Minime. 453



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 453 del 12 maggio 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Stella Spinelli intervista Giovanni Impastato
2. Anna Simone intervista Judith Butler
3. Il 5 per mille al Movimento Nonviolento
4. Daniele Giglioli presenta "Critica della ragione postcoloniale" di
Gayatri Chakravorty Spivak (2005)
5. La "Carta" del Movimento Nonviolento
6. Per saperne di piu'

1. MEMORIA. STELLA SPINELLI INTERVISTA GIOVANNI IMPASTATO
[Dal sito di "Peacereporter" (www.peacereporter.net) riprendiamo ampi
stralci della seguente intervista del 9 maggio 2008 col titolo "Orgoglio
siciliano" e il sommario "A Cinisi tre giorni di Forum sociale antimafia in
nome di Peppino Impastato, nel trentennale della morte per mano mafiosa".
Stella Spinelli, esperta di questioni latinoamericane, scrive su
"Peacereporter".
Giovanni Impastato, figlio di Felicia Bartolotta Impastato e fratello di
Peppino Impastato, ne prosegue la lotta; e' animatore dell'"Associazione
Peppino Impastato-Casa Memoria" di Cinisi (Pa), impegnato nel Centro
Impastato di Palermo e in molte altre iniziative antimafia.
Giuseppe Impastato nato nel 1948, militante della nuova sinistra di Cinisi
(Pa), straordinaria figura della lotta contro la mafia, di quel nitido e
rigoroso impegno antimafia che Umberto Santino defini' "l'antimafia
difficile", fu assassinato dalla mafia il 9 maggio 1978. Scritti di Peppino
Impastato: Lunga e' la notte. Poesie, scritti, documenti, Centro siciliano
di documentazione Giuseppe Impastato, seconda edizione Palermo 2003. Opere
su Peppino Impastato: Umberto Santino (a cura di), L'assassinio e il
depistaggio, Centro Impastato, Palermo 1998; Salvo Vitale, Nel cuore dei
coralli, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995; Felicia Bartolotta Impastato, La
mafia in casa mia, La Luna, Palermo 1986; Claudio Fava, Cinque delitti
imperfetti, Mondadori, Milano 1994. Tra le pubblicazioni recenti: AA. VV.,
Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio, Editori Riuniti, Roma 2001,
2006 (pubblicazione della relazione della commissione parlamentare antimafia
presentata da Giovanni Russo Spena; con contributi di Giuseppe Lumia, Nichi
Vendola, Michele Figurelli, Gianfranco Donadio, Enzo Ciconte, Antonio
Maruccia, Umberto Santino); Marco Tullio Giordana, Claudio Fava, Monica
Zapelli, I cento passi, Feltrinelli, Milano 2001 (sceneggiatura del film
omonimo). Ma cfr. anche le molte altre ottime pubblicazioni del Centro
siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" (per contatti: Centro
siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", via Villa Sperlinga 15,
90144 Palermo, tel. 0916259789, fax: 091348997, e-mail: csdgi at tin.it, sito:
www.centroimpastato.it)]

"Sono tre giorni importanti quelli che stiamo vivendo a Cinisi, in questo
forum sociale contro la mafia riproponiamo parole, azioni, lotte e pensieri
che Peppino perseguiva quarant'anni fa. Quello che mio fratello andava
dicendo negli anni Settanta, quello che gridava dai microfoni della sua
radio decenni orsono e' quanto di piu' attuale si possa dire oggi. E'
sorprendente per quanto e' attuale". Giovanni Impastato, fratello minore di
Giuseppe, ucciso dalla mafia siciliana trent'anni fa per le sue coraggiose
denuncie lanciate da Radio Aut, ha un tono deciso e gentile. Lo raggiungiamo
telefonicamente a Cinisi dove si sta svolgendo il Forum sociale antimafia
(9-11 maggio), organizzato dalla Fondazione intitolata all'eroe siciliano
per eccellenza, a colui che, figlio e nipote di mafiosi, ha sentito dentro
di se' il fuoco della ribellione ed e' vissuto e morto per il suo no alla
mafia.
"Il 9 maggio di trenta anni fa - spiega Giovanni - ce lo ammazzarono come un
cane, ma il suo pensiero vive ancora ed e' piu' forte e piu' deciso che mai.
In questi tre decenni troppo poco e' cambiato in questa regione, in questo
stato. Si', fra i siciliani si e' mosso qualcosa a livello di costume, di
coscienza, di conoscenza, di consapevolezza e, d'accordo, ci sono stati
cambiamenti anche a livello di amministrazione della giustizia:
l'istituzione del reato di associazione mafiosa, i tanti processi finiti con
l'ergastolo, il tramonto, dunque, di quell'assoluzione per insufficienza di
prove che prima era la garanzia di impunita' per tutti i boss... passi
avanti innegabili, certo, ma e' ancora troppo poco". Secondo Impastato si
tratta di passi troppo piccoli per cambiare le cose, per questo la
fondazione e tutta la gente che le gravita attorno continua a denunciare,
organizzare, raccontare. "Abbiamo ideato i percorsi sulla legalita' nelle
scuole, in modo da costruire dal basso una cultura antimafiosa. Abbiamo
lavorato molto nel sociale, ottenendo risultati ottimi. Ma e' ancora roba
piccola, perche' non mi tiro indietro nel dire che la nostra classe politica
era e resta collusa con la mafia. Per cambiare davvero le cose c'e' bisogno
di una mobilitazione differente. Il movimento antimafia deve diventare
capillare, penetrare nei meandri della societa' e rinnovarla dall'interno.
