[INEDITO] - Intervista ad Agnoletto



Vittorio Agnoletto a Lecce per la presentazione del suo nuovo libro.
Prima persone: il difficile cammino della nonviolenza.

Articolo di Stefania Ventura

In occasione dell'iniziativa "L'Italia della partecipazione l'Italia che
decide" organizzata a Lecce ho incontrato Vittorio Agnolotto  del World
Social Forum che ha pubblicato per gli editori Laterza il suo nuovo libro,
"Prima persone - Le nostre ragioni contro questa globalizzazione", un diario
autobiografico ma anche e soprattutto un utile strumento di informazione
"per chi del movimento non fa parte e magari non ne condivide neppure le
idee, ma non rinuncia a "camminare domandando" come avverte lo stesso autore
già nelle prime pagine del libro, che ripercorre la storia del movimento dei
movimenti e spregiudicatamente ne mette in evidenza anche le difficoltà.
Ciao Vittorio, "Prima persone" è non solo il diario di una bella avventura
ma anche il tentativo di far capire che cos'è il movimento.
Penso che ci sia la necessità di riuscire a spiegare che il movimento non è
solo in grado di contestare, ma è in grado anche di avanzare proposte
mature, di essere presente su tutti i vari contenuti. In questi giorni l'
immagine del movimento rischia di essere ridotta semplicemente a delle
manifestazioni di piazza e, purtroppo, a degli incidenti o all'azione di
alcuni gruppi di estrema minoranza esterni al movimento che sfasciano
vetrine. Questo è, invece, il primo movimento veramente globale che esiste
al mondo. I media ci chiamano "no global". Ma noi non siamo contro la
globalizzazione in termini generali, siamo contro questa globalizzazione
neoliberista. Più globale di questo movimento c'è solo la finanziarizzazione
dell'economia. Inoltre, è un movimento fortemente competente. Non è
costituito semplicemente da giovani ma da gente che ha alle spalle anni di
militanza nelle varie forme dell'associazionismo. E' un movimento
competente. Questo libro si rivolge sia a chi fa parte del movimento come
ulteriore elemento di discussione (ad esempio propongo una scelta radicale
di nonviolenza), ma anche a chi è esterno al nostro percorso.
Hai sentito l'esigenza di dedicare un capitolo al tema della nonviolenza: è
un tentativo di ricucire uno strappo con parte del movimento, come la Rete
Lilliput, che si caratterizza per la scelta dell'opzione nonviolenta, oppure
è uno scatto in avanti del movimento?
Innanzitutto è la mia storia: io ho una storia di obiettore di coscienza al
servizio militare. Ho trascorso venti mesi lontano da casa anziché dodici di
servizio militare e ormai da più di cinque anni sono obiettore fiscale alle
spese militari.  Quindi, è un percorso della mia vita, ma anche un'intima
convinzione, non per inseguire una parte del movimento. Io credo alla
nonviolenza come scelta etica, sono convinto come chiaramente dico nel
libro, che anche chi non la condivide come scelta etica assoluta non ha
alternativa dal prendere atto che sul piano politico non c'è altro strumento
che la nonviolenza. Dobbiamo raccogliere consenso e solo raccogliendo
consenso possiamo far crollare questa globalizzazione economico-finanziaria.
La nonviolenza è l'unico strumento che abbiamo.
Il movimento dei movimenti si caratterizza per la presenza di anime diverse
che convergono su alcune grandi battaglie globali e quindi campagne
condivise. Penso al difficile rapporto con i partiti politici.
Il pluralismo del movimento è la nostra forza. Dobbiamo trasformare questa
dichiarazione di principi anche in alcune pratiche. Innanzitutto occorre
individuare comuni terreni di conflitto, che credo siano essenzialmente tre:
ognuno di noi è un lavoratore, c'è ancora un forte conflitto capitale/lavoro
anche se, ovviamente, strutturato in modo molto diverso da come è stato
descritto nell'ottocento; ognuno di noi è un consumatore, siamo in gradoni
intervenire sul mercato (l'85% del mercato è in Europa occidentale, negli
Stati Uniti, in Canada, in Australia ed in Giappone) attraverso il commercio
equo-solidale e le campagne di boicottaggio; infine, ognuno di noi è un
risparmiatore, possiamo indirizzare il risparmio verso le Banche etiche. Cap
ire che queste tre forme di conflittualità non sono contrapposte ma
complementari significa riflettere sulle forme di lotta. Non c'è nessuna
forma di lotta più avanzata di un'altra, occorre individuare di volta in
volta quella più utile. Nella scelta delle forme di lotta dobbiamo
privilegiare quelle che riscuotono maggiore consenso ed essere comprensibili
dalla stragrande maggioranza della gente. Questo non significa rinunciare
alla radicalità del movimento, che deve passare attraverso la comprensione
delle persone. Utilizzando un duplice linguaggio, cattolico e di sinistra,
voglio dire che non è il momento delle avanguardie, né dei profeti: entrambe
sono stati necessari negli anni ottanta, quando eravamo voci che gridavano
nel deserto, oggi dobbiamo realizzare un cammino di popolo. Non dobbiamo più
pensare all'azione nonviolenta come testimonial ma alla pratica della
disobbedienza civile nonviolenta, che sappia coinvolgere la massa delle
persone. Nostri interlocutori non sono i partiti ma le persone.
Media e movimento, amore & odio?
Uno dei motivi per cui ho scritto questo libro è che non ne posso più di
girare l'Italia e alla fine di ogni dibattito vedere qualcuno che si alza e
dice che prima era pieno di pregiudizi e che tutto sommato, sentendoci, "si
può discutere". Queste persone hanno del movimento l'immagine che di esso
danno quotidianamente la televisione ed i talk-show, le battute puntualmente
estrapolate dal contesto di riferimento. Noi oggi abbiamo bisogno di fare
informazione, ma anche formazione. Non un'informazione superficiale che
sparge notizie, ma che aiuta la gente a crescere, a impadronirsi della
notizia facendola propria. Ad esempio parliamo di debito estero dei paesi
poveri spiegando come il debito estero dei Paesi del sud del mondo si è
formato, la spogliazione di questi Paesi da parte del nord del mondo, di
come i governi hanno acquistato armi per reprimerne la popolazione. Questa è
un'informazione che diventa formazione. Secondo me - questo è un tema
dibattuto all'interno del movimento - dobbiamo intrecciare l'utilizzo dei
media del movimento e dei grandi media di comunicazione. I primi sono
fondamentali per due obiettivi: attivare la mobilitazione in tempi brevi e
sviluppare il dibattito ed approfondimento dentro il movimento.
.come a Genova!
Certo, a Genova i media hanno mostrato che "il re è nudo", facendo crollare
quel castello di bugie. Tuttavia, dobbiamo anche riuscire a parlare a
milioni di milioni di persone la cui opinione si forma anche attraverso di
essi. Occorre utilizzare gli altri media, certo, selezionando e scegliendo
dove andare. Ci capiterà qualche imboscata, come è successo al sottoscritto
alla trasmissione di Socci, Excalibur. Non per questo possiamo
ideologicamente ed a priori rifiutarci di andare a parlare in televisione.
Ti ringrazio per questa bella chiacchierata e.buon lavoro!
Anche a te.

Stefania Ventura