[latinoamerica] LATINOAMERICA



Gentili amici,

a grande richiesta inviamo nuovamente il messaggio contenente gli atti del
Primo Convegno di Latinoamerica, tenutosi lo scorso settembre a Piacenza in
occasione della manifestazione Carovane Letterarie.



A tutti voi un caro saluto



Lo staff di

LatinoAmerica















Piacenza, 8 settembre 2003



I° Convegno di Latinoamerica



"Obbligati a resistere all'informazione negata"



Partecipanti: Mempo Giardinelli (scrittore argentino), Dante Liano
(scrittore guatemalteco), Wayne Smith (ex responsabile sotto il governo di
Jimmy Carter dell'Ufficio di interessi nordamericano all'Avana e ora
docente universitario e membro anziano del Centro per la politica
internazionale di Washington D.C.), Ramon Chao (Padre di Manuel, scrittore
e giornalista), i direttori di Latinoamerica Alessandra Riccio e Gianni
Minà e l'editore incaricato Loredana Macchietti. Il seminario è iniziato
alle ore 21.30 in piazza Duomo, Piacenza.

          

Gianni Minà - Prima di iniziare questo primo Convegno di Latinoamerica,
vorrei ringraziare Maurizio Bottigelli e Renzo Carra, organizzatori di
"Carovane", per la disponibilità offertaci.

Questi appuntamenti piacentini hanno permesso a "Carovane" di diventare una
palestra, un confronto di idee sulle ferite del mondo scomparse, in questo
momento, dalle rassegne giornalistiche del nostro paese. Siamo in un
momento storico molto complicato e anche molto sofferto nel quale la
concentrazione della comunicazione è in mano a pochissime persone al mondo.
Abbiamo quindi una sola verità che non è nemmeno giornalistica o di parte,
cioè una verità di destra piuttosto che di sinistra, ma è la realtà di chi
possiede, di chi controlla l'economia e quindi usa i mezzi di comunicazione
perché evidenzino, appoggino, portino avanti, facciano progredire gli
interessi economici di chi ha in mano questi strumenti. Molte volte questi
mezzi di comunicazione si sono trasformati nel megafono, nell'ufficio
promozione degli interessi di una determinata persona o di un piccolo
gruppo e questo non è solo un problema italiano, che è così palese, ma è un
problema internazionale. L'altro giorno negli Stati Uniti, per fortuna, è
stata bloccata all'ultimo momento una Legge che concentrava ancor di più
l'informazione in poche mani. Ne ha avuto paura perfino Bush, sapendo
evidentemente che è molto labile la fedeltà di certi  gruppi di potere ed
economici. Ora la legge si è bloccata, ma la concentrazione del potere dei
media in mano a pochi è un problema preoccupante anche per gli Stati Uniti.
Noi di Latinoamerica, una rivista che ha più di 20 anni e che io ho
l'onore di dirigere con Alessandra Riccio -una delle fondatrici- abbiamo
avuto la forza di non cedere al fatto che il mercato non offre spazi alla
controinformazione. L'enorme quantità di notizie delle realtà che si
sviluppano nel mondo hanno il diritto di essere conosciute dalle persone.
Potete rendervi conto della situazione con le pagine degli esteri dei
nostri giornali, anche di quelli più accreditati, che sono al  massimo due;
quando sono tre è successo veramente qualcosa di clamoroso. Ora, come si fa
a concentrare il mondo in due pagine mentre si hanno quattro fogli sul
pettegolezzo politico della nostra povera Italia? E' una sperequazione
insensata, ma nata dalla convinzione, evidentemente, che il pettegolezzo
della nostra politica fa vendere copie e fa audience. E' imposto e ognuno
fa i suoi interessi. Certamente ai giornali ora conviene allinearsi su
questa linea ed è quasi grottesco, perché poi, quando certi accadimenti ci
travolgono e non ne conosciamo gli antefatti, non sappiamo perché
improvvisamente bisogna preoccuparci. Quando la televisione ci sta parlando
improvvisamente di guerra o dei problemi di sopravvivenza, non ti hanno mai
esposto le tappe per le quali si è arrivati a quel fatto clamoroso.
Latinoamerica ha voluto, nell'ambito di "Carovane", aprire questo spazio
nella prima giornata proprio per fare la controinformazione, per
raccontarvi alcune storie di vari paesi che probabilmente non avete letto
sui giornali, non avete visto in televisione, ma che vale la pena di
conoscere per farsi un'idea di qual è il momento, l'epoca che stiamo
vivendo. Qui alla mia sinistra c'è Loredana Macchietti, l'editore delegato
della nostra rivista, che brevemente vi racconterà  come è nata questo
trimestrale che è in vendita nelle librerie Feltrinelli e in un circuito di
librerie indipendenti, scavalcando il problema della diffusione che, come
per il cinema, è il problema  fondamentale per farsi conoscere nel famoso
mercato. Latinoamerica ci ha permesso di conoscere alcuni testimoni del
tempo, grandi scrittori latinoamericani, diplomatici come Wayne Smith che
sta qui alla mia destra o missionari che vivono nei punti nevralgici del
mondo e che nella rivista scrivono della loro esperienza umana che la gente
non conosce, perché qualcuno ha deciso che non conosca questa realtà.
Allora Loredana Macchietti vi racconterà questo itinerario cominciato venti
anni fa, nel quale io sono coinvolto da tre anni.



Loredana Macchietti - Il primo convegno è nato dall'esigenza di tirare le
somme, dopo tre anni di corsa forsennata sulle pagine di questa rivista,
Latinoamerica, che ha attraversato 23 anni di storia. Abbiamo sentito la
necessità di affrontare questo seminario perché penso che si possa capire
di più, che si possa intravedere il nostro futuro analizzando e conoscendo
la storia di paesi geograficamente lontani, ma culturalmente molto vicini
al nostro vivere. A me pare, ma ripeto, è una mia sensazione, che
attraverso gli scritti di Latinoamerica, si riesca a tradurre, a leggere
più chiaramente perfino la nostra congiuntura politica, soprattutto in
questo momento di grande incertezza tra i partiti della sinistra italiana.

Ma questo convegno è nato anche dall'esigenza di far conoscere realtà,
storie, dati, informazioni che non vengono segnalati da nessuna fonte, né
valorizzata dalla carta stampata o dalla televisione. Siamo convinti che il
solo fatto di metterle in circolo equivale a costruire una zona di
ossigenazione per diventare (parafrasando una famosa frase di Bateson
sull'"ecologia della mente") quasi degli ecologisti della notizia. La
rivista Latinoamerica è nata nel 1979 a Roma, in una riunione nei locali
dell'Anpi, l'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, da una idea di
Bruna Gobbi, sostenuta dal professor Enzo Santarelli, docente
all'Università di Urbino.

Era un'idea che nasceva anche per opporsi al disinteresse che il Pci
sembrava mostrare allora verso gli aneliti e le sconfitte del mondo
latinoamericano. Il numero zero, ormai leggendario (penso lo abbiano solo
Alessandra Riccio e Bruna Gobbi) e con un altro titolo nella testata,
Cubana, uscì nel luglio del '79, ma solo a giugno dell'80 cominciarono le
pubblicazioni che dovevano essere trimestrali. In realtà furono sempre
quadrimestrali.

Tra i fondatori, oltre ad Alessandra Riccio che ormai dirige la rivista da
sempre, c'erano Vanni Blengino, Nicola Bottiglieri, Luisa Cortese, Giorgio
Oldrini e Dario Puccini. La prima direttrice fu la generosa Gabriella
Lapasini, saggista e traduttrice, una persona che dedicò tutta sé stessa,
anche quando il suo lavoro di giornalista era molto precario. Gli altri
fondatori erano in maggioranza di provenienza universitaria ed è per questo
che nel corso degli anni la redazione è andata cambiando o diversificandosi.

Alla morte di Gabriella Lapasini, Alessandra Riccio ha continuato nella sua
stessa linea, sostenuta dalla vera anima della rivista, Bruna Gobbi, che
materialmente la confezionava, la pagava e la distribuiva. Al suo fianco,
lucidissimo e coraggioso punto di riferimento intellettuale, il professor
Enzo Santarelli.

Latinoamerica ha riunito così studiosi, osservatori, commentatori,
testimoni intorno al progetto di parlare in Italia di un'area di mondo che
Minà  in un suo libro ha definito "un continente desaparecido".

Proprio per vincere un olvido che rischiava di far sparire l'America Latina
dall'informazione italiana e spesso anche da quella europea, gli
appassionati fondatori decisero fin dall'inizio di parlare di quelle terre,
di quelle culture, di quelle esperienze politiche senza superficialità, con
grande rispetto e con tutta la competenza possibile, cercando da una parte
di incentivare gli studi italiani su quel continente e dall'altra, di
offrire punti di vista, bibliografie, analisi, denunce provenienti
direttamente da quella che Che Guevara definiva nuestra grande America.