Ma ora come ora questo processo stenta".
Giovanni Impastato prende l'esempio del movimento dei senza casa di Palermo,
gruppo forte e determinato, in cui la fondazione e' molto radicata, in cui
e' presente per aiutare queste persone a restare libere da gangli mafiosi e
anzi valorizzare le leggi antimafia per ottenere quanto spetta loro. In base
alla legge 109 sui beni confiscati ai mafiosi, infatti, una volta diventata
definitiva la confisca, gli immobili dovrebbero passare a quei siciliani
bisognosi. "Ma questo avviene ancora troppo di rado. Purtroppo questa legge
viene soffocata dai tentacoli della burocrazia, tanto che per una confisca
definitiva ci vogliono anche 15 anni. E' assurdo e ingiusto - incalza il
fratello di Peppino - ma questa e' la Sicilia del 2008, questa e' l'Italia".
Eppure secondo il movimento antimafia di Cinisi e anche secondo
l'associazione che fa capo a don Ciotti, Libera, e' solo promuovendo
un'economia sana, equosolidale, che si combatte il marciume mafioso. E
lavorare e produrre nei terreni tolti ai boss e' un ottimo primo passo.
"Molte cose devono ancora cambiare e da questo appuntamento di Cinisi in
occasione del trentennale noi cominceremo con la vera svolta - incalza -. Da
troppi anni in troppi si sciacquano la bocca con il concetto di lotta ai
mafiosi. Mi sto stancando, ci stiamo stancando. Da oggi il nostro obiettivo
e': arrivare a sconfiggerla questa mafia. Sconfiggiamola, punto e basta".
Impastato e' convinto che sia arrivato il momento di iniziare un progetto
rivoluzionario antimafia, che parta dal basso, dalle esigenze e dai bisogni
urgenti della gente comune, la gente semplice. "Coltivare la memoria e'
importante, denunciare lo e' altrettando, ma non basta piu'. Occorre mettere
su' un progetto sociale, civile, economico serio, pulito, costruttivo, sano
e vincente da opporre a quello mafioso, altrimenti non vinciamo...
Rendiamoci conto che il volume d'affari della mafia e' salito a cento
miliardi di euro all'anno. E' dunque un problema globale, che va oltre le
coste siciliane e i confini italiani. Per annientarla occorre creare reti di
solidarieta', di economia onesta, di gente che sceglie la legalita' e la
giustizia, facndo terra bruciata intorno alla mafia. Questa e' la nostra
idea e in questo lungo fine settimana siciliano lo comunicheremo al mondo,
con orgoglio".

2. RIFLESSIONE. ANNA SIMONE INTERVISTA JUDITH BUTLER
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo la seguente intervista apparsa sul quotidiano "Liberazione" del
3 maggio 2008 col titolo "Judith Butler: Per fare movimento mettiamo a
frutto quello che ci divide".
Anna Simone (Altamura, 1971), ricercatrice nell'ambito delle scienze umane,
saggista; collabora con l'Istituto di sociologia del dipartimento di Scienze
storiche e sociali dell'Universita' di Bari. Opere di Anna Simone: L'oltre e
l'altro, Besa, Lecce 2000; Divenire sans papier. Sociologia dei dissensi
metropolitani, Mimesis, Milano 2002.
Judith Butler, pensatrice femminista americana, nata nel 1956, insegna
attualmente retorica e letteratura comparata all'Universita' di Berkeley,
California; e' figura di primo piano del dibattito contemporaneo su
sessualita', potere e identita'; le sue ricerche rappresentano uno dei
contributi piu' originali all'interno dei cultural studies e della queer
theory. Dal quotidiano "Il manifesto" del 24 marzo 2003 riprendiamo questa
presentazione di Judith Butler scritta da Ida Dominijanni: "Judith Butler e'
una delle massime figure di spicco nel panorama internazionale della teoria
femminista. Docente di filosofia politica all'universita' di Berkeley in
California, ha pubblicato nell'87 il suo primo libro (Subjects of Desire) e
nel '90 il secondo, Gender Trouble, testo tuttora di culto nei campus
americani, cruciale per la messa a fuoco delle categorie del sesso, del
genere e dell'identita'. Del '93 e' Bodies that matter (Corpi che contano,
Feltrinelli, Milano 1995), del '97 The Psychic Life of Power. Filosofa di
talento e di solida formazione classica, Butler appartiene a quello stile di
pensiero post-strutturalista che intreccia la filosofia politica con la
psicoanalisi, la linguistica, la critica testuale; e a quella generazione
del femminismo americano costitutivamente attraversata e tormentata dalle
differenze sociali, etniche e sessuali fra donne e dalla frammentazione
dell'identita' che ne consegue. Decostruzione dell'identita', analisi del
corpo fra materialita' e linguaggio, critica della norma eterosessuale e dei
dispositivi di inclusione/esclusione che essa comporta, critica del potere e
del biopotere sono gli assi principali del suo lavoro, che sul piano
politico sfocia in una strategia di radicalita' democratica basata sulla
destabilizzazione e lo shifting delle identita'. Fin da subito attenta ai
nefasti effetti dell'11 settembre e della reazione antiterrorista sulla
