Voci e volti della nonviolenza. 83



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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento settimanale del martedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 83 del 21 luglio 2007

In questo numero:
1. Umberto Santino: Il Mezzogiorno tra dominio criminale e progetto di
liberazione
2. Et coetera

1. UMBERTO SANTINO: IL MEZZOGIORNO TRA DOMINIO CRIMINALE E PROGETTO DI
LIBERAZIONE
[Dal sito del Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" (per
contatti: via Villa Sperlinga 15, 90144 Palermo, tel. 0916259789, fax:
0917301490, e-mail: csdgi at tin.it, sito: www.centroimpastato.it) riprendiamo
il testo della relazione svolta da Umberto Santino al convegno "Lorenzo
Milani (1923-1967). Memoria e risorsa per una nuova cittadinanza a partire
dal Meridione d'Italia", Napoli, Pontificia Facolta' Teologica dell'Italia
meridionale, 22 marzo 2007]

Premessa
Premetto che la mia conoscenza di don Milani e' molto limitata. Ho letto a
suo tempo La lettera a una professoressa e il libro con le lettere edito da
Mondadori; il ricordo piu' vivo che ho della sua opera e' legato alla
campagna per l'obiezione di coscienza che gli valse il processo penale. Per
quei tempi un atto rivoluzionario e scandaloso che ha contribuito a farne un
personaggio dirompente in un paesaggio in cui gli atti di ribellione non
erano isolati ma neppure consueti.
La relazione che mi e' stata chiesta e' un po' troppo ampia, quasi smisurata
se si tiene conto dell'abbondanza della letteratura che si e' andata
accumulando sull'argomento. Qui mi limitero' ad alcune riflessioni su alcuni
temi che ritengo fondamentali, soprattutto per stimolare un dibattito. Mi
soffermero' sui seguenti punti: comincero' con un breve promemoria sulla
questione meridionale, seguiranno alcune osservazioni sulle recenti
riflessioni sul cosiddetto "pensiero meridiano", quindi traccero' un quadro
dei fenomeni di criminalita' organizzata e concludero' con alcune
indicazioni per un possibile progetto alternativo ricavate da esperienze
recenti.
*
Dalla "questione meridionale" alla "liberazione dal meridionalismo"
Com'e' noto la nascita di una questione meridionale si fa rimontare alla
formazione dello Stato unitario. Nel contesto nazionale il Mezzogiorno viene
rappresentato come altro dal resto d'Italia: se il Nord e' europeo il Sud e'
greco e mediterraneo, se il Nord e' sabaudo il Sud e' borbonico, se il Nord
e' urbanizzato e industriale il Sud e' contadino...
L'immaginario collettivo che si forma nei primi decenni di Stato unitario e'
dominato dalle immagini che arrivavano dal Sud dove era in atto la guerra
contro il brigantaggio: briganti e brigantesse posavano per i fotografi che
decidevano pose e abbigliamenti in modo da farli passare per dei primitivi
assetati di sangue. E Lombroso avrebbe dimostrato che dalla misurazione dei
crani dei briganti meridionali risultava una predisposizione al delitto che
marcava una diversita' di razza. Si sarebbe cosi' formata e affermata
l'immagine del Sud "inferno terrestre" o "paradiso naturale abitato da
diavoli". Un marchio di natura antropologica.
Benedetto Croce, in una conferenza alla Societa' napoletana di Storia
patria, del giugno del 1923, ripercorreva il cammino dell'espressione
secondo cui il meridione e' un "paradiso abitato da diavoli", forse
d'origine trecentesca e piu' recentemente usata da uno studioso tedesco,
Andrea Buehel, in una conferenza all'universita' di Altdorf dell'11 novembre
1707. E nel cercarne le motivazioni indicava l'anarchia feudale del regno di
Napoli, le carenze della vita civile e politica come connotazioni negative
rispetto all'Italia centrale e settentrionale (1). Da allora l'inferno
meridionale ha fatto strada, fino ad arrivare ai nostri giorni (2).
Piu' che di un'idea nata da un'analisi, si tratta di una rappresentazione
(ma la ricerca di Croce di elementi su cui essa si e' fondata non era
infruttuosa) e non per caso negli ultimi anni si e' parlato di decostruire
la questione meridionale, cioe' di svelare la sua natura di costruzione
ideologica tendente a rappresentare il Sud come un coacervo di negativita'.
Il Mezzogiorno e' stato, di volta in volta, arretrato strutturalmente,
semifeudale e privo di una borghesia moderna e di uno spirito d'impresa,
amoralmente familista, individualista, clientelare, mafioso e criminale (3).
Non sono mancate rappresentazioni diverse. Si portano gli esempi di Gramsci
e Dorso che riportavano i problemi del Meridione al quadro complessivo dei
rapporti di dominio e di classe, alla vicenda risorgimentale vista come
conquista regia, o di Sturzo che ne dava una valutazione positiva come
depositario di valori familiari, culturali e religiosi in antitesi al
socialismo internazionalista.
Ma l'idea piu' diffusa e radicata e' rimasta quella dell'inferno meridionale
o comunque dell'altro rispetto al resto del Paese.
Gli studi piu' recenti hanno cercato di "liberare il Sud dal
meridionalismo", facendo emergere al posto di un Sud omogeneo un Sud a
macchia di leopardo, cioe' una realta' differenziata al suo interno. Questi
studi si sono sviluppati in un contesto in cui la chiusura della Cassa per
il Mezzogiorno (1950-1992) determinava la fine dell'intervento
straordinario, che aveva visto il succedersi di fasi diverse (dalle
politiche miranti alla costruzione di infrastrutture a quelle sulla
creazione dei "poli di sviluppo", alla programmazione e ai "progetti
speciali") e si era concretato in un enorme impiego di risorse che aveva
cementato il dominio sul territorio del partito di maggioranza relativo,
fondato sull'estensione e articolazione delle reti clientelari. Un
cinquantennio di dominio democristiano che aveva avuto nel Sud uno dei
pilastri portanti.