Così Cubana, poi diventata Latinoamerica è stato un luogo di lavoro
disinteressato e generoso, di stima e di amicizia che ha ricompensato chi,
in più di vent'anni, si è impegnato solo per ideali e per non interrompere
uno dei pochi circuiti di contro-informazione su un mondo che ora
rappresenta, con l'Africa, la cattiva coscienza di quei pochi paesi che
gestiscono l'attuale economia globalizzata.

Le difficoltà continue che il contesto propone ai piccoli editori,
suggerirono a Bruna Gobbi tre anni fa, di passare la mano, una volta
terminato il numero 71, dedicato quasi interamente alla lunga e sofferta
storia della restituzione del canale di Panama da parte degli Stati Uniti.

Il prezioso impegno di Alessandra Riccio e di alcuni dei suoi allievi
all'Istituto universitario Orientale di Napoli, ha permesso poi l'uscita
del numero di aprile- maggio Duemila, il n. 72 "numero della speranza", un
fascicolo che contiene articoli ed estratti di tesi di laurea, presentate
in alcune università italiane.

Il nuovo corso di Latinoamerica è iniziato a settembre del 2000, tre anni
fa esatti, con il n. 73.  ed è strettamente legato alla vita professionale
di Minà. In quell'epoca, infatti, era stato costretto a interrompere la
collaborazione con la Rai dopo alcune interviste scomode nel programma
"Storie". I piani alti dell'Azienda di stato, avevano deciso infatti che il
contributo di Minà doveva cessare dopo il fastidio suscitato dalle puntate
su Antonino Caponnetto, su Ilaria Alpi, ma soprattutto su Luis Sepúlveda.
Un detto siciliano dice: "Ogni impedimento è giovamento", così Minà che da
qualche anno aveva intrapreso un'avventura con la Sperling & Kupfer, si
trovò nella condizione di poter spendere del tempo nell'editoria. Aveva
esordito con un libro "Continente desaparecido" la cui stesura era stata
una prova dura per il giornalista che non raccontava più solo la cronaca,
ma provava, tentava di offrire, attraverso la voce di alcuni protagonisti
dell'America Latina, tesi e conclusioni ai drammi di quel continente.
Questo libro (il cui titolo è anche quello della collana editoriale che
Minà ora dirige per la Sperling & Kupfer) ha rappresentato anche una svolta
professionale per lui, anzi, io una vera e propria mutazione genetica:
nonera più solo un giornalista, ma anche uno scrittore. Minà aveva sempre
collaborato sia con il Corriere della sera, sia con Repubblica, sia con
l'Unità. Gradatamente, però, queste collaborazioni si erano interrotte. Era
rimasta L'Unità, fino a quando, nel Duemila, un articolo sull'Africa venne
"ammorbidito" attenuandone  gli aggettivi e tagliandone le conclusioni
senza nemmeno avvisarlo. Insomma, tutte le porte, poco a poco, si erano
chiuse. Questo lo racconto non per vittimismo (perché è nel gioco: resisti,
non accetti il compromesso di cambiare un aggettivo, una frase, una
dichiarazione e la controparte, ovviamente, reagisce) ma perché spesso
siamo convinti che esiste veramente la libertà di stampa e ridiamo di certi
giornali di alcuni paesi detti del terzo mondo che reputiamo un po' troppo
filo-governativi. Noi, sicuramente, non stiamo meglio. Allora Minà che
aveva avuto dalla Gobbi l'ultimo numero di Latinoamerica, decise di
accettare l'offerta di non far morire la rivista.

Abbiamo scelto, allora, di passare dalla parte del manovratore: di
costruire, cioè lo spazio per riportare senza censure, in modo integrale
quello che molti collaboratori (missionari dall'Africa, giornalisti
indipendenti latinoamericani, associazioni di volontariato e grandi
scrittori) ci fornivano quotidianamente via fax o via internet con grande
generosità. Cominciò così l'avventura. Finalmente. La frustrazione e la
rabbia di non sapere in che giornale pubblicare i dati, le notizie, le
riflessioni di una realtà in continuo cambiamento si tramutò in forza e
passione. Compagni d'avventura la mitica Alessandra Riccio e Silvia
Baraldini, che in quel periodo viveva una condizione di profonda
solitudine. Sono convinta comunque che il nostro entusiasmo collettivo ci
abbia aiutato a non soffermarci troppo su alcuni "dettagli" negativi che
avrebbero sconsigliato chiunque ad intraprendere questa nuova attività di
piccoli editori. Nell'ultimo decennio, infatti, il panorama editoriale
italiano si è trasformato a causa della progressiva immissione, dagli anni
'80, di capitali extraeditoriali nel mondo del libro e inoltre per la
concentrazione e fusione di marchi editoriali in mano ad alcuni gruppi,
capaci di controllare tutto il mercato della informazione e della
comunicazione (dai libri, alla tv, ad internet). Si è  affermata così una
editoria affaristico-manageriale. Questo ha significato la ricerca
esasperata del best-seller usa e getta da lanciare in grande stile sul
mercato, mettendo a rischio il pluralismo culturale i cui spazi di
espressione sono stati ridotti progressivamente dall'imposizione di una
vera e propria "monocultura" massificata.

Il rapporto tra editoria e potere ha sempre caratterizzato la storia della
comunicazione, sospesa da sempre tra istanze di libertà e tentativi di
controllo, ma in questo mondo globalizzato e con questo capitalismo, ha
assunto aspetti preoccupanti: da noi, ad esempio, una delle più grandi
aziende librarie, la Mondadori, è in mano al nostro capo del governo,
insieme al sistema televisivo e alla maggior parte delle radio. Allora, se
la logica del profitto tiene ancora in piedi alcuni editori indipendenti,
per i piccoli, la situazione è diventata deprimente.

In questo assurdo panorama, sconsigliati dagli amici che lavorano nel ramo
dell'editoria, abbiamo iniziato questo cammino. Abbiamo deciso di cambiare
lo stile grafico. Minà chiese consiglio a Piergiorgio Maoloni, il maestro
che ha ridisegnato quotidiani come la Repubblica, il Manifesto, lo
Specchio. E Maoloni, invece di dargli un consiglio, gli ha regalato il
progetto del nuovo Latinoamerica, molto raffinato, ma con soluzioni, nella
grafica e nel colore, economicissimi.

Ma, malgrado ciò, cominciammo subito male, con un sonoro fallimento: del n.
73, nell'euforia generale, tirammo ben 8mila copie perché pensavamo ad una
distribuzione nelle edicole. Fu un fiasco sia perché si persero un buon 30%
di copie lungo le strade della distribuzione, sia perché la rivista in
edicola era sommersa da altre pubblicazioni di settore. In più la sua
esposizione era penalizzata perché non era supportata da un distributore
potente. Morale: Micromega e Limes erano sempre in bella vista, mentre
Latinoamerica era immancabilmente imballata sotto i piedi del rivenditore.

Ma, sull'orlo della disperazione, ci venne in aiuto Luca Domeniconi della
Feltrinelli che subito credette nell'idea. Da quel momento prendemmo il
volo: il n. 73 con 3580 copie vendute e i primi 310 abbonati (inizialmente
erano circa 17); il 74 con 3.700 copie vendute e 540 abbonati; il 75, il
numero più bello, l'unico che stampammo a 4 colori, con le foto del popolo
Sarahwi vendette 3800 copie con 589 abbonati; il primo numero doppio, il n.
76-77 che si attestò a 3800 copie vendute con 653 abbonati e via via, siamo
arrivati ad attestarci a circa 4000 copie vendute con il n. 79-80,
raggiungendo la soglia dei 1000 abbonati con il recente n. 82.

Poi abbiamo allargato la distribuzione alla Diest di Torino, alla Nda di
Rimini e ad alcune botteghe del mercato equo e solidale di "Roba dell'altro
mondo". Il vero, grave problema della distribuzione è la mancanza di punti
vendita alternativi nel centro Sud e Isole.

