[Nonviolenza] Archivi. 351



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ARCHIVI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino" (anno XX)
Numero 351 dell'8 novembre 2019

In questo numero:
1. Alcuni testi del mese di settembre 2019 (parte sesta)
2. Amleto Fenedisci: Sbadigli
3. Amleto Fenedisci: Storia brevissima di Svejamarmotte
4. Commemorato Alfio Pannega a Viterbo
5. Omero Dellistorti: Storia di Mistero
6. Piccola ruminazione in lode delle ragazze e dei ragazzi che in questi giorni... (un discorso fatto a Viterbo nell'anniversario della nascita di Alfio Pannega)
7. Come Tarantino
8. Que reste-t-il de nos amours
9. Omero Dellistorti: Colore

1. MATERIALI. ALCUNI TESTI DEL MESE DI SETTEMBRE 2019 (PARTE SESTA)

Riproponiamo qui alcuni testi apparsi sul nostro foglio nel mese di settembre 2019.

2. AMLETO FENEDISCI: SBADIGLI

A me la gente che sbadiglia, specialmente quella che sbadiglia mentre parlo io, io proprio non la sopporto. Che e' cafonaggine e mancanza di rispetto, e specialmente mancanza d rispetto per me che gli spiego le cose ed impartisco le direttive.
Dice: pero' li fai troppo lunghi 'sti comizi.
Ah si'? Intanto sono il segretario generale e quanto devono essere lunghi i comizi lo decido io. Poi, se ci sono parecchie cose da dire, e che e' colpa mia? E' la realta' che e' complessa, e' il mondo che e' grande e terribile, e per spiegarlo ci vuole la dialettica, e la dialettica non e' panfete e punfete, no: ci vuole la tesi, l'antitesi e la sintesi, che ce lo sanno pure i sassi. E poi si deve tenere conto del fatto che tutto si tiene nella realta' storico-sociale, e che c'e' sempre un nesso, per esempio tra il prezzo delle patate stamattina al mercato e le eclissi sia solari che lunari. E questo e' socialismo scientifico, materialismo storico e dialettico, unica arma del proletariato mondiale nella lotta per l'emancipazione dei popoli e la liberazione dell'umanita', mica ceci.
Ci ho ragione o no? Dite, dite pure liberamente, cosi' vediamo chi e' il goiastrone che ci ha voglia di passare il resto della vitaccia sua nel gulag.

3. AMLETO FENEDISCI: STORIA BREVISSIMA DI SVEJAMARMOTTE

Ci si divertiva, ci si divertiva da matti Svejamarmotte a fare il lavoro suo. E non ci pensava a come sarebbe andata a finire.
A nessuno gli piace di essere fregato oggi, e domani, e dopodomani. Soprattutto sempre dalla stessa persona.
La morale e': diversificare, diversificare sempre. E sapere quando e' il momento di sparire un attimo prima, l'attimo fuggente.