Negli ultimi anni le spiegazioni che possono considerarsi paradigmatiche non
sono molte. Si e' parlato di "sviluppo senza autonomia" (Trigilia), di
"Mezzo giorno e mezzo no" (la rivista "Meridiana"), di un Mezzogiorno
afflitto da mancanza di civicness (un filo lungo che va da Banfield a
Putnam) e rappresentabile come Gemeinshaft rurale contrapposta a una
Gesellschaft urbana.
Il sociologo Carlo Trigilia ha studiato gli "effetti perversi" delle
politiche per il Mezzogiorno che hanno prodotto una realta' caratterizzata
da un'eccessiva dipendenza dalla politica, dall'intervento pubblico, e ha
considerato il meridionalismo come un'ideologia rivendicativa, fondata sul
dato economico, con la sottovalutazione dei fattori socio-culturali e
politici.
Negli anni '90 ci sarebbe stata un'occasione storica, con la formazione di
una nuova classe politica, grazie all'adozione del sistema elettorale
maggioritario e all'elezione diretta dei presidenti regionali e dei sindaci.
E si sarebbe profilata un'alternativa, attraverso lo sviluppo fondato sulle
risorse locali, sulle business communities, sul ruolo della societa' civile,
sul decentramento, sulla riqualificazione dei servizi pubblici, a cominciare
dalla scuola (4). Resta da vedere quanto di queste potenzialita' siano state
spazzate via dall'ondata di berlusconismo che ha travolto anche le
amministrazioni di sinistra piu' storiche e radicate.
Il gruppo redazionale della rivista "Meridiana" ha evidenziato un "Mezzo
giorno" ricco di dati positivi. Qualche esempio: nel Sud e' localizzato il
60% dell'industria automobilistica nazionale, la concentrazione piu' elevata
d'Europa (dovuta al basso costo del lavoro), e si sarebbe formato un tessuto
produttivo in crescita e autonomo. L'altra faccia della medaglia e' un
"Mezzo no", e l'esempio piu' significativo di questa negativita' e' dato dal
tasso di disoccupazione elevato. Alcuni dati relativi al 1995: al
Centro-Nord i disoccupati erano l'8,3%, nel Mezzogiorno il 21,7%. In testa
era la Campania con il 26,2, seguivano la Calabria con il 23,6, la Sicilia
con il 23,0, la Sardegna con il 22,2, la Basilicata con il 18,8, la Puglia
con il 17,5, il Molise con il 17,2, l'Abruzzo con il 10,1. Per le citta'
avevamo il 30 a Napoli, il 32,5 a Enna.
Anche il tasso di attivita' della popolazione meridionale registrava uno
scarto rispetto al resto del Paese: al Sud era il 35%, nel Centro-Nord il
43,1. Molti residenti nell'area meridionale non cercavano occupazione e
quindi il tasso di disoccupazione reale nel Sud era ancora piu' elevato:
33%. Un terzo del lavoro era in nero (5).
Una pesante ipoteca caratterizza la vicenda dell'industrializzazione della
Sicilia e del Mezzogiorno. Dall'"industrializzazione senza sviluppo" dei
poli chimici di Gela, di Augusta, di Milazzo, che hanno ridotto la Sicilia a
pattumiera d'Europa e indotto malattie professionali e malformazioni alla
nascita, al "modello Melfi", con la "fabbrica integrata" che richiede
prestazioni logoranti e relazioni sociali alienanti (6).
Da alcuni anni e' in atto un processo di deindustrializzazione, il cui caso
piu' noto e' Bagnoli, e che minaccia di estendersi anche ad altri
insediamenti come la Fiat di Termini Imerese, mentre il polo operaio piu'
consistente di Palermo, il Cantiere navale, attraversa una crisi permanente.
I dati pubblicati nel rapporto Svimez del 2006, registrano, a fronte di un
ristagno in tutta l'Italia, una recessione nel Mezzogiorno (7).
L'occupazione tra il 1997 e il 2002 era cresciuta di 450.000 unita', ma
negli ultimi anni e' diminuita di 69.000 unita'. I dati 2004-2005 sugli
occupati sono i seguenti: in Campania -34,4, in Calabria -16,7, in
Puglia -13, ci sono stati incrementi solo in Abruzzo e in Sicilia.
In termini di crescita economica, essa e' piu' accentuata nei Paesi
dell'Unione Europea, soprattutto in quelli entrati da poco (Europa a 25) che
nelle regioni meridionali. I nuovi Paesi esercitano una forte pressione
competitiva (sul costo del lavoro in particolare) e le politiche comunitarie
dovranno tenere conto sempre di piu' delle aree sottosviluppate dei nuovi
Paesi. La vecchia "questione meridionale" nelle sue componenti strutturali
(disoccupazione, lavoro nero e precario, deficit di servizi) e' gia'
diventata la questione dei Sud del mondo all'interno dei processi di
globalizzazione.
Il rapporto Istat del maggio 2007 e' venuto a confermare che il divario
Nord-Sud permane e si aggrava: su vari terreni (occupazione, produttivita',
reddito) le situazioni migliori del Sud sono inferiori a quelle peggiori del
Nord. Le famiglie lombarde hanno il reddito medio piu' alto (32.000 euro),
quelle siciliane il piu' basso (21.000 euro); 7 su 10 dei 2,5 milioni di
famiglie sotto la soglia di poverta' sono nel Sud; la disoccupazione e'
all'11 % nel Nordest, al 34,3% nel Sud (8).
