[Nonviolenza] Telegrammi. 2039



 

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 2039 del 9 luglio 2015

Telegrammi quotidiani della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace e i diritti umani di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza (anno XVI)

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it , centropacevt at gmail.com

 

Sommario di questo numero:

1. Peppe Sini: Un invito alla vicesindaca di Viterbo, dopo una sua improvvida dichiarazione

2. Una proposta di azione contro il razzismo

3. Robert Gordon e Domenico Scarpa presentano "'Sfacciata fortuna'. La Shoah e il caso" di Robert Gordon (2010) (parte seconda e conclusiva)

4. Segnalazioni librarie

5. La "Carta" del Movimento Nonviolento

6. Per saperne di piu'

 

1. EDITORIALE. PEPPE SINI: UN INVITO ALLA VICESINDACA DI VITERBO, DOPO UNA SUA IMPROVVIDA DICHIARAZIONE

 

Riferiscono i mezzi d'informazione locali che la vicesindaca ed assessora al bilancio del Comune di Viterbo, a margine di una scandalosa esercitazione militare svoltasi a Viterbo con la partecipazione di "oltre milleduecento militari" di sette diversi stati, esercitazione conclusasi con "la simulazione della cattura di un terrorista", abbia dichiarato che "Viterbo e' onorata...", "la nostra citta' e' grata...", concludendo che "Con il sindaco Michelini ci piacerebbe lavorare... affinche' la nostra sede possa essere riconosciuta come struttura militare di eccellenza e di riferimento a livello internazionale", il tutto condito con il reportage fotografico di rito.

Mi sembra che la vicesindaca abbia detto parole non meditate. Che vorrei invitarla a riconsiderare. Poiche' il suo entusiasmo per la macchina bellica non puo' essere una sua autentica persuasione, giacche' nessuna persona sollecita del pubblico bene (e tutti gli amministratori pubblici dovrebbero esserlo) puo' provare entusiasmo e fare profferte di complicita' a strutture e strumenti il cui fine istituzionale e' la guerra, ovvero l'uccisione massiva di esseri umani, ovvero il crimine piu' grande e piu' grave che si possa commettere.

Mi si permettera' di svolgere alcune brevi considerazioni, rinviando peraltro per gli approfondimenti opportuni agli indimenticabili scritti di Primo Mazzolari, di Lorenzo Milani, di Ernesto Balducci; e di Mohandas Gandhi, di Virginia Woolf e di Martin Luther King; di Hannah Arendt, di Simone Weil e di Vandana Shiva; e di Giovanni XXIII e del pontefice cattolico attuale; autrici ed autori che credo la vicesindaca conosca ed apprezzi.

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La guerra e' un crimine contro l'umanita'

Gli eserciti servono a  fare la guerra, e la guerra consiste nell'uccisione di esseri umani e nella devastazione dei luoghi in cui vivono.

La guerra e' un crimine contro l'umanita'.

Le spese militari dello stato italiano, secondo i dati del piu' autorevole istituto di ricerche sul disarmo - il Sipri di Stoccolma - superano i 72 milioni di euro al giorno (lo ripeto: 72 milioni di euro al giorno): uno sperpero colossale di risorse pubbliche; sperpero, e peggio che sperpero: crimine. Un'assessora comunale al bilancio dovrebbe ben sapere che quei fondi sono sottratti al bene dei cittadini, che dovrebbero essere usati piuttosto a scopi esclusivamente civili per garantire case, scuole, servizi sanitari ed assistenziali, infrastrutture, ambiente vivibile e lavoro, solidarieta' che salva le vite, soccorre, assiste e accoglie le persone piu' bisognose di aiuto.

La guerra sempre e solo consiste nell'uccisione di esseri umani e nella distruzione della civilta' e della biosfera. La recente enciclica "Laudato si'" del pontefice cattolico chiarisce bene l'assoluta necessita' di un impegno di pace e di giustizia che unisce la promozione dei diritti umani e la difesa dell'intero mondo vivente. Mi pare di ricordare che quando era consigliera comunale di opposizione (Viterbo era allora governata dall'ultradestra berlusconiana) all'attuale vicesindaca stessero a cuore i diritti umani e l'ambiente; vorrei se ne ricordasse anche ora che governa la citta'.

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Alla scuola di Giorgio La Pira

L'amministrazione comunale di Viterbo lo scorso anno aveva espresso un impegno per la pace, i diritti umani e la nonviolenza promuovendo un "Tavolo per la pace" che credo tuttora prosegua i suoi lavori, realizzando il 2 ottobre la celebrazione della Giornata internazionale della nonviolenza (nel corso della quale attribui' un importante riconoscimento a quattro persone costruttrici di pace: Umbertina Amadio, don Dante Bernini, Osvaldo Ercoli, Anna Maghi), organizzando la partecipazione dei cittadini alla marcia per la pace Perugia-Assisi del 19 ottobre. Ebbene, questa improvvida dichiarazione della vicesindaca confligge scandalosamente con quell'impegno di pace e di nonviolenza.

I Comuni possono dare un grande contributo alla pace, al dialogo, alla nonviolenza. Lo dimostro' luminosamente l'esperienza di La Pira, e lo dimostrano ogni giorno tanti enti locali fedeli alla Costituzione della Repubblica Italiana che lapidariamente recita "L'Italia ripudia la guerra".

Sarebbe bene che anche il Comune di Viterbo dismettesse ogni indecente complicita' con il riarmo, la macchina militare e la guerra; e perseverasse invece sulla via dell'impegno per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: c'e' molto da fare, e un Comune puo' fare molto.

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Congedo

Riassumendo: primo, sciagurata funzione istituzionale degli eserciti e' sia armare e addestrare persone alla guerra che fare la guerra, ovvero commettere omicidi, e stragi; secondo, finanziare la produzione di armi - strumenti indispensabili agli eserciti ed a tutti gli assassini - e' un crimine tanto scellerato quanto farne uso per uccidere; terzo, se si vuole la pace (e l'umanita' ne ha assoluto bisogno) occorre impegnarsi per la pace, e per impegnarsi per la pace sono necessari il disarmo e la smilitarizzazione.

