Minime. 771



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 771 del 26 marzo 2009

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Opporsi al razzismo, opporsi alla guerra
2. Giuseppe Amoroso: Giuseppe Bonaviri (1998)
3. Il 5 per mille al Movimento Nonviolento
4. La "Carta" del Movimento Nonviolento
5. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. OPPORSI AL RAZZISMO, OPPORSI ALLA GUERRA

Come si puo' opporsi alla guerra, se non si riconosce la dignita' e si
difendono i diritti di ogni essere umano?
E come si possono difendere i diritti di ogni essere umano e riconoscerne la
dignita', se non ci si oppone alla guerra?

2. MEMORIA. GIUSEPPE AMOROSO: GIUSEPPE BONAVIRI (1998)
[Dal mensile "Letture", n. 544, febbraio 1998, col titolo "Giuseppe
Bonaviri. Dal magico Mineo, paese delle meraviglie" e il sommario "Lo
scrittore siciliano usa il linguaggio della vertigine e della minuta
registrazione, contaminando fantasia e storia. Ma dietro il muro della
tangibilita' c'e' in agguato la vita palpitante, l'allusione al mistero
delle cose migliori". Giuseppe Bonaviri e' deceduto alcuni giorni fa]

Nell'Autodizionario degli scrittori italiani cosi' Giuseppe Bonaviri (1924)
parla di se': "A nove anni gia' scriveva, in Sicilia, a Mineo, il suo paese,
dove, su cento contadini e artigiani analfabeti, almeno venti componevano
poesie. Suo padre, sarto in gioventu', scriveva poesie da lui raccolte col
titolo L'arcano, che indica il misterioso rapporto biologico e mentale che
unisce i figli ai genitori. A dieci anni, il suo sogno era quello di
diventare il piu' grande poeta di Mineo [...]. Si chiede quanto abbia
appreso dalla capacita' affabulatoria di sua madre che, nei giorni freddi
con poco pane, raccontava ai figli fior di fiabe. E quanto sia trapassato in
lui, seppure come memoria sensoriale, del suono del vento sentito a Mineo,
degli odori delle erbe, dei cieli stellati, del senso schivo e asciutto di
suo padre. Ne' bisogna tralasciare il gusto del divertimento liberatorio che
si ha scrivendo, e quello del buffo, del labile, del semplice suono [...].
Gli piace scrivere romanzi non lunghi, con una coralita' di personaggi, come
corale e' oggi il mondo, e poesie che fra di loro si possono coordinare come
un poemetto. Ugualmente gli piace stralunare la realta', amplificandola nel
giro delle frasi".
Testimonianza di una visione del mondo e di una scrittura gia' stabili agli
albori dell'attivita' letteraria dell'autore, Quark, una scelta di poesie
giovanili pubblicata nell'82, consegna in "Ricerca" (scritta nel '44)
l'ansia di chi interroga un universo di stupori infiniti dalla sua specola
terrena. Uno sguardo fuggevole, che non puo' difendersi dall'assalto del
buio, ma che illumina, proprio nel suo battito d'ombra, i grandi segreti:
"In cerca di qualcosa / che mai non trovo / salto da una stella all'altra, /
che sotto l'urto del mio piede / grande, cadono / in briciole d'argento. /
Da un lato all'altro dell'universo, / pieno di fiochi lumi, / enorme
s'allunga / la mia ombra".
*
L'esordio autobiografico
E' una ricerca che porta il suo giro cosmico per le "viuzze crepate dagli
anni" di "Festa in paese", i luoghi della Mineo di Il sarto della
stradalunga, l'autobiografico esordio narrativo ('54) in cui il piccolo
recinto paesano d'improvviso si anima del fermento fondo e misterioso della
favola. Spezzone di infinito appare questo paese, "palla grande e scura
librata sul vertice d'un mondo", dove le dita del sarto in cerca di chimere
"respirano", le mani di una donna sono "raccolte nella gonna in un gomitolo
di luce", la voce del vento e' quella delle anime dannate, impalpabili
creature vagano nella notte e l'ombra gigantesca del campanile oscilla nella
fiamma dei pochi lampioni. Paese che "naviga fra le nuvole" con la calura, i
tramonti polverosi e foschi, gli ulivi chini sotto la pioggia d'inverno, i
canti dei contadini, l'abbaiare dei cani, i rintocchi della campana di
mezzanotte, Mineo sgrana il suo tempo reale in un vuoto metafisico, tutto si
dilata e ondeggia e rotola in un trasmutare di forme, e il terrestre e il
celeste si incontrano - come scrive C. Di Biase (Giuseppe Bonaviri. La
dimensione dell'oltre, Napoli, 1984) - in una comunione totalizzante e
visionaria, gia' presente nelle "fantasie metapsichiche" del giovanile poema
lirico in forma drammatica, Follia.