Accanto alle ipotesi decostruttive di un immaginario sedimentato convivono
visioni che rappresentano il Mezzogiorno come una riserva di modelli
culturali datati ma ancora vitali. Penso in particolare a una linea
analitica che dagli anni '50 arriva fino ai nostri giorni: e' quella
improntata al "familismo amorale" di Banfield, aggiornata nella versione di
Putnam della "mancanza di senso civico" (9). Il Mezzogiorno sarebbe affetto
da una sorta di malattia morale: non esisterebbe una morale pubblica, una
cultura dell'associazionismo e della convivenza civile; comportamenti e
mentalita' sarebbero improntati al culto della famiglia, per di piu'
ristretta, e al piu' gretto individualismo. La storia dei grandi movimenti
di massa che hanno caratterizzato in particolare la Sicilia, totalmente
ignorata da ricercatori dogmaticamente fedeli al verbo americano, e' una
netta smentita di questi stereotipi che continuano a circolare non solo
nelle elaborazioni degli studiosi ma pure nell'immaginario dei media (10).
Dentro questa linea si collocano anche i riferimenti alle categorie di
Toennies che distingueva tra Gemeinschaft (comunita') e Gesellschaft
(societa'), intendendo con la prima una forma di "vita reale e organica", e
con la seconda una "formazione ideale e meccanica" (11): il Mezzogiorno
sarebbe ancor oggi abbarbicato a una sorta di stato di natura e sarebbe
lontano dalle forme societarie evolute.
*
Il "pensiero meridiano"
Com'e' noto il sociologo Franco Cassano ha proposto un rovesciamento
dell'immaginario consueto che vuole il Sud come oggetto passivo e ha
analizzato un Sud soggetto del pensiero (12). Bisogna uscire dalla dicotomia
paradiso turistico e incubo mafioso, faccia legale e illegale della
subalternita'. Dobbiamo recuperare in positivo il Sud: la sua storia, la sua
collocazione geografica, la sua cultura, i suoi modi di vivere e di essere,
la lentezza ecc.
Su questa falsariga si muove anche il filosofo Mario Alcaro che nel
ricostruire l'identita' meridionale, tramuta le tradizionali "piaghe del
Sud" nelle sue virtu': la pratica del dono, il senso della famiglia, della
parentela, del vicinato, della comunita' sono considerati radice ed
espressione di uno spirito civico, cultura e prassi della democrazia (13).
Un ex leader della sinistra extraparlamentare degli anni '60 e '70, Franco
Piperno, ha tessuto un "elogio dello spirito pubblico meridionale", partendo
da una premessa: l'esodo semantico, cioe' la fuga dai luoghi comuni. Il Sud
vivrebbe una condizione analoga a quella dei paesi dell'Est dopo il crollo
del socialismo. Viene portato l'esempio della produzione criminale intesa
come "cooperazione lavorativa gestita e controllata attraverso l'uso della
violenza" e si sostiene che la fase dell'accumulazione originaria, presente
in tutte le societa', nel Sud italiano viene penalizzata dalla legislazione
nazionale in una misura sconosciuta negli altri Paesi in corsa verso il
capitalismo, in cui il passaggio degli imprenditori criminali alla borghesia
sarebbe avvenuto nell'arco di una generazione. Altrove non si e' impedito il
riciclaggio del denaro sporco, nel Mezzogiorno invece si pagherebbe il costo
aggiuntivo di una borghesia allo stato nascente in perenne stato di
illegalita'. Una lettura frettolosamente ideologica che ignora che il
passaggio dall'illegalita' alla legalita' e' potuto avvenire in societa'
come quella americana in cui il mercato legale offre notevoli convenienze e
che la mafia siciliana e le altre mafie italiane hanno saputo inserirsi nel
mercato capitalistico utilizzando le ingenti risorse dell'accumulazione
criminale, ben oltre la fase dell'accumulazione originaria, fino all'attuale
fase di globalizzazione del mercato e dei capitali. Le proposte si
racchiudono in una sorta di manifesto del "potere alle citta' e della
potenza ai cittadini" che da' per scontata e auspicabile la dissoluzione
dello Stato nazionale (14).
L'economista e organizzatore sociale Tonino Perna ha parlato di un Sud non
schiacciato dalla dicotomia sviluppo-sottosviluppo, oltre la visione
economicistica che vede lo sviluppo come crescita del prodotto interno
lordo, ma aperto e plurale, ricco di valori storici e attuali, e di un
"bisogno di Sud" vivo nel resto del Paese, mortificato da una religione del
successo sempre piu' deludente (15).
Questi approcci costituiscono uno dei tentativi piu' rilevanti di uscire
dalle secche tradizionali del meridionalismo piagnone e depresso o
pateticamente rievocativo di un passato di glorie monumentali. In Sicilia
abbiamo versioni sedimentate, sotto forma di un sicilianismo patriottico,
spesso coinvolto nell'apologia o nella negazione dello stesso fenomeno
mafioso, assunto a panoplia di valori tradizionali (l'onore, la famiglia,
l'ipertrofia dell'io), o nella variante letteraria della sicilitudine (il
modo siciliano di vivere e di sentire), da cui spesso e' originata quella
che ho chiamato sicilianite, una sorta di sindrome depressiva diffusa che
porta a considerare tutto cio' che si inscena nell'isola come negativo in
radice e destinato inguaribilmente alla disfatta, mentre al di la' dello
Stretto tutto sarebbe normale e positivo (16).
Non senza ragione si e' osservato che in questo neomeridionalismo si avverte
la presenza di un certo "antimodernismo post-modernista", all'insegna del
recupero di valori dimenticati (17). Personalmente ritengo che ci sia il
rischio di varare un altro stereotipo, quello della meridionalita' e della
mediterraneita' sempre e comunque intese come positivita'. Bisogna
chiedersi: cos'e' stato e cos'e' in realta' il Mediterraneo? Una sorta di
condominio abitato da condomini eguali e rispettosi l'uno dell'altro, un
mare di dialogo e di pace, un ponte tra culture diverse o al contrario
un'area di conflitti, storici e attuali, piu' frontiera che ponte, con Paesi
rivieraschi diversissimi per economia, cultura, religione? Propendo piu' per
la seconda ipotesi che per la prima (18).