democrazia americana, Butler e' fra gli intellettuali americani maggiormente
imegnati nel movimento no-war. 'La rivista del manifesto' ha pubblicato sul
n. 35 dello scorso gennaio il suo Modello Guantanamo, un atto d'accusa del
passaggio di sovranita' che negli Stati Uniti si va producendo all'ombra
dell'emergenza antiterrorista: fine della divisione dei poteri, progressivo
svincolamento del potere politico dalla soggezione alla legge, crollo dello
stato di diritto con le relative conseguenze sul piano del diritto penale
(demolizione delle garanzie processuali) e del diritto internazionale
(violazione di trattati e convenzioni). A dimostrazione di come la guerra in
nome della liberta' e la soppressione delle liberta' si saldino in un'unica
offensiva di abiezione dei 'corpi che non contano', per le strade di Baghdad
e nelle gabbie di Guantanamo". Opere di Judith Butler disponibili in
italiano: Corpi che contano, Feltrinelli, Milano 1995; La rivendicazione di
Antigone, Bollati Boringhieri, Torino 2003; Vite precarie. Contro l'uso
della violenza in risposta al lutto collettivo, Meltemi, Roma 2004; Scambi
di genere. Identita', sesso e desiderio, Sansoni, Firenze 2004; Critica
della violenza etica, Feltrinelli, Milano 2006. Da "Alias" del 7 ottobre
2006 riprendiamo anche la seguente scheda: "Di Judith Butler, filosofa
californiana fra le piu' amate e discusse del panorama femminista
internazionale, sono disponibili in italiano Scambi di genere (Sansoni 2004,
opinabile traduzione di Gender Trouble, il libro del 1990 che l'ha resa
famosa, consacrandola come teorica queer), Corpi che contano (Feltrinelli
1996), La rivendicazione di Antigone (Bollati Borighieri 2003), Vite
precarie (Meltemi 2003), La vita psichica del potere (Meltemi 2005). Critica
della violenza etica testimonia la piu' recente curvatura del percorso di
Butler, che la porta ben oltre il dirompente inizio di Gender Truble, come
lei stessa argomenta in Undoing Gender (Routledge 2004) di prossima uscita
(Meltemi): la sua ricezione italiana, troppo legata alla sua immagine di
partenza, dovrebbe giovarsene. Per un confronto fra posizioni diverse
all'interno di una comune matrice femminista poststrutturalista, cfr. Il
resoconto di un recente incontro in Polonia fra Butler e Rosi Braidotti in
www.metamute.org". Dal sito della Libreria delle donne di Milano riprendiamo
la seguente recentissima scheda: "Judith Butler e' Maxine Elliot Professor
nel Dipartimento di Retorica e Letterature comparate all'Universita' della
California di Berkeley. Ha insegnato in precedenza a Princeton e tiene
frequentemente corsi e conferenze a Parigi e Francoforte. Di formazione
post-strutturalista, e' una figura-ponte fra la filosofia europea
continentale e la filosofia e le scienze umane nordamericane: fra gli autori
piu' ricorrenti nei suoi scritti: Hegel, Nietzsche, Foucault, Derrida,
Freud, Lacan, De Beauvoir, Irigaray, J. L. Austin. Nota in tutto il mondo
per il contributo decisivo che ha dato al pensiero femminista con la teoria
della performativita' del genere (Gender Trouble, 1990), lavora al confine
fra filosofia politica, psicoanalisi e etica. Muovendo, fin dai primi libri,
dalla teoria della sessualita', dalla critica della nozione di identita' e
dal rapporto fra costituzione della soggettivita', desiderio e norme, negli
scritti piu' recenti si interroga sullo statuto dell'umano e delinea una
"ontologia della fragilita'" in risposta alla crisi del soggetto sovrano e
della sovranita' statuale. Per Gender Trouble, tradotto in venti lingue, e'
stata annoverata dal magazine britannico "The Face" fra le cinquanta
personalita' di maggiore influenza sulla cultura popolare negli anni
Novanta. Con Precarious Life si e' affermata come una delle piu' impegnate
voci critiche del pensiero politico americano del dopo 11 settembre.
Attualmente sta lavorando sulla critica della violenza di stato nel pensiero
ebraico pre-sionista. Quasi tutta la sua opera e' disponibile in italiano e
la sua visita a Roma coincide con la traduzione italiana del suo primo
libro, Subjects of Desires, e dell'ultimo, Who Sings the Nation State?,
scritto con Gayatri Chakravorty Spivak. Opere di Judith Butler: Subjects of
Desire: Hegelian Reflections in Twentieth-Century France, Columbia
University Press, New York 1987 (di prossima traduzione presso Laterza);
Gender Trouble. Feminism and the Subversion of Identity, Routledge, London
1990 (trad. it. Scambi di genere. Identita', sesso e desiderio, Sansoni,
Milano 2004); Bodies that Matter. On the Discoursive Limits of "Sex",
Routledge, London 1993 (trad. it. Corpi che contano. I limiti discorsivi del
"sesso", Feltrinelli, Milano 1996); Exitable Speech: A Politics of the
Performative, Routledge, London-New York 1997; The Psychic Life of Power:
Theories in Subjection, Stanford University Press, Stanford 1997 (trad. it.
