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La nonviolenza e' in cammino. 1131
- Subject: La nonviolenza e' in cammino. 1131
- From: "Centro di ricerca per la pace" <nbawac at tin.it>
- Date: Thu, 1 Dec 2005 06:43:57 +0100
LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it Numero 1131 del primo dicembre 2005 Sommario di questo numero: 1. "Azione nonviolenta" di dicembre 2. Alberto L'Abate: Proposte per il servizio civile 3. Marina Forti intervista Fatemeh Motamed Aria 4. Marina Forti intervista Nezam Manouchehri 5. Marina Forti intervista Mohsen Makhmalbaf 6. Maura Gualco intervista Rigoberta Menchu' 7. Domenico Barberio presenta "Abitavamo vicino alla stazione" di Paolo Cinanni 8. La "Carta" del Movimento Nonviolento 9. Per saperne di piu' 1. STRUMENTI. "AZIONE NONVIOLENTA" DI DICEMBRE [Dalla redazione di "Azione nonviolenta" (per contatti: an at nonviolenti.org) riceviamo e diffondiamo] E' uscito il numero di dicembre 2005 di "Azione nonviolenta", rivista del Movimento Nonviolento fondata da Aldo Capitini nel 1964; mensile di formazione, informazione e dibattito sulle tematiche della nonviolenza in Italia e nel mondo. In questo numero: - L'alta velocita' si ferma davanti alla forza della Valle, Mao Valpiana intervista Alberto Perino; - Le possibili alternative sostenibili all'alta velocita' in Val di Susa, di Nanni Salio) - Breve storia di un'opera che non s'ha da fare; - Luoghi comuni su un luogo non comune; - Contro la militarizzazione del nostro territorio, per rispettare la volonta' popolare e l'ambiente, di Barbara Debernardi; - Nelle banlieues francesi non c'e' liberte', fraternite', egalite', di Christoph Baker; - Dai sobborghi parigini una rivolta senza rivendicazioni. Occorrono idee nuove per una politica della citta', di Jean Marie Peticlerc; - Le dieci caratteristiche della personalita' nonviolenta: La pazienza, di Mao Valpiana. E le consuete rubriche: - Cinema, Le leggi cambiano, la coscienza resta. La nonviolenza di Sophie. La rosa Bianca, di Enrico Peyretti; - Economia, Ode alla pedalata. Quando la tecnologia e' intelligente, di Paolo Macina; - Musica, Nobel e premi agli artisti per la pace, di Paolo Predieri; - Per esempio, Le campagne di Jagori per i diritti delle donne, di Maria G. Di Rienzo; - Lilliput, Aiuto! Anche l'opposizione vuole piu' spese militari, a cura di Massimiliano Pilati; - Movimento, Non uccidere gli animali fa crescere la pace nel mondo, di Carmen Somaschi. In copertina: Il presepio, di Mauro Biani. In ultima: Il 2006 con "Azione nonviolenta". * Per abbonarsi ad "Azione nonviolenta" inviare 29 euro sul ccp n. 10250363 intestato ad "Azione nonviolenta", via Spagna 8, 37123 Verona. E' possibile chiedere una copia omaggio, inviando una e-mail a: an at nonviolenti.org scrivendo nell'oggetto "copia di 'Azione nonviolenta'". per informazioni e contatti: redazione, direzione, amministrazione: via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803 (da lunedi' a venerdi': ore 9-13 e 15-19), fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito: www.nonviolenti.org 2. PROPOSTE. ALBERTO L'ABATE: PROPOSTE PER IL SERVIZIO CIVILE [Da varie persone amiche riceviamo e volentieri diffondiamo questo documento della segreteria dell'Ipri e della Rete italiana Corpi civili di pace. L'Ipri e' l'Italian peace research institute con sede a Torino presso il Centro studi "Sereno Regis" (per contatti: info at cssr-pas.org). Alla Rete italiana Corpi civili di pace aderiscono: Associazione per la Pace, Alon (Associazione locale obiezione e nonviolenza) di Forli', Berretti Bianchi Onlus, Casa pace di Milano, Centro studi difesa civile, Centro studi "Sereno Regis" di Torino, Gavci (Gruppo autonomo volontariato civile in Italia), Lega obiettori di coscienza, Movimento internazionale della riconciliazione, Movimento Nonviolento, Operazione Colomba dell'Associazione Papa Giovanni XXIII, Casa per la pace di Pax Christi di Firenze, Peace Brigades International - Italy, Rete Lilliput - nodo di Bologna, Servizio civile internazionale, Sispa (Societa' italiana scienze psicosociali per la pace). Alberto L'Abate e' nato a Brindisi nel 1931, docente universitario, promotore del corso di laurea in "Operazioni di pace, gestione e mediazione dei conflitti" dell'Universita' di Firenze, amico di Aldo Capitini, e' impegnato nel Movimento Nonviolento, nella Peace Research, nell'attivita' di addestramento alla nonviolenza, nelle attivita' della diplomazia non ufficiale per prevenire i conflitti; ha collaborato alle iniziative di Danilo Dolci e preso parte a numerose iniziative nonviolente; come ricercatore e programmatore socio-sanitario e' stato anche un esperto dell'Onu, del Consiglio d'Europa e dell'Organizzazione Mondiale della Sanita'; ha promosso e condotto l'esperienza dell'ambasciata di pace a Pristina, ed e' impegnato nella "Campagna Kossovo per la nonviolenza e la riconciliazione". E' portavoce dei "Berretti Bianchi". Tra le opere di Alberto L'Abate: segnaliamo almeno Addestramento alla nonviolenza, Satyagraha, Torino 1985; Consenso, conflitto e mutamento sociale, Angeli, Milano 1990; Prevenire la guerra nel Kossovo, La Meridiana, Molfetta 1997; Kossovo: una guerra annunciata, La Meridiana, Molfetta 1999; Giovani e pace, Pangea, Torino 2001] La segreteria congiunta dell'Ipri e della Rete italiana dei Corpi civili di pace riunitasi a Bologna il 27 settembre 2005, presa in analisi la proposta di legge dell'on. Realacci, recentemente presentata pubblicamente a Firenze (3 settembre 2005) dallo stesso Realacci alla presenza dell'on. Rutelli, di altri parlamentari della Margherita e di importanti rappresentanti del mondo dell'associazionismo, proposta che prevede un servizio civile obbligatorio di sei mesi per tutti i giovani italiani, e che, secondo alcuni degli intervenuti al convegno suddetto, farebbe gia' parte del programma dell'on. Prodi, pur apprezzando l'intento di tale proposta, e cioe' valorizzare ed estendere il servizio civile che puo' essere un importante momento di socializzazione dei giovani e di rinforzo della solidarieta' sociale in quanto aiuto alle fasce piu' deboli della popolazione, ha