Si apre la cullata memoria di un fiabesco nutrito pero' di urti quotidiani,
fisicita' e grevi pene e gangli di giorni amari e vischiosi, che si
riversano in La contrada degli ulivi (1958), levigando le cose con una
pascoliana musica di emozioni e facendole vibrare di magnetiche risonanze e
propagazioni luccicanti di bonario enigma. Il registro del giornaliero si
spalanca, negli sguardi dei ragazzi della "ghenga" di Il fiume di pietra
(1964), a latitudini mitiche, con la pungente vicenda di una fetta di storia
ancora misurata su onde di obnubilazione, sotto cui tuttavia serpeggia
incontrastato il sigillo della morte, del pianto, piu' grande di ogni gioco
dell'esistenza. Resta, altissima, la potenza della parola, dell'arte del
novellare, che puo' far sortire movimenti straordinari ovunque, nel vuoto
infinito e nel carcere della guerra, trasformando, ad esempio, una donna
comune, braccata da un soldato americano, in un'Angelica fuggente, capace di
incantamenti. Diviso fra gioiosi riti vitalistici e ombreggiature funeree,
il romanzo chiude con il silenzio l'itinerario verso la fine dell'eta'
aurorale.
Muove dal bisogno di dialogare con il mondo, ma incontra "vuoto e un suono
impreciso", l'io narrante di La divina foresta (1969), che "acquattato come
dentro una pellicola" e circondato da ombre e cose miste a vapori e vortici,
incomincia il viaggio metamorfico che per le affatturate contrade natali lo
porta all'origine dell'universo. Attraversato da un coagulo di particelle
cosmiche, avverte una totale assenza di leggi e, passando da arbusto a
uccello, e' libero e feroce, insensibile ed empio e sapiente, fra puri
suoni, piccole vite animali e vegetali, esseri destinati a perire, aggregati
dalla morte in "minuscoli cristalli", e spazi e silenzi infiniti,
avvenimenti impensati. Sono pagine di alta invenzione acrobatica e di
letteratura come "filosofia naturale" (cosi' Calvino): un inesausto
smarrimento in forme illusorie di conoscenza, dentro cui navigano flagellate
sagome incorporee che sbucano da danteschi anfratti di stupore.
*
Il centro del creato
Da una "vicenda umana semplicissima" sorge il romanzo "patrilineare" -
secondo la definizione dell'autore - Notti sull'altura (1971), fondato sulla
ricerca che uno stranito coro manda avanti per stabilire un contatto con le
tracce arcane lasciate dalla morte di un uomo, il padre di Bonaviri. Buchi
neri, abissi marini, venti infuocati, orbite celesti, elementi dell'essere
si spargono in ruotante cerchio di magie, in "un 'aldila'' di forza
raggiante", si riflettono in "differenti figure dell'animo" ed entrano in
quella catena d'avventure che incanala il narratore Zephir, Aramea e il
figlioletto Diofar, Arman, Totosimic e Salvat, Tirtenio e un fabbricante di
zufoli e Rowley e Welly e molti altri, travolti nell'"infinito diluvio di
fantasie e afflizioni", in un vagabondaggio terreno e planetario,
cronachistico ed epico, attuale e archeologico.
Un immenso mare di meraviglia, dove si mescolano varie culture e filosofie e
scienza, mentre anche dai punti piu' remoti e irraggiungibili, dai quattro
cardini della terra compare sempre Qalat-Minaw, centro del creato, con la
collina del Castello, i vetri delle case tintinnanti al vento, il
"galleggiante caos di nubi". Emblemi di un immaginario impastato di favolose
memorie d'infanzia, e di spazi e tempi da cui e' scoccata la primordiale
scintilla di vita, i personaggi oltrepassano il loro piu' prevedibile
copione romanzesco, divenendo funzioni, idee, cellule di una struttura
poematica aperta, con la scomparsa di legami logici, di nessi storici e la
sublimazione di una generale corrispondenza (lirica e grottesca, saggistica
e affabulata) fra tutte le componenti chiamate a interagire nel dinamismo di
un incessante moto di trasformazione.
Dopo l'invocazione ai "fantasmi bambini", gli "improvvisi vuotamenti di
materia" e le "particelle errabonde" sperdute nel "bollimento lunare" di
L'isola amorosa (1973) e dopo l'itinerario mitico che conduce i ragazzi di
Le armi d'oro (sempre del '73) a incontrare gli eroi omerici in un paesaggio
di "onde rifrante in mille bordi lunari", e, ancora, dopo la corsa di
avvicinamento "al purpureo del giorno sulla sabbia e al nulla" di La
Beffaria (1975), Bonaviri ancor di piu' lascia scorrere e lievitare la sua
pagina nella ricettiva compagine dell'orchestrazione
magico-cabalistico-scientifica, provocando combuste trafitture e
sintonizzando i ricordi su un piu' omogeneo campo semantico: siamo alla
radice di L'enorme tempo (1976), resoconto e canto del ritorno dello
scrittore, giovane medico, nella "disfatta lentezza" di Mineo.
