattina Enzo Paci parlera' al cinema Anteo. Il PCI non voleva dare il locale, aspettasse dopo le feste. "Dopo le feste – avrebbe risposto Paci – siamo tutti in galera".
La polizia non permetteva al corteo funebre di proseguire. Insieme a N. sono arrivato a Musocco che era ormai crepuscolo. Faceva sempre piu' freddo. Abbiamo camminato svelti attraverso la pianura di croci e monumenti. E' sterminata, sino all'orizzonte non vedi che cippi e croci.
Al campo 76 ci sara' stato un centinaio di persone, un gruppo cupo sulla terra calpestata, sotto il cielo verde e viola. Su di un viale poco discosto, sotto grandi pioppi ignudi, una ventina di agenti in borghese guardavano i compagni del morto.
Eravamo ai due lati di una trincea. Qui scavano con una benna, giudicando a occhio quante bare dovranno entrare in giornata. Quando siamo arrivati i becchini stavano calando la bara di Pinelli. Accanto alla sua ho visto calare, poco prima, un'altra cassa. Abbiamo alzato i pugni a salutarlo. Un frate ha cominciato a dire in latino una preghiera. Pregava per quell'altro e i parenti dello sconosciuto si allontanavano da quella gente strana, venuta a sovrapporsi alla loro pena. Qualcuno, con tono brusco e professionale, mise in mano a una vecchia un foglio, scandendo il numero di riferimento della bara e del campo.
*
Un lungo momento
Intanto sopravveniva altra gente. Guardavano verso la cassa, in fondo alla trincea. Dall'altra parte del fossato ho rivisto la testa candida di Giovanni. Scivolando sulla fanghiglia, facendomi largo tra i fotografi, – anch'io sono arrivato sul ciglio della fossa. Le bandiere nere si abbassavano. Un giovane con una corta barba ha detto con voce tranquilla alcune parole: "Pinelli e' stato assassinato. Addio, Pino. Non dimenticheremo ne' te ne' quelli che ti hanno ucciso".
E' stato un lungo momento. Mi sono rammentato di quando, cinque anni fa, abbiamo messo in terra Raniero Panzieri, a Torino. La voce roca ha attaccato "Addio, Lugano bella". Erano in molti a cantare ma a bassa voce e il ritmo era lento, davvero una marcia funebre. Che quelle parole potessero essere ancora attuali, faceva impressione e rabbia. Ripetizione, tradizione. Quel canto pareva somigliare a quelli di sconosciute sette, perdute entro le capitali moderne. M'e' parso, per un attimo, di essere in una di quelle citta' degli Stati Uniti dove sopravvivono le memorie anarchiche del secolo scorso o dell'eta' di Sacco e Vanzetti. L'orgoglio della miseria e, piu' ancora, l'orgoglio della sconfitta.
Era davvero cosi'? Guardavo i giovani che, non senza incertezza cantavano ora una Internazionale stonata; per un tratto, anch'io li ho accompagnati. Vent'anni fa i vecchi carrarini che, dopo il funerale di uno di loro, venivano in riva al Magra a cantare le canzoni del Gori, non erano che una curiosita'. Oggi non e' piu' cosi', i libertari hanno ritrovato, dopo il 1956, non solo i propri morti ma anche le ragioni. E' quel che accade alle verita' che diventano vittoriose solo dopo la morte, dissolvendosi. Nello squallore di questa fedelta' sento il medesimo odore di cripta che e' di certe cappelle protestanti. Eppure quanto di quelle, anche nel loro gelo, non e' passato nel cattolicesimo dei nostri giorni. L'anarchia ha fecondato cosi', senza che ce ne avvedessimo, una buona parte degli operai e degli studenti; e Bakunin si e' presa la sua rivincita su Marx.
*
Il gelo del cimitero
Viviamo nelle paure di una identita' irrigidita, di una fedelta' senza virtu'. La fedelta' che retrocede a superstizione: questa puo' essere una delle facce del decadentismo. Le superstizioni sanno addobbare magicamente il dolore e la sconfitta. Il gelo del cimitero, la pieta' dei canti stonati, delle bandiere sulla fossa ingiusta, la sera di noi gravati dal senso di un capitolo di storia che si chiude, di un triste futuro di persecuzione e di silenzi: tutto questo e' stupenda scena della fedelta', armonia della ripetizione: ma e' anche inganno e conforto.
Veniamo via che e' buio fitto. Vittorio Sereni, Marco Forti e Giovanni Raboni camminano con me sulla ghiaia del vialetto. Ci sorpassano coppie di giovani, nelle loro vesti militaresche, il braccio di lui intorno alla spalla di lei, carichi – cosi' immagino – di rancore e amore. Che cosa sara' di loro? Non so come ma ho la certezza che con la strage di pochi giorni fa, l'orrendo coro dei giornali e questo assassinio del Pinelli, e' davvero finita una eta', cominciata ai primi del decennio. E' possibile il silenzio degli uomini dell'opinione, i difensori dello stato di diritto? Si' e' possibile. La paura e' veloce. Lo dico e i vicini sono della mia stessa opinione. Chissa' che cosa ci porta il domani. L'alone di luce della citta' e' davanti a noi in fondo a Viale Certosa e a Corso Sempione, oltre il Castello. Ci salutiamo, ci stringiamo le sciarpe al collo, ci separiamo, andiamo in cerca delle nostre auto sul piazzale.