Spero che la vicesindaca voglia riflettere su queste considerazioni, riconoscere che quella sua dichiarazione e' stata un grave errore, e tornare a un impegno di pace, cosciente che il compito delle istituzioni democratiche e' salvare le vite, non minacciarle o sopprimerle.

 

2. INIZIATIVE. UNA PROPOSTA DI AZIONE CONTRO IL RAZZISMO

 

E' necessario e urgente un impegno contro il razzismo in Italia. Ed invero vi sono gia' molte iniziative in corso. Quella che vorremmo proporre potrebbe essere agevole da condurre e produrre qualche risultato.

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Un ragionamento

Due sono gli obiettivi: il primo: ottenere, se possibile, risultati limitati ma concreti che vadano nella direzione del riconoscimento dei diritti fondamentali per il maggior numero possibile di esseri umani almeno nel nostro paese; il secondo: contrastare con le nostre voci e la nostra azione il discorso e la prassi dominanti, che sono il discorso e la prassi dei dominatori razzisti e schiavisti, dei signori della guerra e della barbarie.

L'idea e' di provare ad attivare alcune risorse istituzionali per contrastare il razzismo istituzionale.

La proposta e' di premere sui Comuni e sul Parlamento con una progressione degli obiettivi.

Alcuni provvedimenti - quelli che proponiamo ai Comuni - sono agevolmente ottenibili se si creano localmente dei gruppi (persone, associazioni, rappresentanze istituzionali...) capaci di premere nonviolentemente in modo adeguato e con la necessaria empatia e perseveranza; e sono agevolmente ottenibili perche' molti Comuni d'Italia li hanno gia' deliberati e realizzati, e quindi nulla osta in via di principio al fatto che altri Comuni li adottino a loro volta.

Le cose che chiediamo al Parlamento sono meno facilmente ottenibili, ma la nostra voce puo' comunque contribuire se non altro a suscitare una riflessione, a promuovere la coscientizzazione, a spostare i rapporti di forza, ad opporsi a ulteriori violenze smascherando la disumanita' delle scelte razziste e indicando cio' che invece sarebbe bene fare.

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Un metodo

Noi suggeriremmo a chi ci legge e condivide questa proposta di cominciare scrivendo di persona agli amministratori comunali ed ai parlamentari; poi proponendo ad altre persone di fare altrettanto; poi se possibile coinvolgendo anche associazioni e media ed attraverso essi sensibilizzando e coinvolgendo altre persone ancora; poi chiedendo incontri con i rappresentanti istituzionali; e perseverando.

Non vediamo bene un'iniziativa piramidale con un "coordinamento nazionale" e le modalita' burocratiche che ne conseguono. Preferiremmo un'iniziativa policentrica, in cui ogni persona possa agire da se', e meglio ancora con le persone con cui sente un'affinita', e meglio ancora se si riesce ad organizzare un coordinamento locale, ma tra pari e senza deleghe ed in cui le decisioni si prendono con la tecnica nonviolenta del metodo del consenso.

Una sola condizione poniamo come preliminare e ineludibile: la scelta della nonviolenza.

Proponiamo di cominciare e vedere cosa viene fuori. Comunque non sara' tempo sprecato.

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Ed ecco le proposte:

1. Quattro richieste ai Comuni:

1.1. affinche' il sindaco - qualora non lo abbia gia' fatto - informi, inviando loro una lettera, tutte le persone straniere diciottenni residenti o domiciliate nel territorio del Comune che siano nate in Italia ed in Italia legalmente residenti senza interruzioni fino al compimento del diciottesimo anno di eta', che la vigente legislazione prevede che nel lasso di tempo tra il compimento del diciottesimo ed il compimento del diciannovesimo anno di eta' hanno la possibilita' di ottenere la cittadinanza italiana facendone richiesta davanti all'Ufficiale di Stato Civile del Comune di residenza con una procedura alquanto piu' semplice, rapida e meno dispendiosa di quella ordinaria per tutte le altre persone aventi diritto;

1.2. affinche' il Comune - qualora non lo abbia gia' fatto - attribuisca la cittadinanza onoraria alle bambine e ai bambini non cittadine e cittadini italiani con cui la comunita' locale ha una relazione significativa e quindi impegnativa (ovvero a) tutte le bambine e tutti i bambini nate e nati nel territorio comunale da genitori non cittadini italiani; b) tutte le bambine e tutti i bambini non cittadine e cittadini italiani che vivono nel territorio comunale; c) tutte le bambine e tutti i bambini i cui genitori non cittadini italiani vivono nel territorio comunale ed intendono ricongiungere le famiglie affinche' alle bambine ed ai bambini sia riconosciuto il diritto all'affetto ed alla protezione della propria famiglia, ed affinche' i genitori possano adeguatamente adempiere ai doveri del mantenimento e dell'educazione delle figlie e dei figli);

1.3. affinche' il Comune - qualora non lo abbia gia' fatto - istituisca la "Consulta comunale delle persone straniere residenti nel Comune";

1.4. affinche' il Comune - qualora non lo abbia gia' fatto - istituisca la presenza in Consiglio Comunale dei "consiglieri comunali stranieri aggiunti".

2. Quattro richieste al Parlamento:

2.1. affinche' legiferi il diritto di voto nelle elezioni amministrative per tutte le persone residenti;

2.2. affinche' legiferi l'abolizione dei Cie e di tutte le forme di detenzione di persone che non hanno commesso reati;

2.3. affinche' legiferi l'abolizione di tutte le ulteriori misure palesemente razziste ed incostituzionali purtroppo tuttora presenti nell'ordinamento;

2.4. affinche' legiferi il riconoscimento del diritto di tutti gli esseri umani di giungere in modo legale e sicuro in Italia.

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Naturalmente

Sono naturalmente disponibili alcuni modelli di lettera (e molti materiali di riferimento) per ognuno di questi punti, che chi vuole prender parte all'iniziativa puo' riprodurre e adattare.