Certo, una grande mano pubblicitaria la dà Minà quando va a reclamizzare la
rivista da Maurizio Costanzo o in qualche altro programma tv, ma a
tutt'oggi noi non abbiamo usufruito MAI, dico MAI, di una qualsiasi
recensione da parte dei giornalisti del settore cultura di una qualsiasi
testata italiana. Neanche una segnalazione, niente, a parte le recensioni
degli amici de Manifesto e le manchette anche in prima pagina accordateci
con grande generosità. Alla faccia del pluralismo dell'informazione. Noi
comunque continuiamo a inviare ai capi pagina dei media più importanti e ai
loro direttori la copia omaggio. Non si sa mai, magari Latinoamerica può
servir loro come zeppa per un tavolino sbilencoŠ

In questi tre anni, comunque, siamo riusciti a mettere in rete
Latinoamerica,
<http://www.giannimina-latinoamerica.it/>www.giannimina-latinoamerica.it ,
con una mailing list di più di 3000 persone che si sono registrate per
ricevere notizie, ogni volta che ci arrivano e che non possiamo mettere
sulla rivista per motivi di spazio e di tempo;  abbiamo messo in piedi una
dignitosa redazione e siamo riusciti a impiegare anche se part time una
segretaria di redazione, Marilena Giulianetti e una redattrice, Silvia
Baraldini. Paghiamo i collaboratori, mentre i grandi (Sepúlveda, Paco
Taibo, Galeano e altri) preferiscono doni in natura, come le bottiglie di
grappa Nonino messe a disposizione dalla simpatica signora Gianola che
appoggia la nostra avventura in questo modo pratico. Però non spediamo
nulla perché le spese postali sono arrivate alle stelle!!! Quando i nostri
autori passano da Roma se le prendono direttamente. Il nostro prossimo
passo sarà non solo pagare gli altri collaboratori fissi (me, Gianni e
Alessandra) ma espatriare, "allargarci" come si dice a Roma, espanderci in
America Latina e forse anche in Europa con un gemellaggio in corso con Le
Monde diplomatique. ChissàŠ

Per ora abbiamo raggiunto il pareggio nel bilancio annuale e questo è
importante. Ma a questo punto, l'avventura di Latinoamerica è obbligata a
continuare, perché, come dice il nostro amatissimo amico Lucho Sepulveda,
"raccontare è resistere agli assalti della mediocrità  planetaria, alla
mostruosa proposta unica di esistenza e cultura che incombe sull'umanità
alla svolta del millennio. Millennio caratterizzato dallo scontro fra la
globalizzazione e i diritti umani."

E se Sepúlveda scrive perché crede nella forza militante della parola,
Latinoamerica crede nell'esercizio continuo della memoria. Un popolo senza
memoria, come sappiamo tutti, è condannato a ripetere gli stessi errori e a
produrre gli stessi mostri del suo passato.

Insomma, questo primo convegno serve anche e soprattutto per sottolineare
la non complicità con l'amnesia dei nostri mass media davanti alle troppe
storie di infamie cilene, argentine, guatemalteche che abbiamo conosciuto e
che continuano ad accadere, anche se ignorate. Latinoamerica ci aiuta anche
a vivere meglio. Un luogo comune afferma infatti che non bisogna pensare
tanto alle disgrazie, alla gente che soffre, ai poveri, ai violentati,
perché se no si vive male, si intristisce. Noi invece pensiamo che questa
coscienza della realtà ci aiuta ad alzare la guardia, perché i nostri figli
non debbano sperimentare sulla propria pelle le stesse ingiustizie. Vivendo
con la mente, gli occhi e il cuore aperti si respira la democrazia vera e
si impara il rispetto per chiunque ci sta vicino.



Gianni Minà - pensiamo che un giornale si deve denudare di fronte ai prorpi
lettori e noi lo abbiamo fatto in modo estremo. Voglio dirvi che questo
numero 83-84 di Latinoamerica ha la collaborazione di Gabriel Garcia
Marquez, W. Smith, Adolfo Perez Esquivel  premio Nobel per la pace, Mempo
Giardinelli grande scrittore argentino, Luis Sepulveda grande scrittore
cileno, Pablo Gonzales Casanova sociologo messicano, Daniel Chavarria
scrittore uruguayano, Roberto Fernandez Retamar poeta cubano, Miguel
Barnett grande scrittore cubano,  Ernesto Cardenal grande religioso voce
profetica del Nicaragua, poeta, Leonardo Boff che è un teologo della
liberazione, Frei Betto teologo della liberazione assistente di Lula da
Silva presidente del Brasile, Emir Sader docente dell'università di Rio,
Silvia Baraldini, Alex Zanotelli. Forse c'era qualche cosa tra questi
scritti che poteva interessare qualche quotidiano del nostro paese o
qualche televisione. Certo non c'era Taricone, non c'erano le veline, non
c'era l'interpretazione grottesca della guerra in Iraq non c'era tutto
quello che fa parte di questo bestiario che è ormai la comunicazione nel
nostro paese, però c'era sicuramente qualcosa che poteva interessare. E' la
prova tangibile, non è che abbiamo mai sperato di avere  nessun tipo di
attenzione, non è che siamo delusi, ma c'era sicuramente una presenza forte
e anche un modo di raccontare le cose da molti punti di vista perché la
gente si facesse poi una propria opinione. Per esempio c'era stato in
aprile-maggio il caso Cuba raccontato in modo vergognoso dalla televisione
e dai giornali italiani, compresi quelli della sinistra, che hanno eluso
una realtà che invece ha preoccupato perfino analisti  nordamericani come
Wayne Smith che mi sta qui, sulla destra. Noi per esempio il caso Cuba lo
abbiamo affrontato da tutte le parti, cioè visto dagli Stati Uniti, visto
dal premio Nobel per la pace Perez Esquivel, visto dalla parte di Garcia
Marquez, visto dalla parte di Mempo Giardinelli, che è qui dietro di me,
visto dalla parte di Daniel Chavarria, visto da quelli dell'isola di Cuba,
visto da quella che è la stampa italiana. Certo è una rivista di settore,
ma questo è un modo per dare alla gente tutti gli angoli della visuale,
non nascondendo le notizie che mettono in discussione il teorema già
imbastito: i buoni sono questi e i cattivi sono questi altri. Allora io
questa sera, ovviamente in modo molto più ridotto, vi darò un ventaglio di
opinioni  sull'America latina, ma in particolare su Cuba, visto che il
numero è centrato per 70 pagine delle 250 su quest'isola, presentandovi
subito le persone che sono a questo tavolo. Alla mia sinistra c'è Dante
Liano, docente alla Cattolica di Milano, guatemalteco, che è dovuto
fuggire, a un certo  momento della sua vita, dal Guatemala durante gli anni
del genocidio avvenuto nel 1980: 200.000 uccisi, 30.000 desaparecidos,
3.000 cimiteri clandestini - e non 10 come in Kossovo-. Ramon Chao, che è
un operatore culturale di molte nazioni, figlio di molte nazioni, un
letterato, un giornalista, uno scrittore, ma ha anche un merito in più: è
il padre di Manu Chao! Alessandra Riccio, alla quale devo l'ingresso a
Latinoamerica, che, come ho detto, è la direttrice storica ora insieme a me
di questa rivista; Loredana Macchietti che, come avete capito, si  occupa
dei pochi euro che transitano per fare questa rivista, Mempo Girdinelli, un
prestigioso scrittore argentino che, con il suo ultimo libro "Una
rivoluzione in bicicletta" è un best seller europeo, ed è uno dei grandi
della generazione di mezzo della letteratura latinoamericana. Mi onoro di
avere due articoli in questo numero di Mempo Giardianelli. Wayne Smith è
l'espressione che gli Stati Uniti non hanno una sola faccia; è il volto di
un diplomatico americano che ha tenuto sempre presente l'etica nella sua
vita. E' stato infatti il protagonista di una stagione in cui Jimmy Carter,
alla fine degli anni '70, voleva fare la pace con Cuba -l'unica volta che è
stata tentata la pace tra questi due paesi- e lo stesso Wayne fu l'inviato
di Jimmy Carter da Fidel Castro. Si era arrivati quasi a una conclusione
(nell'80 sarebbe finita la storica inimicizia fra Stati Uniti e Cuba) ma si
perse tempo in questa trattativa, perché Cuba era coinvolta nelle guerre
d'Africa, a fianco, ad esempio, della  Namibia diventata poi una nazione
libera perché i cubani hanno vinto la battaglia di Quito Canavale ed hanno
cacciato dopo 30 anni i sudafricani che avevano occupato indegnamente e
indebitamente questo paese, senza che le nazioni civili e democratiche
avessero mai fatto sloggiare il Sudafrica dalle sue terre. Brezinski,
consigliere per la sicurezza nazionale di Carter, pretendeva che i cubani
uscissero dall'Africa prima di firmare la pace. Si perse tempo, Carter
perse le elezioni con Ronald Reagan e questo sogno svanì. Due anni dopo
Wayne Smith lasciò la diplomazia. Pensate, il suo primo incarico giovanile,
a 25 o 26 anni, era stato quello di terzo segretario dell'ambasciata degli
Stati Uniti all'Avana quando gli Usa dichiararono l'embargo a Cuba. Lui fu
testimone di quella tappa della storia e anche testimone dell'unico
tentativo di pace fra Stati Uniti e Cuba. Ora insegna alla John Hopkins
University di Washington ed è un democratico degli Stati Uniti.