La vita psichica del potere, Meltemi, Roma 2005); Antigone's Claim. Kinship
between Life and Death, Columbia University Press, New York 2000 (trad. it.
La rivendicazione di Antigone. La parentela fra la vita e la morte, Bollati
Boringhieri, Torino 2003); Precarious Life. The Power of Mourning and
Violence, Verso, London 2004 (trad. it. Vite precarie. Contro l'uso della
violenza in risposta al lutto collettivo, Meltemi, Roma 2004); Undoing
Gender, Routledge, London-New York 2004 (trad. it. La disfatta del genere,
Meltemi, Roma 2006); Giving an Account of Oneself, Fordham University Press,
New York 2005 (trad. it. Critica della violenza etica, Feltrinelli, Milano
2006)"]

L'arrivo di Judith Butler e di Wendy Brown in Italia - invitate il 27 marzo
a tenere due conferenze su "Sovranita', confini, vulnerabilita'" da Giacomo
Marramao e da Ida Dominijanni presso l'Universita' di Roma Tre - ha
consentito alla gran parte del movimento femminista italiano, nelle sue
molteplici anime, di discutere, a volte anche animatamente, di gender, sex,
orientamento sessuale. Noi le abbiamo dedicato un "Queer" ("Butler oltre
Butler", 23 marzo 2008 ["Queer" e' un suppllemento settimanale del
quotidiano "Liberazione" - ndr]) prevalentemente orientato nel comprendere i
punti di novita' e di rottura del suo pensiero e su come avrebbe potuto
farsi "pratica" in Italia. Tuttavia, quando si scrive "su" un'autrice o "su"
un autore, si corre sempre il rischio di forzare parti del loro pensiero per
orientarli nella direzione di chi cerca di tradurlo ed interpretarlo.
Quest'intervista a Judith Butler vuole essere, quindi, una sorta di
completamento di quel numero di "Queer", ma anche un'opportunita' in piu'
per comprendere meglio punti di unione e frizione del femminismo
contemporaneo. Un modo per sciogliere nodi e per riattivare, all'interno del
femminismo, un lavoro di comunanza, di relazione, laddove per relazione si
intenda anche una forma possibile del conflitto tra generi, tra culture e
all'interno dello stesso genere.
*
- Anna Simone: Dopo l'uscita di Gender Trouble nel '90 negli Stati Uniti
(Scambi di genere, Sansoni) hai cercato di rivedere le tue tesi sul "queer"
in Bodies that matter (Corpi che contano, Feltrinelli) apparso nel '93
sempre negli Stati Uniti. In Italia e' uscito prima Corpi che contano e poi
Scambi di genere. Perche' secondo te e' meglio lavorare sul "criticamente
queer" piuttosto che sul "queer", cosi' come paventi in Corpi che contano?
Hai temuto che il queer - codificatosi nel frattempo all'interno delle
discipline accademiche - dopo Scambi di genere divenisse a sua volta una
costruzione identitaria?
- Judith Butler: All'epoca la mia sensazione era che il queer potesse
diventare un concetto identitario. Solo con ironia, penso, si puo' dire:
"Sono queer". E comunque io preferisco intendere "queer" come verbo, una
certa pratica di pensiero critico su come il genere e la sessualita' siano
in relazione. Inoltre "queer" indica anche una certa apertura alla
possibilita' che il genere e la sessualita' siano accostati in modi non
completamente prevedibili e per i quali non abbiamo un linguaggio, ne' una
pratica pronta. Pensare o agire criticamente coincide con il non dare per
scontati certi tipi di distinzione (che includerebbero la distinzione tra
femminista e queer, per esempio). Significa anche considerare che non c'e'
niente a proposito della designazione queer che ne impedisca un uso politico
a noi sgradito. Il termine "criticamente queer", quindi, voleva suggerire un
certo modo di fare attenzione a come funzionano i significanti politici e a
non dimenticare gli obiettivi politici generali che vogliamo che quei
termini sostengano e realizzino.
*
- Anna Simone: In Undoing gender (La disfatta del genere, Meltemi) la
critica al dispositivo della norma eterosessuale, inteso come principio
fondativo di qualsiasi codificazione sociale, giuridica, culturale e
politica e' diventata anche una critica piu' chiara e diretta al pensiero
della differenza sessuale europeo (citi Braidotti, in particolare). O
meglio, mi e' sembrato che sollevassi delle perplessita'. Ma come fare per
praticare una politica dell'"agency", di un'azione che e' al contempo
soggettivazione, senza avere piu' riferimenti di sex e gender? Se
proclamiamo la "disfatta" del genere, a partire da cosa poi dovremmo
posizionarci?
- Judith Butler: Devo procedere con cautela nel rispondere alla tua domanda.
Non penso ci sia una "tradizione della differenza sessuale europea".
Esistono diversi approcci alla questione della differenza sessuale e in
Undoing Gender chiarisco che la mia posizione e' un po' quella di assumerne
alcuni in modo critico e quindi produttivo. Non penso che una pratica del
queer "non abbia piu'" riferimenti legati alla sessualita' e al genere.