 

3. LIBRI. ROBERT GORDON E DOMENICO SCARPA PRESENTANO "'SFACCIATA FORTUNA'. LA SHOAH E IL CASO" Di ROBERT GORDON (2010) (PARTE SECONDA E CONCLUSIVA)

[Dal sito del Centro Internazionale di Studi Primo Levi (www.primolevi.it) riprendiamo la seguente presentazione di "'Sfacciata fortuna'. La Shoah e il caso". In occasione del Salone Internazionale del Libro di Torino, il 14 maggio 2010 e' stato presentato 'Sfacciata fortuna'. La Shoah e il caso, il volume di Robert Gordon tratto dalla prima Lezione Primo Levi e pubblicato da Einaudi in italiano e in inglese. Di seguito proponiamo il testo dell'incontro.

Ernesto Ferrero (Torino, 1938) e' presidente del Centro internazionale di studi "Primo Levi" e direttore della Fiera internazionale del libro di Torino; e' scrittore ed operatore culturale, gia' direttore editoriale della casa editrice Einaudi (poi anche segretario generale della Boringhieri, direttore editoriale in Garzanti e direttore letterario presso Mondadori). Traduttore di Flaubert, Celine e Perec, scrive su "La Stampa" e sui maggiori quotidiani italiani. Tra le opere di Ernesto Ferrero: I gerghi della mala dal '400 a oggi, Mondadori, 1972, poi sviluppato nel Dizionario storico dei gerghi italiani, Mondadori, 1991;  Carlo Emilio Gadda, Mursia, 1972; L'Ottavo Nano, Einaudi 1972, poi Piemme 2004; Barbablu'. Gilles de Rais e il tramonto del Medioevo, Mondadori, 1975, Piemme, 1998, Einaudi, 2004; Cervo Bianco, Mondadori, 1980, poi L'anno dell'Indiano, Einaudi, 2001; (con Luca Baranelli), Album Calvino. Una biografia per immagini, Mondadori, 1995; (a cura di), Primo Levi: un'antologia della critica, Einaudi, Torino 1997; N., Einaudi, 2000; Lezioni napoleoniche, Mondadori, 2002; Elisa, Sellerio, 2002; I migliori anni della nostra vita, Feltrinelli, 2005; La misteriosa storia del papiro di Artemidoro, Einaudi, 2006; Un bambino che si chiamava Napoleone, 2006; Primo Levi. La vita, le opere, Einaudi, 2007; Disegnare il vento. L'ultimo viaggio del capitano Salgari, Einaudi, Torino 2011; Storia di Quirina, di una talpa e di un orto di montagna, Einaudi, Torino 2014.

Robert S. C. Gordon insegna al Dipartimento di italianistica dell'Universita' di Cambridge. Ha pubblicato vari lavori sulla letteratura e sul cinema del Novecento fra i quali, tradotti in italiano: Primo Levi: le virtu' dell'uomo normale, Carocci, Roma  2003; "Sfacciata fortuna". La Shoah e il caso, Einaudi, Torino 2010.

Fabio Levi, storico, insegna storia contemporanea all'Universita' di Torino ed e' direttore del Centro internazionale di studi Primo Levi; ha lavorato a lungo sulla storia degli ebrei dall'emancipazione fino allo sterminio e piu' in generale sulle vicende della societa' italiana nel Novecento. Il suo interesse per i risvolti sociopsicologici delle differenze fra gli individui lo ha anche portato a occuparsi della storia della condizione dei ciechi e lo ha reso particolarmente sensibile ai temi della convivenza e delle relazioni fra gruppi e culture diverse. Tra le opere di Fabio Levi: (con Paride Rugafiori e Salvatore Vento), Il triangolo industriale tra ricostruzione e lotta di classe (1945-'48), Feltrinel1i, Milano 1974; (con Bruno Bongiovanni), L'Universita' di Torino sotto il fascismo, Giappichelli, Torino 1976; L'idea del buon padre. Il lento declino di un'industria familiare, Rosemberg & Sellier, Torino 1984; Un mondo a parte. Cecita' e conoscenza in un istituto di educazione, Il Mulino, Bologna 1990; L'ebreo in oggetto. L'applicazione della normativa antiebraica a Torino (1938-1943), Zamorani, Torino 1991; L'identita' imposta. Un padre ebreo di fronte alle leggi razziali di Mussolini, Zamorani, Torino 1996; "Gli ebrei nella vita economica italiana dell'Ottocento", in C. Vivanti (a cura di), Gli ebrei in Italia, Annali XI, tomo II, Storia d'Italia, Einaudi, Torino 1997; Le case e le cose. La persecuzione degli ebrei torinesi nelle carte dell'Egeli (1938-1945), Archivio storico della Compagnia di San Paolo, Torino 1998; 'Torino: da capitale restaurata a capitale spodestata (1814-1864). L'economia', in U. Levra (a cura di), La citta' nel Risorgimento, VoI VI della Storia di Torino, Einaudi, Torino 2000; "Da un vecchio a un nuovo modello di sviluppo economico", in U. Levra (a cura di), Da capitale politica a capitale industriale (1864-1914), Vol. VII della Storia di Torino, Einaudi, Torino; (a cura di, con Bruno Maida), La citta' e lo sviluppo. Crescita e disordine a Torino (1945-1970), Franco Angeli, Milano 2002; (a cura di, con Sonia Brunetti), C'era una volta la guerra, Zamorani, Torino 2002; (con Maria Bacchi), Auschwitz, il presente e il possibile, Giuntina, Firenze 2004; In viaggio con Alex, Feltrinelli, Milano 2007; (con Rocco Rolli), La Mole. Storia e architettura, Zamorani, Torino 2008; La persecuzione antiebraica. Dal fascismo al dopoguerra, Zamorani, Torino 2009; L'accessibilita' alla cultura per i disabili visivi. Storia e orientamenti, Zamorani, Torino 2015.