Quel signore è Carlos Martì, presidente degli scrittori cubani della famosa
Uneac, unione degli scrittori cubani; scrittore a sua volta, poeta,
diplomatico, uomo colto. Infine laggiù con quel cappello, infreddolito, c'è
uno dei più grandi cantautori latinoamericani, Daniel Viglietti, che è
stato per molto tempo esule in Francia quando c'era la feroce dittatura in
Uruguay, uguale per brutalità a quella dell'Agentina, del Cile, del
Paraguay, del Guatemala. Lì operavano i militari  educati alla Escuela de
las Americas di Panama o a Fort Benning,  mostri di quel continente che
hanno prodotto solamente desaparecidos, torturati e ammazzati. Daniel era,
pensate, venerdì sera allo Stadio Nazionale di Santiago del Cile (lo stesso
luogo dove erano stati arrestati e poi torturati 8.000 persone al tempo del
golpe di Pinochet) ha reso omaggio ad Allende con un concerto memorabile.
Insieme a Daniel c'era il nostro amico (ora anche Ministro della cultura
del Brasile)  Gilberto Gil con i  Quilapayun, uno dei gruppi musicali come
gli Intillimani, che rappresenta l'esilio degli  intellettuali cileni. In
quegli anni, infatti, rimasero in Europa tentando di sopravvivere e
aspettando la liberazione del Cile. Mi fa piacere che Daniel, che era
invitato per stasera a cantare allo stadio in memoria di Victor Jara, si
sia fatto convincere ed è venuto a Piacenza, a prendere il premio dato al
più grande poeta uruguayo, Mario Benedetti con cui lui ha avuto l'avventura
di girare il mondo. Ma prima di andare avanti e  dare la parola ad ognuno
di loro, vorrei darla ad Alessandra Riccio, alla quale dobbiamo l'esistenza
di Latinoamerica. A te, Alessandra.



Alessandra Riccio - Io, veramente, devo esprimervi la mia soddisfazione
perché l'avventura che cominciammo nel '79  va avanti, cresce, è in mano ad
altre forze, altre persone, altre sensibilità che forse nel '79 non
pensavamo potessero integrare il collettivo della rivista . Sarò brevissima
perché la giornata è stata stancante ma bella. Questo pomeriggio, con molta
emozione, ho ascoltato Luigi Ciotti e due giudici Giancarlo Caselli e
Gherardo Colombo. Tre voci molto differenti nel tono ma molto simili nello
spessore etico e nell'appello che ci hanno lanciato in quel teatro. Io mi
sono interrogata. C'era una richiesta:  che ciascuno di noi  guardasse in
se stesso. Mi sono interrogata che cosa faccio io in questo momento così
delicato per la vita del nostro paese e del mondo e ho trovato proprio in
Latinoamerica una piccola ancora, quasi una piccola giustificazione del mio
stare al mondo in questo momento.

Continuare a lavorare a questa rivista, continuare a portarla avanti è un
modo di essere presenti nella battaglia a cui ci chiama la realtà attuale
di questo terzo millennio. Non è solo una questione di sensibilità, ma è
anche un modo per comunicare altre culture, per farsi intermediari fra
mondi diversi e cercare di favorire la comunicazione, anzi, la corretta
informazione che in questo periodo  è veramente scarsa. I nostri
giornalisti in gran parte (so che non si deve generalizzare ma io  lo devo
dire) sono di una superficialità imbarazzante, attenti a quello che dicono,
dove molte informazioni vengono scartate. Vi voglio solo  fare un piccolo
esempio che ho sotto mano, perché mi sembra adatto per parlare proprio
della superficialità; la malafede, infatti, ci induce a una lotta politica
con mezzi più forti, ma la superficilità invece è qualcosa che richiede da
noi una vigilanza di cittadini. C'era sul Venerdì di Repubblica una  bella
intervista al nostro simpaticissimo e bravo Ramon Chao che è un personaggio
straordinario; Mempo Giardinelli parlava, nel pomeriggio, delle presenze di
rivoluzionari professionali in America Latina, ma ce le abbiamo anche noi e
Ramon Chao è uno di questi esempi. Forse da noi molti si sono accomodati,
molti hanno cambiato idea, siamo in tutto più vecchi degli americani, e in
questa intervista simpatica, divertente anche  piuttosto onesta di Anais
Ginori (a me ora piace dire nome e cognome dei giornalisti, perché penso
che chi firma è autore, cioè  ha l'autorità e la responsabilità di quello
che ha scritto) in questo simpatico ritratto di Ramon Chao che è nelle sue
risposte assai sincero, a un certo momento la giornalista, a proposito
della simpatia che Ramon Chao nutre nei riguardi di Cuba e Fidel Castro,
insinua la domanda: " Fucilare i dissidenti non è repressione?". Ramon
risponde da par suo, però forse neanche lui nota che la giornalista ha
parlato di "fucilazione di dissidenti". Ciò non è avvenuto, sono stati
fucilati non dei dissidenti, ma piuttosto dei terroristi che avevano
sequestrato le imbarcazioni con 40 civili a bordo e ne avevano messo
gravemente in pericolo la vita. Io non voglio entrare nella questione della
pena di morte, credo che sia del tutto inutile dire come siamo tutti
contrari alla pena di morte; io voglio solamente con la penna rossa e blu,
da buona maestrina come spesso mi accusano di essere, sottolineare una
frase scorretta della giornalista che non può dire "fucilare i dissidenti",
perché non è quello che è avvenuto e quindi non può dare per certa  una
cosa che è falsa. Questo tipo di leggeri slittamenti della falsificazione
porta alla lunga a ritenere che un paese x nel mondo, per esempio, che ha
dei sistemi politici diversi dai nostri, per questa diversità sono poi
bollati come selvaggi, inferiori, barbari, non civilizzati, ecc. Voi vi
rendete conto, con le esperienze degli ultimi mesi, che qualunque diversità
oggi è pericolosa, qualunque diversità autorizza l'"occidentalcentrico" a
imporre poi la sua norma e il suo codice che è l'unico ammesso. Volevo dire
solo questo.



Gianni Minà -  Cominciamo con gli interventi. L'America Latina ha due
nazioni, anzi tre, che sono a loro volta un continente: il Brasile, con 176
milioni di abitanti  -noi infatti ogni tanto parliamo dimenticando la
realtà geografica, fisica di che cosa stiamo parlando-; l'Argentina che,
con i suoi 35 milioni di abitanti, ha una ricchezza e una estensione da
mezzo continente e il Messico, 110 milioni di abitanti. Mempo Giardinelli
sta vivendo questo vento nuovo che, con l'elezione di Lula in Brasile e ora
con l'elezione di Kirchner in Argentina, sta soffiando dall'America latina,
influenzando perfino la un po' addormentata e amorfa sinistra europea e
italiana. Potro Alegre è una realtà, malgrado i giornali l'abbiano voluta
un po' ignorare, perché è il luogo dove stanno nascendo le idee per
cambiare un mondo che sembra ineluttabile; idee che sono ogni anno inviate
alle cancellerie, ai governi che dicono che non ci sono altre vie se non
quelle del capitalismo e del neoliberismo, idee e soluzioni ai problemi che
però finiscono nel cestino dei ministeri degli Esteri delle nazioni che si
autodefiniscono civili e democratiche.  Porto Alegre come laboratorio
importante che ti mette ora nelle condizioni di rispondere sul perché si
cestinano le proposte di alcuni fra i più grandi scienziati nei vari
settori come la risorsa idrica, la cui mancanza raggiunge  più di 1
miliardo e mezzo di persone; il cibo a cui accede solamente il 30%
dell'umanità, mentre l'80% ne è priva; la desertificazione. Da lì arrivano
proposte concrete, non è un laboratorio di sognatori. Lì ho visto 20.000
persone assistere alla conferenza di Noam Chomsky e del teologo Leonardo
Boff allo stadio Gigantinho (lo stesso stadio dove giocava Falcao); ho
visto 20.000 persone assistere alla conferenza di Edoardo Galeano e di
Arundati Roy, la giovane, piccola tenace indiana de "Il Dio delle piccole
cose", ma non ho visto reportage  nei giornali italiani di questi eventi
dove migliaia di persone andavano a sentire degli scrittori, non certo Bono
degli U2. Qualcosa sta avvenendo: perché si nascondono questo tipo di
realtà che per un giornalista è obbligatorio raccontare?  Forse perchè
questo messaggio che arriva dall'America Latina dà fastidio ai partiti
bolliti della sinistra europea e italiana? Allora credo che dobbiamo
cominciare a parlare del Brasile e dell'Argentina. E chi meglio di uno
scrittore  -che non è solo uno scrittore, ma una coscienza critica in
Argentina- come  Mempo Giardinelli?