*
Fenomenologia del dominio criminale
Alcuni dati sulla consistenza delle principali organizzazioni criminali:
Cosa nostra conta 5.500 affiliati su una popolazione della Sicilia (al 2005)
di 5.021.000 abitanti: c'e' un mafioso ogni 903 abitanti, il giro d'affari
del crimine mafioso sarebbe di 30 miliardi di euro. La 'ndrangheta ha 6.000
affiliati su una popolazione della Calabria di 2.077.000: c'e' un affiliato
ogni 345 abitanti, il giro d'affari sarebbe di 35 miliardi. Gli affiliati
alla camorra sono 6.700, su una popolazione della Campania di 5.788.000
abitanti: un camorrista ogni 840 abitanti, il giro d'affari di 28 miliardi.
La Sacra corona unita conta 2.000 affiliati, la popolazione della Puglia e'
di 4.077.000 abitanti: c'e' un affiliato ogni 2.000 abitanti.
Il problema e' se questi fenomeni di criminalita' organizzata si limitino ai
dati sopra richiamati. Il modello mafioso siciliano, che e' il piu' storico
e complesso, vede i criminali di professione agire dentro un sistema di
relazioni, un blocco sociale transclassista, che va dagli strati piu' bassi
agli strati piu' alti, in cui la funzione dominante e' svolta da
rappresentanti del mondo delle professioni, dell'imprenditoria, della
pubblica amministrazione, della politica e delle istituzioni, definibili
come "borghesia mafiosa". Questo modello e' in qualche modo utilizzabile
anche per altri gruppi che presentano aspetti specifici, storici e attuali.
E' indubbio che i fenomeni di criminalita' organizzata, prima presenti in
aree limitate, negli ultimi decenni si sono estesi a quasi tutto il
Mezzogiorno. In essi convivono sopravvivenze arcaiche e modernizzazione
reale.
Perche' il Mezzogiorno e' la fabbrica delle mafie? Nei miei studi ho parlato
di "societa' mafiogena", indicandone le caratteristiche principali (19). Li
riassumo: buona parte della popolazione considera violenza e illegalita'
come mezzi di sopravvivenza e canali per l'acquisizione di un ruolo sociale,
inaccessibile per altre vie; l'economia legale non offre opportunita'
adeguate; le istituzioni sono viste come mondi lontani e chiusi, abbordabili
soltanto attraverso la mediazione delle organizzazioni criminali e dei loro
amici; nel sentire comune prevale l'idea dell'inutilita' delle lotte e
domina la cultura della sfiducia e del fatalismo; il tessuto di societa'
civile e' fragile e precario e nei comportamenti quotidiani l'aggressivita'
e' la norma e vige la solidarieta' nell'illegalita'.
Queste caratteri propri del villaggio originario negli ultimi decenni si
sono estesi al villaggio globale, come prodotto di alcuni aspetti
fondamentali della globalizzazione capitalistica. Nel contesto della
globalizzazione gli squilibri territoriali e i divari sociali tendono ad
aggravarsi (il 23% della popolazione mondiale consuma l'80% delle risorse),
e per molte aree del pianeta (l'Africa, l'America latina, gli ex paesi
socialisti ecc.) l'unica risorsa disponibile e' il ricorso all'accumulazione
illegale; l'economia produttiva si e' drasticamente ridotta e si e' espansa
l'economia finanziaria, con miliardi di dollari in circuitazione permanente
alla ricerca di sbocchi speculativi. Il sistema finanziario e' sempre piu'
opaco, con l'introduzione di nuove forme di raccolta e impiego dei capitali
(le innovazioni finanziarie), ed e' diventato sempre piu' difficile
distinguere flussi di capitale illegali e legali. In questo quadro l'unico
"valore", radicato e diffuso, e' il successo a ogni costo e con tutti i
mezzi, a cominciare da quelli illegali con la conseguente ricerca
dell'impunita' come forma di legittimazione e status symbol. Queste
caratteristiche determinano la forte criminogenicita' dei processi di
globalizzazione, sia nei centri, trasformati in supermercati
dell'iperconsumo, che nelle periferie, dove si accalcano le masse degli
esclusi e degli emarginati, pronti a imboccare le vie di fuga
dell'emigrazione clandestina, offerte da gruppi criminali emergenti.
Le mafie proliferano all'interno di questi processi, in cui si incontrano le
nuove forme dello sviluppo e del sottosviluppo, con un'accumulazione
illegale cresciuta a dismisura e con un associazionismo criminale capace di
assicurare ruoli e potere, fino a coincidere in molti casi con le formazioni
statali, vere e proprie criminocrazie o Stati-mafia. Tutto cio' non vuol
dire che si sia formata una sorta di Supermafia o Piovra universale; ci sono
vari gruppi, storici e nuovi, che convivono dividendosi il lavoro e
nonostante la forte conflittualita' interna di parecchi gruppi finora e'
prevalsa la convivenza pacifica.
A fronte di questa realta' il vecchio paradigma eziologico che riportava la
formazione della mafia e di altri gruppi criminali alla "deprivazione
relativa" non puo' non tenere conto dell'ipertrofia delle opportunita' che
offrono le attivita' criminali e illegali, capaci di sfruttare tanto le
occasioni offerte dalle distorsioni dello sviluppo che quelle
dell'emarginazione e della periferizzazione.
Se vogliamo riportare il discorso a due regioni-chiave del Mezzogiorno, la
Sicilia e la Campania, vengono a galla sintonie e distonie. Nelle due
regioni operano organizzazioni criminali storiche che presentano notevoli
differenze. Cosa nostra siciliana e' strutturata in forme rigidamente
gerarchiche, anche se la dittatura imposta dai cosiddetti corleonesi negli
ultimi anni si e' andata attenuando e si e' tornati a forme collegiali
collaudate storicamente.