Domenico Scarpa (1965) e' consulente letterario-editoriale del Centro studi Primo Levi di Torino. Ha pubblicato Italo Calvino (Bruno Mondadori, 1999), Storie avventurose di libri necessari (Gaffi, 2010), Natalia Ginzburg. Pour un portrait de la tribu (Cahiers de l'Hotel de Galliffet, 2010), Uno. Doppio ritratto di Franco Lucentini (:duepunti, 2011) e, con Ann Goldstein, In un'altra lingua (Lezioni Primo Levi - Einaudi, 2015). Ha curato il terzo volume della Grande Opera Atlante della letteratura italiana. Dal Romanticismo a oggi, edito da Einaudi (2012).

Primo Levi e' nato a Torino nel 1919, e qui e' tragicamente scomparso nel 1987. Chimico, partigiano, deportato nel lager di Auschwitz, sopravvissuto, fu per il resto della sua vita uno dei piu' grandi testimoni della dignita' umana ed un costante ammonitore a non dimenticare l'orrore dei campi di sterminio. Le sue opere e la sua lezione costituiscono uno dei punti piu' alti dell'impegno civile in difesa dell'umanita'. Opere di Primo Levi: fondamentali sono Se questo e' un uomo, La tregua, Il sistema periodico, La ricerca delle radici, L'altrui mestiere, I sommersi e i salvati, tutti presso Einaudi; presso Garzanti sono state pubblicate le poesie di Ad ora incerta; sempre presso Einaudi nel 1997 e' apparso un volume di Conversazioni e interviste. Altri libri: Storie naturali, Vizio di forma, La chiave a stella, Lilit, Se non ora, quando?, tutti presso Einaudi; ed Il fabbricante di specchi, edito da "La Stampa". Ora l'intera opera di Primo Levi (e una vastissima selezione di pagine sparse) e' raccolta nei due volumi delle Opere, Einaudi, Torino 1997, a cura di Marco Belpoliti. Opere su Primo Levi: AA. VV., Primo Levi: il presente del passato, Angeli, Milano 1991; AA. VV., Primo Levi: la dignita' dell'uomo, Cittadella, Assisi 1994; Marco Belpoliti, Primo Levi, Bruno Mondadori, Milano 1998; Anna Bravo, Raccontare per la storia, Einaudi, Torino 2014; Massimo Dini, Stefano Jesurum, Primo Levi: le opere e i giorni, Rizzoli, Milano 1992; Ernesto Ferrero (a cura di), Primo Levi: un'antologia della critica, Einaudi, Torino 1997; Ernesto Ferrero, Primo Levi. La vita, le opere, Einaudi, Torino 2007; Giuseppe Grassano, Primo Levi, La Nuova Italia, Firenze 1981; Gabriella Poli, Giorgio Calcagno, Echi di una voce perduta, Mursia, Milano 1992; Claudio Toscani, Come leggere "Se questo e' un uomo" di Primo Levi, Mursia, Milano 1990; Fiora Vincenti, Invito alla lettura di Primo Levi, Mursia, Milano 1976. Cfr. anche il sito del Centro Internazionale di Studi Primo Levi (www.primolevi.it)]

 

- Domenico Scarpa: Si'; e infatti noi - quando dico "noi" penso sempre al nostro Centro Studi "Primo Levi" - siamo convinti di questo. Cioe', se Levi ha qualcosa da dire oggi, e noi siamo convinti che ce l'abbia, non e' solo e non e' tanto in quanto testimone di Auschwitz, in quanto abbia passato un anno in quel luogo di morte, ma per come quella sua esperienza e' passata attraverso la sua mente e ha prodotto dei discorsi. Anzi, piu' concretamente, ha prodotto delle parole. Questo libro di Robert Gordon e' incentrato intorno a una parola chiave che e' "fortuna", ma se noi perlustriamo l'opera di Primo Levi vediamo che e' piena di queste parole chiave, parole che in molti casi ha scelto e trovato lui - e in questo somiglia eccome a Montaigne!

Pensiamo a come Levi ha portato all'attenzione le questioni della comunicazione nel Lager, degli stereotipi, della vergogna, e poi quella formulazione straordinaria che e' "zona grigia" - io invito i ragazzi che non hanno mai sentito parlare di "zona grigia" a leggere appunto un libro come I sommersi e i salvati. Levi e' stato un grande inventore di concetti che sono semplici e complessi, e che hanno delle cose da dirci.

Quanto a Robert, avete sentito il suo modo di parlare. Lui partiva prima, in questa risposta che ha dato, dalla parola "utilita'", dalla presenza dell'utilita' nell'opera di Primo Levi. Conoscendo le sue cose precedenti - Robert Gordon ha scritto un libro su Primo Levi che credo sia il piu' bel libro scritto su Primo Levi; e' stato anche tradotto in italiano sette anni fa e s'intitola Le virtu' dell'uomo normale - la sua virtu' di studioso e' appunto una virtu' legata all'utilita': far funzionare l'opera di Primo Levi, farla funzionare davanti ai nostri occhi. Ora, anche l'apparato di questo libro, l'appendice di cui si diceva prima, dove troviamo i brani di Dante, di Shakespeare, di Goldoni, di Primo Levi, e' un luogo dove l'opera di Levi viene fatta funzionare, dove le varie formulazioni del tema della fortuna si richiamano l'una con l'altra come se facessero rima, come se fossero una sorta di grande poesia, scritta per una parte in versi e per un'altra porzione in prosa. Perche', a pensarci bene, la fortuna oltraggiosa, outrageous fortune, e' una fortuna che va oltre.

Anche nel brano di Dante, che e' un brano dal VII dell'Inferno, quindi dal quarto cerchio, dal quarto girone dove ci sono gli avari e i prodighi, e' li' che si parla di fortuna, e gli avari e i prodighi sono dei personaggi eccessivi. Gli avari sono eccessivi nel tenere stretto, i prodighi sono eccessivi nel dare. La fortuna sembra in qualche modo legata all'eccesso; mentre poi c'e' un altro brano dal Principe di Machiavelli, che e' famosissimo, sul ruolo della fortuna che governa pressappoco, dice Machiavelli, la meta' delle cose umane e che puo' essere contrastata da quella che Machiavelli definisce - con una espressione straordinaria - "ordinata virtu'".

