La domenica della nonviolenza. 59



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 59 del 5 febbraio 2006

In questo numero:
1. Alcuni interventi di Luigi Ferrajoli
2. Luigi Ferrajoli: la guerra, il diritto, e due ipotesi sull'Onu (maggio
2003)
3. Luigi Ferrajoli: La Costituzione stravolta (febbraio 2005)
4. Luigi Ferrajoli: Costituzione e democrazia (dicembre 2005)

1. MATERIALI. ALCUNI INTERVENTI DI LUIGI FERRAJOLI
Riproponiamo alcuni interventi di Luigi Ferrajoli che gia' in passato
ripubblicammo sul nostro notiziario.
Luigi Ferrajoli, illustre giurista, nato a Firenze nel 1940, gia' magistrato
tra il 1967 e il 1975, dal 1970 docente universitario. Opere di Luigi
Ferrajoli: della sua vasta produzione scientifica segnaliamo particolarmente
la monumentale monografia Diritto e ragione, Laterza, Roma-Bari 1989; il
saggio La sovranita' nel mondo moderno, Laterza, Roma-Bari 1997; e La
cultura giuridica nell'Italia del Novecento, Laterza, Roma-Bari 1999.

2. RIFLESSIONE. LUIGI FERRAJOLI: LA GUERRA, IL DIRITTO, E DUE IPOTESI
SULL'ONU (MAGGIO 2003)
[Dal n. 39 del maggio 2003 de "La rivista del manifesto"]

Due interpretazioni della guerra contro l'Iraq
Secondo una tesi ampiamente diffusa, rafforzatasi dopo la caduta del regime
iracheno, la guerra scatenata contro l'Iraq dagli Stati Uniti senza
l'autorizzazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e contro il
parere di gran parte della comunita' internazionale ha rappresentato una
pesante sconfitta dell'Onu e ne ha segnalato la crisi e forse la fine. Oltre
alla crisi dell'Onu, si aggiunge, la guerra ha provocato la crisi
dell'Unione europea, divisasi tra i paesi che hanno sostenuto la guerra e
quelli che l'hanno condannata.
E' significativo che queste tesi vengano sostenute con particolare fervore
soprattutto dalle potenze che stanno facendo la guerra e da tutti coloro che
la guerra hanno appoggiato: dall'amministrazione Bush, in primo luogo, che
non ha mai nascosto il suo disprezzo per le Nazioni Unite, e dai governi
satelliti, a cominciare dal governo italiano.
Secondo questa tesi l'Onu, non avendo il Consiglio di Sicurezza votato la
guerra, sarebbe diventata, come ha dichiarato il presidente Bush,
"irrilevante". Non avendo preso atto "della determinazione degli Usa, unica
superpotenza rimasta, di arrivare comunque alla guerra", ha aggiunto Silvio
Berlusconi, avrebbe subito un "depotenziamento" e una "perdita di
credibilita'".
E' una tesi singolare. Non potendosi negare che la guerra e' stata illecita,
si tenta di negare il diritto, decretandone il superamento di fatto solo
perche' e' stato violato e, insieme, squalificando le istituzioni
internazionali che la sua violazione non hanno avallato.
E' stato precisamente questo, del resto, un obiettivo non secondario, forse
il principale, di questa guerra: quello di rifondare l'ordine internazionale
sulla superpotenza americana e sulla guerra, esautorando l'Onu o riducendola
a organismo subalterno al governo imperiale degli Stati Uniti. Ricordiamo il
Project for a New American Century elaborato, ben prima dell'elezione di
Bush, dai suoi attuali collaboratori - Cheney, Rumsfeld e Wolfowitz - nel
quale si afferma che gli Stati Uniti non dovranno mai piu' tollerare potenze
industriali o militari concorrenti sulla scena internazionale: un progetto
imperiale, poi ribadito ossessivamente, con toni da crociata, in tutti gli
interventi pubblici del presidente Bush successivi all'11 settembre, dal
discorso del 14 settembre 2001 nel quale fu dichiarata la guerra infinita
per "liberare il mondo dal male", fino alla dichiarazione della guerra
preventiva "di durata indefinibile" contenuta nel documento strategico del
17 settembre 2002.
Questa guerra, ci hanno ripetuto, e' stata fin dall'inizio progettata "senza
se e senza m"', al di la' dei diversi pretesti accampati, quale fine a se
stessa: una prova di forza diretta essenzialmente a rilegittimare la guerra,
e piu' precisamente il diritto di guerra in capo alla superpotenza
americana. Ed e' stata percio' una guerra "preventiva" non gia' e non tanto
rispetto alle inverosimili minacce alla pace rappresentate dall'Iraq, quanto
piuttosto nei confronti di tutte le altre potenze, presenti e future, a
cominciare dall'Unione europea.
E' tuttavia accaduto un fatto straordinario e inaspettato. Se l'obiettivo
della politica statunitense era una rifondazione del diritto internazionale
e una rilegittimazione della guerra, questo obiettivo non e' stato
raggiunto. Una cosa e' infatti certa. Questa guerra ha risvegliato la
coscienza civile di milioni di persone. Ha dato vita a un movimento globale,
tanto eterogeneo quanto potentemente unitario nel ripudio della guerra e
nella difesa dei diritti umani. Di piu', ha fatto nascere l'embrione di una
societa' civile mondiale. Da Melbourne a San Francisco, passando per Roma,
Parigi, Berlino, Londra, Madrid e Barcellona, abbiamo visto prendere corpo
nelle piazze e nelle strade di tutto il mondo un popolo globale accomunato
dalla condivisione dei medesimi valori: la pace, i diritti umani e la
legalita' internazionale. Se pure non e' riuscito a impedire la guerra,
questo movimento di protesta ne ha finora impedito la legittimazione morale
e politica.
Se questo e' vero, la tesi della crisi o peggio della fine dell'Onu e
dell'Unione europea puo' essere, con paradosso apparente, rovesciata.
Dobbiamo infatti riconoscere che oggi, contrariamente alle tesi degli
apologeti della politica di guerra americana, l'Onu non e' mai stato cosi'
importante e "rilevante", punto di riferimento politico per la maggioranza
dei paesi del mondo. E non e' mai stata cosi' rilevante l'Europa, che
certamente si e' divisa ma ha anche dato per la prima volta un segno di
autonomia dalla sudditanza agli Stati Uniti.