approvato all'unanimita' le seguenti obiezioni di fondo al testo presentato, e le successive proposte alternative. * 1. L'Obbligatorieta' di tale servizio ci sembra del tutto improponibile. A parte infatti il palese contrasto con l'articolo 4 della Convenzione Europea sui diritti dell'uomo che vieta forme di schiavitu' e di lavoro forzato (contrasto ben illustrato dal magistrato Domenico Gallo nel suo articolo sul "Manifesto" del 21 settembre 2005), la sospensione dell'obbligo del servizio militare pone, a questo tipo di lavoro, problemi rilevanti: non si puo' infatti prevedere il servizio civile come sostitutivo di quello militare, come era in passato. Se, nella legge, si ponesse al centro di tale servizio, non tanto, e non solo, l'aiuto umanitario alle fasce piu' deboli della popolazione, ed indirettamente agli enti che organizzano tali servizi, ma anche la Difesa popolare nonviolenta, o la Difesa civile nonarmata (riconosciuta dalla legge di riforma dell'obiezione di coscienza, n. 230/1998), che invece nella proposta Realacci non viene inserita tra i settori in cui si puo' svolgere tale servizio, si potrebbe forse superare tale obiezione di formalita' in omogeneita' con il servizio militare, il cui obbligo e' "sospeso" ma non annullato, e in caso di necessita' puo' essere ripristinato; lo stesso si potrebbe fare con il servizio civile considerato, da una sentenza storica della Corte Costituzionale (n. 164/1985), come una forma di impegno rispondente al dovere di difesa della patria. In questo caso il cittadino dovrebbe poter scegliere tra il servizio militare, il cui obbligo fosse stato ripristinato, ed il servizio civile, ripristinato anche questo da un obbligo puramente potenziale che tale legge potrebbe introdurre. * 2. Una seconda obiezione riguarda il periodo di sei mesi previsto da tale proposta. Chi ha esperienza di servizio civile sa che, a meno di impiegare il giovane in lavori puramente esecutivi (che non gli servono affatto per maturare ed apprendere una professionalita', ma servono solo agli enti per risparmiare sul costo del lavoro - aumentando percio' il gia' elevato tasso di disoccupazione giovanile -, i sei mesi non sono affatto sufficienti a portare avanti un lavoro serio, se si tiene conto anche del necessario periodo di formazione. Quando il giovane ha imparato a svolgere bene i suoi compiti avrebbe finito il suo periodo di servizio. * 3. La terza obiezione riguarda il salario percepito. Mentre il salario dei militari, attraverso la loro professionalizzazione, viene notevolmente aumentato per rendere tale servizio appetibile, ai giovani di questo eventuale servizio civile obbligatorio verrebbe fatta l'elemosina di 300 euro al mese, non sufficienti ne' per mangiare ne' per un eventuale alloggio, a meno che questi servizi non vengano offerti dall'ente stesso, impegno che nel progetto non viene affatto indicato. Ma nel caso che questo fosse indicato e previsto, che interesse avrebbero gli enti a spendere soldi per preparare i giovani, come si dice nella proposta, e dar loro prospettive professionalizzanti, per un tempo cosi' ristretto e senza far fare loro lavori puramente esecutivi che permettono agli enti di risparmiare in costo del lavoro ma che contraddirebbero agli obiettivi dello stesso progetto? * Ma oltre alle obiezioni abbiamo anche delle proposte alternative: a) Il costo di realizzazione di un tale progetto e' molto elevato. Anche se la paga prevista e' misera, il numero di giovani "coscritti" (circa 800.000) e' elevato, e l'impegno economico del governo sarebbe percio' rilevante. Dato che il servizio civile volontario e' attualmente richiesto da oltre 30.000 giovani, ben superiori ai posti previsti nei progetti approvati, perche' non incentivare notevolmente i fondi a disposizione dell'Unsc (Ufficio nazionale per il servizio civile) ed estendere il numero di progetti approvati? Il servizio in tale caso resterebbe volontario, sarebbe pagato un po' di piu' di quello previsto dal progetto suddetto (415 euro al mese, magari anche elevando tale cifra , e durerebbe almeno un anno. I progetti da svolgere potrebbero essere potenziati, e ulteriormente qualificati. Ad esempio le Comunita' di pace in Colombia, comunita' che nella lotta armata tra l'esercito governativo, i paramilitari da questo coperti, e la guerriglia, hanno scelto la neutralita' e la nonviolenza, e non collaborano con nessuna di queste parti in conflitto (e per questo sono spesso soggette ad angherie, sequestri, uccisioni ed attacchi armati), richiedono con forza (vedi documento conclusivo del convegno "Colombia Vive!", Cascina, 17-18 settembre 2005) una maggiore presenza di osservatori ed operatori internazionali, che, come le Pbi - Peace brigades internazionali - stanno sul posto ed accompagnano, del tutto disarmate, i dirigenti di queste comunita' che sono a rischio di azioni violente da parte soprattutto degli squadroni della morte. La presenza e l'accompagnamento di volontari delle Pbi ha reso piu' difficili e rari questi attacchi. Ma questi volontari sono solo una trentina e possono lavorare soltanto con poche Comunita' di pace, mentre molte altre comunita' di questo tipo (oltre un centinaio) richiedono il loro aiuto. Perche' un progetto del genere, che potrebbe coinvolgere varie centinaia di giovani civilisti, non potrebbe entrare trai i progetti dell'Unsc ed essere approvato? Sarebbe un modo concreto di portare pace in un paese da anni martoriato da cruenti conflitti armati. Oppure, rispondendo alle molte richieste di ong europee, ed alle mozioni ripetutamente approvate dal Parlamento Europeo, perche' non dar vita concretamente a Corpi civili di pace nazionali, ma da integrare con quelli europei, che intervengano, disarmati ma ben preparati alla azione nonviolenta ed alla risoluzione nonviolenta dei conflitti, nel conflitto israelo-palestinese per mitigare il conflitto attuale e farlo passare dall'azione armata ad un confronto civile nonviolento? Ed anche, e soprattutto nel nostro paese, perche' non dar vita, con volontari in servizio civile, a gruppi di azione nonviolenta da impiegare nella lotta alla criminalita' organizzata (mafia, camorra...) sviluppando attivita' di prevenzione sociale e di monitoraggio capillare del territorio? Se il nostro paese vuole realmente operare per la pace deve sviluppare un lavoro e di attivita' di questo tipo, rischiose si', ma sicuramente piu' produttrici di pace degli attuali interventi armati che spesso rinfocolano il terrorismo o la mafia, invece di combatterli. * b) Una seconda proposta positiva riguarda una revisione dell'attuale legge sul servizio civile per permettere di partecipare a queste attivita' anche a persone piu' anziane che spesso hanno una esperienza molto maggiore dei giovani in servizio civile (che, sulla base della legge attuale, devono avere meno di 26 anni). Queste sono infatti piu' mature, e piu' preparate dei giovani, ad affrontare e lavorare in situazioni difficili e rischiose come quelle indicate prima. Come ha gia' fatto qualche Regione italiana (l'Emilia, ad esempio) la legge sul servizio civile andrebbe rivista per permettere appunto a persone di qualsiasi eta' di partecipare a queste attivita'. Chi ha esperienza di questo tipo di interventi sa come, spesso, persone anche in eta' di pensione possano essere preziose per portare avanti attivita' di questo tipo. * c) Ma questo richiede anche l'approvazione di una legge, come quella proposta dalla nostra segreteria e presentata dall'on. Valpiana e da altri parlamentari italiani, che riconosca una aspettativa dal lavoro di almeno un anno alle persone che lavorano e che si impegnino in attivita' di questo tipo (Corpi civili di pace) soprattutto, ma non necessariamente solo, all'estero. Questo amplierebbe notevolmente le possibilita' di persone di tutte le eta', e non solo dei giovani e degli anziani pensionati, persone che hanno spesso anche una formazione professionale solida, di partecipare ad attivita' di questo tipo, rendendo questi interventi molto piu' validi e produttivi di quanto si possa fare attualmente. * Con l'auspicio che queste osservazioni e queste proposte vengano prese in attenta considerazione, il presidente dell'Ipri - Rete italiana Corpi civili di pace Alberto L'Abate 3. IRAN. MARINA FORTI INTERVISTA FATEMEH MOTAMED ARIA [Dal quotidiano "Il manifesto" del 23 novembre 2005. Marina Forti, giornalista particolarmente attenta ai temi dell'ambiente, dei diritti umani, del sud del mondo, della globalizzazione, scrive per il quotidiano "Il manifesto" sempre acuti articoli e reportages sui temi dell'ecologia globale e delle lotte delle persone e dei popoli del sud del mondo per sopravvivere e far sopravvivere il mondo e l'umanita' intera. Opere di Marina Forti: La signora di Narmada. Le lotte degli sfollati ambientali nel Sud del mondo, Feltrinelli, Milano 2004. Fatemeh Motamed Aria, notissima attrice iraniana, e' la protagonista del recente film "Gilaneh" di Rakhshan Bani-Etemad e Mohsen Abdolvahab] La guerra e' entrata in modo subdolo nella vita di Gilaneh, una donna sola in un villaggio dell'Iran settentrionale. E' arrivata la mattina in cui il figlio e' partito per il fronte insieme ad altri ragazzi del villaggio. Lo stesso giorno la figlia incinta decide di andare a Tehran a cercare il marito disertore. Gilaneh, affranta, la accompagna. E' l'ultimo anno della guerra tra Iran e Iraq, che qui si presenta agli spettatori attraverso le due donne angosciate in viaggio nella notte: un autobus che incrocia ambulanze sgangherate, l'incontro con famiglie sfollate da una Tehran bombardata, una tv in bianco e nero con le ultime notizie dal fronte, volti di soldati sfigurati dai gas, la sirena dell'allarme aereo. Gilaneh e' la protagonista dell'omonimo film di Rakhshan Bani-Etemad e di Mohsen Abdolvahab, e ha il bel volto di una delle piu' note attrici iraniane, Fatemeh Motamed Aria - che in questi giorni e' a Roma, ospite della rassegna "Incontri con il cinema asiatico", diretta da Italo Spinelli e giunta alla sesta edizione. * "Gilaneh non mi assomiglia ne' per eta', ne' per il linguaggio o il carattere del personaggio", mi dice l'attrice: "Pero' quando mi hanno proposto la sceneggiatura di quel film ho pensato che potevo farlo e che volevo farlo. Perche'? In Iran siamo stati in guerra per otto anni, dal 1980 all'88. E' stato un conflitto disastroso, ha fatto oltre mezzo milione di morti; centinaia di migliaia di persone hanno perso tutto, a cominciare dal proprio corpo rovinato. Ora pero' sono dimenticati: la guerra e' stata rimossa". Gia', la guerra e' un ricordo vago e lontano per i giovani: due terzi dei 60 milioni di iraniani ha meno di trent'anni e ha solo vaghissimi ricordi di appelli ad andare al fronte, allarmi antiaerei, missili scud che si abbattono sulle case. Resta pero' nelle vite di tanti iraniani. Resta nella vita di Gilaneh: la seconda parte del film ce la mostra quindici anni dopo, nel 2003, madre ormai stanca dell'esistenza, che si consuma per assistere il figlio menomato dalle armi chimiche. Resta nelle vite delle "madri dei martiri", povere donne rimaste sole che trovano ormai l'unico senso di se' nell'accudire la tomba del figlio caduto in guerra (nel documentario Behesht Zahra, girato da Mehran Tamadon con Firouzeh Khosrovani nel grande cimitero a sud della capitale iraniana, il "cimitero dei martiri": anche questo e' stato proiettato a Roma nell'ambito della rassegna asiatica). Parte del messaggio e' nel commento amaro di un uomo che guarda la tv, nella notte dei bombardamenti su Tehran, e sbotta: "Il governo poteva mettere fine a questo massacro molto prima". "L'Iran dovrebbe ripensare quella guerra, non rimuoverla", continua Fatemeh Motamed Aria. E' questo, dice, il messaggio che ha voluto mettere in quel film (Gilaneh sara' presentato questa sera alla Casa del cinema, a Roma, alla presenza dell'attrice). La storia della madre del veterano disabile e' parte di una trilogia della regista Rakhshan Bani-Etemad, considerata oggi una decana del cinema iraniano (e Fatemeh Motamed Aria ha recitato in piu' d'uno dei suoi film). * Sulla quarantina, Fatemeh Motamed Aria si considera parte della "vecchia generazione" del cinema iraniano, quella che aveva cominciato prima della rivoluzione islamica nel 1979. In