Quindi, l'eccesso contro l'ordine. Questo e' il prossimo tema che ti proporrei. Qual e', se c'e', un equilibrio fra la virtu' dell'uomo normale, l'eccesso della fortuna e l'ordine della virtu'?

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- Robert Gordon: Questa e' affascinante. Ti ringrazio di questa domanda, difficile anche, perche' ci sono tanti spunti. Diciamo che partirei da quella formula un po' fintamente matematica di Machiavelli, perche' anche questo e' uno spunto importante e ha legami rispetto alla questione "eccesso vs ordine". Stranamente, nella tradizione di pensiero e di filosofia intorno alla questione della fortuna, spuntano spesso, anche prima dell'epoca moderna, queste formulazioni matematiche ma fintamente matematiche. Cioe', Machiavelli appunto dice: possiamo dire piu' o meno che meta' del nostro destino viene determinato dalla pura fortuna, che e' qualcosa che non possiamo controllare in nessun modo, e pero' - dice - possiamo imporre l'altra meta' usando le nostre virtu' - non nel senso che uso io per Levi, ma nel senso machiavellico: possiamo cercare di arginare o comunque controllare la fortuna, cioe' il nostro destino, per una meta'. Quindi, meta' e meta'.

In questo, ovviamente, non c'e' nessuna verita', diciamo cosi', scientifica; eppure questo ci da' un'idea attendibile sul ruolo, sul peso della fortuna al tempo di Machiavelli. Ma poi, proseguendo, che cosa accade di strano alla filosofia e al concetto della fortuna nei secoli successivi, nei secoli che dividono Machiavelli dai tempi nostri e da Levi, cioe' il Settecento/Ottocento e poi il Novecento? Succede che la fortuna diventa un discorso matematico. La fortuna, per cosi' dire, diventa caso, statistica e probabilita'. Ora, questo e' un elemento assolutamente fondamentale di quella che noi chiamiamo modernita', cioe' il qualcosa che ci divide dal Cinquecento di Machiavelli e da tutta l'epoca premoderna. Cosa succede nel Settecento, nell'eta' della ragione, nell'Illuminismo, che costruisce quello che noi viviamo ancora oggi, e che e' una forma di modernita'? Tantissime cose. Adesso non mi metto a fare una conferenza sulla definizione della modernita' - non sarei neanche capace -, pero' sicuramente un elemento centrale e fondamentale, anche per il sapere scientifico moderno, e' una specie di invenzione della statistica, di un concetto della probabilita', e quindi un'idea totalmente nuova - e veramente, in senso pieno, matematica - del caso, della casualita'.

Qui ritorniamo al discorso sull'ordine e sull'eccesso, perche' nell'Ottocento le societa' europee occidentali cominciano a raccogliere statistiche, a fare censimenti, a organizzarsi statisticamente, anche a livello dello Stato - infatti in un certo senso, lo Stato si autodefinisce e controlla la popolazione attraverso conoscenze statistiche di quella popolazione, cioe' contandoli e nominandoli anagraficamente, ma anche dividendoli in categorie secondo il sesso e l'eta'. Tutte le tabelle statistiche vengono inventate, come strumento dello Stato, tra il Settecento e l'Ottocento. E a quel livello li', cioe' usando la nuova scienza della statistica, il caso viene in un certo senso eliminato. Perche' la statistica ci dice (nel mio libro ho parlato scherzosamente di "un'idea attuariale della vita") che, a livello della popolazione generale, io posso dire a tutti voi che siete in quest'aula: centoventi di voi vivranno fino a ottant'anni; dieci di voi... non dico il seguito per scaramanzia! Pero' questo e' un fatto statisticamente vero: quindi non esiste piu' quella mentalita' che aveva determinato tutte le idee sul caso rispetto alla Provvidenza divina, e che si fondava sull'impossibilita' di sapere il futuro. Al contrario, con la statistica noi possiamo, a quanto pare, sapere cosa succedera' a livello di una popolazione: questo e' l'ordine totale e si ricollega, credo, a ipotesi - che sono ben conosciute - sul legame tra l'Illuminismo e il Lager. Ci sono pensatori famosi, come Adorno e Horkheimer, che come si sa hanno ipotizzato che il nazismo e il Lager siano il lato oscuro dell'ordine totale instaurato dalla modernita', un ordine di cui fa parte anche questo controllo della societa' per mezzo della statistica, nel quale il caso viene eliminato.

Io non sono un matematico, pero' sto parlando, a livello di discorsi culturali e istituzionali, di controllo. Allora, in che cosa consiste l'eccesso in questo ambito? In senso positivo, dov'e' il disordine? Per avere un elemento di disordine bisogna accantonare i discorsi sulla popolazione e sul controllo totale a livello macroscopico, e riscoprire invece l'individuo. Allora c'e' un nesso forte, fortemente morale, tra l'individuo, che incarna in un certo senso il caso (caso che sussiste ancora, perche' io come individuo non so quanto vivro', anche se a livello di popolazione e di probabilita' qualcuno me lo potrebbe dire) e che quindi, incarnando il caso, incarna anche il disordine, e la fortuna; il legame morale e' tra il singolo individuo e la fortuna. E se noi puntiamo sulla fortuna, e' chiaro che il sistema piu' totale e piu' totalitario che sia mai esistito e' il sistema nazista della soluzione finale. Quindi, anche in questo caso, un individuo che sia sopravvissuto al sistema della morte - e la sua sopravvivenza e' ovviamente un elemento di disordine, di negazione di quel sistema - viene a essere come l'incarnazione del caso.