La scoperta angosciata di un'atavica miseria si scioglie nell'adesione
lirica a un tempo dilatato, sempre uguale e ferito da tragedie senza
bagliori, cupe e prive pure della consolazione della sorpresa. L'andare
spicciolo dei giorni, assottigliato fino a simbolo, parla con i volti degli
umili e blocca un paesaggio immobile, corteggiato solo dall'altissima
vicenda delle stagioni. Precipitati di autobiografia trafiggono il racconto,
un filo di ironia avvolge scene "degne della deteriore fantasia di un
romantico del secolo scorso" e un'"enigmatica fatalita'" accompagna il
liberatorio cammino verso la favola, facendo rifluire certe microstrutture
del quotidiano in una piu' estesa possibilita' di armonia con un "amalgama
di esistenza primigenia" e con lo struggente discorso intorno all'immutabile
destino umano.
Nello stesso anno di L'enorme tempo Bonaviri recupera il suo lontano pezzo
teatrale, Follia, interamente giocato sull'intreccio di dati interiori. Una
voce "velata" crea un clima sospeso, sgretola ogni successione temporale, fa
annegare ogni punto di ancoraggio stabile, ma non tralascia larghi nastri
descrittivi, in cui cresce e subito defluisce una natura listata di colori e
oscillazioni che si curvano fino a confondersi con le reazioni psicologiche
di Sirio, il personaggio principale, e di Pietro, l'antagonista, spie dei
due momenti essenziali del linguaggio bonaviriano: quello della vertigine e
quello della minuta registrazione di tutto cio' che e' vicino e freme del
suo segreto.
*
Il mito della memoria
Intanto Martedina e il dire celeste, storia galattica uscita sempre nel '76
(ma scritta prima del ciclo cosmico-tanatologico di La divina foresta, Notti
sull'altura e L'isola amorosa), aiuta a comprendere lo spessore dell'ottica
favolistica e parcellare dell'autore. Sgranato in episodi fantascientifici,
il racconto trova fertile terreno anche nel mito della memoria, del paese e
degli affetti domestici, e annuncia Dolcissimo (1978), ancora una volta un
viaggio-inchiesta, qui compiuto da Ariete, un medico isolano, e da Sinus,
etnopsichiatra, nelle latitudini magiche (ma la magia non e' mai provocata
dall'alterazione di congegni linguistici: e' nella terra trapassata da una
luce di leggenda e di cronaca disperata) di un paese condannato alla
distruzione, che cessa di essere quello osservato dai viaggiatori, per
espandersi in un labirinto crescente da un flusso anomalo di visioni. Il
preciso intendimento morale e civile di Bonaviri si associa a un'amara presa
di coscienza del reale, che puo' solo salvarsi merce' il sortilegio del suo
annullamento nello sconfinato abisso del tempo interiore, nei depositi e
nelle germinazioni che i termini del visibile infranto lasciano in chi vive
religiosamente la ripresa del contatto con le proprie origini. Il senso
delle azioni e dei molti visi (tra i quali quello di Dolcissimo, vecchio
suonatore di chitarra, terragno e cercatore dei "principi del mondo") e'
dato non da cio' che si materializza in primo piano, ma dall'assenza, da
fenomeni trascorsi che possono ripetersi, dall'umore ancestrale disseminato
ovunque, dalla voce antica che trasmette il "lampare del cuore".
Dall'appunto storico-erudito alla discesa geologica, dalla conoscenza delle
usanze locali, pure attraverso la nenia e il lamento, alla visuale critica,
Bonaviri indica dietro il muro della tangibilita' come una luminosa
millenaria vita palpitante, in agguato: non gia' allucinazione, bensi' un di
piu' di familiarita' con il reale, di avvicinamento, grazie al ritrovamento
di tramiti sconosciuti che, posti in atto quasi da un dispositivo
automatico, guidano al "vertice invertito della vita".
La misura della raffigurazione e' sovente un disegno topografico, agreste:
chiaro e resistente, e' tuttavia sospeso in una plaga di memorabilita' e di
canto (ci soccorre la cifra poetica del poemetto La partenza, un cantare sul
"presunto destino" di un gruppo andato alla ricerca delle acque) che lo
confronta con gli archetipi. Il linguaggio e' ondivago; ora tenta estreme
dolcezze lessicali, ora si innerva in sperimentalismi protetti, ora cesella
o scolpisce una parola molto meditata e qua e la' astratta e, accanto, aduna
una tavola di oggetti, una filologica rassegna, una segnaletica funebre e
lunare, raccogliendo con neogotica destrezza materiali di morte. I
personaggi locali, dal canto loro, parlano quella lingua "chiusa e
avvolgente" che l'autore costruisce con perizia mimetica, cantante adesione
e amore del simbolo. Se distanzia il paese della sua infanzia, Bonaviri non
lo disperde, non lo annulla in un vagheggiamento nebuloso, ma lo ritrova
puntuale, in un blocco che e' il tempo enorme, avvertibile nell'esaltazione
panica e sui muri, nelle campagne, nelle strade, nel vento e nel buio
dell'onirica Zebulonia. Tocca al coro il compito di "contaminare il reale
con il fantastico", di dare una risposta confortatoria con la recita
mutevole dell'inganno e della catarsi teatrale. E un soffio di salvezza
riempie le scene conclusive, dove ogni piu' celata caratura mitografica,
espressa nella figura del cerchio, si sintetizza nel segno,
cosmico-ontologico, dell'"occhio che governa le cose", della "grandissima
pupilla".