Per la prima volta il Consiglio di Sicurezza dell'Onu, posto di fronte a una
pretesa illegittima degli Stati Uniti, ha rispettato il suo statuto ed ha
tenuto fede alla sua ragion d'essere: la salvaguardia della pace.
E la legalita' internazionale e' divenuta, come mai in passato, il criterio
di valutazione della guerra. Per questo la guerra americana e' stata
avvertita, dalla grande maggioranza dell'opinione pubblica mondiale, come un
crimine: perche' ha violato clamorosamente la Carta dell'Onu e perche'
questa violazione non ha ricevuto l'avallo del Consiglio di Sicurezza.
La fine dell'Onu si sarebbe avuta se il Consiglio di Sicurezza avesse votato
la guerra, come molti avrebbero voluto, con una risoluzione che sarebbe
stata comunque illegittima perche' non ne esisteva il presupposto giuridico,
cioe' l'accertamento dell'esistenza di una minaccia alla pace richiesto
dall'art. 39 della Carta, e ne avrebbe percio' sanzionato la soggezione
incondizionata agli Stati Uniti.
Il fatto invece che il Consiglio di Sicurezza non abbia ceduto alla
prepotenza americana ha non solo evidenziato e aggravato l'illegittimita'
della guerra, ma ha conferito alle Nazioni Unite una rilevanza e una
credibilita' senza precedenti. Non era mai successo che gli Stati Uniti
avessero cosi' lungamente ricercato l'autorizzazione dell'Onu. Ne' era mai
successo che non l'avessero ottenuta. Si e' trattato di una novita'
assoluta: per la prima volta le ragioni del diritto sono state giudicate
prevalenti sulle ragioni della forza, e la guerra ha cercato, ma non ha
ottenuto, neppure formalmente, la legittimazione del diritto. Gli americani
chiesero forse l'autorizzazione dell'Onu per fare la guerra in Vietnam? E la
stessa opposizione alla guerra del Vietnam fu mai da qualcuno condotta in
nome del diritto? Quanto poi alle guerre dell'ultimo decennio, esse furono
si' contestate da molti di noi come contrarie alla legalita' internazionale.
Anche contro di esse ci furono mobilitazioni di massa. Ma si tratto' di
contestazioni sostanzialmente minoritarie, cui non corrispose nessun
sostegno da parte degli Stati e meno che mai del Consiglio di sicurezza, che
fu invece in esse coinvolto o da esse emarginato.
Oggi, al contrario, la guerra americana e' stata condannata dalla
maggioranza dei popoli e degli Stati come una guerra di aggressione e di
rapina. Ovviamente nessuno puo' rimpiangere la rapida caduta del regime
feroce di Saddam Hussein. Tuttavia, nonostante la vittoria, del resto
scontata, gli Stati Uniti non sono mai stati cosi' isolati. Mezza Europa, la
maggioranza del Consiglio di sicurezza e dei suoi membri permanenti, la
Conferenza islamica, la Lega araba e la stragrande maggioranza dei paesi
delle Nazioni Unite non hanno accettato l'unilateralismo statunitense e non
si sono piegate al ricatto, alle pressioni e ai tentativi di corruzione
posti in atto dall'amministrazione americana.
Soprattutto, poi, e' emerso sulla scena politica un nuovo protagonista -
l'opinione pubblica mondiale - che al di la' degli schieramenti politici ha
condannato fermamente la guerra, pur senza indulgere minimamente nei
confronti del regime di Saddam Hussein.
E la condanna, questa e' la novita', e' avvenuta nel nome del diritto. Dai
movimenti di massa che hanno invaso le strade e le piazze con decine di
milioni di manifestanti - 110 milioni nella giornata del 15 febbraio - alla
maggioranza dei governi dei paesi membri dell'Onu, dal papa alle varie
chiese, tutti hanno letto, interpretato e contestato questa guerra con il
linguaggio del diritto.
Per la prima volta, la dimensione normativa del diritto e' entrata nel senso
comune e la legge arbitraria del piu' forte e' stata avvertita come
violazione della legalita' internazionale, rivelatasi a sua volta effettiva
come non mai. L'effettivita' del diritto, infatti, non consiste tanto nel
fatto che esso non sia mai violato, cio' che e' inverosimile dato il suo
carattere normativo, e neppure nel fatto che alle sue violazioni segua
sempre una sanzione. Essa risiede ancor prima, e soprattutto, nel fatto che
le sue violazioni siano percepite come tali: in breve, nel senso comune,
radicato e generalizzato, del carattere vincolante delle norme e
dell'illiceita' della loro trasgressione. Che e' precisamente quel che e'
avvenuto, per il divieto della guerra, in una misura che non ha precedenti
nella storia.
Io credo che la superpotenza americana per prima - i suoi esponenti politici
e la sua opinione pubblica - dovrebbe riflettere seriamente sul crollo del
suo prestigio e della sua credibilita' seguito a questa guerra. Con questa
iniziativa unilaterale gli Stati Uniti hanno dissipato l'egemonia indiscussa
di cui godevano all'indomani della caduta del muro di Berlino e l'enorme
patrimonio di solidarieta' che avevano accumulato dopo l'11 settembre. Per
questo e' ridicola l'accusa di antiamericanismo nei confronti di chi critica
questa politica: e' come accusare di anti-italianismo chi e' contro il
governo Berlusconi. Si potrebbe dire, al contrario, che dal punto di vista
degli interessi, anche di potenza, degli Stati Uniti, "anti-americana" e'
precisamente questa militarizzazione della politica. Gli Stati Uniti, se i
loro governanti fossero stati all'altezza della sfida gorbacioviana del
disarmo progressivo e generalizzato e della rifondazione dell'Onu sul
modello dello stato di diritto, avrebbero potuto esercitare sul mondo, dopo
la fine della guerra fredda, una sicura egemonia, sulla base della loro
riconosciuta superiorita' non solo militare ma soprattutto politica,
economica, tecnologica e culturale. Hanno invece dissolto, con la politica
delle armi, il generale consenso di cui godevano nelle relazioni
internazionali. Hanno scelto di fondare il loro dominio planetario sulla
paura, anziche' sull'egemonia e sul consenso. Al di la' della vittoria
militare, fin dall'inizio scontata, questa avventura ha rappresentato, a me
pare, la piu' grave sconfitta politica subita dagli Stati Uniti nella loro
storia.