Dobbiamo avere questi riferimenti, ma la differenza politica del nostro
agire deve consentirci di attivare delle abilita' per trovare modalita' piu'
aperte e produttive per risignificare questi stessi riferimenti. Non sono
per l'abolizione del genere - temo che il titolo italiano del mio libro (La
disfatta del genere) non descriva accuratamente il significato di "undoing"
gender. Quello che sostengo e' che le norme che costruiscono il genere sono
anche quelle che causano un certo nostro "disfarci" ("undo") di esse. Ci
separano in maschile e femminile in quanto esseri umani. Ma in inglese
"essere disfatto" ("to be undone") indica anche una condizione del desiderio
e, in questo senso, l'atto di disfare norme restrittive di genere puo'
essere l'occasione per una nuova vitalita' del desiderio. Penso che dobbiamo
cambiare e innovare i nostri riferimenti alla sessualita' e al genere per
ripensarli da capo, ma non penso che si debbano abolire le categorie di
sesso e genere.
*
- Anna Simone: Negli ultimi tuoi testi, Precarious Life (Vite precarie,
Meltemi), Critica della violenza etica (Feltrinelli) sino a Chi canta lo
Stato-Nazione con Gayatri Spivak (appena edito in italia da Filema) ti
interroghi su Hannah Arendt, sul totalitarismo e sul tema del "diritto ad
avere diritti", pensando anche alle migrazioni e al popolo palestinese.
Secondo te e' piu' importante, da parte dei movimenti femministi
contemporanei, pensare ad una rifondazione del concetto stesso di politica o
sarebbe piu' utile proseguire nell'insegnamento foucaultiano? Capire, cioe',
come continuare a praticare la resistenza nei confronti dei saperi-poteri
del presente? Dobbiamo interrogarci sulla crisi della politica o dobbiamo
continuare a chiederci chi e come puo' prendere la parola per decostruire
questa stessa idea della politica?
- Judith Butler: Non sono sicura della contrapposizione che mi stai
proponendo. Mi sembra che dobbiamo essere in grado di pensare alle
condizioni nelle quali i diritti si possono esercitare, specialmente quando
questi diritti non sono ancora codificati da qualche legge in vigore.
L'intero movimento anti-apartheid, per esempio, ha dovuto ricorrere a
diritti che erano gia' in vigore in altri sistemi giuridici ma non in quello
del Sudafrica. Alcuni pensano alla condizione in cui i diritti si esercitano
facendo ricorso alla tradizione della legge naturale, altri suggeriscono che
dobbiamo prendere a prestito diritti da altri sistemi giuridici, da altre
convenzioni che sanciscono principi di uguaglianza, per metterli in
relazione con contesti politici dove non e' ancora riconosciuto quel diritto
specifico che ci interessa. Secondo me non si "fondano" nuovi ordini
politici ex nihilo, ma sempre attraverso una negazione di un ordine
esistente e attraverso l'amalgama, l'assimilazione di altre convenzioni che
sono a disposizione trasferendole da un contesto all'altro. Non saprei dire
se questa posizione sia foucaultiana o arendtiana. Sicuramente pero'
Foucault deriva parti della sua teoria della agency dalla convergenza dei
campi discorsivi (concordo su questo), mentre Arendt propone un modo per
pensare all'esercizio dei diritti come esercizio performativo (e concordo
anche su questo).
*
- Anna Simone: Negli ultimi mesi il movimento femminista italiano e' rinato
attraverso una grande manifestazione di piazza che si e' tenuta il 24
novembre scorso contro la violenza maschile sulle donne. Per la prima volta
dopo molti anni il femminismo italiano "etero", se vogliamo usare queste
categorie un po' fuori dal tempo, ha sfilato con il "lesbo-femminismo". Un
successo che tende a spostare il femminismo contemporaneo piu' sull'asse
della lotta alle forme di discriminazione nei confronti dei migranti, dei
gay, delle lesbiche eccetera, dell'antirazzismo piuttosto che riconsolidare
la categoria della "donna" in quanto tale. Questo spostamento, tuttavia, non
e' affatto scevro da problemi e da ritorsioni identitarie. Anche qui come
possiamo, secondo te, provare a soggettivarci, a praticare il tuo pensiero,
senza cadere nella trappola delle identita', delle codificazioni dei
movimenti cosiddetti di "minoranza"?
- Judith Butler: Penso che la cosa piu' importante sia ricordare a cosa ci
stiamo contrapponendo. Adesso che Berlusconi e' tornato al potere in Italia
sara' importante per il movimento femminista tenere a mente precisamente i
temi centrali: contestare la violenza sulle donne, assicurare salari
paritari, garantire liberta' riproduttiva, tanto per citarne alcuni. La
politica di coalizione, di concerto, non richiede che tutti i partecipanti
condividano la stessa sessualita' o, di fatto, lo stesso discorso sulla
sessualita'. E non ci si deve fare da "specchio" per poter lavorare insieme.
Forse possiamo restare aperte anche all'idea che ci possano essere
antagonismi all'interno della politica femminista e progressista che si
esprime sulla sessualita'. Lavorare insieme non significa che quegli
antagonismi debbano essere risolti. Devono solo trovare un modo di
coesistere produttivamente. In altre parole, un movimento politico, per
restare forte, deve trovare modi di dare rifugio e forma ai propri
antagonismi interni e di distinguerli dai veri pericoli - diseguaglianze,
ingiustizie - che il movimento si propone di combattere. Il mio istinto mi
dice che non dobbiamo "essere le stesse, tutte eguali" sulle questioni che
concernono il desiderio o addirittura il credo di ognuna di noi. Bisogna
lavorare insieme al fine di mantenere i diritti fondamentali e alcune
politiche in grado di consentire alle persone di tutti i generi di
sopravvivere e prosperare. Dobbiamo lavorare affinche' vi sia questa base
comune.