effetti lei aveva cominciato a studiare teatro da quattordicenne, per una decina d'anni. "Poi pero' dopo la rivoluzione il teatro e' stato bandito - solo negli ultimi anni e' ripreso. Allora sono passata al cinema. Oggi sono molto contenta di questo passaggio, ma sono anche felice di aver cominciato con la recitazione classica". Spiega: "Ho lottato molto per portare nel nostro cinema cose che allora non c'erano. Per esempio usare la mia voce, la ripresa in diretta senza doppiaggio. Ho insistito che un'attrice non deve necessariamente essere bella, deve saper recitare. Deve avere un'idea: io ho sempre preteso di avere voce in capitolo. E tutto questo l'avevo imparato con il teatro. Oggi tutto questo e' diventata la norma, e sono contenta di essere stata tra i fautori di questo cambiamento". Oggi il cinema iraniano e' in una fase di passaggio, dice Fatemeh Motamed Aria. "C'e' la vecchia generazione e ce n'e' una nuova, post-rivoluzionaria, forse piu' audace. Ma e' come se ci fosse un vuoto tra le due, linguaggi troppo diversi per mescolarsi". Certo e' che il cinema oggi e' una delle forme espressive dominanti in Iran. Ne testimoniano una produzione di una sessantina di film all'anno, un'audience interna e internazionale, una decina di magazines di cinema sia in farsi che in inglese. Alcuni film gireranno pero' solo nel mercato underground, in videocassette e dvd (tutta la produzione occidentale arriva in Iran cosi'). "Gli iraniani vanno al cinema volentieri, il pubblico e' di ogni eta': ci vanno i molto giovani, ma e' anche un passatempo di famiglia". Sono estremamente popolari i festival di cinema: quelli piu' rinomati a Tehran e a Isfahan, e diversi festival minori, rassegne di cortometraggi, cartoni animati, un festival di film sull'ambiente. "Il pubblico accetta quando parli con onesta'. Cosa intendo dire? Prendi la guerra: nessuno accetterebbe i proclami patriottici". * Negli anni '90 il cinema iraniano ha vissuto una rinascita, come in genere le arti. I film hanno cominciato a mostrare donne in rottura con il loro mondo, questioni sociali, storie d'amore, le complessita' della vita: temi sempre al limite. Registi e registe sono diventati autorita'. Sono venute alla ribalta donne di grande capacita': come Bani-Etemad, o come la femminista Tahmineh Milani, o la giovane (ha 23 anni) Samira Makhmalbaf - tutte conosciute nei festival internazionali, ma conosciute e viste prima di tutto in Iran. Tutte e tutti si sono scontrati con la censura, prima o poi (Milani e' anche andata in carcere, per il film La meta' nascosta, del 2001, in cui ripercorre in modo critico il ruolo e la sorte dei gruppi studenteschi durante la rivoluzione, quando si scontrarono laici e islamici. Ma il film continuava a restare nelle sale, e alla fine anche lei e' stata rilasciata per intercessione dell'allora presidente Mohammad Khatami). In Iran ogni progetto e sceneggiatura va sottoposto in anticipo all'approvazione delle autorita', cosi' come la selezione del cast e l'editing finale. Ma ormai generazioni di registi e attori-attrici hanno imparato come spingersi ai limiti del permesso e forzarli. "E' un meccanismo subdolo. Tutti noi conosciamo bene cosa si puo' e non si puo' fare, non c'e' neppure bisogno che ci venga detto: ci autocensuriamo benissimo. Ma se sai usare il linguaggio del cinema, riesci a dire quello che vuoi. Se mi sono scontrata con la censura? certo. Ma sono riuscita ad aggirarla. In Gilaneh io, la madre, abbraccio e bacio mio figlio, lo tocco [per trascinarlo sulla sedia a rotelle, ndr]. Questo e' vietatissimo da tutte le regole, niente contatto fisico tra donne e uomini. E pero' i censori l'hanno accettato, alle strette non hanno potuto rifiutare. Se sai fare cinema hai un certo potere". Certo, resta un esercizio difficile, spesso estenuante. A volte le sceneggiature aspettano anni prima di ricevere il nulla osta (come del resto i libri). In fondo, nel cinema e' successo come per la stampa e l'editoria: e' diventato un terreno di scontro molto politico, fin dai tempi di cui Mohammad Khatami era ministro della cultura (nel '92 aveva dato le dimissioni in protesta contro "l'ignoranza e arretratezza" dei censori) e poi quando, arrivato alla presidenza della repubblica, aveva inaugurato una stagione di apertura nella societa' iraniana - e se le riforme politiche sono fallite, il cambiamento nel clima culturale del paese e' forse il maggiore successo di quegli otto anni. Ora quella stagione politica e' chiusa, l'Iran ha un parlamento a maggioranza conservatrice e un presidente, Mahmoud Ahmadi-Nejad, che si definisce fondamentalista. "Si', ora abbiamo i radicali al potere. Cosa succede ora? per il momento nulla di molto visibile: come se tutti fossero in attesa. Ma non potranno riportare l'Iran indietro di 27 anni", commenta Fatemeh Motamed Aria. "La nuova generazione, quella che e' cresciuta con la rivoluzione islamica, non accetta facilmente le imposizioni". 4. IRAN. MARINA FORTI INTERVISTA NEZAM MANOUCHEHRI [Dal quotidiano "Il manifesto" del 23 novembre 2005. Nezam Manouchehri e' un regista cinematografico iraniano] Foto color seppia, l'autore da bambino, la casa della nonna con un grande giardino ora un po' trasandato: Lettere dall'Iran, di Nezam Manouchehri, ha qualcosa di struggente. Sara' forse la voce dell'autore, fuori campo, che accompagna la narrazione. O forse e' che in questo film-documentario (presentato a Roma nell'ambito degli Incontro con il cinema asiatico) la Tehran di oggi e' mostrata con un realismo sconsolante - anche se mai pessimista. E' una lunga lettera per immagini e suoni che l'autore invia a immaginari amici - in effetti a un pubblico occidentale. "Voglio parlare di una parte dell'Iran che non e' spesso rappresentata nei film, e neppure molto nelle notizie", ci spiega Nezam Manouchehri, incontrato a Roma. "E' che spesso circolano immagini stereotipate della vita iraniana. Gli occidentali tendono a cercare fenomeni come la prostituzione o la tossicodipendenza come novita', e ne danno un'immagine in qualche modo esotica. Si tende a rappresentare solo le aberrazioni. Per non parlare del chador: anche questo