*
Due ipotesi sul futuro dell'Onu. Il progetto americano
Tutto questo non vuol dire affatto che il progetto di una rifondazione
dell'ordine internazionale sul dominio degli Stati Uniti e sull'uso della
guerra come strumento di governo planetario non abbia altissime probabilita'
di riuscita. Possiamo al contrario essere certi che se l'attuale
amministrazione Bush, come e' probabile, sara' confermata al potere nelle
prossime elezioni, quel progetto, nonostante le velleita' e le illusioni di
Tony Blair, sara' perseguito a qualunque costo. Si parla gia' di una replica
della guerra contro la Siria e contro l'Iran, e poi contro altri paesi volta
a volta qualificati dal nuovo sovrano "Stati canaglia". Questa guerra, del
resto, non e' stata uno strappo contingente del diritto internazionale, ma
una scelta strategica: il primo passo di una guerra che si vuole "infinita"
o comunque destinata a finire solo con il trionfo incontrastato in tutto il
mondo del modello imperiale americano.
E' altrettanto certo, tuttavia, che questo progetto sta facendo paura a
tutto il mondo. Giacche' e' il progetto di una escalation della guerra e del
terrore all'insegna della destabilizzazione permanente e di un imperialismo
apertamente dichiarato. Per questo l'attuale isolamento degli Stati Uniti,
la pur parziale autonomia dell'Europa, la spaccatura dell'Occidente e,
soprattutto, la rivolta delle opinioni pubbliche di quasi tutti i paesi
occidentali rendono oggi possibile un'alternativa basata sul rilancio
dell'Onu e del diritto internazionale: se non altro, per i terribili costi
dei quali il mondo sembra sempre piu' consapevole, che il progetto americano
comporterebbe e che, va aggiunto, peserebbero non solo su tutto il pianeta
ma anche sugli stessi Stati Uniti.
Sono queste le due opposte, possibili ipotesi, conseguenti alle due
interpretazioni della guerra contro l'Iraq e del ruolo in essa svolto
dall'Onu e da una parte dell'Europa, che oggi si prospettano circa il futuro
delle relazioni internazionali.
La prima ipotesi punta a uno smantellamento dell'Onu, di cui non a caso si
diagnostica la crisi e il superamento - cosi' come, in Italia, si
diagnostica il superamento dell'art. 11 della nostra Costituzione - nella
prospettiva di una rifondazione dell'ordine mondiale sul dominio
statunitense e sulla guerra perpetua come strumento di soluzione delle
controversie internazionali.
Non e' difficile prevedere gli effetti che dovremo attenderci da una simile,
dissennata militarizzazione della politica internazionale.
Il primo effetto sara' una crescita esponenziale dell'instabilita' politica
nei paesi occupati, della minaccia terroristica, della corsa al riarmo -
dalla Russia all'Europa, dalla Corea all'Iran - e percio' dell'insicurezza
di tutti, inclusi gli Stati Uniti. Ma sara' anche un aumento in tutto il
mondo dell'odio nei confronti dell'Occidente e il crollo dei suoi cosiddetti
"valori", dei quali risultera' esplicitato il sottofondo razzista: la
copertura ideologica da essi offerta alla guerra, presentata come loro mezzo
di esportazione e diretta in realta' a difendere lo spaventoso divario di
ricchezza e di tenore di vita tra i nostri paradisi democratici e il resto
del mondo; la prospettiva, in breve, di un ordine mondiale fondato sulla
disuguaglianza, sullo sfruttamento, sull'esclusione, sulla forza, sul
terrore ed anche sull'inganno. Il terrorismo avrebbe vinto davvero. Di piu',
sarebbe il solo vincitore di questa sconsiderata guerra infinita, a sua
volta apertamente terroristica, che comprometterebbe non solo la pace ma
anche la sicurezza di tutti.
Il secondo effetto, del quale esistono gia' innumerevoli segni allarmanti,
e' la crisi della democrazia all'interno dei nostri paesi. Si pensi al clima
di paura, di emergenza, di patriottismo guerresco, di intimidazione e di
intolleranza per il dissenso che sta inquinando l'opinione pubblica
americana. Si pensi alla disinformazione nel paese della liberta' di stampa:
abbiamo tutti letto che la grande maggioranza dei cittadini statunitensi e'
convinta che l'attentato dell'11 settembre fu organizzato da Saddam Hussein,
che gli attentatori suicidi erano tutti iracheni e che Saddam stesse
preparando nuovi attentati contro gli Usa. Ma si pensi, soprattutto, alle
vergognose "leggi patriottiche" del 16 e del 26 ottobre 2001, che
autorizzano il presidente americano a dichiarare "terroristico", a suo
sovrano giudizio, qualunque soggetto o associazione nazionale o straniera,
aboliscono l'habeas corpus e istituiscono tribunali speciali e processi
sommari per i non cittadini statunitensi: "siamo tutti americani", si disse
all'indomani dell'11 settembre, ma non di fronte al diritto americano. Gli
Stati Uniti stanno d'altro canto diventando una societa' militarizzata, in
stato permanente d'assedio. E nulla garantisce contro l'involuzione interna
della loro pur solida democrazia, per effetto dell'assuefazione o peggio del
consenso di un'opinione pubblica impaurita e incattivita a qualunque
aggressione al diritto e ai diritti.
C'e' poi un terzo effetto, forse il piu' allarmante, che conseguirebbe alla
strategia americana e sul quale e' utile soffermarsi. Questa guerra
preventiva, infinita e sconfinata, globale e permanente, fatta contro la
volonta' dalla maggioranza degli Stati e di tutti i popoli del mondo,
eccettuato quello statunitense, ha posto in maniera chiara e drammatica il
problema del futuro della democrazia, ben al di la' di quanto si e' detto
sulle involuzioni autoritarie in atto negli Stati Uniti e in molti altri
paesi dell'Occidente. Tocchiamo qui una questione di fondo, che riguarda i
presupposti stessi della democrazia nell'eta' della globalizzazione. La
globalizzazione consiste precisamente in quell'assenza di regole e di limiti
giuridici ai grandi poteri transnazionali, politici ed economici, della
quale la guerra e' la manifestazione piu' terribile. Essa ha fatto saltare,
insieme alla sovranita' degli Stati e al monopolio statale della produzione
giuridica, il rapporto tra sistemi politici e popoli, tra pubblici poteri e
base sociale su cui si sono modellati cosi' la democrazia rappresentativa
che lo Stato di diritto.