*
- Anna Simone: Vorrei chiederti ancora molte cose ma non e' possibile. Solo
un'ultima curiosita': Hegel, Foucault, Althusser, Arendt, sicuramente non
Lacan. Quale tra questi autori ti ha influenzata di piu'?
- Judith Butler: Resto probabilmente un'hegeliana. Hegel ha mostrato come de
facto siamo tutti "in pericolo", tutti esposti, gli uni rispetto agli altri,
ci ha mostrato che siamo tutti "precari", in relazione gli uni con gli
altri. Inoltre ci ha anche mostrato come la lotta per il riconoscimento
possa fornire un'alternativa al conflitto violento. Foucault mi ha insegnato
che il riconoscimento puo' avvenire solo attraverso norme stabilite e che
talvolta la nostra sopravvivenza dipende dal trovare il limite e
l'oltrepassamento di queste stesse norme. Simone de Beauvoir, invece, a
partire dalla sua articolazione del "donne si diventa", mi ha indubbiamente
permesso di vedere il dinamismo e l'apertura del genere. Io sono tutte
queste cose.

3. PROPOSTE. IL 5 PER MILLE AL MOVIMENTO NONVIOLENTO
[Dal sito www.nonviolenti.org riprendiamo e diffondiamo]

Anche con la prossima dichiarazione dei redditi sara' possibile
sottoscrivere un versamento al Movimento Nonviolento (associazione di
promozione sociale).
Non si tratta di versare soldi in piu', ma solo di utilizzare diversamente
soldi gia' destinati allo Stato.
Destinare il 5 per mille delle proprie tasse al Movimento Nonviolento e'
facile: basta apporre la propria firma nell'apposito spazio e scrivere il
numero di codice fiscale dell'associazione.
Il codice fiscale del Movimento Nonviolento da trascrivere e': 93100500235.
Sono moltissime le associazioni cui e' possibile destinare il 5 mille. Per
molti di questi soggetti qualche centinaio di euro in piu' o in meno non
fara' nessuna differenza, mentre per il Movimento Nonviolento ogni piccola
quota sara' determinante perche' ci basiamo esclusivamente sul volontariato,
la gratuita', le donazioni.
I contributi raccolti verranno utilizzati a sostegno della attivita' del
Movimento Nonviolento ed in particolare per rendere operativa la "Casa per
la pace" di Ghilarza (Sardegna), un immobile di cui abbiamo accettato la
generosa donazione per farlo diventare un centro di iniziative per la
promozione della cultura della nonviolenza (seminari, convegni, campi
estivi, eccetera).
Vi proponiamo di sostenere il Movimento Nonviolento che da oltre
quarant'anni con coerenza lavora per la crescita e la diffusione della
nonviolenza.
Grazie.
Il Movimento Nonviolento
*
P. S.: se non fai la dichiarazione in proprio, ma ti avvali del
commercialista o di un Caf, consegna il numero di codice fiscale e di'
chiaramente che vuoi destinare il 5 per mille al Movimento Nonviolento.
Nel 2007 le opzioni a favore del Movimento Nonviolento sono state 261
(corrispondenti a circa 8.500 euro, non ancora versati dall'Agenzia delle
Entrate) con un piccolo incremento rispetto all'anno precedente. Un grazie a
tutti quelli che hanno fatto questa scelta, e che la confermeranno.
*
Per ulteriori informazioni e contatti: via Spagna 8, 37123 Verona, tel.
0458009803, fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org

4. LIBRI. DANIELE GIGLIOLI PRESENTA "CRITICA DELLA RAGIONE POSTCOLONIALE" DI
GAYATRI CHAKRAVORTY SPIVAK (2005)
[Dal settimanale "Alias", supplemento de "Il manifesto" del 28 febbraio
2005, col titolo "Sfida all'etnocentrismo imperialista, e agli studi".
Daniele Giglioli, docente e saggista, insegna Letterature comparate
all'Universita' di Bergamo; collabora ad "Alias", supplemento culturale del
quotidiano "Il manifesto"; ha curato tra l'altro l'edizione italiana di
Claude Bremond, Il divenire dei temi, La Nuova Italia, Firenze 1998; la
riedizione di John Steinbeck, Viaggio con Charley, Bur, Milano 2005. Tra le
opere di Daniele Giglioli: (a cura di, con Federico Bertoni), Quindici
episodi del romanzo italiano, Pendragon, Bologna 1999; Tema, La Nuova
Italia, Firenze 2001; Il pedagogo e il libertino, Sestante, Bergamo 2002;
(con Alessandra Violi), L'immaginario dell'isteria, Bruno Mondadori, Milano
2005; All'ordine del giorno e' il terrore, Bompiani, Milano 2007.