*
Sulla soglia del mistero
Pochi mesi separano Dolcissimo dal Treno blu, una raccolta di testi, arcuata
in musica di ricordi, che rappresenta un sottile, rapinoso avviamento al
pericolo e all'ignoto. La piegatura del concreto, lungi dal rispecchiarsi
nell'allarme dello sguardo surreale, stabilisce un calcolato patto con il
mistero: l'apertura cauta e consapevole della sua soglia. Se al di la'
erompe, macchiata di follia, l'avventura magnetica dell'immenso e brulicante
vivere, l'oggettivita' offre il carico della propria protezione, il supporto
della civilta' rurale che trascorre nel leggendario corteo del giornaliero.
Condizioni umiliate si affacciano su uno sgomento universale: il fascio
delle favole, della solitudine e dell'accerchiante creato investe i villani,
gli umili confinati nella fatica, "mentre la terra corre contro il sole" e
il silenzio e' dappertutto, "manco fosse la fine del mondo", a coprire i
"dossoni pietrosi e scintillanti di Mineo", un recinto dell'anima su cui il
cielo incombe "cupo e scuro".
Un canto comune accoglie tutte le storie e le fa uguali al lamento che
avvolge la terra, e non conosce ostacoli, splendido e nemico, e raccatta le
parole del duro lavoro e le intreccia con quelle metafisiche della paura. I
suoni si allineano in un lessico scaglioso e lucido, dirompente e dolce, che
la sintassi dispone su linee coordinative, rilanciando in gettiti prolungati
il grumo delle cose e il loro sogno, i tumulti del microcosmo e le utopie.
Utopie che si ripresentano in smagliante veste nelle Novelle saracene
(1980), in cui l'autore corre dalle "funambolerie delle ballate e
ballatelle" alle "laudi irridenti, o drammatiche", dal mito greco all'epica
cavalleresca, dalla cronachetta medievale alla pietosa osservazione
dell'oggi, dal dramma pagano all'assempro cristiano, spesso anche attingendo
a un "patrimonio etnografico euro-asiatico".
*
Rivoluzionario uso di epoche
Il connotato siglante e' la contaminazione di fantasia e storia, il
rivoluzionario uso di epoche distanti nel tempo e nello spazio, la fusione
di elementi eterogenei convocati in simbolici intrecci, in un coagulo di
culture dissimili, in combinazioni esplosive, irridenti e soavi, in varianti
apportate a nobili modelli.
Sintomatica la novella del Gesu' saraceno che scherza con i paladini Orlando
e Rinaldo in corsa per l'"avventuroso mondo", e che si accompagna allo
strambo Giufa', e infine e' perseguitato da Federico II, su uno sfondo
punteggiato dei noti particolari di Mineo. Tutti i testi tendono al
meraviglioso e, per contro, alle linee semplici di un'ammirazione del creato
come stupore, malia di una natura che si rinnova in un suo indecifrabile
movimento interno, propria degli errabondi protagonisti, di quel loro vivere
accanto al miracolo.
Fiorisce dalla scrittura, violata da invenzioni sempre piu' immaginifiche,
la gioconda simpatia per il mondo e gli uomini, la comunione di Bonaviri con
il paese natale, rintracciabile - per quel pugno di visi pronti a
occhieggiare dal nulla, anche semplicemente dalla loro melodiosa
onomastica - e pure enigmatica confluenza di civilta', meta di pellegrinaggi
strani, nell'"arcano celeste della vita". Terra privilegiata e calamita
d'eternita' cui lo scrittore costantemente si rivolge: inno, elegia, nota
diaristica, sillabazione di orizzonti vicini; trenodia di un male antico e
subito presente, quando si scostano i veli della finzione e il borgo appare
come "diamante nero". Tramonta la quieta magia che un po' ricorda le bianche
parabole di Lisi, e scoppiano echi della letteratura giullaresca, di
novellistica delle origini e pigmenti di modelli rinascimentali.
Dilaga una folla di picari, dentro segmenti narrativi stravolti dagli
incipit e dagli explicit usati come cornice straniante oppure per
introdurre, in un trepestio ilare o immalinconito, un'umanita' operosa,
ritratta in un'aerea mobilita' di atteggiamenti rilevati che il
dialettolingua, cadenzato e luccicante di battute, governa anche con ascese
metaforiche. Vi si innesta pure un elegante fumismo che la mano di Bonaviri
sfrutta per distrarre appena l'esterno e per rappresentare una seconda
versione dei fatti, un meraviglioso non piu' geologico, matematico,
filosofico e stellare, ma insito nel "tremante fiume bianco in cielo", nel
castello che "si accartoccia, sospira e sparisce", nella "roccia in
lacrime".