La camorra, anzi le camorre, sono gruppi pulviscolari, in guerra permanente
tra loro. Di recente Isaia Sales ha operato un raffronto tra la mafia, cosi'
com'e' definita nel mio "paradigma della complessita'" (20), e la camorra,
pervenendo al seguente risultato: la mafia siciliana e' organizzata, ha una
regia unitaria e una strategia condivisa, la camorra non ha gerarchie, non
ha regia ne' strategia unitaria; anch'essa agisce all'interno di un contesto
relazionale radicato nei vicoli, nei quartieri, nelle periferie di Napoli e
attorno alla citta'; anch'essa ha come finalita' l'accumulazione e la
gestione del potere, ha un codice culturale e gode di un certo consenso
sociale, ma non c'e' un'estesa borghesia camorristica "in quanto
l'integrazione tra camorristi e l'insieme della societa' circostante e' meno
agevole e trova piu' barriere che in Sicilia". La "signoria territoriale"
della camorra e' totale ma si diluisce al di fuori del territorio in cui e'
insediata e "l'intreccio con le istituzioni e' meno forte e duraturo nel
tempo". Essa "resiste e prospera anche senza un rapporto organico con la
politica. Ha bisogno di godere della tolleranza delle istituzioni dello
Stato per dominare sui mercati illegali, ma non puo' vantarne un intreccio
stabile. Fanno eccezioni a questo schema alcune bande di camorra della
provincia di Napoli, Salerno e Caserta, le cui somiglianze con la mafia sono
maggiori" (21).
Non c'e' una saldatura tra camorra cittadina e provinciale e la violenza,
invece che configurarsi come omicidio-progetto ed essere regolata da un
governo centrale, e' espressione di un'anarchia criminale e da' luogo a una
guerra permanente. Nella metropoli partenopea, la camorra sarebbe "uno dei
risultati del mancato riassorbimento nella modernizzazione urbana dei ceti
sottoproletari di massa" (22).
C'e' da chiedersi se la pervasivita' della camorra nel mondo degli affari,
per esempio nella ricostruzione dopo il terremoto dell'Irpinia, non sia il
frutto di una forte interazione tra camorra e soggetti imprenditoriali e
quanto pesi questa interazione sul quadro amministrativo e istituzionale
(23). Per quanto riguarda il sottoproletariato urbano l'inserimento nei
gruppi camorristici e' una forma di modernizzazione, l'unica possibile, o la
piu' conveniente, in un contesto sociale che non offre grandi possibilita',
soprattutto dopo lo smantellamento dell'apparato industriale. E questo non
vale solo per Napoli, vale pure per Palermo e per la Sicilia.
Sul piano politico, mentre in Sicilia dopo il grande flusso migratorio degli
anni '50 e '70, in seguito alla sconfitta delle lotte contadine, si e'
imposto una sorta di regime prima democristiano e ora del centrodestra, in
Campania le forze del centrosinistra governano regione, province e grandi
citta' come Napoli, ma non riescono a far fronte ai problemi del territorio,
dall'esplosione della violenza criminale alla pervasivita' della camorra,
dallo smantellamento del tessuto produttivo (esemplare il destino
dell'Italsider di Bagnoli) all'emergenza permanente dei rifiuti.
Questo quadro non vuole avallare l'immagine dell'inferno irredimibile (24) e
va completato con quel tanto che si e' riusciti e si riesce fare, per
esempio sul piano dell'impegno dei gruppi organizzati di societa' civile. Su
vari terreni: da quello culturale all'antiracket.
*
Esperienze e proposte per un progetto di liberazione
Nella mia Storia del movimento antimafia indicavo tra le principali
iniziative degli ultimi anni, sviluppatesi con una certa continuita', il
lavoro nelle scuole, l'associazionismo antiracket, l'uso sociale dei beni
confiscati. Ne indicavo anche i limiti: le attivita' scolastiche di
"educazione alla legalita'" hanno alla base un'idea emergenziale delle
mafie, legata all'escalation nell'uso della violenza e soprattutto ai grandi
delitti e alle stragi che hanno scosso l'opinione pubblica, sono
caratterizzate da una concezione formalistica della legalita' (il rispetto
delle leggi, a prescindere dal loro contenuto) e rimangono separate dai
programmi curricolari. L'associazionismo antiracket e' stato finora limitato
territorialmente e numericamente, mentre estorsioni e usura si sono estese a
tutto il territorio nazionale. L'uso dei beni confiscati e' alle prime
esperienze, con un numero ridotto di cooperative e di beni da usare, con
tempi lunghissimi per l'assegnazione, mentre rimane inesplorato l'immenso
patrimonio finanziario.
In ogni caso un progetto che miri alla liberazione dalle mafie non puo' che
essere parte di un progetto piu' generale di rinnovamento sociale che abbia
come basi una conoscenza adeguata, un programma di sviluppo delle comunita'
fondato sull'uso razionale delle risorse, sul controllo delle istituzioni e
la partecipazione democratica in forme capillari e permanenti. Le tematiche
sull'antimafia integrata, l'antimafia sociale, la cittadinanza attiva
rimandano a un nuovo modo di concepire e di vivere la cittadinanza che vada
oltre i rituali elettorali e si ponga come alternativa concreta alle sempre
piu' diffuse tentazioni di rilasciare deleghe in bianco a presunti
liberatori. Ho racchiuso queste considerazioni nelle pagine finali del mio
Oltre la legalita', destinato soprattutto agli insegnanti e agli operatori
sociali, in cui parlo di Stato diffuso, di economia sociale, di
ridefinizione della quotidianita', di etica comune (25).