Per questo e' importante, per Levi, il fatto di dire "io sono sopravvissuto, per fortuna". Non tanto, credo, per polemica antireligiosa, cosa che potrebbe forse apparire da un altro brano che ho citato (un brano famoso e, mi sembra, molto forte) da I sommersi e i salvati, la' dove dice che al ritorno dalla prigionia un amico era venuto a visitarlo e gli aveva detto "tu sei sopravvissuto per un motivo" - un motivo provvidenziale, la sopravvivenza - e lui rifiuta e si arrabbia: qui non c'e' piu' il Levi sobrio, calmo, mite, il Levi che non ha emozioni. No, per niente, questo e' un Levi falso. Quindi l'amico (cito): "mi disse che l'essere sopravvissuto non poteva essere stata opera del caso, di un accumularsi di circostanze fortunate, come sostenevo e tuttora sostengo io, bensi' della Provvidenza". Levi considera questa frase e prosegue rispondendo: "Questa opinione mi pare mostruosa".

Questo brano e' stato sempre letto, mi pare, come un'espressione del Levi laico che rifiuta un'idea della Provvidenza di tipo cristiano o comunque religiosa, e in parte le cose stanno anche cosi'. Pero' credo ci sia anche un altro discorso di fondo: cioe', che l'essere sopravvissuti grazie alla fortuna non vuol dire non poter piu' parlare della sopravvivenza, cioe' scartarla - spesso la sopravvivenza sembra cosi', si e' verificata per fortuna, per pura fortuna, e non c'e' niente da dire, c'e' solo il caso. Il caso non esaurisce il discorso sulla sopravvivenza: non lo esaurisce, perche' ha una sostanza, eccome, questo essere sopravvissuti per fortuna, perche' il ruolo della fortuna rispetto alla vita dell'individuo - e questo vale per tutti noi - e' legato anche al ruolo del disordine, della sfida al sistema, di un piccolo elemento di liberta', se vogliamo, rispetto a discorsi tendenzialmente totalitari.

*

- Domenico Scarpa: Molto bello questo discorso! Questo di Robert e' un libro che ha un retroterra non solo letterario: i brani dell'appendice sono tutti brani della letteratura, appunto, da Dante a Primo Levi; pero' dentro il corpo del saggio, nel corpo della lezione, vengono citati filosofi, scienziati, antropologi. E' un discorso linearissimo: Robert e' un pensatore e uno scrittore lineare, dalla lingua molto ricca, ma soprattutto chiaro.

Io proverei a sintetizzare una parte del suo discorso in questa maniera: Primo Levi ha fatto molte volte nella sua vita l'elogio dell'impurezza, anche perche' trovava di fronte a se' degli interlocutori, anzi, degli aguzzini che, mediante la purezza della razza, tendevano a fare scomparire e a eliminare tutto cio' che puro non era. Ora, l'impurezza a me sembra, da quel che dice Robert nella sua lezione, per l'appunto un modo di sfuggire alla statistica. Tu mi vuoi contare per forza, tu mi vuoi definire per forza e mi vuoi chiudere in una scatola, in una casella, in una cifra matematica: mi vuoi calcolare. Bene: se io sono impuro, tu a calcolarmi non ci riesci, o non ci riuscirai completamente.

Qui l'impurezza ha un ruolo salvifico. Dall'altra parte, pero', c'e' un'altra cosa a cui sfuggire: occorre sfuggire al caso che ti uccide. Come si sfugge al caso sfortunato, alla fortuna cattiva che ti uccide? E li' vengono fuori le virtu' dell'uomo normale, la capacita' di resistere per mezzo del lavoro.

Era affascinante il discorso che Robert faceva, all'inizio, sullo Stato che a un certo momento, nell'Ottocento, comincia a fare i censimenti. Ricordiamo che c'era un censimento anche all'inizio del Nuovo Testamento e che Levi era un grande lettore della Bibbia. Ma, se il censimento dello Stato moderno e' un censimento che vuole contare gli individui e nominarli uno per uno, il censimento che si fa in Auschwitz e' un censimento che vuole contare si', ma per azzerare quel numero, toglierli tutti di mezzo, prima tatuandogli il numero su un braccio e quindi togliendo il nome - un anticensimento, che vuole contare per togliere il nome e per ridurre a zero. Quanto conta (chiedo scusa per il gioco di parole) la virtu' dell'uomo normale dentro questo sistema di censimento azzerante?

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- Robert Gordon: Io credo che conti moltissimo. Stiamo ancora parlando di parole chiave, parole come impurezza, disordine come forma di eccesso, aggiungerei anche incertezza, che e' molto importante per Levi e anche per quel modo di usare Levi, cioe' di leggere Levi per leggere il mondo senza pero' trarre lezioni moralistiche, perche' non c'e' certezza in Levi. In una sua poesia lui ha una formula, che io metto sempre nelle mie lezioni su Levi per paura di questa deriva moralistica nei modi in cui viene spesso letto: "non chiamateci maestri". Soltanto perche' siamo sopravvissuti non siamo privilegiati, non siamo dei santi; non chiamateci eroi o santi, non ricordo bene la formula, pero' lui ritorna spesso su quell'elemento li'. Lui vuole riflettere, vuole coinvolgere gli altri in queste riflessioni, ma non vuole trasmettere messaggi fissi e certi; quindi l'incertezza e' anche un elemento di impurezza, disordine ed eccesso.

E, continuando con questo discorso dei numeri, che mi piace - e' metaforico, ovviamente, ma per quello non meno importante - possiamo tentare una specie di classifica etica dei numeri. Zero non mi sembra un numero buono, quindi, hai ragione, essere azzerati diciamo e' il contrario della numerologia etica - faccio un po' il Machiavelli qua, usando i numeri in modo fantasioso per altri motivi. Allora, il numero uno, tornando al discorso di prima, e' un numero altamente etico perche' sfugge in qualche modo ai sistemi, come stavo spiegando prima. Pero' credo che i numeri due, tre e quattro sono anche numeri importanti e fortemente etici, perche' il salto tra l'uno e i molti - cioe' quel salto tra l'individuo e la popolazione intera, soggetta alla statistica e ad altre forme di controllo - lascia un vuoto, e almeno in quei numeri (due, tre e quattro) c'e' spazio per un'altra operazione normale, senza essere normativa, che e' la comunicazione umana.