Gayatri Chakravorty Spivak insegna alla Columbia University di New York;
bengalese di nascita, vive negli Stati Uniti; e' una delle piu' note e
apprezzate teoriche femministe americane e tra le massime rappresentanti
degli studi postcoloniali. Tra le opere di Gayatri Chakravorty Spivak: In
Other Worlds: Essays in Cultural Politics, London, Methuen 1987; Selected
Subaltern Studies, edited with Ranajit Guha, Oxford, Oxford University Press
1988; The Post-Colonial Critic: Interviews, Strategies, Dialogues, edited by
Sarah Harasym, London, Routledge 1990; Outside In the Teaching Machine,
London, Routledge 1993; A Critique of Post-Colonial Reason: Toward a History
of the Vanishing Present, Harvard University Press 1999; Death of a
Discipline, New York, Columbia University Press 2003; in italiano: "La
politica delle interpretazioni" in AA. VV., Spettri del potere, Meltemi,
Roma 2002; Morte di una disciplina, Meltemi, Roma 2003; Critica della
ragione postcoloniale, Meltemi, Roma 2004. Su Gayatri Chakravorty Spivak
riproduciamo la seguente scheda apparsa sul quotidiano "Il manifesto" del
primo febbraio 2005: "Gayatri Chakravorty Spivak e' nata il 24 febbraio 1942
a Calcutta dove si e' laureata. Nel 1960 e' andata a studiare negli Stati
Uniti, alla Cornell University, dove ha preso un master nel 1962 e il PhD
nel 1967. Ha insegnato inglese e letteratura comparata in numerose
universita', tra cui Stanford, Santa Cruz e la Goethe-Universitat a
Francoforte. E' Avalon Foundation Professor nelle Humanities alla Columbia
University di New York dove insegna dal 1991. Non ha mai voluto prendere la
cittadinanza statunitense. Nel 1976 ha tradotto De la Grammatologie di
Jacques Derrida firmando una prefazione che l'ha resa famosa. Ha scritto
piu' di cento saggi, sparsi in volumi collettanei: alcuni di essi sono
raccolti nei suoi pochi libri. In Italia, i suoi primi testi a essere
tradotti sono stati due saggi: "Decostruire la storiografia", contenuto in
Subaltern Studies, Modernita' e (post)colonialismo, pubblicato da Ombre
corte nel 2002; e "La politica delle interpretazioni" nel volume collettaneo
Spettri del potere, edito da Meltemi nel 2002. Sempre Meltemi ha curato la
traduzione di Morte di una disciplina (2003) e ora del volume A Critique of
Postcolonial Reason (Harvard University Press, 1999), nelle librerie
italiane con il titolo Critica della ragione postcoloniale. Verso una storia
del presente in dissolvenza.Tra i suoi testi pubblicati in inglese
ricordiamo: In Other Worlds: Essays in Cultural Politics, Methuen, New York
1987; The Post-Colonial Critic: Interviews, Strategies, Dialogues, ed. Sarah
Harasyn, Routledge, New York 1990; Outside in the Teaching Machine,
Routledge, New York, 1993"]

Si percorrono le oltre quattrocento pagini di questo libro (Gayatri
Chakravotry Spivak, Critica della ragione postcoloniale, a cura di Patrizia
Calafato, traduzione di Angela d'Ottavio, Meltemi, pp. 477, euro 228)
accompagnati da un costante sentimento di inadeguatezza; e con il sospetto
(o la speranza) che sia il mondo giusto di leggerlo. Quando non e' una
consolazione a basso costo, e' il dono piu' prezioso che la critica puo'
offrire.
Bengalese di nascita, newyorkese d'adozione, militante femminista, allieva
di de Man e traduttrice di Derrida, Spivak brilla come un astro di prima
grandezza in quello star-system americano e percio' internazionale che viene
rubricato sotto l'equivoca etichetta di teoria. E tuttavia, pur
condividendone retroterra, orizzonti e modalita' discorsive (da cui la
difficolta' per il lettore, o la lettrice, cui Spivak preferisce rivolgersi,
non iniziati al gergo della corporazione), questo libro non contiene tanto
una teoria quanto un'allegoria di che cosa possa essere la critica.
Suddiviso in quattro lunghissimi capitoli rispettivamente dedicati alla
filosofia, alla letteratura, alla storia e alla cultura, Critica della
ragione postcoloniale fa ruotare la sua nebulosa di materiali apparentemente
eterogenei attorno a un centro di gravitazione insieme necessario e
impossibile: la figura dell'"informante nativo", e lo sguardo che questo
getterebbe, se potesse parlare, su una soggettivita' "occidentale" che si e'
fondata, istituita e consolidata, materialmente e filosoficamente, proprio a
partire dalla sua cancellazione. L'etnografia contemporanea ha da tempo
sottoposto a critica l'idea che sia possibile appropriarsi delle culture
altre sulla base della testimonianza di un "aborigeno" che ragguaglia circa
miti, riti e usanze quell'antropologo cui spetta poi il ruolo sovrano di
soggetto della conoscenza. Si potrebbe dunque pensare che basti rinunciare a
quel privilegio per recuperarne la voce, vanificando in un afflato
universalistico secoli e latitudini di rimozione, e facendo riemergere la
vera natura di quell'alterita' che l'episteme occidentale ha dovuto
occultare per definirsi in quanto tale.