*
Il presepe di mille lumi
Ancora Mineo, "presepe fatto di mille lumi", sciorina in L'incominciamento
('83) gli amati segni topografici nel rimescolamento di un "tempo sferico,
sincretico per animismo e magico pensiero" e nella spirale dell'"immenso
fluttuare magnetico". Sotto "ellittici giri di pianeti", il paese sembra
conservare tutti i segreti della terra e dei secoli e le storie di tante
generazioni trascorse: una memoria attratta dal negativo in una cullata
contemplazione, eppur bisognosa di sanita', carica di forza sociale nella
sua denuncia.
Una prosa raffinata (con il risvolto speculare di alcune liriche) firma la
contaminazione leggera di discorso narrativo e di ascolto attraverso una
struttura coesiva, in cui mormorano sofisticate schegge stilnovistiche,
controcanto al dialogo duro con la propria terra che lega la fedelta'
sofferta di Bonaviri a quelle dissimili ma altrettanto macerate di Sciascia
e Bufalino. La microstoria affida il suo frammento documentario a un soffio
lirico che la intensifica, dando rimbalzi, significati nuovi a parabole,
novellette, appunti e alla parola risillabata come dal silenzio, da una
febbre che riscrive l'emozione. E allora un episodio del borgo, una
tradizione o il corteo fitto dei costumi vanno incontro a una complessa
fattura: l'ottica storicizzante, consegnandoli a un di piu' di favola sempre
presente, li anima di un approccio duttile e appassionato ai problemi piu'
scottanti (l'emigrazione, la poverta', la guerra, l'ostilita' sorda della
natura traguardata in un desolato sfondo verghiano). Ma Bonaviri rintraccia
pure la solitudine delle sue campagne e dei suoi stravolti eroi in luoghi
metafisici, in plaghe dall'indefinibile colore esotico, in cui il tempo e'
un disordinato avanzare di ore che sommergono l'animo e legano in modo
eccentrico le azioni ai destini.
Metafora di un indomabile trasmigrare di forme e' l'India di E' un
rosseggiar di peschi e d'albicocchi (1986): i deserti e la citta' di
Benares, il Gange e i vicoli della metropoli o un brulicante mercato
fluttuano in un'aria vaga senza tempo, smarriti nel gran giro della nostra
terra intorno al sole, assorti nel proprio consistere effimero, briciole di
niente. Le orchestrate voci del libro, un coro loquace e malinconico, anche
un riflesso che si allontana, affermano la precarieta' della vita, la
vanita' dei giorni. Da questo tragico e variopinto universo escono le
straordinarie figure del giovane Undajang e della vecchina Rudra (il loro
amore, "sottile energia vagante, come dire?, di elettrovolt che arriva
persino sui prati ameni lontani", e' sensuale e solare, crudele e
salvifico), di Sharapha', dal "solitario destino infernale", e di Kukkaka'
misericordiosa, dell'enigmatico Ramajan e del commissario Saturno,
invischiato in una grottesca inchiesta intorno a un sanguinoso delitto.
Discute di dettagli, l'autore, trattando la storia con gli innesti
metamorfosanti delle Novelle saracene, e dissolvendola per sentirne quasi un
indistinto travaglio di episodi. Ma, "cronista di secondo riporto", si
preoccupa di imprimervi un ordine per convogliare le componenti nella stessa
musica di materia pesante e di ammiccanti assenze, di fisicita' di corpi e
di cellule segrete in corsa nel nulla.
E allora, mentre un corvo si posa sul seno di una fanciulla morente, il
nostro mondo, ripreso in quel momento da un astronauta, girando si inclina
"sugli oceani e su migliaia di monti biancheggianti". Passano gli uomini di
avventura in avventura, ma sono pure immobili, confitti in una tragica
fissita' disponibile all'accerchiante vita degli animali, splendida e
mostruosa. Patiscono mille disgrazie e intanto girano le galassie; dalla
pietra alle stelle palpita il cosmo in un pulviscolare assedio. Tutto il
pianeta, con la sorte mortuaria, e' un gigantesco cimitero, un precipitare
di millenni (appare anche un Gesu' vecchio, in un bosco di ulivi). Ma
sopravviene il sorriso di Bonaviri che costruisce situazioni assurde, malie,
e allude al "mistero delle cose migliori".