Nell'eta' della globalizzazione, infatti, il futuro di ciascun paese, con la
sola eccezione degli Stati Uniti, dipende sempre meno da decisioni prese al
suo interno dai suoi governanti e sempre piu', soprattutto se si tratta di
paesi poveri, da decisioni esterne, assunte in sedi politiche sovranazionali
o da poteri economici globali. E' percio' venuto meno il nesso
democrazia/popolo e poteri/Stato di diritto, tradizionalmente mediato dalla
rappresentanza politica e dal primato della legge che dalla politica e'
prodotta. In un mondo di sovranita' disuguali e di crescente interdipendenza
non e' piu' vero che le decisioni rilevanti spettino a poteri direttamente o
indirettamente democratici; che le procedure democratiche garantiscano la
coincidenza dei governanti con i rappresentanti; che l'elezione di un
presidente o di un parlamento da parte di un popolo sia irrilevante per il
futuro di altri popoli. Sicuramente, l'elezione di un presidente degli Stati
Uniti bellicista ha effetti decisivi sul futuro della pace per tutti gli
abitanti del pianeta.
Tutto questo - la crisi del nesso Stato/democrazia e Stato/Stato di
diritto - era chiaro ben prima della guerra contro l'Iraq. Ma di tutto
questo la guerra ha esplicitato la terribile e minacciosa portata. Giacche'
la sua accettazione equivale alla restaurazione del diritto di guerra in
capo ad un unico sovrano cui tutti noi siamo sottoposti: un sovrano
"assoluto", nel senso letterale di legibus solutus, quale mai e' esistito
neppure nell'eta' dell'assolutismo, dato che il suo potere si propone come
universale e globale e la guerra, rimessa dalla Costituzione del suo paese
alla sua decisione, non e' la vecchia guerra tra piccoli eserciti, ma la
guerra odierna, illimitatamente distruttiva oltre che perpetua e planetaria.
Cio' che il progetto strategico americano sta prospettando - oltre a una
stagione di disordine infinito in un mondo popolato di ordigni nucleari, e
al di la' delle involuzioni illiberali dei nostri sistemi politici - e' il
collasso del paradigma stesso della democrazia costituzionale, fondata sulla
rappresentanza politica e sulla soggezione alla legge di tutti i poteri, e
la sua sostituzione con una sorta di stato d'eccezione internazionale
affidato al dominio militare della superpotenza americana e per essa del suo
presidente.
*
L'alternativa del diritto e la rifondazione dell'Onu
E' di fronte ai pericoli di questa regressione neoassolutistica dell'ordine
internazionale che si e' riaperto, nel mondo, lo spazio della politica e,
insieme, del diritto.
La novita' di questa guerra e' che questi pericoli, proprio perche'
apertamente dichiarati ed esibiti dal governo statunitense, sono stati
percepiti da tutto il mondo - dalla maggioranza del Consiglio di Sicurezza e
dalla grande maggioranza degli Stati, dalle pubbliche opinioni e da tutte le
Chiese - come micidiali e intollerabili.
Le tre guerre precedenti - la prima guerra del Golfo, quella per il Kosovo e
quella contro l'Afghanistan - furono anch'esse illegittime perche' in
contrasto con la Carta dell'Onu. Ma esse furono avallate sia dalla comunita'
internazionale che dalla maggioranza delle pubbliche opinioni. A differenza
della guerra in atto, esse invocarono a loro giustificazione argomenti
umanitari e para-giuridici, occultando le finalita' strategiche da cui erano
anch'esse motivate: il vizio, in questo modo, rendeva omaggio alla virtu',
formalmente pur se ipocritamente non rinnegata. Oggi, invece, la guerra
infinita e imperiale e' stata ripetutamente annunciata come strumento di
governo del mondo dal presidente Bush, che si e' curato di dissipare intorno
ad essa qualunque velo ideologico. Naturalmente non possiamo sapere se
Clinton avrebbe anch'egli scatenato questa guerra. Probabilmente non
l'avrebbe fatto, dato che il progetto della guerra contro l'Iraq appartiene
al gruppo oltranzista oggi al potere, che l'aveva proposto fin dalla
presidenza del primo Bush e poi accantonato. Ma e' certo che qualunque altra
guerra avesse fatto un presidente come Clinton sarebbe stata all'insegna
della copertura dell'Onu o quanto meno dell'Alleanza atlantica.
La rozzezza e il manicheismo religioso dell'attuale amministrazione hanno
comportato, se non altro, il vantaggio che l'operazione di normalizzazione e
di rilegittimazione della guerra, per la spaventosa arroganza con cui e'
stata perseguita, non e' riuscita. L'unilateralismo americano e' stato
rifiutato, in tutto il mondo, dai governi della maggioranza degli Stati e
dalla mobilitazione della maggioranza delle pubbliche opinioni. E il
super-potere degli Stati Uniti ha per la prima volta mostrato un difetto:
quello di non essere ne' accettato, ne' riconosciuto.
E' difficile dire quanto peso in questo non riconoscimento abbiano le
ragioni del diritto calpestate dai metodi di governo del mondo esibiti da
questo super-potere, quanto gli interessi politici ed economici degli altri
Stati, piccoli e grandi, e quanto l'obiezione di coscienza delle grandi
manifestazioni pacifiste. E' pero' certo che questi tre fattori convergono,
essendo l'uno funzionale all'altro: giacche' il diritto e i diritti sono al
tempo stesso l'unica tecnica di limitazione dei super-poteri, altrimenti
assoluti, nonche' di garanzia di una convivenza pacifica informata
all'uguaglianza e all'interesse di tutti.
E' quindi possibile che di fronte ai pericoli prefigurati da questa guerra
torni a prevalere la ragione: che si riconosca finalmente che non solo la
pace e la sicurezza ma anche la democrazia sono minacciate dall'assenza di
una sfera pubblica internazionale all'altezza dei nuovi poteri
transnazionali, siano essi economici o politici o militari.