appare molto esotico, e pero' la vita delle donne in Iran ha piu' dimensioni". Insomma, dice Nezam Manouchehri: "c'e' un'immagine distorta dell'Iran", e lui voleva rappresentare la normale vita di persone normali. La sua, ad esempio: uno che appartiene a un ceto medio intellettuale, ha studiato cinematografia a San Francisco, e' tornato a Tehran durante la rivoluzione, poi ancora negli Stati Uniti, poi di nuovo in Iran per stabilirsi con la moglie e i figli nella casa di fronte a quella della nonna. "Sono tornato a Tehran nel 1987, era l'ultimo anno della guerra. Quel solo anno sulla capitale iraniana sono caduti 133 missili iracheni: e mi sono reso conto che all'occidente non importava proprio niente di quello che ci stava succedendo, non c'era nessuna copertura mediatica della guerra. Forse ci vedevano tutti come fanatici terroristi, dopo la rivoluzione". Lettere dall'Iran e' la prima opera di Nezam Manouchehri. A lungo, spiega, ha lavorato per la televisione, oppure ha fatto traduzioni, ha lavorato come supporto a troupes straniere, ma non pensava di poter fare un suo film nel clima di censura ufficiale: "Ho deciso di farlo quando e' cominciato il processo di liberalizzazione" [con il presidente Mohammad Khatami eletto nel 1997 - ndr]. Ha lavorato senza finanziamenti ufficiali, e' un filmmaker indipendente. Ecco dunque gli scorci di vita "normale" raccontata da Manoucheri. La casa della nonna perde poco a poco il suo giardino, venduto per campare, mentre attorno si moltiplicano i cantieri edili e spuntano nuovi palazzi a molti piani: finche' la nonna non c'e' piu' e la casa viene venduta. Tehran ha oggi 12 milioni di abitanti, "forse 17 milioni dai calcoli non ufficiali", e continua a gonfiarsi di persone che emigrano dalle campagne. La speculazione edilizia ha segnato gli anni '90, "mancano regolamentazioni e vincoli edilizi: si distruggono tranquillamente vecchie belle case per tirare su' palazzoni pretenziosi, scompaiono macchie di verde e luoghi storici". E' il potere dei soldi, nuove ricchezze accumulate con il commercio. "Con la casa della nonna e' scomparso il luogo dove la famiglia allargata si riuniva: ora non ci vediamo piu'. E suppongo che succeda a molte altre famiglie di Tehran". Altri scorci quotidiani: la visita settimanale del "video man", l'uomo che arriva con una valigetta piena di videocassette importate senza passare per la censura. La figlia sedicenne che si copre di soprabiti e foulard per uscire, il timore che le diano fastidio per strada per via del trucco visibile: "I giovani sono sempre guardati con sospetto, come potenziali trasgressori delle norme sociali". La moglie, artista, compone tele in cui compaiono corpi femminili: e infatti non ha il permesso di esporle in Iran, ma le espone all'estero. I giovani sulla passeggiata in collina che sovrasta Tehran, ragazze e ragazzi ridono e stanno appiccicati uno all'altra: "Se poi ci arrestano tanto peggio" ("nella cappa di proibizioni in cui vivono hanno un senso esagerato della trasgressione: ma come potrebbe essere altrimenti?"). Il traffico, i negozi eleganti, le macchine grandi, i palazzoni: "Una rivoluzione che si pretendeva popolare e' finita in consumismo, la coesione e solidarieta' di una societa' che aveva un progetto comune e' finita: oggi resta l'individualismo dei soldi". La domanda ricorre, nel film: "partire, andare all'estero, o restare?". Chiedo: come ha risposto a questa domanda? "Io vivo a Tehran, ma continuo a pormi questa domanda. E' una questione di responsabilita': il sistema scolastico in Iran e' sovraccarico, e anche molto costoso. Il figlio dovra' fare il servizio militare. Se hai la possibilita', ti poni il problema. Mia figlia ora e' lontano, noi restiamo". E anche questo e' comune a molti iraniani: i giovani che possono vanno a studiare all'estero, molti non tornano, "il drenaggio dei cervelli e' molto forte". Eppure non e' di fuga che parla Lettere dall'Iran. "Si', forse c'e' tristezza nel mio film. Ma io ho speranza, il cambiamento in Iran e' inevitabile. Ma il cambiamento ha molte dimensioni, non solo quella politica: e' anche sociale, culturale. E quello che mi preoccupa e' la direzione piu' ampia che prende la societa', i giovani soprattutto. Oggi in Iran abbiamo tutte le manifestazioni tecnologiche dell'occidente, viviamo immersi in computer, telefonini, telecomunicazioni. Ma manca una riflessione sulla cultura che viene insieme a tutto questo. Si sta disfacendo la coesione sociale - e questo mi preoccupa molto piu' di un presidente". 5. IRAN. MARINA FORTI INTERVISTA MOHSEN MAKHMALBAF [Dal quotidiano "Il manifesto" del 27 novembre 2005. Mohsen Makhmalbaf (Teheran 1957) e' uno dei maggiori registi cinematografici iraniani. Tra le opere di Mohsen Makhmalbaf: L'ambulante (1987); Il ciclista (1989); I giorni dell'amore (1990); Salam cinema (1995); Pane e fiori (1996); Il silenzio (1998); Viaggio a Kandahar (2001)] L'annuncio diceva "lezione di cinema" di Mohsen Makhmalbaf. Cosi' ieri mattina la Casa del cinema di Roma, immersa nei colori autunnali di villa Borghese, era strapiena: sia per il film Sex and Philosophy (2005, girato e prodotto in Tajikistan, parlato in tajiko e russo), sia per il suo autore, tra i piu' noti cineasti iraniani. La sua pero' non e' stata una "lezione", ma piuttosto un incontro: conversazione, contraddittorio, intervista collettiva (e poi privata, con alcuni giornali tra cui "Il manifesto"). Regista, scrittore, poeta, nonche' imprenditore del cinema (la sua e' una vera e propria azienda "familiare"), Makhmalbaf e' ospite della rassegna "Incontri con il cinema asiatico" (che oggi si conclude all'Auditorium di Roma). Un'occasione per inquadrare un regista che ha avuto diverse stagioni, noto al pubblico internazionale - dalle prime opere, come Il ciclista (1987) o Pane e fiori (1996), al celeberrimo Viaggio a Kandahar, uscito nel 2001 proprio quando una coalizione internazionale bombardava l'Afghanistan dei Taleban, agli ultimi film in cui divaga sull'amore e la solitudine umana. * Il nome Makhmalbaf pero' oggi indica un'impresa familiare. Come lavora la Makhmalbaf Family? "Ho due figlie e un