*
L'uomo, l'antenna piu' idonea
Libro onirico: dal quale Undajang riesce anche a uscire e a infilarsi nel
successivo Il dormiveglia (1988), romanzo di energie nervose liberate dalla
pelle, melograni parlanti e betulle piangenti, lune innamorate e orologi in
consonanza con i ritmi cardiaci, corpi sciolti in luce e alberi pensanti e
personaggi, veri o sognati, che scivolano nei vicoli o svaniscono nella Via
Lattea. L'alternarsi di vicende autobiografiche e di visite dell'arcano,
fermento d'oscurita' o accecante splendore, edifica una mappa di eventi e
forze psichiche su cui sovrasta l'uomo, "antenna piu' idonea". Circola un
convulso andirivieni della parola che "prima di diventar sogno sonoro e'
carne": transitano "aure vocali insensate", termini arcaici che portano con
tragica evidenza le voci del passato e termini come "microspazio di lettere,
e non come suono" (il pensiero "si inguscia in uno spazio puramente
energetico"); vie oniriche che seguono "allucinazioni acustiche", stabilendo
un trasognato attraversamento delle cose guardate nella loro instabilita'
d'aria, luce, pulsioni e spinte ad aggregarsi o a perdersi nel tempo sempre
abbacinante di chi abita il mondo ("ci eravamo immersi il 7 maggio 1987,
anno in cui molti nostri conoscenti, parenti, uccelli, ulivi, mandorli e
ruscelli erano gia' morti, totalmente scomparsi dal mondo"). Contro
l'inviolabile legge sterminatrice, salvezza e' solo quella possibilita' del
ricordo che fa scintillare, nella disperante corsa alla morte, un visibilio
di esseri e figurine di una giornata smarrita, flebili sorrisi d'ombre,
oggetti ai quali e' concesso il miracolo della riapparizione, favole tristi,
come lo stesso presente che i personaggi respirano in trance, dentro
un'esistenza che e' "un errore casuale della morte".
Il compenetrarsi dei piani nella sola linea, che e' l'attesa della
meraviglia e delle eccezionali verita' nascoste in essa, compone e scompone
la tenuta narrativa di Ghigo' (1990), che non riesce pienamente ad
appartenere alla materia familiare dei suoi contenuti, ma si fa apologo,
libro segreto del creato.
Diviso in due movimenti avvinti dalla sola onda di melodia, il primo
dominato dalla voce della madre e il secondo da quella del bambino che
cresce, il libro rilancia l'estatico globo delle opere precedenti, quel
fortuito scoccare di un particolare in grado di far folgorare una chiarita'
che non e' piu' del quotidiano.
Come perle in caduta da una collana spezzata, si disegnano tante storie che
si attraggono per recondite aggregazioni e determinano il respiro largo
della pagina, piena di sismi e svolte, incorporata in un quadro chiarissimo
di segnali forti, oppure rapida nel prendere un suo cantuccio dolce, dove si
intrecciano sotterranee meditazioni, cosi' effimere, impalpabili, da
trasformarsi anche in brillio proiettato sulle mani. Compare nuovamente la
"navigante plaga montuosa" di Mineo, sotto cui pero' vi e' "un'antiMineo con
i campanili capovolti e gli stessi abitanti che camminano a testa in giu'
nei labirinti del sottosuolo". In una dimensione smemorata transitano
schiere di poeti dialettali, verso il loro raduno magico, la "pietra della
poesia", e compaiono uomini disperati, presi da vani sogni di giustizia, e
le bizzarre statuine di una santa, investite dal lucore, volano disordinate
per una stanzetta, "cavalcandosi una sull'altra e dileguandosi in bolle
evanescenti". E puo' succedere che la povera casa del sarto della
stradalunga e quelle di Catania si colmino di "un'aliante fosforescenza" e
tutte le strade diventino, con l'avanzare del sole, un luccichio infinito.
Nascosta un po' da ogni parte nella Mineo-crocevia di percorsi sibillini, la
fiaba si presenta al fulgente descrittivismo aneddotico degli Apologhetti
(1991) e si cala nella "progettazione vivissima e lievitatissima di succhi
etici". La scrittura si complica, abbassa i toni incantati, si schizza
d'ironia, converge verso il saggismo (pensiamo alle pagine sull'ecologia),
la nota di costume, la volonta' di definire, classificare; riscopre
atmosfere ilari e dolenti e uomini "incarcerati in un tempo biologico" che,
mediante mutamenti chimici, li trascina a una meta sconosciuta. Dal fondo
deformato delle epoche storiche si leva il compagno d'avventura dello
scrittore, Epaminonda, che, attraversati i secoli, ricorda le antiche
abitudini di avere un "rapporto celeste" con l'esterno e discute del regno
"sferico" del visibile e della terra come "rotante pattumiera planetaria".
Frattanto arrivano visi reali e il Gran Visir, pappagalli che fanno domande
alle querce e rosignoli detti Beethoven per la limpidezza del canto,
stregoni e sognatori, tutti avvinti da corrispondenze impenetrabili. Non
appena l'attenzione di Bonaviri si posa su un dettaglio, questo si
moltiplica in rifrangenze: e cosi' "mille soli" rifulgono nelle acque e un
semplice nome, per la maggiore lunghezza della fonazione, si porta dietro un
"ondare" di suoni e sottintesi e silenzi ed echi dell'universa vita.