Mempo Giardinelli: Tante grazie Gianni. Oggi il Brasile, il Venezuela e
l'Argentina sono considerate per il grande potere  del mondo come un nuovo
regno del male. In un primo tempo il governo di Lula è stato visto come un
leone pericoloso per i poteri mondiali. Noi argentini sappiamo, per quel
che ci riguarda,  che il nostro non è un piccolo paese, nè un paese povero,
ma è una nazione bruciata. In Argentina, 200 giorni fa tutto è cominciato a
cambiare, soprattutto per il vento che viene dal Brasile. Il paese di Lula
è oggi il big brother del Sud America, è come un treno per noi argentini,
uruguayani,  cileni, paraguayani, peruviani, tutti. Sappiamo che il Brasile
è il centro dell'attenzione mondiale, per questo per noi è importante, anzi
fondamentale tenere una relazione con il Brasile attraverso quello che noi
chiamiamo  Mercosud. Il Mercosud è incominciato 15 anni fa come il primo
accordo fra nazioni del Sud America, con infinità di problemi e squilibri
ma noi in Argentina, con il governo di Carlos Menem e di Fernando della Rua
, negli  ultimi 13 -14 anni, non abbiamo mai collaborato a questo accordo,
al contrario degli altri paesi. L'Argentina ha sempre guardato all'Europa
come modello e per noi è sempre stata presente una sorta di amara
"constatazione permanente" per cui siamo troppo indiani per l'Europa  e
troppo europei per l'America Latina. Ma abbiamo incominciato a cambiare 200
giorni fa con l'avvenimento del presidente Kirchner che ha inaugurato
quello che i mezzi  di comunicazione hanno battezzato come "lo stile k". E'
quasi uno scherzo e ricorda Kafka, un processo kafkiano, ma allo stesso
tempo è una incognita quasi matematica. Kirchner è il presidente più debole
di tutta la storia argentina, perché ha vinto le elezioni solamente con il
22% dei voti della gente. Nessuno credeva in Kirchner, né io, tanto meno
tutta l'intellettualità argentina, ma quest'uomo nei suoi primi 80-90
giorni, ha fatto cinque cose che rappresenta quasi una rivoluzione
democratica dell'Argentina: per prima cosa ha iniziato un cambiamento nella
Corte Suprema di Giustizia, assolutamente corrotto durante il governo di
Menem  e poi ha fatto, per la prima volta nella nostra storia, la
dichiarazione per cui la giustizia in Argentina non deve essere dipendente
dal governo. La seconda azione importante è stata aprire tutti gli archivi
della Side (la Segreteria di Informazione delle Stato) per la prima volta
per dimostrare che il governo, lo stato argentino, è stato legato alle
bombe che ha distrutto nel '92 l'Ambasciata di Israele e nel '94 le bombe
contro l'Ammia, l'organizzazione civile di solidarietà della comunità
ebraica.



Gianni Minà - Il governo quindi era coinvolto.



Mempo Giradinelli - Kirchner  ha fatto togliere il segreto da tutti i
documenti e adesso noi sappiamo come si svolsero i fatti. Proprio Menem
sarà convocato come imputato in questi crimini.



Gianni Minà - Niente di nuovo sotto il sole. In Italia negli anni 70 c'era
l'Ufficio affari riservati del Ministero dell'Interno che più o meno faceva
lo stesso lavoro.



Mempo Giardinelli - La terza cosa che ha fatto questo governo è la revoca
di tutte le leggi che dichiaravano l'impunità dei militari responsabili per
30.000 desaparecidos.



Gianni Minà: La legge del punto finaleŠ.



Mempo Giardinelli -  La legge del punto finale , la legge "de obedencia de
vida"Š





Gianni Minà: Sono state tutte cancellate..



Mempo Giardinelli - Queste leggi state tutte cancellate e i militari
argentini che avevano chiesto di essere giudicati dalla giustizia spagnola,
italiana, francese, adesso dovranno essere giudicati in Argentina, come
deve essere. (applauso) Questo applauso è per il presidente KirchnerŠ

La quarta cosa che ha sorpreso tutto il paese è stata la revisione di
tutte le privatizzazioni, di tutte le imprese che hanno fatto i
favoritismi, che hanno accettato la corruzione durante il menemismo. Noi
argentini durante il menemismo abbiamo perduto la benzina, le
telecomunicazioni, la luce,l'acqua, il gas



Gianni Minà - la grande distribuzioneŠ



Mempo Giardinelli - Le autostrade. Abbiamo perduto le linee aeree, le linee
di mare, i porti, il pesce, abbiamo perduto tutto.



Gianni Minà -  Tutto privatizzato  e preso dalle multinazionali straniere



Mempo Giardinelli - Il patrimonio sociale di Argentina è attualmente
praticamente zero.  Kirchner sta rivedendo tutte  le leggi riguardanti la
privatizzazione che hanno fomentato la corruzione con il governo di Menem
e, quinta cosa, ha incominciato una relazione adulta e seria con il Fondo
monetario internazionale, riconoscendo per la prima volta il debito
argentino ma non dicendo "Vogliamo pagare come vuoi" né "Noi non vogliamo
pagare perché siamo oberati". Ha incominciato una relazione che  sarà
lunga, o almeno ci aspettiamo sia lunga, perché noi argentini sappiamo che
questo debito è impagabile. Ora potrei finire questo mio discorso con due
idee. Adesso l'87, l'88% di argentini hanno espresso simpatia per questo
"stile K":  è più di una speranza, più di una illusione, è una quasi un
vento di innovazione che possiamo insperato. Naturalmente tutto questo non
è sufficiente perché il presidente Kirchner ha governato solamente per 200
giorni; nello stesso tempo mantiene relazioni di partito, il partito
peronista, ma anche con molti orribili personaggi del menemismo. Questa è
una contraddizione essenziale perché, ancora oggi, non ha "affettato",
nessun pesce grosso della politica o della economia corrotta
dell'Argenitna. Insomma,  tutto questo non può rappresentare una nuova
speranza bruciata ma, certo, noi siamo argentini e con noi tutto è
possibile. Grazie.



Gianni Minà - Mentre si apre dal Brasile e dall'Argentina questo vento di
speranza che significa per esempio rafforzare il Mercosud sull'esempio
della Comunità europea e non accettare invece l'Alca con cui vogliono
imporre all'America latina le multinazionali degli Stati uniti.
L'Associazione libero commercio de Las Americas, con i suoi regolamenti,
annichilirebbero definitivamente tutte le economie dei paesi
latinoamericani come è successo in Messico che ha firmato il famoso Nafta
(il trattato con Stati uniti e Canada che ha annientato la loro economia).
Ci sono invece paesi latinoamericani dove sembra che si è tornati indietro
di 20 anni e uno di questi è il Guatemala. Ve lo dico perché  le notizie
riguardanti queste nazioni sono sparite dai giornali italiani, mentre se
c'è qualche notizia su Cuba sì. Per il resto è meglio ignorare situazioni
infami, spaventose. Dante Liano è guatemalteco, ed è preoccupato della
situazione in cui riversa il suo paese.



Dante Liano - Passo subito a raccontarvi qualcosa, il titolo potrebbe
essere "Nessuno iscrive il generale", ed è la storia del nostro generale
Rioss Mont, guatemalteco per disgrazia fra noi guatemaltechi, che nel 1982
era colonnello dell'esercito del Guatemala (generale è diventato dopo) e
allo stesso tempo era pastore protestante, a capo di una chiesa chiamata
"il Verbo" una chiesa nuovaŠ

Gianni Minà - Una di queste sette che stanno proliferandoŠ



Dante Liano - Quelle che compaiono in televisione, che guariscono,  parlano
lingue, che impazziscono e Rioss Mont era diventato pastore di questa
pseudo chiesa. Un giorno di giugno dell'82 dei giovani militari
guatemaltechi, stanchi di 20 anni di dittatura, affranti perché a loro non
aveva toccato nessuna fetta della torta che gli altri si spartivano, fecero
un colpo di stato (cosa che era abbastanza normale nel nostro paese). Per
me la marcia di Radetzky, infatti, ogni volta che la sento al concerto di
fine d'anno, mi fa ricordare automaticamente che è caduto il governo perché
ogni volta che c'era il colpo di stato in Guatemala mettevano questa marcia
prima del discorso: "Popolo del GuatemalaŠeccetera, eccetera". E marcia di
Radetzky e colpo di statoŠ Questa volta però i giovani ufficiali avevano
scelto quello che chiamavano "il babbino", il loro piccolo papà, Rioss Mont
insomma. Andarono a cercarlo alla chiesa dove lui era pastore e gli
dissero: "Colonnello lo vogliamo fare presidente della Repubblica". Lui
chiese 10 minuti per ritirarsi a pregare e parlare con Dio e dopo 15 minuti
uscì dicendo: "Accetto, il Signore mi ha scelto per  raddrizzare questo
paese". Morale della favola,  avevamo un inviato di Dio come  Presidente
della Repubblica.