figlio. La maggiore, Samira, a 14 anni ha cercato di suicidarsi per costringermi a farle lasciare la scuola e fare cinema. Cosi' sono stato costretto a creare una specie di scuola familiare, con lezioni teoriche e pratiche". Samira ha esordito giovanissima come film-maker, e anche sua madre e' una regista apprezzata. La sorella fa da assistente, a volte Samira assiste il padre. "Quando ci interessa un soggetto partiamo tutti per un viaggio: andiamo a conoscere il paese, le strade, le persone. Lavoriamo insieme alla preparazione. Non scriviamo sceneggiature definite, solo una traccia che potra' adattarsi alle cose. Scegliamo attori che possano dare un contributo creativo. Poi chi gira - io, Samira, mia moglie - ci mette la propria sensibilita' diversa". Mohsen Makhmalbaf parla di un paese dove il cinema e' importante: e lo e' diventato soprattutto dopo la rivoluzione che nel 1979 ha messo fine al regime dello Shah. "Prima della rivoluzione, erano i poeti il punto di riferimento culturale. Poi lo sono diventati i cineasti". Prima, "la produzione di Hollywood aveva ucciso il cinema iraniano. I film americani erano comprati a poco prezzo, doppiati, e riempivano le sale. Due anni prima della caduta dello Shah l'Iran non aveva prodotto un solo un film". Dopo la rivoluzione islamica la censura ha bloccato gran parte del cinema occidentale: "Come Mussolini aveva bisogno di propaganda, anche la rivoluzione. Cosi' la produzione nazionale e' ripartita. Allora non c'erano molti altri divertimenti e il cinema e' diventato subito molto popolare - almeno c'erano immagini diverse da quelle della tv, tutta sermoni e preghiere del venerdi'". Il cinema e' diventato uno dei mezzi espressivi piu' importanti in Iran. "Coloro che si erano stancati della lotta politica per analizzare la societa' sono passati all'arte". Il cinema "aiuta a diffondere semi di cambiamento", dice il regista. In Iran ha acquistato influenza. Cita l'esempio del suo Alfabeto afghano (2002): "In Iran abbiamo avuto fino a tre milioni di rifugiati afghani e almeno 700.000 bambini erano esclusi dalla scuola perche' erano senza documenti. Quando e' uscito il mio film si e' parlato di questo anche in parlamento e il governo di allora - c'era il presidente Mohammad Khatami - ha deciso di fare qualcosa: infine, mezzo milione di bambini afghani ha potuto andare a scuola". * Makhmalbaf ha partecipato in pieno alla battaglia contro il vecchio regime prima, e alla rivoluzione poi - e ora alla corrente critica del sistema. Ricorda i 4 anni di carcere fatti da ragazzo, ai tempi dello Shah: "Quando sono stato arrestato una pallottola mi aveva trapassato dalla schiena alla pancia, cosi' all'inizio ero in ospedale, ammanettato al letto. Poi in una celletta con quattro persone, dovevamo dormire a turno oppure raggomitolarci testa-piedi. Ogni giorno torture con i cavi elettrici. Mi hanno detto che quella prigione ora e' un museo, per mostrare le atrocita' dello Shah. Ho detto: bene, ma mi fate vedere le prigioni di adesso?". Il problema dell'Iran, dice, e' che sembra cambiare ma non cambia... "Prendi Khatami: sembrava che andassimo verso una strada nuova, e invece ora stiamo tornando indietro". "Ogni volta che l'Iran compie passi verso la democrazia, forze esterne lo impediscono", incalza uno spettatore: "E' successo nel 1953 con Mossadeqh [il premier che aveva nazionalizzato il petrolio e cominciato a liberalizzare il sistema politico - ndr], e anche ora: Khatami aveva avviato aperture, ma con le guerre in Afghanistan e in Iraq oggi l'Iran e' accerchiato". Vero, ribatte il regista: "Ma non possiamo attribuire a forze esterne i nostri fallimenti. L'ostacolo alla democrazia oggi in Iran e' interno. E sta nel fatto che la politica e la religione sono un'unica cosa, cosi' che ogni critica politica e' bollata di empieta'". Che ruolo ha avuto il cinema nella stagione di cambiamento avviata con la presidenza di Khatami? E' presto per dirlo, mi risponde Makhmalbaf: "Ma credo che il cinema sia stato piu' importante prima. Con Khatami e' la stampa che ha avuto un ruolo prominente, di battaglia". Certo, l'industria cinematografica ha continuano a lavorare, ha toccato punte di un centinaio di film all'anno. C'e' un filone di propaganda, uno commerciale, "e un dieci per cento di produzione d'autore". I bei film che arrivano nei festival internazionali sono visti in Iran? "Si', ma poco: un po' per la censura, un po' perche' la distribuzione non li fa circolare. Piu' che vietare i film ne fanno una distribuzione cosi' modesta da renderli irrilevanti. E' stata la sorte di Viaggio a Kandahar, o del film di mia moglie Piccoli ladri, pure ambientato in Afghanistan. Sanno bene che dietro la critica alla morale dei taleban c'e' una critica al nostro sistema ideologico". Dove va l'Iran? Makhmalbaf e' categorico: "Fino a prova contraria, penso che stia andando verso il fascismo. Nella stessa misura in cui la presidenza di Khatami aveva aperto la societa', ora Ahmadi-Nejad la sta chiudendo". La tensione internazionale? "Penso che il regime iraniano vuole costruirsi la bomba atomica, per diventare una potenza. L'occidente pero' fa un errore: la bomba non e' per voi. E' destinata a noi, gli iraniani: e' la sopravvivenza del regime. Vogliono la bomba per rendersi invulnerabili alla critica interna". 