Si riapre, in altre parole, lo spazio di una politica che punti non solo
alla difesa dell'Onu, ma anche al completamento del suo ordinamento nella
prospettiva di uno stato di diritto internazionale: innanzitutto la
democratizzazione del Consiglio di sicurezza; in secondo luogo la
funzionalizzazione delle attuali istituzioni di governo dell'economia - il
Wto, il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e la fitta rete
dei poteri economici transnazionali - allo sviluppo dei paesi poveri e alla
tutela dei diritti economici e sociali; in terzo luogo la creazione di
adeguate funzioni e istituzioni di garanzia della pace e dei diritti
fondamentali, a cominciare dal disarmo progressivo e dalla messa al bando
della produzione e del commercio di armi; infine la formulazione di una
definizione adeguata del "crimine di aggressione", previsto dall'art. 5
lett. d dello statuto della Corte penale internazionale ma non ancora
elaborata anche a causa dell'opposizione degli Stati Uniti.
Perche' si realizzi una simile prospettiva sono pero' necessarie molte
condizioni.
La prima e' che continui la mobilitazione pacifista: perche' questa guerra
sia ricordata e condannata come un crimine e perche' su di essa non sia
possibile rifondare l'ordine internazionale, che sarebbe poi il massimo
disordine. A questo scopo e' essenziale che la ferita inferta con questa
guerra al diritto e alla convivenza civile non sia in alcun modo risanata:
che essa continui a pesare come un crimine nella memoria e nella coscienza
di tutti; che ovviamente si ricomponga la funzionalita' dell'Onu, ma senza
dimenticare cio' che e' accaduto. Sono solo le mobilitazioni pacifiste,
d'altro canto, che possono salvare la credibilita' di una parte almeno
dell'Occidente, impedendone l'equazione con la guerra anziche' con la pace e
con la democrazia, e insieme scongiurare lo scontro di civilta' e la guerra
di religione cui la politica americana ci condurrebbe.
La seconda condizione e' percio' la costruzione di un'Unione europea non
subalterna politicamente e culturalmente agli Stati Uniti. A questo scopo
non serve un'Europa come potenza militare, simmetrica e concorrente sul
terreno delle armi con gli Stati Uniti, quasi un ritorno a un nuovo
bipolarismo armato. Serve al contrario un'Europa in grado di rivendicare un
primato civile grazie precisamente al ripudio della guerra e alla difesa del
diritto e dei diritti; capace di rifuggire dalle tentazioni imperialistiche,
essendo vaccinata dai fallimenti dei suoi tanti imperi, antichi e recenti,
creati dai suoi diversi Stati nella sua lunga storia; idonea a proporsi come
modello di democrazia costituzionale alternativo al modello liberista e
imperiale americano perche' fondato sulla garanzia dei diritti sociali oltre
che della pace. Di qui l'enorme importanza dei tempi del processo di
integrazione dell'Europa e della qualita', allo stato attuale purtroppo
deludente, dei principi, dei diritti e delle garanzie che saranno
incorporate nella Costituzione europea in via di elaborazione.
La terza condizione e' che si sviluppi il dissenso nell'opinione pubblica
statunitense nei confronti dell'attuale amministrazione. Sicuramente il
progetto imperiale da questa perseguito non e' stato inventato da Bush, ma
affonda le sue radici in buona parte della politica estera americana.
Tuttavia, l'enorme consenso e la grande popolarita' di cui gode attualmente
il presidente americano sono dovuti soprattutto a due fattori. Il primo e'
la paura, alimentata dalla campagna presidenziale e dalla disinformazione:
ho gia' ricordato l'altissima percentuale di statunitensi convinti di essere
stati aggrediti, l'11 settembre, dall'Iraq di Saddam Hussein. Il secondo e'
il rapporto malsano noi/loro, Stati Uniti/ resto del mondo, sul quale si
basano le forme piu' accese di patriottismo istituzionale, generate a loro
volta dalla sostanziale non conoscenza del mondo esterno, avvertito, quando
non ignorato, come virtualmente ostile. Sono due fattori che possono essere
contrastati solo dalla mobilitazione del dissenso manifestatosi in questi
mesi e dalla crescita della consapevolezza circa la posta in gioco:
l'identita' democratica degli Stati Uniti e i loro stessi interessi di lungo
periodo. Per questo vanno respinte, come insensate e inammissibili nel
dibattito pubblico, le opzioni o le accuse di "filo-americanismo" o di
"anti-americanismo": formule e trappole ideologiche, che offrono degli Stati
Uniti un'immagine indifferenziata, in tutti i casi sbagliata, che puo' solo
giovare alla loro attuale politica di aggressione.
Naturalmente non ha senso fare previsioni e neppure dividersi tra ottimisti
e pessimisti. La sola cosa che sembra certa e' che oggi piu' che mai il
futuro dell'ordine internazionale resta largamente indeterminato. Grazie
alle grandi mobilitazioni pacifiste, l'esito del confronto tra la politica
americana della forza e una politica di pace rivolta al rafforzamento delle
Nazioni Unite e delle garanzie dei diritti umani non e' affatto scontato.

3. RIFLESSIONE. LUIGI FERRAJOLI: LA COSTITUZIONE STRAVOLTA (FEBBRAIO 2005)
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 24 febbraio 2005 riprendiamo questo
intervento]

E' cominciata silenziosamente in senato la discussione sul progetto
governativo di revisione costituzionale gia' approvato dalla camera in una
prima lettura nello scorso ottobre [2004 - ndr]. Si tratta chiaramente, per
le sue dimensioni e per lo stravolgimento progettato, di una nuova
costituzione, promossa da una coalizione di forze - Alleanza nazionale,
Forza Italia e Lega nord - nessuna delle quali ha partecipato alla
formazione della Costituzione attuale.
Il senso politico dell'operazione e' chiaro. Cio' che si vuole realizzare e'
una completa rottura della continuita' costituzionale al fine di rifondare
la Repubblica sulle forze che alla Costituzione del '48 e alla sua origine
antifascista furono estranee od ostili. Proprio perche' non si riconosce
nella Costituzione vigente, questa nuova destra, oggi maggioritaria in
parlamento ma non nel paese, pretende di archiviarla, di varare una sua
costituzione a sua immagine e somiglianza, di rompere il vecchio patto di
convivenza che non a caso Berlusconi ha squalificato come "sovietico".
Di qui una prima domanda: e' legittima, sul piano delle forme e del metodo,
una simile riforma, non consistente in una semplice "revisione"
costituzionale ma nella confezione di una costituzione del tutto diversa,
che cambia al tempo stesso la forma di stato, da nazionale a federale, e la
forma di governo da parlamentare a para-presidenziale e tendenzialmente
monocratica? La risposta e' chiaramente negativa.