Gianni Minà - Anche lui unto dal SignoreŠ



Dante Liano - Ma lui lo era per davvero, lui sì, aveva parlato direttamente
con Dio ed era stato così entusiasta della sua investitura che durante un
solo anno ha ucciso 17.000 guatemaltechi. Spaventò persino i macellai che
lo  avevano messo come presidente della Repubblica e, atterriti, lo hanno
deposto. Un anno. Per un anno lui si è macchiato veramente di crimini
contro l'umanità, ma avendo esagerato anche di fronte ai suoi stessi
compagni di avventura, è tornato nell'ombra. Dopo di che nel 1985, dopo 30
anni di guerra, i militari  ci hanno concesso graziosamente elezioni
democratiche. Si faceva automaticamente, infatti, l'equazione: elezioni =
democrazia, e allora, a quel punto, si è annunciato, festeggiando, che la
democrazia era tornata in Guatemala. Nel '96 si sono firmati gli accordi di
pace e nel 2000 ci sono stati di nuovo le elezioni. Rioss Mont aveva un
conto in sospeso con la presidenza della Repubblica perché lui, nel 1974,
s'era presentato come candidato della sinistra del Guatemala (la sinistra
era la Democrazia cristiana all'epoca. Aveva vinto le elezioni e, devo
dirlo con lacrime agli occhi, anche io votai per lui, perché si era
presentato con un programma che toccava la dottrina sociale della chiesa.
Era democratico cristiano ed era cattolico a quell'epoca) e aveva pure
vinto. Però ai suoi colleghi militari quella vittoria non piacque e lo
dimostrarono piazzandogli un carroarmato davanti casa sua. Nello stesso
periodo, durante il conteggio dei voti, ci fu  un un improvviso black out
di una settimana e quando ritornò l'energia elettrica, si scoprì che non
aveva più vinto. Così Rios Montt, aveva accettato, con il cannone del carro
armato puntato sulla sua casa, di essere consigliere militare
dell'Ambasciata di Spagna e questa situazione gli procurò una grande
depressione. In Spagna andò sotto cura, ma si convinse che la sua
guarigione poteva avvenire solamente se avesse riconquistato la presidenza
della Repubblica. Così nel 2000 tentò di presentarsi, ma c'era lo scoglio
della Costituzione della Repubblica che proibisce, chiunque sia stato
assunto al potere con un colpo di stato, di  ripresentarsi come candidato
alla presidenza. A quel punto ha presentato un suo pupillo, il licensiado,
il dottore Alfonso Portillo, non esattamente un angelo, perché aveva ucciso
due studenti in Messico, ma questa è un'altra storia. Ovviamente, ci sono
storie dentro le  storie e non ho purtroppo il tempo materiale per
raccontarle tutte. Alfonso Portillo, con l'aiuto del monopolio dei mezzi di
comunicazione di massa, che in GuatemalaŠ.

Minà: Ma va?

Liano: E sì, anche noi, nella nostra arretratezza, abbiamo il problema dei
mezzi di comunicazione di massa. Insomma, Portillo vinse le elezioni.
Purtroppo non aveva tanta voglia di governare, ma usò il suo mandato per
rubare tutto quello che poteva, poi andò a vivere a Miami  tutto contento.
Ma facciamo un passo indietro: quando Rios Montt diventò Presidente del
Parlamento, avendo la maggioranza assoluta, cominciò a modificare le leggi
del paese, acquisendo il potere, tra le altre cose, di nominare i
magistrati e lo fece nominandone alcuni  del Tribunale supremo elettorale.
Adesso che ci saranno le elezioni e si presenterà di nuovo (perché deve
guarire la sua depressione, lui)  il Tribunale supremo, con l'aiuto del
Congresso della Repubblica modificherà la legge ad hoc e lui sarà libero di
presentarsi. Il 4 di novembre avremo il nostro carnefice come possibile
vincitore alle elezioni. Perché possibile vincitore? Perché lui si avvale
di una struttura chiamata  "pattuglie  di auto-difesa civile", piccole
cellule armate che sono estese in tutto il territorio nazionale, la maggior
parte sono contadini che hanno molto bisogno, pagate per il loro lavoro sia
in contante oppure con arnesi. Applicano un ragionamento molto semplice:
noi abbiamo bisogno o di soldi o di arnesi, quindi voti in cambio di soldi
o di arnesi e poi controllo sull'altra popolazione. Questi contadini,
infatti, sono armati e nei piccoli centri è possibile sapere chi vota e chi
non vota; quindi, in questo senso, le elezioni sono democratiche, però
abbastanza orientate. Infine, purtroppo, durante il governo di Portillo si
sono formate 3 narcomafie in Guatemala (una delle quali ha come capo lo
stesso Rioss Montt) che si occupano di traffico di droga, di immigranti
verso gli Stati uniti, di bambini, di organi umani e di opere d'arte. Hanno
un giro d'affari molto alto, sono molto potenti, e formano coi militari e
l'oligarchia, un gruppo di potere molto forte. Per questo motivo è molto
probabile che Rioss Montt possa vincere le elezioni. Questo panorama viene
accompagnato da una violazione costante dei diritti umani,  in modo
particolare i diritti umani dell'opposizione. Come diceva l'ex presidente
Lucas del Guatemala: "Io non perseguito i diritti umani, io perseguito i
sinistri umani" e lo stesso hanno fatto Portillo e Rioss Mont. Con questo
problema che abbiamo, avete per caso letto qualcosa sui giornali? Mentre
ogni volta che (non vorrei fare una polemica) che Fidel Castro starnutisce,
c'è un tifone che magari ammazza qualche zanzara. Ed invece, per queste
cose gravi che succedono nel mio piccolo, triste, malinconico paese, non
c'è mai una riga, un trafiletto sui giornali. Questa è informazione negata.
Grazie.



Gianni Minà - Il tuo paese è piccolo ma ha prodotto la civiltà Maya, una
grande civiltà, ed è per questo che sta nel nostro cuore ma è anche per
questo che sentiamo come una ferita tutto quello che succede in Guatemala.
Hai accennato a Cuba, e allora la domanda che vi faccio è la seguente:
avete mai visto in qualunque trasmissione di Vespa, di Ferrara, anche di
Santoro, raccontarvi queste cose che vi ha appena raccontato il professor
Liano, docente alla Cattolica di Milano? Sono cose molto più gravi di
qualunque cosa sia successa a Cuba, però non ve le hanno raccontate; non le
dovete sapere, non dovete fare confronti, non dovete avere il dubbio che
quando vi dicono democrazia vi stanno prendendo in giro... E allora uno si
preoccupa. Io ho fatto il discorso di Cuba parlando dell'ipocrisia dei
media quando si parla di questo paese. Certo, anch'io sono contro la pena
di morte, ho fatto campagne contro, e quindi la fucilazione di tre che non
erano, come dice Alessandra, dissidenti, procurano dolore. Ma pensate se
fosse successo in Italia dove in 15 giorni dirottano 3 aerei e il ferryboat
Reggio Calabria- Messina. Forse potremmo pensare che sta accadendo un atto
terroristico nel nostro paese e quando poi scopri che le azioni previste
erano 16 (ci dovevano essere altri 16 sequestri) allora cominci a pensare
che c'è un'organizzazione che sta tramando qualcosa per delegittimare e
atterrare il paese. Ma questo non ve lo hanno raccontato eppure è noto in
tutti i mezzi d'informazione. Però tutto questo ai miei occhi non
giustificava la pena di morte, e quindi ho inviato una lettera di protesta.
C'è però anche da dire che da quasi 4 anni vigeva la moratoria sulla pena
di morte, mentre il boia negli Stati uniti continua ad agire ogni giorno.
Hanno fatto sensazione le fucilazioni di Cuba, non hanno fatto sensazione
le fucilazioni negli Stati uniti. Da cattolico questa mi sembra doppia
morale. Rimane il problema che per me la pena di morte è assolutamente
inaccettabile e allora ho chiesto (e questo è il lavoro che ho fatto nella
rivista) anche ai cubani le loro ragioni perché i fatti si capiscono
soltanto parlando con tutti. Ci sono molte cose che non capisco, ad esempio
quella dei Ds che, per quello che è successo e succede in Guatemala non
hanno chiesto un dibattito parlamentare e non hanno fatto una giornata di
dibattito a Torino, però per quello che è accaduto a Cuba lo hanno subito
organizzato. Non capisco perché, qual è il metro e qual'è la differenza? In
Perù e in Bolivia i presidenti hanno mandato i carriarmati per strada per
respingere la  folla che protestava per la fame, per le nuove ricette del
Fondo  monetario. I carri armati hanno sparato e hanno ammazzato sei
persone in Perù, molte di più in Bolivia, ma non c'è stato nessun
interesse, nessuna iniziativa politica in Italia. Allora com'è questa
storia? Il dovere di difendere certi principi non ce li ha soltanto Cuba,
ovvero li ha anche Cuba ed è legittimo chiedergli ragione di questo, ma li
hanno anche tutti i paesi del mondo. Io penso che il discorso vada
affrontato in questo modo: le responsabilità di Cuba e anche le sue
conquiste; si ammazza infatti  anche la gente solo con le leggi economiche;
in tutta l'America Latina ci sono dei killer del Fondo monetario e della
Banca mondiale che ammazzano le persone senza neanche far loro un processo
sommario, le ammazzano con le leggi economiche. E per questo credo sia
giusto sentire il Presidente degli artisti e degli scrittori di Cuba,
Carlos Martí, che vi esporrà le ragioni del suo paese.