4. COMMEMORATO ALFIO PANNEGA A VITERBO

Venerdi' 20 settembre 2019, alla vigilia dell'anniversario della nascita di Alfio Pannega (che nacque il 21 settembre 1925) si e' tenuta a Viterbo, presso il "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera", una commemorazione dell'indimenticabile militante antifascista ed amico della nonviolenza.
Alla commemorazione hanno preso parte alcuni suoi vecchi amici e compagni di lotte che ne mantengono viva nel cuore la memoria.
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Una breve notizia su Alfio Pannega
Alfio Pannega nacque a Viterbo il 21 settembre 1925, figlio della Caterina (ma il vero nome era Giovanna), epica figura di popolana di cui ancor oggi in citta' si narrano i motti e le vicende trasfigurate ormai in leggende omeriche, deceduta a ottantaquattro anni nel 1974. E dopo gli anni di studi in collegio, con la madre visse fino alla sua scomparsa, per molti anni abitando in una grotta nella Valle di Faul, un tratto di campagna entro la cinta muraria cittadina. A scuola da bambino aveva incontrato Dante e l'Ariosto, ma fu lavorando "in mezzo ai butteri della Tolfa" che si appassiono' vieppiu' di poesia e fiori' come poeta a braccio, arguto e solenne declamatore di impeccabili e sorprendenti ottave di endecasillabi. Una vita travagliata fu la sua, di duro lavoro fin dalla primissima giovinezza. La raccontava lui stesso nell'intervista che costituisce la prima parte del libro che raccoglie le sue poesie che i suoi amici e compagni sono riusciti a pubblicare pochi mesi prima dell'improvvisa scomparsa (Alfio Pannega, Allora ero giovane pure io, Davide Ghaleb Editore, Vetralla 2010): tra innumerevoli altri umili e indispensabili lavori manuali in campagna e in citta', per decine di anni ha anche raccolto gli imballi e gli scarti delle attivita' artigiane e commerciali, recuperando il recuperabile e riciclandolo: consapevole maestro di ecologia pratica, quando la parola ecologia ancora non si usava. Nel 1993 la nascita del centro sociale occupato autogestito nell'ex gazometro abbandonato: ne diventa immediatamente protagonista, e lo sara' fino alla fine della vita. Sapeva di essere un monumento vivente della Viterbo popolare, della Viterbo migliore, e il popolo di Viterbo lo amava visceralmente. E' deceduto il 30 aprile 2010, non risvegliandosi dal sonno dei giusti. Molte fotografie di Alfio scattate da Mario Onofri, artista visivo profondo e generoso compagno di lotte che gli fu amico e che anche lui ci ha lasciato anni fa, sono disperse tra vari amici di entrambi, ed altre ancora restano inedite nell'immenso, prezioso archivio fotografico di Mario, che tuttora attende curatela e pubblicazione. Negli ultimi anni il regista ed attore Pietro Benedetti, che gli fu amico, ha sovente con forte empatia rappresentato - sulle scene teatrali, ma soprattutto nelle scuole e nelle piazze, nei luoghi di aggregazione sociale e di impegno politico, di memoria resistente all'ingiuria del tempo e alla violenza dei potenti - un monologo dal titolo "Allora ero giovane pure io" dalle memorie di Alfio ricavato, personalmente interpretandone e facendone cosi' rivivere drammaturgicamente la figura. La proposta di costituire un "Archivio Alfio Pannega" per raccogliere, preservare e mettere a disposizione della collettivita' le tracce della sua vita e delle sue lotte, e' restata fin qui disattesa. Alcuni testi commemorativi sono stati piu' volte pubblicati sul notiziario telematico quotidiano "La nonviolenza e' in cammino", ad esempio negli "Archivi della nonviolenza in cammino" nn. 56, 57, 58, 60; cfr. anche il fascicolo monografico dei "Telegrammi della nonviolenza in cammino" n. 265 ed ancora i "Telegrammi della nonviolenza in cammino" nn. 907-909, 1172, 1260, 1261, 1272, 1401, 1622-1624, 1763, 1971, 2108-2113, 2115, 2329, 2331, 2334-2335, 2476-2477, 2479, 2694, 2833, 3049, 3051-3052, 3369-3373, 3448, 3453, 3515, i fascicoli di "Coi piedi per terra" n. 546 e 548-552, e "Voci e volti della nonviolenza" nn. 687-691, 754-755, 881, il fascicolo di "Ogni vittima ha il volto di Abele" n. 170, i fascicoli di "Una persona, un voto" nn. 88-90, 206, 209, i fascicoli de "La domenica della nonviolenza" nn. 420 e 511, i fascicoli de "La nonviolenza contro il razzismo" nn. 202-206, 213.
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Nel ricordo di Alfio Pannega le persone partecipanti all'incontro hanno riaffermato il comune impegno contro la guerra e tutte le uccisioni, contro il razzismo e tutte le persecuzioni, contro il maschilismo e tutte le oppressioni; il comune impegno in difesa dei diritti umani di tutti gli esseri umani e per la salvaguardia dell'intero mondo vivente.
Nel ricordo di Alfio Pannega le persone partecipanti all'incontro hanno riaffermato la necessita' e l'urgenza della scelta della nonviolenza come unica forma di lotta adeguata per la liberazione di tutte le oppresse e tutti gli oppressi; per l'abolizione di ogni schiavitu'; per l'affermazione della vita, della dignita' e dei diritti di tutti gli esseri umani; per la condivisione del bene e dei beni; per la costruzione di una societa' in cui da ciascuna persona sia dato a seconda delle sue capacita' ed a ciascuna persona sia dato a seconda dei suoi bisogni; una societa' in cui alla barbarie della rapina e del saccheggio, dello sperpero e della devastazione, dello sfruttamento e del consumismo che tutto divorano ed annichiliscono, si sostuisca la logica e la morale della responsabilita' per il bene comune, del dono e della condivisione, della solidarieta' che ogni essere umano riconosce e raggiunge e tutte le vite rispetta e preserva.
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Ed in particolare qui e adesso, nel ricordo di Alfio proseguiamo nell'impegno affinche' sia riconosciuto il diritto alla vita di ogni essere umano, e pertanto:
- siano immediatamente abrogate le antileggi razziste che flagrantemente confliggono con la Costituzione repubblicana, democratica ed antifascista;
- siano immediatamente soccorse, accolte e assistite tutte le persone in pericolo e di aiuto bisognose;
- cessi la strage degli innocenti nel Mediterraneo;
- siano aboliti i lager libici e liberate e portate in salvo in Italia tutte le vittime innocenti in essi detenute;
- siano annientate le mafie schiaviste, semplicemente riconoscendo a tutti gli esseri umani il diritto di giungere in Italia e in Europa in modo legale e sicuro;
- siano abolite la schiavitu', la segregazione e la persecuzione razzista in Italia riconoscendo a tutti gli esseri umani che in Italia si trovano tutti i diritti umani: sociali, civili, politici; a cominciare dal diritto di voto: "una persona, un voto" e' il cuore pulsante della democrazia, "una persona, un voto" e' la condizione basilare della politica umana, "una persona, un voto" e' il fondamento della civile convivenza.
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Ogni essere umano e' un essere umano.
Vi e' una sola umanita' in un unico mondo vivente casa comune dell'umanita' intera.
Ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignita', alla solidarieta'.
Salvare le vite e' il primo dovere.
Oppresse e oppressi di tutti i paesi, unitevi.
La nonviolenza e' in cammino.
Nel ricordo di Alfio proseguiamo la lotta di Alfio.