La nostra Costituzione, come del resto la quasi totalita' delle costituzioni
democratiche, non ammette il varo di una nuova costituzione, neppure a opera
di un'ipotetica assemblea costituente eletta con il metodo proporzionale che
pur decidesse a larghissima maggioranza. Il solo potere ammesso dal suo
articolo 138 e' un potere di revisione, che non e' un potere costituente ma
un potere costituito, il cui esercizio puo' consistere solo in specifici
emendamenti; laddove, se diretto a dar vita a una nuova costituzione, esso
si converte in un potere costituente e sovrano, anticostituzionale ed
eversivo, in contrasto, oltre che con l'articolo 138, con il primo articolo
della Costituzione secondo cui "la sovranita' appartiene al popolo" che da
nessuno puo' esserne espropriato.
Cio' cui invece stiamo assistendo e' l'approvazione a colpi di maggioranza
di un testo che altera l'intero assetto istituzionale, modificando
competenze e regole di formazione e funzionamento di tutti gli organi
costituzionali: del parlamento e del governo, del presidente della
Repubblica e del presidente del consiglio, dello stato e delle regioni. Il
precedente della sconsiderata riforma del titolo V varata dall'Ulivo e'
invocato a sproposito: benche' gravemente colpevole, quella riforma fu pur
sempre una revisione settoriale della Costituzione che per di piu'
riprodusse, nella sostanza, una modifica che era stata approvata qualche
anno prima dai due schieramenti nella bicamerale. L'attuale disegno riscrive
invece ben 43 articoli della seconda parte, con gli inevitabili riflessi
sulla prima. E' la vecchia idea che Gianfranco Miglio espresse brutalmente
dieci anni fa, dopo la prima vittoria elettorale delle destre: la
costituzione non e' un accordo tra tutti sulle regole del gioco ma e' un
"patto che i vincitori impongono ai vinti".
*
Ma questa nuova costituzione e' illegittima non solo sul piano del metodo,
ma anche su quello dei contenuti, che come stabili' una storica sentenza
della Corte costituzionale del 1988 non possono derogare ai "principi
supremi" della Costituzione.
Non mi soffermo sulla cosiddetta "devolution", che assegnando in maniera
esclusiva alle regioni scuola, sanita' e funzioni di polizia, rompe l'unita'
della Repubblica che si basa sull'uguaglianza dei cittadini nei diritti
fondamentali, quali sono in particolare i diritti sociali alla salute e
all'istruzione.
Neppure mi soffermo sull'incredibile complicazione, quasi un sabotaggio
della funzione legislativa, divisa tra ben quattro tipi di fonti - leggi
della camera, leggi del senato, leggi bicamerali, leggi del senato con
"modifiche essenziali" su iniziativa del governo e, in piu', commissioni e
comitati paritetici per decidere chi deve legiferare e mediare i conflitti -
con l'inevitabile caos istituzionale, le incertezze e gli infiniti
contenziosi che proverranno da una ripartizione inevitabilmente astratta e
generica delle quattro competenze.
L'aspetto piu' grave di questa riforma, senza confronti ne' precedenti in
nessun sistema democratico, consiste nella demolizione del principio della
rappresentanza politica, che e' indubbiamente un "principio supremo"
sottratto al potere di revisione. Viene anzitutto capovolto il rapporto di
fiducia tra parlamento e governo: non sara' piu' il primo ministro,
legittimato direttamente dal voto popolare, che dovra' avere la fiducia del
parlamento, ma sara' il parlamento che dovra' avere la fiducia del primo
ministro, il quale potra' scioglierlo in forza di un potere affidato non
piu' al presidente della Repubblica ma alla sua "esclusiva responsabilita'".
E' prevista soltanto la mozione di sfiducia, votata dalla camera per appello
nominale, approvata dalla maggioranza assoluta dei suoi componenti e seguita
dal suo scioglimento, salvo che sia accompagnata dalla "designazione di un
nuovo primo ministro da parte dei deputati appartenenti alla maggioranza
espressa dalle elezioni, in numero non inferiore alla maggioranza dei
componenti della camera". Non solo: "il primo ministro si dimette altresi'
qualora la mozione di sfiducia sia stata respinta con il voto determinante
dei deputati non appartenenti alla maggioranza espressa dalle elezioni".
Io credo che queste norme cosiddette "anti-ribaltone" siano il vero cuore
della riforma: il segno inequivoco della svolta che si intende realizzare.
Grazie ad esse saranno impossibili le crisi di governo parlamentari.
Maggioranza e minoranza vengono blindate, sicche' solo i parlamentari della
maggioranza avranno un potere di iniziativa politica e di
responsabilizzazione dell'esecutivo, mentre i parlamentari della minoranza
non conteranno nulla. E' la fine della rappresentanza "senza vincolo di
mandato", sancito quale principio basilare della democrazia politica
dall'art.67, essendo ciascun parlamentare vincolato alla coalizione di
appartenenza.
Non si tratta di una semplice "riforma". Con questa rigida separazione tra
maggioranza e minoranza il parlamento viene di fatto emarginato. Gia' con il
sistema maggioritario e' stata abolita l'uguaglianza nel voto dei cittadini.
Il nuovo sistema abolisce ora anche l'uguaglianza del voto dei parlamentari
ed estromette di fatto l'opposizione da ogni funzione di controllo e di
mediazione politica. Non solo. Esso vanifica anche la rappresentativita' e
la responsabilita' politica dei parlamentari della maggioranza, i quali
risulteranno vincolati da un rapporto di mandato imperativo, non gia' dal
basso ma dall'alto, nei confronti del primo ministro. Queste norme sono
infatti dirette non solo a neutralizzare l'opposizione ma soprattutto a
disciplinare, a ricattare e di fatto a neutralizzare ogni potere di
controllo della stessa maggioranza parlamentare. Ne risultera' una totale
irresponsabilita' del primo ministro di fronte al parlamento in favore di un
suo rapporto organico, diretto, con l'elettorato.