Non e' cosi' per Spivak, ne' di una rimozione si tratta ma di un forclusione
(termine che Spivak riprende in maniera deliberatamente infedele da Lacan),
e cioe' di un'esplosione dell'"altro da noi" dal campo visivo in cui si
delineano i contorni di cio' che definiamo "essere umano"; esplosione,
pero', questo e' il punto, che e' al tempo stesso un'inclusione, perche'
cio' che consideriamo umano non puo' essere pensato che a partire dei limiti
di quanto riteniamo non lo sia. Seguace di Derrida, e quanto lui poco
incline a imbalsamare l'empirico, fuggevole e sempre in dissolvenza, nella
raggelante custodia del trascendentale, Spivak continua e per certi versi
supera il maestro grazie alla sua capacita' di radicare storicamente e
geograficamente (tra imperialismo, neocolonialismo e multiculturalismo
benedetto dalla Banca Mondiale), oltre che logicamente, quella cancellatura
della differenza che presiede alla fondazione dell'identita'. Che colui che
e' stato posto come altro possa parlare al di fuori del discorso di chi si
definisce espungendolo da se' e' dunque una contraddizione in termini, che
vieta di ipotizzare qualcosa come una teoria generale dell'alterita'. Chi e'
stato ridotto al silenzio tace per definizione, o parla nella misura in cui
e' complice della procedure di esclusione (per esempio le elites dei paesi
coloniali e postcoloniali, o i migranti di lusso cooptati nelle istituzioni
economiche, politiche e accademiche internazionali). E tuttavia, se il
silenzio dell'altro e' il vuoto torricelliano in cui prende forma il
discorso del dominio, l'evocazione dell'impossibile necessita' che venga
rotto e' il gesto che permette al pensiero critico di negare a quel discorso
la legittimita' di istituirsi come regola, norma, descrizione di una
modalita' di essere che pretende di prescrivere agli altri (per esempio i
paesi "in via di sviluppo") come devono essere se vogliono essere qualcosa.
Piuttosto che una teoria capace di redimere il passato, quella di Spivak e'
una critica che preserva la possibilita' di un futuro diverso dalla mera
presecuzione del presente. Non renderebbe percio' giustizia alla
straordinaria ricchezza di questo libro l'affermare che quanto riassunto fin
qui costituisca la tesi (la teoria, appunto) di Spivak, quando non ne
rappresenta che il fulcro archimedico, il punto di fuga, il guanto di sfida
da gettare in faccia non solo all'etnocentrismo imperialista e ai suoi
successori, ma anche a quelle opzioni culturali e politiche che gli si
oppongono, replicandone pero' troppo spesso il gesto fondativo, la riduzione
al silenzio di quel subalterno in nome del quale non si puo' (non) parlare.
Differenzialismo essenzialista e apologie del soggetto nomade, femminismo
universalista e terzomondismo accademico, cultural studies, gender studies,
postmodernismo euforico alla Lyotard, storicista alla Jameson o
neoilluminista alla Rorty meritano lo stesso trattamento riservato a Kant, a
Hegel, al Marx del "modo di produzione asiatico" o alle grandi narrazioni
romanzesche del colonialismo nascente e maturo, nonche' alle loro palinodie
novecentesche. Non si tratta di accusare ne' di scusare, di accettare in
toto ne' di rifiutare, ne' di assemblare Frankenstein teorici (come quelli
di Zizek, per intenderci, o ancora di Jamenson), quanto piuttosto di
restituire ogni discorso alla sua contingenza dislocandolo criticamente nel
tentativo di individuare, nei suoi punti di minor resistenza, i varchi
attraverso cui potra' inserirsi quell'unica reale verifica della teoria che
e' il rinvio alla prassi.
Che tutte le teorie siano inadeguate proprio in forza della loro pretesa di
universalita' (e non per nulla Spivak rivendica la sua professione di
critica letteraria, specialista nella manipolazione di testi che sono
irriducibilmente "singolari" e "non totalizzabili", come non lo e', potremmo
aggiungere,l'informante nativo), costituisce esattamente il punto di sutura
tra la traccia del discorso e quella critica delle cose che e' l'agire
politico, nonche' la possibilita' cui si accennava all'inizio, di
considerare l'inadeguatezza un'opportunita' piuttosto che una castrazione.
Compreso cio', tra l'altro, l'insistenza di Spivak su di un'etica della
responsabilita' intesa come "esperienza dell'impossibile" perde buona parte
della sua astruseria. Resterebbe da capire come compiere quel passaggio tra
il discorso e l'azione. Su questo, inutile, negarlo, Spivak e'
consapevolmente povera di indicazioni, rischio costante di ogni critica
radicale gia' intuito e messo alla berlina da Marx nelle sue puntate
polemiche contro la "critica critica" di Bruno Bauer & Co, e scotto
altissimo da pagare per chi crede che la verita' non sia ne' "la' fuori" ne'
un mero effetto di discorso, ma accade nello sguardo dell'altro. Si sa di
lei che partecipa attivamente a progetti di alfabetizzazione nelle zone piu'
povere dell'India: una scelta che al lettore italiano ricorda quella di
Lorenzo Milani, anche lui contraddittoriamente ossessionato dalla
possibilita' che i senza voce potessero parlare, e magari scrivere alle
professoresse che volevano mantenerli in silenzio. E' solo una fantasia,
ovviamente, ipotizzare che una di queste lettere sia arrivata sulla
scrivania della professoressa Spivak.

5. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

6. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 453 del 12 maggio 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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