5. RACCONTI CRUDELI DELLA CITTA' DOLENTE. OMERO DELLISTORTI: STORIA DI MISTERO

"C'era uno, che lo chiamavano Mistero"
(Frase colta su un autobus un giorno di pioggia)

Lo chiamavano Mistero e usciva di casa solo quando era buio o quando pioveva.
Ci aveva un bastone con il pomo d'argento e lo chiamava "il mio vincastro" e la gente diceva che se ti toccava con quello era la fine, da fuori non si vedeva niente, ma ti apriva una piaga dentro che nessun dottore sapeva guarire e ci morivi.
Dicevano che tra i trucchi che sapeva c'era quello di infestare le case di rospi e di puzza di morto.
Dicevano che parlava con gli animali e le piante e che sapeva una parola magica che li costringeva ad obbedirgli.
E faceva tutti i conti a mente, le motiplicazioni, le divisioni, le percentuali, tutti, e non sbagliava mai un calcolo.
Ne raccontava di storie la gente su Mistero.
Per esempio quella che aveva ammazzato per sbaglio suo fratello un giorno di sole che lui era in controluce e gli era parso che fosse un altro, ed era per questo che da allora usciva di casa solo se pioveva o dopo il tramonto.
Raccontavano pure che era diventato ricco per arte di magia, e che non pagava le tasse, ma che i carabinieri, i finanzieri, gli ufficiali giudiziari, a casa sua a portargli le notifiche non ci andavano perche' ci avevano paura del tocco del magico vincastro, cosi' viveva al di fuori e al di sopra della legge, che poi e' come vorremmo vivere tutti se solo avessimo pure noi il magico vincastro o fossimo i padroni della Fiat o di Iutubbe o i presidenti dell'America o della Rabbia Esaudita, che e' dove c'e' tutta quella benzina che gli esce da sottoterra.
Ci aveva una casa che era piu' grossa del Comune e del Duomo messi insieme, appena fuori del paese, che dicevano che c'erano i fantasmi che lui li usava come servitori.
Io a tutte 'ste storie un po' ci credevo e un po' no, perche' ce lo so che se la gente dice qualche cosa allora qualche cosa di vero ci deve essere, pero' personalmente agli spiriti e alla magia io non ci credo, perche' col lavoro che fo se credessi agli spiriti o alla magia allora dovrei smettere e mettermi a fare il lavoro di prima, che guardava i maiali sotto padrone. E io il lavoro di prima non mi va piu' di farlo, perche' da quando fo il lavoro che fo e ho cominciato ad andare per discoteche e tutti quegli altri divertimenti che prima manco sapevo che esistevano adesso mi piacciono troppo e allora indietro non si torna.
Pero' di Mistero ci avevo paura pur'io. Che non lo so se era proprio paura, diciamo che era rispetto, rispetto si'.
Perche' la gente misteriosa, specialmente se vive in un palazzo grosso piu' del Comune e del Duomo messi insieme, il rispetto se lo merita. E Mistero era misterioso parecchio e ci aveva il palazzo come Ilfo'. E' francese Ilfo'. Vorrebbe dire una cosa giusta. Quando una cosa e' giusta i francesi dicono che e' come Ilfo'. Che doveva essere uno, 'sto Ilfo, che le azzeccava tutte, beato lui. Mi piace ogni tanto parlare straniero. Qui al paese la gente parla solo il dialetto, che e' una cosa da morti di fame, ma da quando ci ho i soldi e giro le discoteche li' e' pieno di femmine che parlano tutte le lingue oltre a tutto il resto che gia' si sa. E parlare un po' di francese aiuta. So pure bonzua' che vorrebbe dire bonasera; non pare, eh? Invece vuole proprio dire bonasera.
E' che io mi coltivo, come dice la gente istruita. Compro tutte le settimane la "Settimana enigmistica", e leggo le notizie di cultura. Le parole crociate non le fo perche' mi annoiano, pero' leggo le notizie di cultura e le barzellette. Certe barzellette poi le riracconto come se le avessi inventate io, che serve per avere successo in societa', che e' il modo educato di dire che abbordi le bagascette in modo elegante, non come quello che sventola la mazzetta e gli mette subito le mani addosso; no, io sono per le tecniche eleganti, come Ilfo'.
E adesso viene il bello, perche' non e' che mi state a sentire per sentirmi fare la lezione del maestro di vita, no? Voi volete sapere la storia di Mistero, e io la so meglio di tutti. Che anzi potrei dire che sono l'unico che la sa veramente, almeno la parte finale, prima non lo so, ma prima non lo sapeva nessuno perche' la gente ci aveva troppa paura e lui usciva solo quando era gia' buio e non parlava con nessuno e tutte le cose pratiche le faceva fare ai fantasmi servitori o agli animali che gli obbedivano perche' li aveva incantati con le parole magiche. Che in pratica lui non doveva fare niente, se la godeva e basta. Se poi se la godeva la vita, perche' non e' che sono proprio sicuro che se la godesse. Comunque i soldi ce li aveva, eccome se ce li aveva, e una casa che era un castello, piu' grossa del Comune e del Duomo messi insieme.