6. RIFLESSIONE. MAURA GUALCO INTERVISTA RIGOBERTA MENCHU' [Dal sito del quotidiano "L'Unita'" (www.unita.it) riprendiamo la seguente intervista del 25 novembre 2005 di Maura Gualco a Rigoberta Menchu'. Maura Gualco e' una giornalista particolarmente impegnata sui temi dei diritti umani e dei conflitti internazionali. Rigoberta Menchu', india guatemalteca, premio Nobel per la pace, e' una delle figure piu' splendide dell'impegno per la dignita' umana, i diritti, la pace, la solidarieta'. Opere di Rigoberta Menchu': Mi chiamo Rigoberta Menchu', (a cura di Elisabeth Burgos), Giunti, Firenze 1987; Rigoberta i maya e il mondo, (con la collaborazione di Dante Liano e Gianni Mina'), Giunti, Firenze 1997] "I poveri non sono mendicanti. Non hanno bisogno dell'elemosina e non vanno trasformati in vittime. Bisogna aiutare l'Africa a creare il proprio sviluppo". La premio Nobel per la pace Rigoberta Menchu', non ha dubbi sul ruolo dell'Occidente nel Terzo Mondo. Parole dure, ma non isolate, nella seconda giornata del VI Summit mondiale dei premi Nobel per la pace in corso a Roma. (...). Stretta nel suo scialle di cotone colorato, in un rigoroso abbigliamento indigeno, Rigoberta Menchu', la donna guatemalteca, simbolo delle battaglie degli indios, risponde alle domande de "L'Unita'". * - Maura Gualco: Molti esperti di Africa come Latouche ritengono che "il semplice aiuto umanitario allunghi l'agonia dell'Africa", occidentalizzandola. Lei cosa ne pensa? - Rigoberta Menchu': Sono d'accordo. Non e' sufficiente regalare fondi per il mio paese o per il continente africano, e' necessario rafforzare le organizzazioni locali, e' importante dare dignita' alle persone che vivono li'. Non esiste una ricchezza sufficiente a dare assistenza a tutti i poveri del mondo. Inoltre, si creerebbe una dipendenza che trasforma la popolazione in vittime. E non e' opportuno convertire un popolo in vittime. Questo e' quello che abbiamo vissuto anche noi. Sentirsi vittime elimina l'autostima, distrugge la leadership locale, le persone perdono la loro cultura e non valorizzano il loro patrimonio spirituale e culturale. Non bisogna limitarsi all'assistenza: i poveri non sono mendicanti. Devono mantenere la loro dignita'. C'e' un altro aspetto, poi, che normalmente non si considera. I governanti che ci sono in questi paesi, spesso sono caratterizzati da corruzione, anche se a volte vengono definiti "democratici". Il sistema elettorale e' in crisi in Africa. Si discute molto, a livello mondiale, sulle proteste, le marce, gli scioperi. Alcuni pensano che questi strumenti possono debilitare lo Stato e la governabilita'. Ma anche bloccare l'iniziativa di un popolo vuol dire limitare la governabilita', visto che prima o poi i problemi esplodono. Bisogna appoggiare i popoli perche' rafforzino le loro iniziative di protesta e non bisogna limitarle. * - Maura Gualco: Se non soltanto l'assistenza, come intervenire allora nella tragedia africana? E qual e' il ruolo che possono avere le Ong (Organizzazioni non governative)? - Rigoberta Menchu': Bisogna avere un equilibrio tra l'aiuto ufficiale e l'aiuto non governativo. Dobbiamo rafforzare la leadership e le organizzazioni locali. E le Ong possono essere un ostacolo, quando queste ultime si sostituiscono agli attori locali. C'e' il rischio che le Ong portino settarismo, divisione e si trasformino in intermediari. E questi ultimi che siano governativi o non governativi sono negativi. Dobbiamo tornare ad avere un equilibrio, e' l'unica possibilita' per ottenere l'approvazione della comunita' locale. * - Maura Gualco: Il ruolo delle missioni cattoliche? - Rigoberta Menchu': Devono rispettare le culture. Un errore molto grave commesso dalla Chiesa cattolica e' stato quello di omogeneizzare le persone, un fenomeno negativo da tutti i punti di vista, poiche' vuol dire andare contro la natura umana, contro la diversita'. Quindi e' il momento che la Chiesa rispetti le differenza culturali, linguistiche, ma anche la spiritualita' delle persone. Altrimenti continuano ad essere dei colonizzatori. * - Maura Gualco: L'Africa e' devastata dall'aids. Ma i brevetti dei farmaci impediscono la produzione di farmaci generici. Gli altri sono cari. Come uscirne? - Rigoberta Menchu': Credo che il tema dei brevetti e' interessantissimo. L'aids e le gravi malattie sono state trasformate in un business per le multinazionali. Invece di democratizzare il prezzo delle medicine, queste diventano sempre piu' care. Si tratta di una contraddizione rispetto alla preservazione della vita. Alcune multinazionali chiedono soldi per la ricerca e trasformano il farmaco in uno strumento di profitto. Ma se si democratizzasse l'uso della scienza medica, tutti i malati avrebbero accesso ai farmaci. Abbiamo cento farmacie in Guatemala che vendono farmaci generici: piu' riusciamo a far utilizzare generici e piu' i prezzi si riducono. Si guadagna ugualmente anche se i prezzi sono inferiori perche' se ne vendono una maggiore quantita'. Purtroppo con il pretesto dei costi di ricerca si lucra sulla vita umana. 7. LIBRI. DOMENICO BARBERIO PRESENTA "ABITAVAMO VICINO ALLA STAZIONE" DI PAOLO CINANNI [Ringraziamo Domenico Barberio (per contatti: ciaramella76 at hotmail.com) per questa recensione. Domenico Barberio e' impegnato nell'esperienza del gruppo "Gubbio per la pace" promotore di molte iniziative di pace, solidarieta' e nonviolenza, e collabora alla rivista "L'altrapagina"] Esce per Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, Abitavamo vicino alla stazione. Storia, idee e lotte di un meridionalista contemporaneo, pp. 306, euro 15, antologia di scritti di Paolo Cinanni. Duplice la valenza della pubblicazione che ci restituisce, dopo un ingiustificato periodo d'oblio, la figura del politico e uomo di cultura calabrese nato a Gerace nel 1916 e morto a Roma il 18 aprile del 1988. Cinanni infatti non e' stato solo uno studioso serio e rigoroso ma anche e soprattutto ammirevole militante comunista, animato da un indomito senso del dovere, strenuo difensore di quei valori che quel partito cercava di rappresentare. Si legge nella premessa scritta da Giovanni Cinanni, figlio di Paolo, e Salvatore Oliverio, profondo conoscitore delle opere di Cinanni, colui che piu' di tutti ha creduto nella realizzazione di questa antologia: "I suoi studi, le sue riflessioni su alcune relazioni tematiche (emigrazione e imperialismo, lotte contadine e usurpazione del demanio pubblico, terra e identita' comunitaria) riferite soprattutto all'immediato secondo dopoguerra e agli anni cinquanta, costituiscono un patrimonio intellettuale di notevole valore, una stimolante e obbligata lettura per comprendere appieno un periodo importante della storia politica, economica, civile, umana della Calabria e del nostro Mezzogiorno". * Di umile origine, costretto a lasciare giovanissimo la Calabria, segnato da un terribile incidente (un tram lo investi' quando aveva quattordici anni e per salvarlo i medici furono