E il motivo del "perenne ondare" dell'uomo, "flusso di fotoni", percorre il
lavoro poetico di Bonaviri, quasi interamente riunito in Il dire celeste
(1993), fondamentale antologia dalla quale sono esclusi i testi di Il Re
bambino (1990). Con la "melodia orfica" (G. Manganelli) del suo linguaggio,
l'autore fa deflagrare le immagini piu' controllate da ortodossi legami
discorsivi e da regolari concatenazioni di racconto familiare e paesano
("madre, meglio restar sui colli di Camuti / ignari della promanazione del
pensiero, persi / nei boschi d'ulivi dove l'ombra e' piu' conserta") in
sconfinamenti smisurati, in culminazioni che, nel brivido fulmineo di
un'epifania, rivelano agli esseri i loro corpi come "granulari aggregati
fuori del tempo". Pigmentato da "stimmate lucreziane" (Giuliano Manacorda),
si svolge il viaggio del poeta in cerca di qualcosa che non trova: "salta da
una stella all'altra" o si aggira per il "borgo silenzioso", conosce
svampanti pleniluni e l'impiegato di concetto Filipponi, i numeri del
circolare labirinto della terra e centenari frati giuseppini, i dardi solari
negli spazi e il gallo Polieno. Dalle "onde galattiche" alla processione dei
personaggi del regno di Mineo, si avverte la partecipazione di ogni fibra,
dell'uomo e dell'universo, all'arcano trasmutare delle forme, straniate e
vicinissime. Prepotentemente analogico, il discorso poetico vuole perforare
l'ignoto, assume modi popolari, arcaicizzanti, oracolari; coltiva, in
assoluta liberta' di metri, il piacere dell'elenco e della descrizione,
fittissima di referenti e ondivaga; fa irrompere, nelle chiazze di pittura
locale, un obliquo galoppo di visi, eventi, nozioni di epoche e culture
diverse. Un territorio senza margini, di ellissi, parabole e cerchi, assiste
(dal villaggio alla megalopoli, dal criptogramma alla folgorazione
scientifica piu' avveniristica) alla perpetua vicissitudine di morte e
rinascita, nell'"omogenea vertigine degli astri".
*
La figlia di Bilob si sposa
Con Il dottor Bilob (1994) Bonaviri ancora una volta racconta di fatti
consueti e dell'arcano cosmo, in una prosa sensibile a percepire capillari
pensieri e metafisici sgomenti, il dove e il quando di fenomeni che si
presentano in congiunzioni imperscrutabili e nella danza della realta',
mentre su una scena familiare si posa un'ala di mistero dolce, un sottile
incantamento senza paure. Si sposa la figlia del protagonista, il
sessantenne medico Bilob; ricami d'ombre scendono sugli alberi di un parco,
immagini bizzarre dileguano e le psicologie hanno uno sbandamento. Tutto e'
pausato in un sortilegio che tarda a manifestarsi: vive nell'aria, nelle
parole assorte, per poi circondare gli uomini, "slargati in buie propaggini
mostruose". Fioriscono le conversazioni e si continua a mescolare cio' che
e' fisico con un irreale popolato di stregati momenti, durante i quali Bilob
incontra Angelica, una bella ostessa che ha ricamato sul foulard i paesaggi
della sua terra d'Oriente e lo splendore delle costellazioni. Creatura
diafana, segue un filo di memorie, parla di grotte sottomarine e guida il
medico in una galoppata su "cavalli lunari". E intanto appare un villaggio
costruito in rispondenza armonica con il firmamento. Bilob ascolta il
"piccolo alitare delle cose" e la "grande vorticante primigenia musica del
big-bang", ma si sente pure preso in una ragnatela di altre storie, in cui
si mescolano uno strano festival rock, riapparizioni di personaggi, simboli,
fantasticherie e la presenza di Bonaviri che distilla frammenti della
propria vita. Emerge la madre in una "cornice di chiarissima luce" e visioni
leggendarie fioriscono in uno "spaziotempo diverso da quello correntemente
usuale".
*
Il forno nel vulcano spento
Silvinia (1997) e' la storia di una bambina dalla pelle azzurra che, con
alcune compagne, porta bisacce di farina al padre, panettiere nel suo forno
situato nel fondo di un vulcano spento. E va il gruppo delle giovani nel
vento rotto dai sassi, in un "foltume" di soffi e fra cespugli di ginestra
su cui dormono le chiocciole. Accolte da un "pullulio caldo" di particelle
di farina, esse sono dentro una favola che Bonaviri alimenta in un nuovo
racconto di leggi antiche, di umorose pulsazioni della terra e dell'affanno
e della levita' del tempo che si puo' anche afferrare nell'acqua, "dove si
perdono i sogni degli uccelli, degli uomini e dei pesci". I misteriosi
collegamenti fra le quotidianita' ferrose e le stellari cupole dell'universo
prendono pure altre direzioni e investono lo stesso Bonaviri. Si allacciano
situazioni fra loro comparabili, dal momento che la mente degli uomini
"riesce a creare degli avvenimenti piu' banali delle persistenti leggende".