Provo a enuclearne i contenuti specifici. Per "Stato diffuso" intendo "una
struttura del potere articolata e non concentrata, basata su un nuovo
concetto di cittadinanza, fondato non sulla delega ma sull'impegno e la
partecipazione diretta e sostanziato da una continua tensione per
l'affermazione dei diritti sociali". Democratizzare il potere vuol dire in
primo luogo legalizzarlo, cioe' decriminalizzarlo e visibilizzarlo,
espellendo qualsiasi fenomeno di criminalizzazione delle istituzioni,
tagliando qualsiasi rapporto tra politica e mafia, operando in modo che non
abbiano a riprodursi ne' l'interazione con il crimine ne' l'opacita' di
settori istituzionali, come i servizi segreti, che sono all'origine di
stragi e di delitti che hanno condizionato la vita democratica del nostro
Paese, non solo del Mezzogiorno, e ne hanno cagionato l'impunita'.
In questa prospettiva bisognera' coniugare democrazia rappresentativa e
democrazia diretta, risanando la prima da vizi ormai inveterati, come le
spese per campagne elettorali sempre piu' dominate dalle forme piu'
deteriori della pubblicita' ingannevole, istituendo forme di verifica e di
controllo da parte dei cittadini; organizzando la societa' civile e
costruendo strutture stabili e dotate di poteri reali, per fare uscire la
seconda dalla precarieta' e dal velleitarismo delle buone intenzioni. Facevo
l'esempio del controllo democratico del territorio, in alternativa a forme
di giustizialismo espresso da iniziative come le ronde di quartiere dettate
da concezioni piu' o meno razzistiche e xenofobiche. In territori come i
nostri dominati dalle presenze di criminalita' organizzate con il loro
indotto socio-economico, si tratta di elaborare e praticare una strategia di
appropriazione del territorio che passa attraverso la costruzione di un
tessuto di presenze attive, con la gestione di servizi e di spazi di
socializzazione.
La scuola puo' avere un ruolo se si apre al territorio e se e' cogestita da
alunni e genitori. A Palermo in alcuni quartieri popolari le scuole sono
regolarmente assaltate e distrutte, perche' sono sentite come corpi estranei
e perche', a fronte di una illegalita' condivisa come identita' e praticata
come risorsa, l'insegnamento e la predicazione della legalita' sono vissuti
come presenza e verbo del nemico.
Il concetto di sviluppo troppo spesso e' legato alla visione economicistica
della crescita del Pil, a prescindere dall'utilita' o meno delle merci che
si producono e sempre piu' viene contestato anche nelle versioni che lo
coniugano al rispetto dell'ambiente (l'aggettivo piu' usato e'
"sostenibile"). Si parla di "decrescita", un sostantivo che come la
"nonviolenza" vuole essere alternativo ma si limita a esprimere una
negazione. Quel che e' certo e' che a un'economia unicamente preoccupata del
profitto e della crescita, che troppo spesso si coniuga con l'economia
criminale e illegale, bisogna contrapporre un'economia che si ponga il
problema fondamentale di soddisfare i bisogni essenziali di tutti e questo
non e' possibile se non si socializza l'economia, cioe' se non si
organizzano i soggetti produttori e fruitori, oggi ridotti a forza lavoro da
pagare al piu' basso prezzo e a consumatori di prodotti inutili se non
dannosi, imposti attraverso l'ossessionante messaggio pubblicitario. Nel
Mezzogiorno in particolare bisogna organizzare disoccupati, precari ed
emarginati, indigeni e immigrati con forme apposite (il sindacato e' nato
soprattutto per gli occupati raggruppati all'interno della fabbrica), in
grado di conferire peso contrattuale nella conduzione di vertenze per
l'attuazione di piani per l'occupazione e per "lavori socialmente utili"
(formula usata abitualmente per l'impiego precario in attivita' di dubbia
utilita'). L'uso sociale dei beni confiscati se si estende puo' essere una
delle forme piu' significative di questa socializzazione dell'economia,
riconvertendo in utilita' sociale i prodotti dell'accumulazione illegale.
Nel vuoto di alternative praticabili l'accumulazione criminale restera'
l'unica chance, o la piu' conveniente, per ampi strati della popolazione.
La quotidianita' e' il terreno su cui si misura la civilta' di una comunita'
e la sua cultura, e la sua ridefinizione passa attraverso vari canali: la
conoscenza, l'etica, la politica, l'economia, la pedagogia, intese non come
materie per specialisti e occasioni eccezionali ma come pratiche concrete e
gesti abituali, dal rifiuto della raccomandazione al boicottaggio
dell'economia mafiosa, al consumo critico, dalla convivenza pacifica alla
sobrieta', alla partecipazione (26).
Siamo i giganti della tecnica e i nani dell'etica, dicono filosofi e
"profeti del nostro tempo" (da Guenther Anders a Ernesto Balducci, ad Hans
Jonas) che sottolineano lo scarto tra l'altissimo livello delle capacita'
operative e il vuoto di coscienza rispetto agli scopi del vivere. Ma
un'etica comune non puo' nascere da credi religiosi o politici, piu' atti a
dividere che ad unire. Puo' nascere da una grammatica condivisa, fondata
sulla valorizzazione del pluralismo e della diversita', il contrario delle
pulsioni identitarie, sulla concretezza, sul fare, sul sentirsi membri di
una comunita', sulla radicalita' e sul conflitto, sul qui e ora.
In quest'ottica anche alcune indicazioni del "pensiero meridiano" possono
tornare utili, se non si limitano a registrare una diversita' piu' mitizzata
che reale. E l'esempio di Lorenzo Milani, con i suoi piccoli alunni in un
Sud apparentemente desolato come Barbiana, fatto di emarginati e di
immigrati, la sua etica della disobbedienza verso saperi e poteri
costituiti, possono accompagnarci su un percorso che sappiamo difficile ma
non impossibile.
*
Note
1. Cf P. Pezzino, Il Paradiso abitato dai diavoli. Societa', elites,
istituzioni nel Mezzogiorno contemporaneo, F. Angeli, Milano 1992.
2. Cf G. Bocca, L'inferno. Profondo Sud, male oscuro, Mondadori, Milano
1992.