*
Si sta insomma progettando la soppressione della democrazia parlamentare e
forse della democrazia tout court. Giacche' un organo monocratico non
accompagnato da un parlamento indipendente non puo' per sua natura, come
insegnava Hans Kelsen settant'anni fa, rappresentare tutto il popolo, che
non e' un'entita' omogenea ma una pluralita' di soggetti e di interessi
attraversata da conflitti politici e di classe. La democrazia, aggiungeva
Kelsen, "e' un regime senza capi". E l'idea di un rapporto organico tra un
capo e il popolo intero e' un'idea organicistica e populista che contraddice
la nozione stessa della democrazia, non diciamo costituzionale ma
semplicemente "rappresentativa".
Per questo sarebbe essenziale - prima che lo scempio si compia, prima della
seconda lettura del progetto da parte del parlamento - un messaggio motivato
del presidente della Repubblica che quanto meno ricordi alle camere i limiti
del potere di revisione, il fatto che la Costituzione e' un patrimonio di
tutti e l'inviolabilita' dei principi supremi tra i quali rientrano
indubbiamente la rappresentanza politica senza vincolo di mandato e il ruolo
di iniziativa, di controllo e mediazione di un libero parlamento. Se c'e' un
caso in cui l'esercizio del ruolo di garante della Costituzione del
presidente della Repubblica e' doveroso, esso e' proprio questo; tanto piu'
che per le leggi di revisione costituzionale ben difficilmente il presidente
potrebbe ricorrere al potere di rinvio previsto dall'art. 74 prima della
promulgazione, la quale fa seguito al referendum confermativo.
Ma ancor piu' essenziale e' l'informazione dell'opinione pubblica e la sua
mobilitazione intorno al pericolo incombente. Temo che alla base
dell'inerzia dell'opposizione ci sia una scarsa consapevolezza intorno alla
gravita' della posta in gioco e, insieme, il solito timore di "demonizzare"
un avversario che si rivela ogni volta peggiore e, oltre tutto, accusa
quotidianamente la sinistra di preparare al paese terrore, miseria e morte.
E' invece necessario drammatizzare la questione costituzionale proponendola,
semplicemente, come emergenza democratica: come la scelta, cui saremo
chiamati con il referendum costituzionale tra l'istituzione di un regime e
la sopravvivenza della democrazia. Solo cosi', del resto, il referendum
potra' essere vinto: solo se diventera' una grande battaglia di principio,
non inquinata da proposte di compromesso, consapevole della posta in gioco e
dei guasti gia' prodotti dall'avventura berlusconiana, capace di rifondare,
nel senso comune, il valore della Costituzione repubblicana quale fondamento
della nostra democrazia.

4. RIFLESSIONE. LUIGI FERRAJOLI: COSTITUZIONE E DEMOCRAZIA (DICEMBRE 2005)
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 20 dicembre 2005]

Le carte costituzionali sono sempre le carte d'identita' degli ordinamenti
da esse costituiti e disegnati. Cio' vale per la Costituzione italiana del
1948, come per tutte le altre costituzioni, le quali sono di solito, se
degne del loro nome, patti di convivenza generati dall'accordo di tutte le
forze politiche rappresentative delle societa' cui sono destinate.
La legge di revisione costituzionale recentemente approvata dalla
maggioranza berlusconiana e' invece la carta d'identita' della destra, che
riflette la concezione e soprattutto la pratica della democrazia che e'
propria di questa destra e che questa destra - proprio perche' composta da
forze estranee o ostili al patto costituzionale del 1948 - intende imporre
come nuova carta d'identita' della Repubblica. Questa legge, d'altro canto,
equivale a una rottura non soltanto della continuita' costituzionale, ma del
paradigma stesso del costituzionalismo democratico: in breve, a una
sostanziale decostituzionalizzazione della nostra democrazia e alla
costituzionalizzazione di tutti i principali elementi di crisi - primo tra
tutti la personalizzazione del sistema politico e la concentrazione dei
poteri nelle mani del presidente del consiglio - introdotti dal
berlusconismo nella costituzione materiale della Repubblica. E' questo
l'aspetto piu' grave e allarmante dello scempio realizzato: la
trasformazione in costituzione formale di una concezione e di una pratica
anti-parlamentare e extra-costituzionale della democrazia largamente
penetrata nel senso comune, anche di sinistra, e gia' tradottasi in
un'alterazione del nostro assetto costituzionale. Ne e' prova il fatto che
in tutto il ceto politico, nella stampa e nella televisione, la riforma e'
stata identificata semplicemente con la cosiddetta devolution: come se
l'alterazione piu' importante, anzi la sola cosa veramente importante da
essa introdotta, fosse la parte, pur gravissima, dedicata al federalismo e
non quella, di gran lunga piu' devastante ma enormemente sottovalutata, che
riguarda l'assetto istituzionale del sistema politico.
E' dunque lo stravolgimento degli equilibri democratici introdotto da questa
riforma che deve essere innanzitutto denunciato nel corso della prossima
campagna referendaria. Mi limitero' a illustrare due manomissioni:
l'incredibile complicazione della funzione legislativa e la demolizione del
principio della rappresentanza politica.
*
Grazie alla prima manomissione, la funzione legislativa del Parlamento e'
destinata alla paralisi. L'attuale art. 70 - che si compone di una sola
riga: "La funzione legislativa e' esercitata collettivamente dalle due
Camere" - viene sostituito da un lunghissimo articolo che sembra il frutto
di una mente malata. Il nuovo testo introduce infatti ben quattro tipi di
fonti:
1. leggi di competenza della sola Camera cui il Senato puo' proporre
modifiche su cui la Camera decide in via definitiva;
2. leggi di competenza del solo Senato cui la Camera puo' proporre modifiche
su cui il Senato decide in via definitiva;
3. leggi di competenza congiunta di entrambe le Camere;
4. leggi di competenza del Senato sulle quali il governo, ove ne ricorrano
taluni presupposti, puo' proporre modifiche essenziali.