costretti ad amputargli una gamba), tutta la sua vicenda umana racconta di un uomo buono e generoso, un "vecchio galantuomo comunista" scriveva Goffreddo Fofi, sempre al servizio di qualcosa e di qualcuno. Durante la seconda guerra mondiale entra nelle file del Pci e poi della Resistenza piemontese; sono gli anni dell'amicizia con Leone Ginzburg, Luigi Capriolo, Elvira Pajetta, Eugenio Curiel, Cesare Pavese. Con Cesare Pavese si crea un legame intenso, sincero, nato dopo l'incontro tra i due nel 1935 a Torino quando Pavese, rientrato da poco proprio dal confino in Calabria, decide di diventare maestro del giovane Paolo. Scrive Cinanni ne Il passato presente. Una vita nel Pci, Grisolia Editore, Marina di Belvedere (CS) 1986: "Durante la lezione Pavese si trasformava: si trattasse dei canti di Saffo o di Catullo, del Paradiso di Dante o del De rerum natura di Lucrezio, man mano che la materia lo prendeva egli vi si immedesimava talmente che te la trasmetteva con lo sguardo, con il gesto, col suono della voce prima ancora che attraverso la parola o il ragionamento". Nell'immediato dopoguerra si occupa come dirigente del Pci dell'organizzazione delle masse contadine calabresi e piemontesi impegnate nelle lotte per la terra. Dal '46 al '53 e' in Calabria: l'altopiano silano e' il centro della sua azione con un affetto particolare per San Giovanni in Fiore, il paese dove trovera' la donna della sua vita e dove riposano le sue spoglie. Dal '53 al '56 e' in Piemonte, quindi dal '56 al '62 il ritorno in Calabria e la carica di segretario dell'Acmi (l'Associazione dei contadini del mezzogiorno d'Italia). Quelle esperienze di lotta, da tanti colpevolmente dimenticate, Cinanni le ricordera' con Lotte per la terra e comunisti in Calabria 1943-1953, Feltrinelli, Milano 1977, e Lotte contadine nel Mezzogiorno, Marsilio, Venezia 1979. Negli anni sessanta s'interessa allo studio delle condizioni economiche, materiali, morali dei tanti emigrati italiani dispersi nel mondo, "un'umanita' sofferente che ci attraeva per la sua universalita' di dolore e fatica, di isolamento e di nostalgia". Quegli emigrati che non rientravano nel cliche', allora come oggi assai di moda, dell'italiano di successo capace di diventare ricco e famoso all'estero. Sara' tra i fondatori con Carlo Levi della Filef (Federazione italiana lavoratori emigrati e loro famiglie). Levi e' presidente e Cinanni vicepresidente, sara' un'attivita' che unira' i due in una "vivificante amicizia" come scrive lo stesso Cinanni, fino agli ultimi giorni del grande scrittore e pittore. Emigrazione e imperialismo, Editori Riuniti, Roma 1968, ed Emigrazione e unita' operaia, Feltrinelli, Milano 1974 (con prefazione di Carlo Levi) sono parte delle riflessioni che Cinanni ha offerto. Cominciano pero' le delusioni : nel '65 Giancarlo Pajetta direttore di "Rinascita" lo chiama a Roma per lavorare al giornale incaricandolo di un compito certo non tra i piu' gratificanti (la promozione e la diffusione della rivista); ricorda Cinanni in proposito: "ritenevo, forse un po' ingenuamente, che il partito avesse interesse ad introdurre nel collettivo di intellettuali di 'Rinascita' un compagno di origine proletaria e meridionale, che aveva accumulato una certa esperienza in grandi lotte di massa..."; dal '68 non fara' piu' parte del comitato centrale e non ricoprira' piu' incarichi negli organismi direttivi del Pci. Cinanni comunque decide di continuare nell'approfondimento delle questioni che piu' gli stavano a cuore e che tanto lo avevano segnato. Di quel periodo, il 1973, la docenza di filosofia all'Universita' di Urbino. * Le sue analisi restano ancora oggi validi e preziosi strumenti per coloro che si avvicinano, o che gia' hanno conoscenze consolidate, ai temi dell'emigrazione e della questione agraria. Problemi - e non sembri retorico ricordarlo - drammaticamente urgenti, irrisolti, attuali. Di fronte allo spettacolo deprimente di una politica fatta di piccoli e mediocri accordi, di politici affaccendati in attivita' piu' o meno lecite, di intellettuali impegnati in vacue riflessioni piu' che nella ricerca del vero e del giusto, Paolo Cinanni con il suo stile, il suo rigore, il suo impegno, resta un solido punto di riferimento umano ed intellettuale. 8. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti. Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono: 1. l'opposizione integrale alla guerra; 2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione; 3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario; 4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo. Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica. Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli. 9. PER SAPERNE DI PIU' * Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per contatti: azionenonviolenta at sis.it * Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia: www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it * Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per contatti: info at peacelink.it LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it Numero 1131 del primo dicembre 2005 Per ricevere questo foglio e' sufficiente cliccare su: nonviolenza-request at peacelink.it?subject=subscribe Per non riceverlo piu': nonviolenza-request at peacelink.it?subject=unsubscribe In alternativa e' possibile andare sulla pagina web http://web.peacelink.it/mailing_admin.html quindi scegliere la lista "nonviolenza" nel menu' a tendina e cliccare su "subscribe" (ed ovviamente "unsubscribe" per la disiscrizione). L'informativa ai sensi del Decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196 ("Codice in materia di protezione dei dati personali") relativa alla mailing list che diffonde questo notiziario e' disponibile nella rete telematica alla pagina web: http://italy.peacelink.org/peacelink/indices/index_2074.html Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004 possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/maillist.html L'unico indirizzo di posta elettronica utilizzabile per contattare la redazione e': nbawac at tin.it
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