Non voglio dire assolutamente che Levi sia un individualista, puntando sul discorso dell'individuo, dell'uno, del singolo. Lui e' un individuo tra altri individui, dialoga, come stiamo facendo noi, e anche questa e' una fondamentale virtu' di Primo Levi, cioe' di inserire nei suoi libri, nel testo proprio - anche al livello stilistico e strutturale del racconto - il dialogo tra due persone, o comunque tra piccoli gruppi di individui. Stavamo parlando ieri del libro straordinario che e' La chiave a stella, che ha un contenuto molto forte e interessante a livello della filosofia del lavoro, ma e' un libro appositamente strutturato come un dialogo tra Faussone e una figura che e' piu' o meno Primo Levi stesso. Cioe' il dialogo tra due o, comunque, incontri di gruppo tra amici e' il modo che ha Levi per trasmettere questa sua conoscenza e queste sue esperienze.

Ho trovato affascinante, leggendo recentemente un libro di divulgazione sulla matematica, degli studi antropologici - di nuovo - sul modo di concepire il numero in societa' primitive, in societa' dove la numerazione funziona in modi diversi; e pare che sia molto comune in societa' non sviluppate un modo di concepire il numero che parte da uno (spesso non c'e' lo zero, cosi' come non c'era in Occidente fino a pochi secoli fa), arriva fino a cinque o sei, o magari anche solo a due o a tre, e poi non ci sono piu' i numeri. Subentra la categoria "tanti". E se il ricercatore, l'antropologo, cerca di mettere dieci cose di fronte a una persona che appartiene a una di queste societa' e le dice "quante sono?", la risposta e' "molti"; mentre se metti due o tre cose, spesso la risposta e' "due" o "tre". E' come se ci fosse una specie di salto che noi non vediamo piu', perche' ci e' stato imposto un sistema troppo rigidamente regolare dei numeri, che vanno da uno fino a dove vuoi, sempre aggiungendo unita' singole, per accumulare un altro numero piu' alto. E credo che ci sia anche, vagamente, un'eco di quello che ti sto dicendo ora, cioe' che zero, si', e' un problema; per l'uno c'e' una specie di discorso etico, e poi anche il modo di parlarsi in piccoli gruppi di due o tre, piccole comunita' magari; poi, nel momento in cui passiamo a grandi gruppi, piu' di cinque o sei, ma poi soprattutto se arriviamo al livello macroscopico, al livello di societa' intere, stiamo attenti! Cioe', sono grossi i rischi di sviare, di parlare in modo che non e' assolutamente a misura umana. E questo vale a tantissimi livelli e, anche li', credo che Levi, nella sua scrittura, nel modo in cui dialoga con i lettori, nel modo in cui dialoga con i giovani, nel modo in cui ogni testo e' - e lui l'ha scritto anche - scritto sempre con il lettore, immaginando il suo lettore davanti a lui, come se stesse parlando a lui; e infatti nella famosa polemica con Giorgio Manganelli sullo scrivere oscuro, in cui Levi dice "e' un dispetto verso questo lettore che io ho davanti a me se io scrivo in modo oscuro". Possiamo condividere o no a livello letterario, pero' questo discorso, a livello delle virtu' della scrittura di Levi, credo che sia fondamentale. E' molto importante.

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- Domenico Scarpa: Si', e' bello e anche istruttivo considerare i numeri come individui: non solo il numero uno, ma tutta la serie dei numeri. Primo Levi, se ci pensate, scrive quasi sempre in due, in coppia. Durante tutto l'anno di permanenza ad Auschwitz c'e' Alberto accanto a lui; quasi tutto Se questo e' un uomo e' un libro che parla di una coppia di amici che attraversano questo luogo di morte. La tregua, altrettanto, prima col Greco, poi con Cesare, poi ancora con Leonardo. Ne Il sistema periodico ci sono dei racconti che sono di fatto dei racconti di amicizia, di coppia, racconti di amici, straordinari! Pensate solo a Ferro, alla figura di Sandro Delmastro. Ne La chiave a stella, l'ha appena ricordato Robert, c'e' Faussone. Cioe', esiste questa dimensione del due che scardina tutti i calcoli perche' non e' solo una coppia: il due e' un moltiplicatore, un moltiplicatore di virtu' diverse. Ci sono due persone che non sono uguali, che stanno nel mondo, che fanno cose diverse e le fanno insieme e ottengono risultati. Levi questa cosa non ce la dice chiaramente, ce la fa vedere, ce la racconta, ce la mostra. E io direi che le ha dato piu' valore proprio per questo.

Vorrei fare un'altra domanda su un tema che e' poi il tema del Salone di quest'anno, cioe' la memoria. Anche qui direi che possiamo partire tranquillamente dal titolo del libro precedente di Robert: Primo Levi. Le virtu' dell'uomo normale. "Uomo normale" non e' una definizione che si e' inventato Robert, ma l'ha prelevata dall'opera di Primo Levi che si definisce "un uomo normale, di buona memoria, che e' incappato in un vortice. Ne e' uscito, per virtu' o per fortuna, e da quel momento in poi ha molta attenzione per i vortici reali e metaforici". C'e' un rapporto tra la memoria e la fortuna, fra la virtu' e la memoria? In che rapporto stanno queste tre parole, queste tre entita'?

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- Robert Gordon: Una domanda molto interessante anche questa, grazie. Quella frase, che mi piace molto e ho citato nel titolo del mio libro, "l'uomo normale", con quell'aggiunta "di buona memoria", e' credo una combinazione difficile da interpretare, e per quello interessante. Cosa significa per Levi, e poi per noi, questa frase? E' in apposizione oppure in opposizione? Non lo so; in realta', in un certo senso lui sta dicendo "sono un uomo normale" - e possiamo partire da tutti i discorsi che abbiamo fatto finora su cosa significa questo termine "normale" - pero' con il dono eccezionale, quindi non normale, di una memoria particolarmente buona. Per cui, puo' darsi che Levi stia cercando di spiegare perche' e' diventato uno scrittore testimone, o forse lo scrittore testimone del Lager: lo e' diventato perche' ha avuto la fortuna di avere questa memoria particolarmente buona. Credo che ci sia anche questo, cioe' nel suo saggio sulla memoria, ne I sommersi e i salvati, in cui parla in modo intelligentissimo e acutissimo - come al solito - dei problemi della memoria, dei rischi della memoria, delle derive della memoria, poi finisce il capitolo dicendo che "meno male, credo che io, per conto mio, sia immune da questi problemi delle derive, perche' ho una memoria talmente viva e chiara e presente di quelle esperienze che, credo almeno, anche quarant'anni dopo, di poter parlarne fidandomi della mia memoria". Quindi credo che ci sia anche quell'elemento di identita' personale per Primo Levi, come tanti che hanno questa capacita' di ricordo. Proprio ci tiene ad avere una buona memoria.