3. Cf M. Petrusewicz, Come il Meridione divenne una Questione.
Rappresentazioni del Sud prima e dopo il Quarantotto, Rubbettino, Soveria
Mannelli 1998.
4. Cf C. Trigilia, Sviluppo senza autonomia. Effetti perversi delle
politiche nel Mezzogiorno, il Mulino, Bologna 1994.
5. Cf in particolare il numero 26-27, maggio-settembre 1996, sul tema
Mezzogiorno oggi.
6. Cf E. Hitten - M. Marchioni, Industrializzazione senza sviluppo. Gela:
una storia meridionale, F. Angeli, Milano 1970; G. Commisso, Il conflitto
invisibile. Forma del potere, relazioni sociali e soggettivita' operaia alla
Fiat di Melfi, Rubbettino, Soveria Mannelli 1999.
7. Cf Svimez, Rapporto 2006 sull'economia del Mezzogiorno, il Mulino,
Bologna 2006.
8. I dati sono tratti dai quotidiani del 24 maggio 2007.
9. Cf E. C. Banfield, The Moral Basis of a Backward Society, The Free Press,
Glencoe, Ill: 1958; traduzioni italiane: Una comunita' del Mezzogiorno, il
Mulino, Bologna 1961, Le basi morali di una societa' arretrata, il Mulino,
Bologna 1976; R. D. Putnam, Making Democracy Work. Civic Traditions in
Modern Italy, Pricenton University Press, Princeton 1993, trad. it.: La
tradizione civica nelle regioni italiane, Mondadori, Milano 1993.
10. Si veda la mia Storia del movimento antimafia. Dalla lotta di classe
all'impegno civile, Editori Riuniti, Roma 2000.
11. Cf F. Toennies, Comunita' e societa', Edizioni di Comunita', Milano
1979.
12. F. Cassano, Il pensiero meridiano, Laterza, Roma-Bari 1999.
13. M. Alcaro, Sull'identita' meridionale. Forme di una cultura
mediterranea, Bollati Boringhieri, Torino 1999.
14. Cf. F. Piperno, Elogio dello spirito pubblico meridionale,
Manifestolibri, Roma 1997.
15. T. Perna, Cari amici del Nord. C'era una volta il Sud... e c'e' ancora,
Carta - Intra moenia, Roma 2006.
16. Rimando al mio Dalla mafia alle mafie. Scienze sociali e crimine
organizzato, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006, 281 s.
17. M. Petrusewicz, Come il Meridione divenne una Questione, cit., 13.
18. Rimando al mio "Mafie e Mediterraneo", in Mafie e globalizzazione, Di
Girolamo, Trapani 2007, 231-239.
19. Cf il mio Dalla mafia alle mafie, cit., 287 ss.
20. Cf i miei La mafia interpretata. Dilemmi, stereotipi, paradigmi,
Rubbettino, Soveria Mannelli 1995 e Dalla mafia alle mafie, cit.
21. I. Sales, Le strade della violenza. Malviventi e bande di camorra a
Napoli, L'ancora del Mediterraneo, Napoli 2006, 31 s.
22. Id., op. cit., 10.
23. Scrive Roberto Saviano, Gomorra. Viaggio nell'impero economico e nel
sogno di dominio della camorra, Mondadori, Milano 2006, 57 s.: "I clan di
camorra non hanno bisogno dei politici come i gruppi mafiosi siciliani, ma
sono i politici che hanno necessita' estrema del Sistema. Si e' innescata in
Campania una strategia che lascia le strutture politiche piu' visibili e
mediaticamente piu' esposte immuni formalmente da connivenze e attiguita',
ma in provincia, nei paesi dove i clan hanno bisogno di sostegni militari,
di coperture alla latitanza, di manovre economiche piu' esposte, le alleanze
tra politici e famiglie camorristiche sono piu' strette". Come si vede
l'affermazione iniziale e' stemperata, anzi contraddetta, dal periodo
successivo.
24. La lettura di un libro di successo come quello di Roberto Saviano, cit.,
puo' indurre una visione secondo cui il "Sistema" camorristico e' talmente
onnipresente e pervasivo ("Ogni angolo del globo era stato raggiunto dalle
aziende, dagli uomini, dai prodotti del Sistema": cit., 48) da non lasciare
spazio a una possibile alternativa.
25. Cf U. Santino, Oltre la legalita'. Appunti per un programma di lavoro in
terra di mafie, Centro Impastato, Palermo 2002.
26. Significativa la campagna antiracket e per il consumo critico avviata
negli ultimi anni a Palermo dal comitato Addiopizzo, che ha raccolto
migliaia di adesioni di consumatori e qualche centinaio tra commercianti e
imprenditori.