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Ando' cosi'. Ch'ero stato in discoteca e com'e' come non e', poi m'ero ritrovato nel parcheggio con la testa rotta che sanguinava e senza portafoglio. La bardascetta. Che magari ci aveva il comparetto gia' appostato. E' che se non avessi bevuto l'oceano Atlantico di gin e di grappa che m'ero bevuto ci avrei avuto i riflessi pronti. E invece. Invece eccomi per terra, con la zucca rotta e senza bigliettoni. Adesso non lo so piu' che mi e' preso. Pioveva che dio la mandava. Il diluvio universale. E piu' stavo sdraiato per terra a farmi lavare dall'acqua del cielo e piu' le idee mi si schiarivano e mi confondevano insieme. Saro' restato li' mezz'ora, saranno usciti centomilioni di John Travolta e ci fosse stato uno che si fosse fermato a darmi una mano con tutto quel sangue che mi rovinava il completino da belfico tuttintiro. Sentivo i brividi e ogni starnuto e mi pareva che mi facessero un elettroshock. Se non mi decidevo ad alzarmi ci restavo per sempre sdraiato in quel parcheggio puzzolente.
Cosi' mi sono tirato su, e per fortuna che la macchina era ancora li', nemmeno dieci passi che me li ricordo ancora uno per uno che arrivare da qui a li' pareva la tortura delle torture, come camminare a piedi nudi sui carboni ardenti ed insieme essere stretti nel ferreo amplesso della Vergine di Norimberga, che e' una tortura che vi spiego un'altra volta. Come che fu, ci arrivai, e per fortuna le chiavi ce le avevo ancora, che non mi andava di dovermi far beccare mentre sembrava che rubavo la macchina mia.
Salito in macchina, che ci avevo la fiaschetta di scorta che fu come una vampata di calore e di benessere, il dolore si trasformo' in rabbia, in rabbia nera, in rabbia che ruggiva come un leone, come un cane arrabbiato, come un lupo mannaro. M'avevano fregato il portafoglio: e va bene, sono cose che capitano. M'avevano rotto il cranio: e chi se ne frega, sono cose che succedono. Ma che quella zoccoletta col papponaccio suo m'aveva bidonato come il pivello dei pivelli, questa non ci riuscivo a mandarla giu'. Adesso ero poco efficiente per cercarla col pezzo e sturarla da parte a parte con tutto il caricatore, e poi non riuscivo a ricordare bene la faccia, che chi le guarda mai le facce delle femmine pittate, che tanto una pittata dopo sembrano un'altra persona, coi capelli blu, cinque anelli di fil di ferro sul naso e la borchia imbullonata nella lingua. Per chiudere quel conto dovevo tornare un'altra sera, e magari lasciar passare una settimanatella o un mesetto, cosi' abbassavano la guardia, lei e il magnaccia suo.
Ma qualche cosa la dovevo fare adesso, perche' era adesso che ero furioso.
Pero' sono pure uno prudente. Non sono di quelli che scendono dalla macchina e cominciano a impiombare il primo che passa. Io li capisco, eh, non voglio giudicare - che a me i giudici pussa via -, io li capisco quelli che fanno una strage magari perche' hanno fatto undici con la schedina. Non dico che hanno sempre ragione, pero' qualche ragione bisogna riconoscere che ce l'hanno. No, dovevo fare qualcosa, ma non quel genere di cosa. Dovevo fare una cosa che in condizioni normali magari non avrei fatto, ma in quel momento e in quello stato si'. Cosi' mi rilassavo e me ne andavo a nanna. Meglio della masturbazione, dico io.
Cosi' me ne tornai al paese. Non a tutta birra perche' con quell'acqua non si vedeva a un palmo dal naso, ed io lo sapevo di avere i riflessi rallentati, cosi' guidai adagino adagino, da bravo scioffer, che e' francese pure questo e significa l'autista, pero' scioffer ha quel fascino esotico che e' tutta un'altra storia, no? E' una cosa come Ilfo'.
Ero quasi arrivato al paese che vedo sul bordo della strada uno che cammina lemme lemme. Non lo so che m'e' successo, ma mi fece rabbia che con tutta quell'acqua quell'imbecille andava in giro lemme lemme, con un impermeabilone col cappuccio e uno zeppone in mano che li' per li' mi sembro' un ombrello tenuto chiuso, tenuto chiuso con tutta quell'acqua che pioveva giu' che pareva il diluvio universale bis. Il sangue mi sali' al cervello e non ci vidi piu': accelerai e lo presi in pieno. Casco' dal lato sbagliato, cioe' verso il centro della strada, cosi' potei fare inversione e passargli sopra. Tre volte feci la veronica, e ogni volta anche se non sentivo il rumore che il frastuono della pioggia era troppo forte, pero' lo percepivo dalle vibrazioni delle ruote e della macchina ogni volta che gli passavo sopra che le ossa scrocchiavano e diventavano polvere di biscotti.
La quarta volta, siccome s'era rovesciato con la faccia in su e l'impermeabilone gliela lasciava scoperta, la quarta volta i fari l'illuminarono bene in faccia e m'accorsi che era Mistero. E li' vicino c'era il magico vincastro, che quelo zeppone non era un ombrello, ma proprio il magico vincastro di Mistero. E' andata cosi'.
*