Carlos Martí - Grazie Gianni per la tua introduzione, perché mi eviti di
dover parlare della pena di morte e di ripetere argomenti  già spiegati
qui. Credo sia necessario parlare della necessità di vivere e di evitare,
con la battaglia per la cultura che è quella che sta liberando Cuba, la
pena di morte. In un mondo pieno di contrasti tra i progressi tecnologici
del "cyber-paradiso" da una parte, e la fame di coloro che mai si
affacceranno allo schermo di un semplice televisore dall'altro, già si
parla della clonazione umana. Ho letto poco tempo fa su internet che alcuni
scienziati affermano di avere clonato il primo essere umano, ovviamente una
donna, bellezza inclusa, e ovviamente chiamata Eva. Ma la cosa più curiosa
è che si afferma anche che si prova a clonare altri personaggi  partendo
dalla mappatura genetica. E perché parlo di tutto questo? Perché tra le
tante eccentricità tecnologiche si perde di vista la valanga crescente
della sottocultura che distribuiscono le transnazionali. La controutopia
del mercato come incubo regressivo e l'addio all'umanesimo che è
protagonizzato da quelli che pragmaticamente dividono la cultura tra
scienze esatte, sociali e umane, e relegano queste ultime a un semplice
ruolo decorativo. Ci sono università con perversi programmi accademici alle
quali interessa solo formare futuri i impiegati dell'implacabile mercato
globalizzato. Confondono la conoscenza pratica con la raffinatezza.
Internet presuppone l'apoteosi della lettura ma molte poche volte di una
lettura autonoma, intelligente, colta. Si distribuisce letteratura di poco
prezzo chiamata letteratura kleenex perché si usa e si getta. Si potrebbero
fare molti altri esempi ma non basterebbe il tempo. Contro tutte queste
tendenze, il movimento intellettuale e artistico cubano si è posto
all'avanguardia della crociata umanista che la Rivoluzione sta rendendo
reale. Con una grande vocazione sociale ci uniamo agli scienziati, agli
accademici, professionisti di ogni tipo e insieme alle istituzioni
culturali, centri di istruzione, istituti di ricerca e sviluppo vogliamo
appoggiare con fermezza la politica culturale e educativa. Abbiamo la
fortuna di avere una organizzazione di scrittori ed artisti che si
mobilitano con in modo risoluto per stimolare il pensiero articolare i
frammenti dispersi della realtà, creare coscienza, risolvere la tensione
tra scienza ed etica, mercato e cultura, manipolazione e libertà.
Propugniamo l'umanizzazione piena, l'uguaglianza di accesso alla cultura e
valutiamo inoltre, come abbiamo fatto recentemente, le fatidiche tendenze
attuali verso una globalizzazione di segno fascista che gli Stati Uniti
pretendono di imporre, con il loro appetito di dominio mondiale e il
saccheggio delle ricchezze ad unico beneficio dell'impero. L'informazione è
negata, come si è detto qui, ed è anche assassinata dai media, come nel
caso del Venezuela. Recentemente sono venuto a conoscenza di una
manifestazione di più di due milioni di persone in Venezuela e comunque so
che se c'è stata informazione è stata in qualche modo sequestrata dai
grandi media. Ora, comunque, specialisti cubani partecipano ad una crociata
per alfabetizzare in pochi mesi più di un milione di venezuelani. Non posso
dimenticare una frase che circolava nei momenti della guerra in Iraq.
Alcuni Yankees che domandano agli arabi: "che ci fa il nostro petrolio
sotto le vostre sabbie?". La realtà dimostra che la rapina più crudele oggi
si sta effettuando nella mancanza totale di rispetto della sovranità,
dell'ordine e della sicurezza internazionale. Per questo noi scrittori e
gli artisti lanciamo una convocazione alla costituzione di un fronte
mondiale antifascista, non tanto per salvare Cuba, ma per salvare il mondo.
Fronte al quale ha dato appoggio pieno la comunità intellettuale cubana, le
sue istituzioni e le organizzazioni professionali del paese. Vogliamo fare
un appello a tutti voi e ovviamente alle personalità che hanno partecipato
a questo evento così importante e ben organizzato, affinché si
sottoscrivano obiettivi simili e si uniscano le forze. Bisogna arrestare la
scalata arrogante dell'impero e la distruzione nella cultura promossa dal
mercato con i suoi feticci pseudo-culturali. Però vogliamo anche conoscere
a fondo quella che è la cultura nordamericana, per questo il 4 luglio di
quest'anno abbiamo indetto una serie di gare culturali durante le quali i
nostri intellettuali, i nostri scrittori hanno letto le grandi opere della
letteratura nordamericana e sono state illustrate anche le creazioni
dell'arte. Volevamo dare solidarietà alla grande cultura nordamericana, la
quale pure è tacitata dalla spazzatura mediatica e dall'audiovisivo che
impoverisce gli spiriti e dare solidarietà infine contro tutto questo che è
stato definito macdonaldizzazione. Su questo e su molti altri temi dobbiamo
portare avanti un approfondimento continuo. Non possiamo essere trascinati
dalla miseria intellettuale ed etica di un impero che sta condannando
continenti interi come succede con l'Africa, dove ci saranno esseri che non
sapranno mai cos'è un computer, né impareranno mai semplicemente a leggere
e a scrivere. Per tematizzare questi temi in modo plurale, per ascoltare
opinioni diverse, per dialogare ed anche organizzarci mentalmente e
culturalmente, abbiamo lanciato un sito web nella Uneac, che si chiama
<http://www.noalfascismo.uniec.com/>www.noalfascismo.uneac.com. Vi invito
affinché lavoriamo per questa via nello scambio di conoscenze e
informazioni. Osservando la velocità con cui vogliono relegare la cultura
in secondo piano, confermo che si è messo in moto un piano volto ad
annichilire i valori umani più trascendentali. Per questo ricordo una
barzelletta messicana di una maestra che chiede a un alunno: "Rispondimi
molto rapidamente quanto fa due più due" e il bambino risponde "cinque".
Sorpresa  della risposta, la maestra rimprovera il bambino e lui risponde:
"Lei mi ha chiesto rapidità, mica precisione". Per questo, mentre ci si
affanna a realizzare la clonazione umana che ci porterebbe solo a
personaggi identificabili fisicamente, bisognerebbe esigere di trovare la
forma di clonare l'etica, la cultura, il senso di solidarietà di paradigmi
umani come il Che Guevara. Perché in fin dei conti, come diceva
Shakespeare, noi siamo fatti della materia dei nostri sogni. Grazie.



Gianni Minà - Carlos Martí ha preferito raccontare la loro avventura dal
punto di vista culturale. Chiedo allora più direttamente al professor Wayne
Smith, docente della John Hopckins University di Washington, il suo punto
di vista, che sia però più politico sulla assurda inimicizia che da 40 anni
divide Cuba e gli Stati Uniti. E' stata giusta o sbagliata la politica
degli ultimi 40 anni? C'è la possibilità che questa politica cambi?