2. ET COETERA

Umberto Santino ha fondato e dirige il Centro siciliano di documentazione
"Giuseppe Impastato" di Palermo. Da decenni e' uno dei militanti democratici
piu' impegnati contro la mafia ed i suoi complici. E' uno dei massimi
studiosi a livello internazionale di questioni concernenti i poteri
criminali, i mercati illegali, i rapporti tra economia, politica e
criminalita'. Tra le opere di Umberto Santino: (a cura di), L'antimafia
difficile,  Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo
1989; Giorgio Chinnici, Umberto Santino, La violenza programmata. Omicidi e
guerre di mafia a Palermo dagli anni '60 ad oggi, Franco Angeli, Milano
1989; Umberto Santino, Giovanni La Fiura, L'impresa mafiosa. Dall'Italia
agli Stati Uniti, Franco Angeli, Milano 1990; Giorgio Chinnici, Umberto
Santino, Giovanni La Fiura, Ugo Adragna, Gabbie vuote. Processi per omicidio
a Palermo dal 1983 al maxiprocesso, Franco Angeli, Milano 1992 (seconda
edizione); Umberto Santino e Giovanni La Fiura, Dietro la droga. Economie di
sopravvivenza, imprese criminali, azioni di guerra, progetti di sviluppo,
Edizioni Gruppo Abele, Torino 1993; La borghesia mafiosa, Centro siciliano
di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1994; La mafia come soggetto
politico, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo
1994; Casa Europa. Contro le mafie, per l'ambiente, per lo sviluppo, Centro
siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1994; La mafia
interpretata. Dilemmi, stereotipi, paradigmi, Rubbettino Editore, Soveria
Mannelli 1995; Sicilia 102. Caduti nella lotta contro la mafia e per la
democrazia dal 1893 al 1994, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe
Impastato", Palermo 1995; La democrazia bloccata. La strage di Portella
della Ginestra e l'emarginazione delle sinistre, Rubbettino Editore, Soveria
Mannelli 1997; Oltre la legalita'. Appunti per un programma di lavoro in
terra di mafie, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato",
Palermo 1997; L'alleanza e il compromesso. Mafia e politica dai tempi di
Lima e Andreotti ai giorni nostri, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli
1997; Storia del movimento antimafia, Editori Riuniti, Roma 2000; La cosa e
il nome. Materiali per lo studio dei fenomeni premafiosi, Rubbettino,
Soveria Mannelli 2000; Dalla mafia alle mafie, Rubbettino, Soveria Mannelli
2006; Mafie e globalizzazione, Di Girolamo Editore, Trapani 2007. Su Umberto
Santino cfr. la bibliografia ragionata "Contro la mafia. Una breve rassegna
di alcuni lavori di Umberto Santino" apparsa su "La nonviolenza e' in
cammino" nei nn. 931-934.
*
Lorenzo Milani nacque a Firenze nel 1923, proveniente da una famiglia della
borghesia intellettuale, ordinato prete nel 1947. Opera dapprima a S. Donato
a Calenzano, ove realizza una scuola serale aperta a tutti i giovani di
estrazione popolare e proletaria, senza discriminazioni politiche. Viene poi
trasferito punitivamente a Barbiana nel 1954. Qui realizza l'esperienza
della sua scuola. Nel 1958 pubblica Esperienze pastorali, di cui la
gerarchia ecclesiastica ordinera' il ritiro dal commercio. Nel 1965 scrive
la lettera ai cappellani militari da cui derivera' il processo i cui atti
sono pubblicati ne L'obbedienza non e' piu' una virtu'. Muore dopo una lunga
malattia nel 1967; era appena uscita la Lettera a una professoressa della
scuola di Barbiana. L'educazione come pratica di liberazione, la scelta di
classe dalla parte degli oppressi, l'opposizione alla guerra, la denuncia
della scuola classista che discrimina i poveri: sono alcuni dei temi su cui
la lezione di don Milani resta di grande valore. Opere di Lorenzo Milani e
della scuola di Barbiana: Esperienze pastorali, L'obbedienza non e' piu' una
virtu', Lettera a una professoressa, pubblicate tutte presso la Libreria
Editrice Fiorentina (Lef). Postume sono state pubblicate le raccolte di
Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana, Mondadori; le Lettere alla
mamma, Mondadori; e sempre delle lettere alla madre l'edizione critica,
integrale e annotata, Alla mamma. Lettere 1943-1967, Marietti. Altri testi
sono apparsi sparsamente in volumi di diversi autori. La casa editrice
Stampa Alternativa ha meritoriamente effettuato nell'ultimo decennio la
ripubblicazione di vari testi milaniani in edizioni ultraeconomiche e
criticamente curate. La Emi ha recentemente pubblicato, a cura di Giorgio
Pecorini, lettere, appunti e carte varie inedite di don Lorenzo Milani nel
volume I care ancora. Altri testi ha pubblicato ancora la Lef. Opere su
Lorenzo Milani: sono ormai numerose; fondamentali sono: Neera Fallaci, Vita
del prete Lorenzo Milani. Dalla parte dell'ultimo, Rizzoli, Milano 1993;
Giorgio Pecorini, Don Milani! Chi era costui?, Baldini & Castoldi, Milano
1996; Mario Lancisi (a cura di), Don Lorenzo Milani: dibattito aperto,
Borla, Roma 1979; Ernesto Balducci, L'insegnamento di don Lorenzo Milani,
Laterza, Roma-Bari 1995; Gianfranco Riccioni, La stampa e don Milani, Lef,
Firenze 1974; Antonio Schina (a cura di), Don Milani, Centro di
documentazione di Pistoia, 1993. Segnaliamo anche l'interessante fascicolo
monografico di "Azione nonviolenta" del giugno 1997. Segnaliamo anche il
fascicolo Don Lorenzo Milani, maestro di liberta', supplemento a "Conquiste
del lavoro", n. 50 del 1987. Tra i testi apparsi di recente: il testo su don
Milani di Michele Ranchetti nel suo libro Gli ultimi preti, Edizioni cultura
della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1997; David Maria Turoldo, Il mio
amico don Milani, Servitium, Sotto il Monte (Bg) 1997; Liana Fiorani, Don
Milani tra storia e attualita', Lef, Firenze 1997, poi Centro don Milani,
Firenze 1999; AA. VV., Rileggiamo don Lorenzo Milani a trenta anni dalla sua
morte, Comune di Rubano 1998; Centro documentazione don Lorenzo Milani e
scuola di Barbiana, Progetto Lorenzo Milani: il maestro, Firenze 1998; Liana
Fiorani, Dediche a don Milani, Qualevita, Torre dei Nolfi (Aq) 2001; Edoardo
Martinelli, Pedagogia dell'aderenza, Polaris, Vicchio di Mugello (Fi) 2002;
Marco Moraccini (a cura di), Scritti su Lorenzo Milani. Una antologia
critica, Il Grandevetro - Jaca Book, Santa Croce sull'Arno (Pi) - Milano
2002.

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento settimanale del martedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 83 del 21 luglio 2007

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