Li' per li' non sapevo se era piu' la paura o l'incoscienza. Pero' mi fermai e vomitai, mi vomitai pure l'anima. Che mi fece bene perche' adesso ero lucido. E dovevo prendere una decisione. E pensai che la decisione piu' urgente era di raccogliere il cadavere e buttarlo fuori strada e vedere se c'era modo di nasconderlo. Pero' non e' che mi sentissi del tutto sicuro, che se magari scendevo e m'avvicinavo per afferrarlo, quello magari ancora non era morto del tutto e ci aveva ancora la forza di toccarmi col magico vincastro e addio Benfaco', che sarei io (non e' il nome vero, e' il mio nome d'arte, il nondeplumme dicono i francesi, che sarebbe il nome falso che usa chi fa un lavoro che e' meglio non farsi riconoscere, come il lavoro che fo io con destrezza. Io l'ho preso da un telefilm di quanto era ragazzino: Benfaco' il fantasma dell'uve, che pero' l'uva non c'entrava niente perche' era ambientato in un museo che pero' lo chiamavano dell'uve perche' si vede che li' dove lo avevano costruito prima ci doveva essere una vigna, o una cantina, che ne so, e' un telefilm che ho visto un sacco di anni fa, adesso non e' che mi posso ricordare tutto). Comunque, adesso dovevo decidere svelto svelto che dovevo fare, e magari se lo spingevo piano piano con la macchina verso la cunetta era la cosa migliore. Oppure chissenefrega, lo lascio in mezzo alla strada e filo a casa, prima che mi piglia una polmonite.
Insomma ero li' che pensavo al da farsi e chi ti spunta fuori? La pattuglia dei carabinieri. Che stanno sempre attufati dentro la casermaccia loro come topi e proprio la notte del diluvio universale si decidono a uscire in perlustrazione. Certa gente e' proprio senza capoccia. Arrivano, vedono quel fagottone in mezzo alla strada, e vedono pure la macchina mia, che con tutta la pioggia si riconosce sempre per via di quel simbolo virile che ci ho fatto verniciare sul davanti, che alle squinzie gli piace il maschio italiano sfacciato. Cosi' affiancano la macchina alla mia, tirano giu' il finestrino, mi fanno segno di farlo pur'io, e il brigadiere fa: "Benfaco', l'hai fatta grossa stavolta, questa e' galera sicura". E io: "E non ci si potrebbe mettere d'accordo? Non ha visto niente nessuno e io non lascio nessuno a mani vuote". "Troppe ce ne vorrebbero di svanziche". "Lei fa una cifra, ed io procuro il valsente". "No, no, non si puo' fare". "Sarebbe meglio, brigadie', meglio di farsi un nemico che ci ha tanti amici che tutti ci hanno un ferro". "E che, minacci?". "Avviso, avviso solamente, in segno di rispetto e di amicizia". "Siamo in due noi, non lo vedi?", e con la testa accenno' al carabinieretto al posto di guida. "Se c'e' mangime per uno, ci sara' pure per due". "Non se ne parla, questa e' corruzione, e io il lavoretto mio me lo tengo stretto". "E fino a quando?". "Sarebbe?". "Sarebbe gli amici col ferro che dicevo prima". "Benfaco', adesso basta. Scendi e con le mani in alto".
E qui giocai la briscola.
- L'avete visto chi e'?
- Chi e' chi?
- Il mucchio di stracci in mezzo alla strada.
- E che cambia?
- Perche' siete una massa di begalini. Perche' eccome se cambia. Non l'avete visto il magico vincastro?
- Il magico vincastro?
- Eh, si', il magico vincastro.
- Mannaggia a li sorci verdi! Il magico vincastro!
- Eh gia'.
- E perche' l'avresti fatto?
- E se dicessi un incidente?
- Guarda che eravamo appostati, gli sei passato sopra sette volte. Delitto passionale, forse?
- No. E poi il perche' non si dice.
- E ha fatto in tempo a farti la fattura?
- Sono servizi che non si pagano.
- L'hai capito, Benfaco', non fare lo spiritoso. Quell'altro genere di fattura.
- Non ha fatto in tempo a fare niente. E' morto subito.
- Sicuro che e' morto?
- Sicuro. Se non ci credete toccatelo.
- Fossi scemo, io non lo tocco.
- E neppure io.
- E allora?
- E allora?
- E allora quel contributo alla pensione di due onesti funzionari dello stato?
- Basta che dite la cifra.
- Centomila euro per me e diecimila per Capuozzo Vincenzo fu Gennaro qui presente, che non e' graduato. In contanti, e non segnati. E niente trucchi. E tutto dimenticato per sempre.
- Cinquantamila piu' cinquemila, l'ingordigia non e' una bella cosa.
- Centomila e diecimila, e non si tratta.
- E uno sguardo discreto alle cartuccelle che m riguardano nell'archivio dello stato sovrano.
- Affare fatto.
- Affare fatto.
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Qualche ora dopo pioveva di meno e passo' Giannozzo col furgone delle paste che le faceva sia per il bar suo che per i bar di due o tre paesi vicini. E lo trovo' lui il cadavere di Mistero.
Tanta era la paura pure di quei fifoni dei giornalisti che usci' solo la notizia che uno sconosciuto era stato trovato esanime eccetera. Ne' nomi ne' niente. Tutti ci avevano paura di Mistero. Nessuno oso' mai entrare in casa sua, che era piu' grossa del Comune e del Duomo messi insieme. Era li', ma la gente non si avvicinava. Neppure i ladruncoletti che s'infilano pure nelle tombe subito dopo i funerali per vedere se c'e' ancora la fede o almeno un paio di scarpe da rivendere. Poi qualche anno dopo ci fu il terremoto che sapete, e restarono solo rovine. Ma li' dov'era la casa di Mistero, che era piu' grossa del Comune e del Duomo messi insieme, nessuno le ha mai volute scavare.
Perche' vi racconto questa storia, e proprio adesso che sono vecchio e decrepito e non so piu' se e' meglio che tiro le cuoia subito o aspetto di rimbambire del tutto? Semplice: perche' non vorrei morire senza che nessuno sappia che anche se non ho fatto altro nella vita che risse col morto e rapine a mano armata e furti con destrezza, e magari pure qualche marachella che non avrei dovuto fare, almeno una cosa grossa l'ho fatta: sono l'uomo che ammazzo' Mistero. Non sara' come aver fatto fuori Giulio Cesare, d'accordo, ma per un paesano come me e' sempre una bella storia, no? Come Ilfo'.