Wayne Smith: In primo luogo voglio ringraziarvi per essere ancora qui, è
mezzanotte. Fa molto freddo quindi ci sono due spiegazioni per questo: o
siete tutti senza tetto, ma siete un po' troppo vestiti bene per esserlo,
oppure siete molto interessati a quello che stiamo dicendo, e di questo vi
ringraziamo. Vorrei fare qualche commento sulla pena di morte. Gianni si
oppone alla pena di morte, io pure, ma negli Stati Uniti, quando si tira
fuori la questione delle esecuzioni a Cuba, dicono: "Ma come si può pensare
di potere avere rapporti con un paese come quello?". Ma allora come si
possono avere rapporti, come si può avere un presidente come George W. Bush
che quando è stato governatore del Texas si vantava di avere avuto il
maggior numero di esecuzioni nella storia di tutti gli altri stati degli
Stati Uniti? Durante il suo governatorato sono state eseguite 154
esecuzioni. Così è meglio osservare la questione da più punti di vista e
con una certa oggettività. Vi sono certe cose ovviamente nel sistema di
Cuba e degli Stati Uniti sulle quali io non sono d'accordo, ma non per
questo non ci sono ragioni per cui gli Stati Uniti e Cuba non potrebbero
sedersi ed iniziare un negoziato. Vorrei chiarire un episodio del passato e
poi parlare di una situazione del presente prima di concludere la serata.
Si diceva negli Stati Uniti che Jimmy Carter  aveva tentato di migliorare i
rapporti con Cuba, ma che il presidente Castro aveva organizzato un flusso
di rifugiati, il famoso Programma Mariel in cui 125.000 cubani sbarcarono
in territorio americano privi di documenti  e a quel punto la possibilità
di negoziato finì. Ma il flusso di rifugiati, in realtà, si ebbe perché gli
Usa non risposero alle domande circa i dirottamenti marittimi, nè fornirono
dettagli. Una quantità enorme di cubani avevano, infatti, preso l'abitudine
di dirottare questi mezzi navali  in punta di fucile, minacciando
l'equipaggio e obbligandolo a dirigersi verso gli Stati uniti. Gli Usa
ovviamente li accoglievano subito sulle loro coste, non solo, ma alcuni di
loro la mattina dopo venivano intervistati da The Voice of America. Per
tutti questi casi Cuba aveva inoltrato una protesta dicendo anche che se
gli Stati Uniti non avessero assunto una chiara posizione contro questi
dirottamenti, quest'ultimi avrebbero continuato ad aumentare. Io ero il
principale rappresentante diplomatico all'Avana all'epoca e non feci altro
che mandare numerosi telegrammi al mio governo chiedendogli di emettere un
documento in cui dichiarasse di non accettare questo genere di dirottamenti
e che, comunque, tutti i cubani che fossero giunti in territorio americano
in questo modo, sarebbero dovuti essere processati secondo le leggi
americane. Non dovevano essere rinviati a Cuba, sottoposti a processo
secondo le leggi Usa. Ebbene, non ho mai ricevuto una risposta, né ai miei
telegrammi né è mai stata inoltrata una replica alle proteste di Cuba. Nel
febbraio del 1980 io inviai una nota al vice presidente Carlos Rafael
Rodriguez. La risposta che mi diede fu che lui sperava che il governo
americano prendesse in considerazione le proteste del governo cubano,
perchè il rischio, senza una risposta dei nordamericani, era di protrarre
il processo di emigrazione all'infinito. Poi iniziò questo famoso flusso
chiamato Mariel. Ma non era causato da una reazione aggressiva da parte dei
cubani. Si era semplicemente palesato il rischio che aveva anticipato lo
stesso Rodriguez e tutto questo perché non avevano mai ricevuto nessuna
risposta soddisfacente da parte del governo americano. Questo
atteggiamento, secondo me, è stato veramente una cosa molto stupida.
L'episodio, comunque, non ha fermato i negoziati che si stavano trascinando
tra gli Stati Uniti e Cuba anzi, ha fatto capire a qualcuno, nell'ambito
dell'amministrazione americana che Cuba forse valeva la pena essere presa
seriamente. Qualcuno presso il Dipartimento di stato, ovviamente non in
modo ufficiale, ha dichiarato che Cuba non ha armi nucleari però ha
centinaia e centinaia di persone che può mandare via. E così per la prima
volta iniziò un vero, serio processo di negoziato fra gli Stati Uniti e
Cuba. Per la prima volta iniziarono i negoziati seri raggiungendo un
accordo: Cuba aveva fermato il flusso di Mariel e lentamente ripresero i
negoziati per i quali non c'era una tabella di marcia fissa. Noi però
contavamo sul fatto che Carter sarebbe stato rieletto e calcolavamo,
tramite questi negoziati, di arrivare alla normalizzazione dei rapporti tra
Cuba e Stati Uniti. Fino al giorno delle lezioni, le previsioni erano così
vicine per i due candidati che non c'era nessuno in grado di prevedere
quale fosse stato il risultato. Comunque, da quello che sappiamo adesso, ci
fu un accordo fra gli iraniani e i repubblicani: gli ostaggi americani che
erano trattenuti a Teheran non sarebbero stati liberati fino a dopo le
elezioni. Questo fu un colpo fortissimo per Carter che lo portò ovviamente
alla sua non rielezione. E che cosa orrenda e disprezzabile è stata la
negoziazione con gli iraniani perché tenessero prigionieri gli ostaggi
americani finchè un repubblicano non avesse vinto le elezioni.  E così
l'unica possibilità che c'era stata fino a quel momento di una soluzione
negoziata fra Cuba e gli Stati Uniti andò persa. E invece di cercare di
migliorare i rapporti, Ronald Reagan descrisse Cuba come il peggior
rappresentante dell'Impero del male. Forse c'era qualche piccola logica
nella nostra politica nei confronti di Cuba durante la Guerra fredda. Ma la
Guerra fredda ormai era finita da oltre dieci anni e noi non avevamo
ricevuto nessuna minaccia dai cubani e non c'è stata nessuna ragione di
politica estera per cui non potevamo iniziare i negoziati. Perché non si
cambia questa politica? Perché per vincere le elezioni nello stato della
Florida bisogna assicurarsi i voti della comunità cubanoamericana che vive
in quello stato e che rappresenta il 6% degli elettori e per vincere i voti
di questo 6% di elettori, bisogna mantenere la linea dura nei confronti di
Cuba. Comunque oggi la maggioranza degli americani vorrebbero che si
arrivasse a una normalizzazione dei rapporti con il governo cubano; i
contadini del Middle West vorrebbero vendere i loro prodotti a Cuba e anche
la maggior parte degli abitanti della Florida oggi desidera la
normalizzazione dei rapporti. Ed è cambiato l'atteggiamento di parte  della
comunità cubano americana. Un sondaggio ha dato questi risultati: il 55%
dei cubani americani ritengono che l'embargo sia fallito e che bisognerà
iniziare una nuova politica; il 75% vorrebbe che venissero eliminati tutti
gli impedimenti ai viaggi e al libero movimento; il 65% di questa comunità
desidera che si inizi un nuovo dialogo tra la comunità cubanoamericana
residente in Florida e i cubani dell'Isola. Credo che ci deve esser
qualcosa, per quanto riguarda Cuba, che impedisce ai nostri uomini
politici, alle nostre amministrazioni di ragionare in modo razionale. Dopo
che lasciai il servizio diplomatico, durante un'intervista al New York
Times, ho detto che Cuba sembra avere per i nostri politici, lo stesso
effetto che ha la luna piena sui licantropi. Io non credo che ci sia alcuna
speranza di cambiamento della politica degli Stati Uniti nei confronti
dell'Isola finché sarà presidente George W. Bush. Ma vorrei aggiungere che
questa è la minore delle nostre preoccupazioni. Gorge W. Bush sta
distruggendo la nostra economia, sta distruggendo il sistema
internazionale, sta danneggiando gravemente l'ambiente. Io ritengo che
Gorge W. Bush è il peggior presidente che io abbia mai visto in tutta la
mia vita ed è il più dannoso in tutta la storia degli Stati Uniti e se
verrà rieletto, che Dio salvi l'America.



Gianni Minà - E' terminato un racconto che sarebbe una prima pagina dei
giornali se i nostri quotidiani fossero veramente coerenti come dicono di
essere. Vi ha lacerato il velo su una realtà storica che non conoscevate.
Diplomatico americano nell'era di Carter, di quando c'era la morale e
l'etica nella politica invece che la politica sporca. Grazie Piacenza,
scusateci se questo lungo viaggio è finito tardi, ma grazie a Wayne Smith
che ci ha dato l'emozione di un racconto, di una realtà che ormai è
diventata storia.

Grazie ancora.