E' difficile capire se ci troviamo di fronte a una prova di dissennatezza
istituzionale oppure a un consapevole sabotaggio della funzione legislativa,
destinato a lasciare spazio illimitato alla decretazione d'urgenza del
governo. Possiamo infatti immaginare il caos istituzionale che proverra' da
una divisione delle competenze tra questi quattro tipi di fonti, a causa
delle incertezze e degli infiniti contenziosi che saranno generati da una
ripartizione inevitabilmente generica e astratta delle quattro classi di
materie ad essi attribuite. Per risolvere gli inevitabili conflitti che ne
nasceranno sono stati architettati una Commissione e un Comitato paritetici,
l'una di 60 e l'altra di 8 parlamentari - di fatto due nuove Camere -
competenti l'una a proporre un "testo unificato" in caso di disaccordo tra
Camera e Senato nelle leggi di competenza congiunta, l'altro a decidere su
quale delle quattro fonti e' chiamata a decidere. Ma non e' stato stabilito
che cosa accadra' se il testo elaborato dalla Commissione sulle materie di
competenza congiunta non sara' approvato da entrambe le Assemblee, o se non
sara' raggiunto l'accordo all'interno del Comitato. Ne' si e' previsto cosa
accadra' in caso di conflitto tra conflitti destinati ad essere risolti in
sedi diverse: l'uno tra Stato e Regione, sulle loro rispettive competenze,
affidato, in base all'art.134, al giudizio della Corte costituzionale;
l'altro tra Camera e Senato federale sulle medesime materie, destinato ad
essere risolto dai presidenti delle due Camere o dal Comitato da essi
istituito.
*
Ancor piu' grave e' la seconda manomissione, consistente in un duplice
svuotamento del principio della rappresentanza politica.
Viene innanzitutto soppresso, dal nuovo testo, il voto di fiducia delle
Camere nei confronti del Primo ministro, la cui legittimazione e' rimessa
direttamente al voto popolare. Si prevede solo che sia lo stesso Primo
ministro che, per disciplinare la propria maggioranza, possa "porre la
questione di fiducia e chiedere che la Camera dei deputati si esprima, con
priorita' su ogni altra proposta, con voto conforme alle proposte del
Governo", ovviamente "per appello nominale". Sara' al contrario il Primo
ministro che potra' chiedere lo scioglimento delle Camere assumendone
"l'esclusiva responsabilita'". E' cosi' che il rapporto di fiducia tra
Parlamento e Governo si capovolge. Non sara' piu' il Governo che dovra'
avere la fiducia del Parlamento, ma sara' il Parlamento che dovra' avere la
fiducia del Primo ministro.
Viene in secondo luogo modificato lo statuto del parlamentare, trasformato
in un mandatario passivo della coalizione nella quale e' stato eletto e per
essa del suo capo. "La mozione di sfiducia", dice il nuovo art. 94, deve
essere sempre "votata per appello nominale e approvata dalla maggioranza
assoluta dei componenti" della Camera; nel qual caso comporta, oltre alle
dimissioni del Primo ministro, lo scioglimento della Camera medesima. Solo
la cosiddetta sfiducia costruttiva, cioe' accompagnata dalla designazione di
un nuovo Primo ministro, consente la prosecuzione della legislatura.
Tuttavia tale designazione deve essere operata "da parte dei deputati
appartenenti alla maggioranza espressa dalle elezioni in numero non
inferiore alla maggioranza dei componenti della Camera". Non solo. In forza
di un'altra norma anti-ribaltone, "il Primo ministro si dimette altresi'
qualora la mozione di sfiducia sia stata respinta con il voto determinante
dei deputati non appartenenti alla maggioranza espressa dalle elezioni".
Non sara' insomma piu' possibile cambiare in Parlamento la maggioranza di
governo. Maggioranza e minoranza vengono blindate, sicche' solo i
parlamentari della maggioranza avranno - non gia' singolarmente, ma nel loro
insieme - un potere di iniziativa politica e di responsabilizzazione
dell'esecutivo, mentre i parlamentari della minoranza non conteranno nulla.
E' la fine della rappresentanza politica senza vincolo di mandato, essendo
ciascun parlamentare vincolato alla coalizione di appartenenza. Ed e' la
violazione vistosa del principio basilare della democrazia politica, sancito
dall'art. 67, secondo il quale "ogni membro del Parlamento rappresenta la
Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato". Ne risulta
infatti un mandato imperativo dall'alto che vanifica il ruolo di controllo
dell'intero Parlamento. Il suo effetto sara' quello non solo di emarginare
l'opposizione, ma anche di disciplinare, ricattare e neutralizzare - come
del resto e' di fatto accaduto in questa legislatura - ogni potere di
controllo della stessa maggioranza parlamentare.
*
E' intorno a questo scempio che oggi occorre informare e mobilitare
l'opinione pubblica nel corso della prossima campagna referendaria. Ma e'
chiaro che, per essere vinto, il referendum deve divenire una grande
battaglia civile di rifondazione della democrazia costituzionale, non
inquinata da proposte di compromesso del tipo "no a questa riforma" ma ad
altre, nuove proposte di "aggiornamento". E questo potra' avvenire tanto
quanto saranno soddisfatte due condizioni.
La prima e' che il referendum venga promosso, nei tre mesi che ci separano
dalla pubblicazione della legge di revisione sulla Gazzetta ufficiale, da un
fronte di forze ben piu' largo di quello richiesto dall'art. 138 della
Costituzione e gia' rappresentativo della maggioranza degli elettori: non
dunque soltanto da un quinto dei membri di una Camera, ma da tutti i
parlamentari dell'opposizione piu' quelli che nella maggioranza hanno
manifestato dubbi e contrarieta'; non soltanto da cinque Consigli regionali,
ma da tutti i Consigli regionali nei quali il centrosinistra e' maggioranza,
e percio' dalla maggioranza delle Regioni; non soltanto da 500.000 elettori,
ma da milioni di cittadini, utilizzando magari per la raccolta delle firme
le votazioni primarie finora programmate o da programmare in vista delle
prossime elezioni.
La seconda condizione e' che il referendum si svolga all'insegna
dell'emergenza democratica, oltre che costituzionale, e divenga un'occasione
per una riflessione critica e autocritica sulla gravita' della posta in
gioco, sui guasti prodotti da oltre un decennio di logoramento
costituzionale e sul nesso indissolubile che lega costituzione e democrazia.
Sotto questo aspetto la campagna per le elezioni politiche e quella
referendaria potranno avvantaggiarsi l'una dell'altra, avendo un tema
centrale comune: la sconfitta culturale, oltre che politica, del progetto
berlusconiano e della concezione della democrazia che e' alle sue spalle e,
insieme, la rifondazione, nello spirito pubblico, del carattere antifascista
e garantista della Costituzione repubblicana e del suo valore normativo di
programma politico e sociale, ancora in gran parte da attuare, e di
fondamento e presidio della nostra democrazia.

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 59 del 5 febbraio 2006

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