6. PICCOLA RUMINAZIONE IN LODE DELLE RAGAZZE E DEI RAGAZZI CHE IN QUESTI GIORNI... (UN DISCORSO FATTO A VITERBO NELL'ANNIVERSARIO DELLA NASCITA DI ALFIO PANNEGA)

Le ragazze e i ragazzi che in questi giorni colmano le strade di verita' e speranza, le ragazze e i ragazzi che scendono in piazza in difesa del mondo vivente, sono una benedizione per l'umanita'.
Chi e' vecchio come chi scrive queste righe rivede in loro "il sogno di una cosa" e il tempo impetuoso della propria lontana gioventu', e il legato di vecchi amici e compagni che ora piu' non sono: da Dario Paccino ad Alex Langer, da Alberto L'Abate a Giorgio Nebbia, da Laura Conti a Carla Ravaioli, da Jose' Ramos Regidor a Giuseppina Ciuffreda.
Perche' quello che queste ragazze e questi ragazzi oggi dicono e' la medesima verita' che le scienziate e gli scienziati piu' acuti ed onesti, e le piu' sagge ed i piu' saggi dei militanti dei movimenti di resistenza e di liberazione di allora e da allora, gia' allora dicevano: che il modello di sviluppo - il modo di produzione e i rapporti di proprieta' - imposto dai poteri dominanti sta avvelenando e distruggendo l'intero mondo vivente e con esso l'umanita'.
E che il primo dovere di ogni persona senziente e pensante, e di ogni umano istituto, e' salvare le vite dei viventi presenti e di quelli venturi, e creare le condizioni perche' si possa vivere tutte e tutti in dignita' e solidarieta', nel rispetto reciproco e nel mutuo soccorso, in eguaglianza di diritti condividendo i beni.
Il tempo e' poco, il compito urgente, e ineludibile.
Milioni di ragazze e ragazzi lo dicono uniti in un medesimo corale colloquio, e convocano le istituzioni democratiche ad un impegno autentico e urgente, insieme di giustizia ambientale e di giustizia sociale. Una sintesi del comune sentire della parte piu' avvertita dell'umanita' l'ha scritta e diffusa or non e' guari papa Bergoglio con l'enciclica "Laudato si'", un testo in cui in tante e in tanti riconosciamo le tracce del nostro impegno dagli anni Settanta in qua: la vecchia talpa scava e talvolta riemerge e riappare dove meno se lo aspettano gli ingenui e gli ignari. E utili manuali per l'azione necessaria sono i libri pubblicati dal "Centro nuovo modello di sviluppo" di Vecchiano da molti anni a questa parte.
*
Due cose occorrera' allora dire ancora una volta.
La prima, dal lato delle istituzioni democratiche: che occorrono interventi politici forti e cogenti: per forza di legge abolendo, o perlomeno immediatamente drasticamente riducendo e progressivamente diminuendo fino alla scomparsa, le produzioni e i consumi insostenibili, i privilegi e i soprusi che offendono e minacciano l'umanita' tutta, le iniquita' che provocano catastrofi e stragi.
La seconda, dal lato delle condotte personali: che occorre ridurre subito consumi e stile di vita la cui iniquita' e' facile cogliere se solo ci si pone la domanda: se tutti, ma proprio tutti, gli esseri umani volessero questo bene che io cosi' ardentemente desidero, sarebbe ancora possibile la vita sul pianeta? E si provi a rispondere ad esempio in riferimento al possesso ed uso di automobili private.
E quante sono le cose a cui si potrebbe rinunciare subito senza difficolta' veruna? ad esempio il trasporto aereo a fini di diporto, il turismo irresponsabile, il divertimento sciocco e narcotico, l'eccesso di beni effimeri, l'egoismo proprietario; e tutte le armi che sempre e solo servono a uccidere gli esseri umani.
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Ma tu, insomma, predichi ancora il comunismo?
La difesa del mondo vivente, l'eguaglianza di diritti di tutti gli esseri umani, la liberazione comune dell'umanita' e il rispetto per la vita in tutte le sue forme, il progresso della conoscenza e la civile e responsabile convivenza, ebbene, si', questo richiedono: la condivisione del bene e dei beni, ovvero la scelta della nonviolenza.
Spegnere le televisioni ed i telefonini.
Visitare gli ammalati e i carcerati.
Ascoltare chi soffre, vedere i volti, confortare e sovvenire.
Sostenere chi ha subito violenze e chi ha paura.
Praticare le virtu' della levita' e della lentezza, del prendersi cura e del silenzio, della lotta nonviolenta contro tutte le violenze, le menzogne e le oppressioni.
Rileggere e rimeditare le Beatitudini e la Ginestra.
Mettersi alla scuola della Rosa Bianca e della Rosa Rossa.
Fare le cose che nelle Tre ghinee dice Virginia.
Opporsi alla peste ad Orano.
Resistere al fascismo che torna.
Lottare per il diritto alla vita, alla dignita' ed alla solidarieta' di tutti gli esseri umani e dell'intero mondo vivente.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.
Praticare la concreta coerenza tra i pensieri e le azioni, tra i mezzi e i fini, tra il bene che si vorrebbe ricevere e il bene che si potrebbe donare.
Con pazienza ma senza rinvii costruire la societa' nonviolenta: solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita' dalla catastrofe.
Sii tu gia' oggi l'umanita' come dovrebbe essere.
Salvare le vite e' il primo dovere.
Peppe Sini, responsabile del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo
Viterbo, 21 settembre 2019, nell'anniversario della nascita di Alfio Pannega
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Il "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo e' una struttura nonviolenta attiva dagli anni '70 del secolo scorso che ha sostenuto, promosso e coordinato varie campagne per il bene comune, locali, nazionali ed internazionali. E' la struttura nonviolenta che oltre trent'anni fa ha coordinato per l'Italia la piu' ampia campagna di solidarieta' con Nelson Mandela, allora detenuto nelle prigioni del regime razzista sudafricano. Nel 1987 ha promosso il primo convegno nazionale di studi dedicato a Primo Levi. Dal 2000 pubblica il notiziario telematico quotidiano "La nonviolenza e' in cammino" che e' possibile ricevere gratuitamente abbonandosi attraverso il sito www.peacelink.it
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In guisa di appendice: Una breve notizia su Alfio Pannega
(...)