Non cessa l'intreccio strano: "fumi di anime" si uniscono al sentimento
della vanita' del mondo, in un racconto nel quale si affaccia un corteo di
vivi e di morti insieme con elementi della natura, iddii malefici, grifoni
che guardano dall'alto, spiriti vitali nel sangue di animali uccisi, la
memoria del fuoco e il sole che si fa occultare da una nube per non vedere
uno spettacolo ingenuamente impudico. Il dolore si trasferisce nelle cose,
gli alberi patiscono stati di allucinazione e un tempio e' costituito da
tante chiese dedicate a vari culti. Sparisce nel frattempo la fanciulla
protagonista, forse risucchiata dal cupo brillio dell'abisso marino, e
arriva un maggio di insolite piogge verdi. Frana la natura infelice, abitata
da mostruosi esseri e chimere, ma anche da stelle che camminano sui tetti
con passi leggeri. Parte il fornaio su un piroscafo di emigranti che corre
per il Tropico fra i desideri vani degli uomini. L'arcano riprende il
dominio, ma non si avvolge nei suoi vapori; i suoi puntelli affondano nel
cuore di una Sicilia indimenticabile, nelle radici della cultura di
Bonaviri, nella vicenda della sua famiglia, i cui volti appaiono e si
perdono con affettuose movenze di moviola, gesti sacri e terreni,
parole-testamento.
E passano figure comuni uncinate da una spavalda bellezza: un taverniere
cantore della morte; un cavaliere errante in cerca di generosita' e
gentilezza; monache che predicono il futuro; il novantenne sarto con i suoi
manichini tristi. E quelli che vogliono entrare nella "sfera di quanto non
si conosce".
*
Novelle, apologhi e un dire celeste
Ecco le principali opere di Bonaviri: Il sarto della stradalunga, Einaudi,
1954; La contrada degli ulivi, Sodalizio del libro, 1958; Il fiume di
pietra, Einaudi, 1964; La divina foresta, Rizzoli, 1969; Notti sull'altura,
Rizzoli, 1971; Le armi d'oro, Rizzoli, 1973; L'isola amorosa, Rizzoli, 1973;
La Beffaria, Rizzoli, 1975; Follia, Societa' di storia patria, Catania,
1976; L'enorme tempo, Rizzoli, 1976; Martedina e il dire celeste, Editori
Riuniti, 1976; Dolcissimo, Rizzoli, 1978; Il treno blu, La Nuova Italia,
1978; Novelle saracene, Rizzoli, 1980; O corpo sospiroso, Rizzoli, 1982;
L'incominciamento, Sellerio, 1983; L'Arenario, Rizzoli, 1984; E' un
rosseggiar di peschi e d'albicocchi, Rizzoli, 1986; L'Asprura, Edizioni
della Cometa, 1986; Il dormiveglia, Mondadori, 1988; Ghigo', Mondadori,
1990; Apologhetti, Il Girasole, 1991; Il dire celeste, Mondadori, 1993; Il
dottor Bilob, Sellerio, 1994; Silvinia, Mondadori, 1997.

3. APPELLI. IL 5 PER MILLE AL MOVIMENTO NONVIOLENTO
[Dal sito del Movimento Nonviolento (www.nonviolenti.org) riprendiamo il
seguente appello]

Anche con la prossima dichiarazione dei redditi sara' possibile
sottoscrivere un versamento al Movimento Nonviolento (associazione di
promozione sociale).
Non si tratta di versare soldi in piu', ma solo di utilizzare diversamente
soldi gia' destinati allo Stato.
Destinare il 5 per mille delle proprie tasse al Movimento Nonviolento e'
facile: basta apporre la propria firma nell'apposito spazio e scrivere il
numero di codice fiscale dell'associazione.
Il Codice Fiscale del Movimento Nonviolento da trascrivere e': 93100500235.
Sono moltissime le associazioni cui e' possibile destinare il 5 per mille.
Per molti di questi soggetti qualche centinaio di euro in piu' o in meno non
fara' nessuna differenza, mentre per il Movimento Nonviolento ogni piccola
quota sara' determinante perche' ci basiamo esclusivamente sul volontariato,
la gratuita', le donazioni.
I contributi raccolti verranno utilizzati a sostegno della attivita' del
Movimento Nonviolento e in particolare per rendere operativa la "Casa per la
Pace" di Ghilarza (Sardegna), un immobile di cui abbiamo accettato la
generosa donazione per farlo diventare un centro di iniziative per la
promozione della cultura della nonviolenza (seminari, convegni, campi
estivi, eccetera).
Vi proponiamo di sostenere il Movimento Nonviolento che da oltre
quarant'anni, con coerenza, lavora per la crescita e la diffusione della
nonviolenza. Grazie.
Il Movimento Nonviolento
*
Post scriptum: se non fate la dichiarazione in proprio, ma vi avvalete del
commercialista o di un Caf, consegnate il numero di Condice Fiscale e dite
chiaramente che volete destinare il 5 per mille al Movimento Nonviolento.
Nel 2007 le opzioni a favore del Movimento Nonviolento sono state 261
(corrispondenti a circa 8.500 euro, non ancora versati dall'Agenzia delle
Entrate) con un piccolo incremento rispetto all'anno precedente. Un grazie a
tutti quelli che hanno fatto questa scelta, e che la confermeranno.
*
Per contattare il Movimento Nonviolento: via Spagna 8, 37123 Verona, tel.
0458009803, fax: 0458009212, e-mail: redazione at nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org

4. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

5. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 771 del 26 marzo 2009

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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