5. MEMORIA. CAROLINA AMARI

L'11 agosto 1942 moriva Carolina Amari
educatrice e filantropa
con gratitudine la ricordiamo

6. MEMORIA. NELLO AJELLO

L'11 agosto 2013 moriva Nello Ajello
giornalista e saggista
con gratitudine lo ricordiamo

7. MEMORIA. LIVIA GERESCHI

L'11 agosto 1944 assassinata dai nazisti
moriva Livia Gereschi
che aveva salvato molte donne e molti bambini
con gratitudine la ricordiamo

8. MEMORIA. PAOLO GIACCONE

L'11 agosto 1982 moriva assassinato dalla mafia
Paolo Giaccone medico
con gratitudine lo ricordiamo

9. MEMORIA. MAZISI KUNENE

L'11 agosto 2006 moriva Mazisi Kunene
militante antirazzista scrittore e docente universitario
con gratitudine lo ricordiamo

10. MEMORIA. SERGE LEBOVICI

L'11 agosto 2000 moriva Serge Lebovici
illustre psichiatra e psicoanalista
con gratitudine lo ricordiamo

11. MEMORIA. VIDIADHAR SURAJPRASAD NAIPAUL

L'11 agosto 2018 moriva Vidiadhar Surajprasad Naipaul
scrittore illustre
con gratitudine lo ricordiamo

12. MEMORIA. GIOACHINO OLEOTTI

L'11 agosto 1952 moriva Gioachino Oleotti
partigiano
con gratitudine lo ricordiamo

13. MEMORIA. ROSE SCHNEIDERMAN

L'11 agosto 1972 moriva Rosa Schneiderman
militante del movimento operaio e del movimento delle donne
con gratitudine la ricordiamo

14. MEMORIA. HINA SALEEM

L'11 agosto 2006 moriva Hina Saleem
vittima della violenza maschilista
con dolore che non si estingue la ricordiamo

15. MEMORIA. EDITH WHARTON

L'11 agosto 1937 moriva Edith Wharton
romanziera acuta e profonda
con gratitudine la ricordiamo

16. SEGNALAZIONI LIBRARIE

Riletture
- Joanna Bourke, Paura. Una storia culturale, Laterza, Roma-Bari 2007, Il sole 24 ore, Milano 2010, pp. XII + 476.
- Joanna Bourke, Stupro. Storia della violenza sessuale dal 1860 a oggi, Laterza, Roma-Bari 2009, 2011, pp. VI + 602.

17. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO

Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.

18. PER SAPERNE DI PIU'

Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per contatti: azionenonviolenta at sis.it
Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004 possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 3829 del 12 agosto 2020
Telegrammi quotidiani della nonviolenza in cammino proposti dal "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza (anno XXI)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: centropacevt at gmail.com , sito: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/
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Nuova informativa sulla privacy
Alla luce delle nuove normative europee in materia di trattamento di elaborazione dei  dati personali e' nostro desiderio informare tutti i lettori del notiziario "La nonviolenza e' in cammino" che e' possibile consultare la nuova informativa sulla privacy: https://www.peacelink.it/peacelink/informativa-privacy-nonviolenza
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