7. COME TARANTINO

- Come Tarantino.
- Eh?
- Dico, come Tarantino, il regista americano. I film di Tarantino, forza, che li hai visti pure tu.
- Ma che stae a ddi'?
- Uffa, che quelle che raccontavi prima sono storie come quelle che racconta nei film quel regista americano che si chiama Tarantino si chiama. Solo questo dicevo.
- Come Tarantino un par de ciuffoli. So' storie vere, storie del paese de cinquant'anni fa, che io c'ero, le ho viste succede, io.
- E chi dice niente? Dico solo che le racconti come Tarantino, no?
- Ciove'?
- Cioe' che le racconti cosi', come Tarantino insomma.
- Mica te capiscio io a tte.
- Ah, allora se ti offendi non dico piu' niente.
- Nun e' che m'offenno, e' che nun se capisce quel che dichi.
- Vabbe', lasciamo perdere.
- Bravo, lassamo perda ch'e' mejo.
- Certo che non ti non si puo' dire mai niente.
- Ciove'? Sarebb'a ddi'?
- Niente, niente. Parlavo col muro.
- Chi te capisce e' bravo.
- Lasciamo perdere, e concentriamoci sul lavoro, che ormai e' l'ora delle gambe in spalla.
- Io so' gia' concentrato. Che nun te paro concentrato?
- Si', si'. Come no.
- Sine o none?
- Aho', ma ch'hae magnato oggi, pane e carta vetrata? pane e filo spinato?
- Oh, mo' te riconoscio, mo'.
- Vabbe', vabbe'.
- Vabbe' vabbe' lo dico io.
- No, lo dico pur'io.
- Ma allora voi propio da litica'?
- Qui ssi cc'e' uno che vole appiccia' llite nun zo' io.
- Allora sarebbe io?
- Lo dichi tu.
- No, lo dichi tu.
- Famola finita.
- No, famola finita lo dico io.
- Restamo concentrati sul lavoro, porco cane.
- Io so' concentrato, se' tu che stae a ffa' tutto 'sto casino.
- Mo' m'hae propio rotto.
- Volemo veda?
- Veda che?
- Veda si nun e' vvero che mmo' tte roppo davero.
- Scortico', falla finita, che 'l gioco e' bbello si ddura poco.
- Ah si'? E che gioco ade'? Eh? 'R gioco der pistello?
- Nun te risponno ppiu'.
- E 'nvece mo' risponni, Biscotto', che a me nun me se manca de rispetto.
- Te l'ho ggia' detto, me pare, che non m'hae da chiama' Biscotto'. E' l'urtim'avviso, Scortico'.
- E 'nvece guarda 'n po', te ce chiamo quanto me pare Biscotto'. Eh, Biscotto'?
- Finimo 'sto lavoro e 'nnamosene.
- None, prima s'ha da risorve 'sta quistione, Biscotto'.
- Che questione?
- Nun me ricordo ppiu', ma vojo soddisfazione vojo. Biscotto'.
- Doppo, doppo. Mo' 'nnamosene che gia' sse sente pe' tutto 'r palazzo la puzza ch'esce da 'sti du' cadaveri ch'hae fatto aggratisse.
- Vo' fa' che mo' diventeno tre, si nun me dai soddisfazione? Eh, Biscotto'?
- Sentime bbene, Scortico': la sacchetta e' piena de gioielli e de baiocchi, per terra madamino e madamina gia' sso' ffreddi, 'nnamosene e via.
- E sse mmagara la sacchetta la volesse tutta pe' mme', eh? Eh, Biscotto'?
- La risorvemo dopo 'sta bazzecola.
- E nun parla' difficile, te l'ho detto gia' cento vorte, Biscotto', che nun hae da parla' difficile che mme da' ffastidio.
- E mmo' m'hae propio stufato, eh? Eh?
- Eh dde che, Biscotto'?
- 'Nnamo via che de sicuro quarcheduno gia' ha chiamato 'r centotredici quann'ha ssentit'i botti, che te le poteve pure da risparmia', visto che ereno legati, 'mbavajati e la robba era ggia' ne la sacchetta.
- Me ne frego io de le guardie, Biscotto'. Prima m'hae da chiede scusa, Biscotto'.
- E dde che?
- Ch'hae detto ch'ero terrone, scemo.
- Terrone?
- De Taranto. Guarda che ce lo so pur'io 'ndo sta Taranto.
- E allora?
- So' terroni.
- Ma ttu see de Bieda, che tte frega de' terroni?
- So' ito a llavora' a Mmilano, Biscotto', nun fa' finta de nun zapeccelo. Mo' sso' der Norde pur'io. Padroni a casa nostra.
- E allora ce poteve resta' a Mmilano. Mo' 'nnamosene.
- Vabbe', 'nnamosene, pero' ch'ero de Taranto nu'll'eve da di', che nun e' vvero.

8. QUE RESTE-T-IL DE NOS AMOURS

Se non si contrasta il razzismo, che resta della nostra umanita'?
Se non si salvano le vite, che resta della nostra umanita'?
Se non si contrasta il fascismo, che resta della nostra umanita'?
Se non si sceglie la nonviolenza, come si puo' salvare il mondo dall'abisso?

