Dalla povertà al benessere per raggiungere l'infelicità



Caro Carlo, mi permetto di segnalarti quest'articolo pubblicato oggi sulla
Gazzetta del Sud.
Ciao e Buon lavoro
Davide


Dalla povertà al benessere per raggiungere l'infelicità

Se non c'è ancora riuscito il caldo, amici miei, a fulminarvi il cervello; a
obnubilarvi la mente, ci voglio provare io. Alla temperatura corrente di 39
gradi celsius umidità relativa 85 per cento, vi intratterrò sul seguente,
estivo e corroborante, tema: il Pil, prodotto interno lordo. Se ancora non
sapete cos'è il Pil vi conviene correre ad autodenunciarvi in tempo per
l'ultima sanatoria disponibile, ma lo sapete tutti cos'è: il Pil è la somma
di tutto ciò che in un paese si può trasformare in denaro. Da quando si è
scoperto che con il denaro ci si può comprare anche un'anima nuova, è
l'indice ufficiale del benessere di un popolo, è il numeretto in percentuale
positiva che vuole sventolare ogni governo; è il Dio Mammone che tanto ha
fatto incazzare il mite Mosè subito dopo il suo privato colloquio con il
Roveto Ardente.
M'è venuto in mente il Pil, pensate un po', il giorno di Ferragosto. Ho
passato il giorno di Ferragosto nella mia vecchia casa di Spezia, il posto
più accogliente che avessi a portata di mano. Lì ho un ventilatore cinese
che va come una littorina e un gran bel terrazzo esposto alla pur lieve bava
d'aria. Temperatura intramoenia 36 gradi, extramoenia 44: niente male per il
giorno dell'Assunta. È stato un bel giorno di pigro lavoro e oziosi pensieri
nostalgici. Il ventilatore friniva in controcanto alle cicale assiepate
sull'ulivo di fronte, e mi è ritornato alla mente che in questa casa ho
passato forse l'anno più felice della mia vita. Il 1991. Avevo lasciato un
odioso lavoro sicuro per provare a vivere di quello che mi piaceva, di
scrittura. Non avevo niente, solo questa casa con il suo terrazzo e una
buona idea per un romanzo. Ho passato quell'anno scrivendo e coltivando ogni
genere di pianta utile e ornamentale. Alla fine dell'anno avevo un romanzo e
una giungla. Detratto l'affitto, il telefono, luce e acqua, ho avuto a
disposizione 200mila lire al mese per tutto l'anno. Non mi è mancato nulla.
Mai. In quell'anno ho imparato cos'è il superfluo e cos'è il necessario, ho
imparato a fare la spesa, a tenermi d'acconto gli abiti, a razionare il
tabacco. Igiene dell'anima, disciplina del corpo. Sono stato davvero felice
e la mia felicità era fatta di niente. Niente che contribuisse alla crescita
del Pil mio e del mio paese.
Non credo di essere mai stato così bene come quell'anno. Non oggi che ho un
reddito cinque volte superiore di allora, una casa più grande e più bella,
una qualche posizione sociale. È fin stupido dirlo, ma i soldi non fanno la
felicità, il Pil non è per niente l'indicatore del reale benessere della
gente.
Si sta bene, secondo la scala di Maslow, quando si soddisfano le seguenti
necessità in ordine gerarchico: uno fame, sete, riposo due sicurezza e
protezione tre amore e senso di appartenenza quattro stima altrui e
autostima cinque e ultimo autorealizzazione. Quando un uomo diventa quello
che è in grado di diventare. E allora è felice, pienamente felice.
Rifletteteci un attimo su e chiedetevi se siete d'accordo con Maslow. Poi
chiedetevi quante di queste necessità potete soddisfare con la disponibilità
di denaro. Fin dove potete salire la gerarchia in virtù dei miliardi della
lotteria? Certo è che se non abbiamo la possibilità di sfamarci, di dormire
in un letto decente, di curarci, di riposare, di leggere un libro, sarà
impossibile raggiungere l'autorealizzazione. Ma poi, superato il primo
livello? Pensate ancora: più soldi abbiamo e più di quei soldi li investiamo
per curare la nostra infelicità, una infelicità che non dovrebbe essere
nello stato di benessere. Compriamo antidepressivi, paghiamo psicologi,
terapie antistress, acquistiamo oggetti inutili che lì per lì ci consolano,
blindiamo le porte, mettiamo allarmi, telecamere oltretutto, più soldi
abbiamo più cresce la paura di perderli; perché più cresce il Pil più
aumenta il divario tra chi ha e chi non ha. E così con le nostre spese anti
infelicità facciamo aumentare l'indice del benessere. Gli americani si sono
sentiti più felici, e la loro felicità è cresciuta di pari passo con il
benessere targato Pil, tra gli anni Cinquanta e Settanta, nell'epoca che ha
vinto la grande depressione economica e ha raggiunto le grandi conquiste
sociali e culturali. Poi, quando sono diventati davvero ricchi, felicità e
Pil si sono dissociati: hanno smesso di stare sempre più bene man andate
diversamente, le date sono quelle.
Pensateci ancora: tutto questo ci appare ovvio, banale, puro senso comune. E
allora, perché i nostri governi continuano ad adottare il dio blasfemo del
Pil. Perché dovremmo essere orgogliosi di aver raggiunto un due per cento in
positivo? A cosa ci serviranno questi soldi? Non sarebbe più umano e più
sensato che ci proponessimo altri obiettivi, pilotassimo e lavorassimo per
un indice del benessere diverso dallo stramaledetto Pil? La felicità per
ogni uomo è l'obiettivo che si propone la carta dei Diritti Universali; tra
i fondatori non risulta il fondo monetario internazionale, il Papa del Pil.

Maurizio Maggiani