Pero' credo che ci sia anche un altro discorso da fare, forse per noi, tutti noi, cioe' un legame tra quelle due frasi come una specie di aspirazione. Possiamo arrivare al punto in cui essere normali - una cosa a cui possono arrivare tutti quanti - e' ricordare, avere buona memoria. Forse non nel senso neurologico, ma nel senso etico - e qui il tema del Salone del Libro, ma anche tanti anni di riflessioni intorno al dovere della memoria, a tutto il rapporto che noi, noi presenti nel XXI secolo, abbiamo rispetto alla Shoah e al fenomeno del Lager: ci poniamo davanti a questo fenomeno storico e cerchiamo di mantenerne la memoria. E quindi in una dimensione quasi utopica, e' normale ricordarsi di Auschwitz - cosa che non e' sempre evidente. Quindi, credo che ci sia anche quell'elemento li', che possiamo trarre da questa giustapposizione tra due frasi apparentemente semplici.

Vorrei anche aggiungere un altro elemento, pero'. Ho letto ieri su "La Stampa" il riassunto di un discorso che e' stato fatto qui da Giovanni De Luna, che puntava sui rischi di un eccessivo parlare soltanto della memoria e dell'istituzionalizzarsi della memoria, e della valanga di giornate del ricordo e giorni della memoria e festeggiamenti ufficiali, che poi si ferma semplicemente alla parola "memoria", come se quella parola bastasse, come se fosse una specie di icona santa della nostra cultura contemporanea. Cioe', questo e' un sintomo di una problematica culturale che dobbiamo affrontare tutti quanti: non basta invocare la memoria, bisogna applicarla, praticarla, pensarci sopra, e quindi l'uomo normale non deve soltanto avere buona memoria, deve saperla usare, renderla utile, appunto. Mi piace ricordare per esempio che, nella poesia in epigrafe a Se questo e' un uomo, pubblicata altrove con il titolo Shema' - anche il testo biblico da cui e' tratta e' incentrato molto sulla memoria, in un certo senso - le parole chiave non ruotano tanto intorno alla memoria, ma a un'altra dimensione, se vogliamo, epistemologica, cioe', "considerate se questo e' un uomo, meditate che questo e' stato", laddove forse noi oggi metteremmo "ricordatevi".

Non e' tanto alla memoria che ci dobbiamo affidare, perche' noi non abbiamo a livello personale - ovviamente - memoria di questi avvenimenti, e non ci bastera' invocare un discorso etico fondato semplicemente sulla memoria. No, bisogna passare a quelle altre dimensioni, un po' come Levi passa alla coscienza storica, come stavo dicendo all'inizio: considerazione, meditazione, cioe' forme di intelligenza applicata alla storia e anche alla memoria di quella storia. Non dobbiamo fermarci soltanto alla parola memoria.

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- Domenico Scarpa: Questa a me sembra, non dico per la presentazione di questo libro, ma per il lavoro che il Centro Studi "Primo Levi" sta cercando di fare, per il nostro lavoro rivolto ai ragazzi delle scuole, una conclusione perfetta di questa mattinata.

C'e' un'espressione che usa Robert nel suo libro - e la cito in inglese: "ethical imagination", immaginazione etica. Levi aveva questa virtu', cioe' il non fermarsi al dato della memoria, ma trasformarlo: "considerate", "meditate". Questa mi sembra un'ottima conclusione per stamattina e lascio, solo brevissimamente, la parola a Fabio Levi per un saluto finale. Grazie.

*

- Fabio Levi: Io vorrei ringraziare Mimmo e Robert per questa bellissima conversazione, che, a mio avviso, rende chiaro, evidente qual e' il compito del Centro Primo Levi. Io credo che potremmo sintetizzarlo in questo modo: vogliamo aiutare e fare tutto quello che possiamo perche' Primo Levi possa essere utile, utile a ognuno di noi e a tanti altri che non sono in questa sala. Grazie.

 

4. SEGNALAZIONI LIBRARIE

 

Riletture

- Angelo Marchese, Dizionario di retorica e di stilistica, Mondadori, Milano 1978, pp. 312.

- Angelo Marchese, L'officina del racconto. Semiotica della narrativita', Mondadori, Milano 1983, pp. VI + 246.

- Angelo Marchese, L'officina della poesia. Principi di poetica, Mondadori, Milano 1985, 1997, pp. IV + 332.

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Riedizioni

- Massimo Carlotto, La pista di Campagna, Einaudi, Torino 2013, 2014, Il sole 24 ore, Milano 2015, pp. 80, euro 0,50 (in supplemento al quotidiano "Il sole 24 ore").

- Giancarlo De Cataldo, Ballo in polvere, Einaudi, Torino 2013, 2014 (in AA. VV., Cocaina), Il sole 24 ore, Milano 2015, pp. 80, euro 0,50 (in supplemento al quotidiano "Il sole 24 ore").

 

5. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO

 

Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.

Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:

1. l'opposizione integrale alla guerra;

2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;

3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;

4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.

Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.

Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.

 

6. PER SAPERNE DI PIU'

 

Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per contatti: azionenonviolenta at sis.it

Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004 possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 2039 del 9 luglio 2015

Telegrammi quotidiani della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace e i diritti umani di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza (anno XVI)

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it , centropacevt at gmail.com , sito: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

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