9. RACCONTI CRUDELI DELLA CITTA' DOLENTE. OMERO DELLISTORTI: COLORE

Successe cosi'.
Che io dissi: No, questo non si puo' dire.
E lui: E perche'?
- Perche' ci vogliono le prove.
- Quali prove?
- Uno che l'ha fatto.
- E' un modo di dire.
- Si', pero' per poterlo dire bisogna che ci sia almeno uno che l'ha fatto.
- Ma che c'entra?
- C'entra. E' una questione di rispetto.
- Di rispetto di che?
- Come di che? Della verita'. Di rispetto della verita'.
- Perche', vorresti dire che se ci fosse uno che l'avesse fatto allora si potrebbe dire e se invece non l'avesse mai fatto nessuno allora no?
- Risposta esatta.
- Ma per favore.
- Non e' questione di farti un favore, e' questione di rispetto della verita'. Quando uno parla non e' che puo' aprire bocca e dargli fiato.
- E allora?
- Allora che?
- Allora, allora, la conclusione.
- Non c'e' una conclusione. E' gia' detto tutto.
- E allora?
- Che, ricominci? Allora che?
- No, dicevo, adesso?
- Adesso niente. Solo che non si puo' dire. Fine.
- E adesso si puo' continuare la partita?
- Certo che si puo' continuare la partita.
- Allora giochiamo.
- Giochiamo.
*
Pero' un paio di mani dopo si vedeva che sbuffava, scuoteva la testa, cambiava posto alle carte di continuo.
Gli chiesi: Mo' che c'e'?
Come che c'e', disse.
- Che c'e', t'ho chiesto che c'e'.
- Niente.
- E allora perche' fai tutti 'sti versacci?
- Ma quali versacci?
- Forza, dillo.
- Dillo che?
- Quello che ci hai sullo stomaco, no?
- Ce lo sai quello che ci ho sullo stomaco, ce lo sai.
- No che non ce lo so.
- Invece ce lo sai, e' quello che hai detto prima.
- E che ho detto prima?
- Che non si poteva dire.
- Ah, quello.
- Si', quello.
- E dov'e' il problema?
- Come dov'e'? Allora non si puo' dire niente, uno gioca a carte per poter chiacchierare liberamente con gli amici e invece non si puo' dire niente. Finisce pure il gusto di giocare a carte, no?
- E chi l'ha detto che non si puo' dire niente? Si puo' dire tutto.
- Eh no, e tu allora devi fare pace col cervello. Prima hai detto che quello non si poteva dire.
- E che c'entra? Si puo' dire tutto quello che e' vero, quello che non e' vero no.
- E che ne sai tu che non e' vero?
- Apposta t'ho chiesto se sapevi di uno che l'aveva fatto.
- Il fatto che io non ce lo so non significa essere sicuri che non ci sia uno che l'abbia fatto. Magari c'e'. Che ne sai?
- Un momento: questo si chiama invertire l'onere della prova, e non e' una cosa bella. Sei tu che l'hai detto e sei tu che devi provare che almeno una volta e' successo. Se non lo puoi provare non lo puoi dire.
- E tu che ne sai se in tutta la storia del gioco del ramino e' successo o no? Puo' essere successo, solo che tu non lo sai.
- Infatti io non lo so, ma il punto e' che non lo sai neppure tu, e sei tu che hai detto che certe volte uno gli manca una sola carta per andare a colore e non ti arriva neanche se ti impicchi.
- Lo dicono tutti.
- Qui pero' lo hai detto tu, e io ti ho chiesto se mi sapevi dire il nome di uno che l'aveva fatto di impiccarsi per vedere se poi la carta entrava, e tu non ce lo sai.
- E se invece lo sapessi?
- Se lo sapevi lo dicevi subito.
- Magari m'e' venuto in mente adesso.
- A questo siamo ridotti? A 'sti trucchetti da asilo infantile?
- Non ho detto che mi e' venuto in mente adesso.
- Quindi non lo sai.
- Quindi non lo so.
- Appunto. Giochiamo che e' meglio.
- E giochiamo.
*
Ma dopo qualche mano ricominciava, strizzava gli occhi, biascicava a mezza bocca mezze frasi che non si riusciva a capire che diceva ma dovevano essere parolacce o bestemmie, cambiava di continuo posto alle carte. Non se ne poteva piu'.
Ero li' li' per alzarmi e andare a casa quando fa: Vado al gabinetto.
Che volevi dire? Tutti quelli che eravamo al tavolino (quattro che giocavamo e altri sei o sette dietro che guardavano la partita) restammo contrariati, perche' al gabinetto ci si va tra una partita e l'altra, non in mezzo a una partita. Pero' gia' c'era stata quella chiacchierata spiacevole, cosi' nessuno disse niente, neppure le solite battutacce.
*
Poi aspettammo, chiacchierando del piu' e del meno. Ma lui dal gabinetto non tornava. E si faceva tardi. Cosi' uno di quelli che guardavano la partita lo chiamo', e lui zitto. Allora un altro ando' alla porta del gabinetto e busso', sempre piu' forte, e lo chiamava. Ma niente. E ormai tutto il bar era in piedi a vedere che succedeva. Fini' che si forzo' la porta e lui era li' dentro che penzolava dal tubo della cassetta del cesso che ci si era impiccato con la cinta.
Cosi' tornammo al tavolino e gli scoprimmo le carte, e ci aveva tutti fiori meno che una. E siccome toccava a lui pescare, girammo la carta sopra il mazzo ed era picche.
Adesso si puo' dire, dissi.

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ARCHIVI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino" (anno XX)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: centropacevt at gmail.com
Numero 351 dell'8 novembre 2019
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