La nonviolenza e' in cammino. 523



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la pace di
Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. e fax: 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 523 del 2 marzo 2003

Sommario di questo numero:
1. Antonino Drago, un lume nella notte
2. Lidia Menapace, riconvertire a produzioni civili le fabbriche di armi
3. Maria G. Di Rienzo, gestire i conflitti
4. Aldo Capitini, principi dell'addestramento alla nonviolenza
5. Danilo Dolci: cosa e' pace?
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento
7. Per saperne di piu'

1. INIZIATIVE. ANTONINO DRAGO: UN LUME NELLA NOTTE
[Ringraziamo Antonino Drago (per contatti: drago at unina.it) per questo
intervento. Tonino Drago, nato a Rimini nel 1938, docente di storia della
fisica all'Universita' di Napoli, da sempre impegnato nei movimenti
nonviolenti, e' uno dei piu' prestigiosi peace-researcher italiani e uno dei
piu' autorevoli amici della nonviolenza. Tra le molte opere di Antonino
Drago: Scuola e sistema di potere: Napoli, Feltrinelli, Milano 1968; Scienza
e guerra (con Giovani Salio), Edizioni Gruppo Abele, Torino 1983;
L'obiezione fiscale alle spese militari (con G. Mattai), Edizioni Gruppo
Abele, Torino 1986; Le due opzioni, La Meridiana, Molfetta; La difesa e la
costruzione della pace con mezzi civili, Qualevita, Torre dei Nolfi (Aq)
1997; Atti di vita interiore, Qualevita Torre dei Nolfi (Aq) 1997]
Non so perche' nessuno l'abbia suggerito ancora, ma la giornata di digiuno
puo' essere sottolineata in maniera molto suggestiva con un lume alla
finestra, magari la sera prima e la sera del 5.
Il simbolo della fiammella del lume nella notte e' legato alla vita
personale (la vita interiore) e nell'occasione prende un significato
direttamente politico (come nella Cecoslovacchia '68 occupata dai carri
armati russi).
E' l'ultimo momento per dirlo in giro; ma siamo ancora in tempo a spargere
la voce.
E anche chi vedra' il lume, capira' il significato e sapra' imitarlo.

2. RIFLESSIONE. LIDIA MENAPACE: RICONVERTIRE A PRODUZIONI CIVILI LE
FABBRICHE DI ARMI
[Ringraziamo Lidia Menapace (per contatti: llidiamenapace at virgilio.it) per
questo intervento. Lidia Menapace e' nata a Novara nel 1924, partecipa alla
Resistenza, e' poi impegnata nel movimento cattolico, pubblica
amministratrice, docente universitaria, fondatrice del "Manifesto"; e' tra
le voci piu' alte e significative della cultura delle donne, dei movimenti
della societa' civile, della nonviolenza in cammino. La maggior parte degli
scritti e degli interventi di Lidia Menapace e' dispersa in quotidiani e
riviste, atti di convegni, volumi di autori vari; tra i suoi libri cfr. (a
cura di), Per un movimento politico di liberazione della donna, Bertani,
Verona 1973; La Democrazia Cristiana, Mazzotta, Milano 1974; Economia
politica della differenza sessuale, Felina, Roma 1987; (a cura di, ed in
collaborazione con Chiara Ingrao), Ne' indifesa ne' in divisa, Sinistra
indipendente, Roma 1988; Il papa chiede perdono: le donne glielo
accorderanno?, Il dito e la luna, Milano 2000; Resiste', Il dito e la luna,
Milano 2001]
Affrontare il tema delle fabbriche di armi e' una questione scottante e
importante.
Gia' sono in corso varie campagne, come quella contro le "banche armate" e a
Brescia quella contro "Exa".
Sulle fabbriche di armi bisogna raccogliere materiale informativo e
predisporre progetti di riconversione: e' un pezzo importantissimo del
passaggio da una economia di guerra a una di pace, anche per non danneggiare
lavoratori e lavoratrici cui non si puo' certo chiedere che si licenzino in
massa o facciano del sabotaggio in fabbriche militarizzate anche quando sono
private.
Bisogna invece avviare la riconversione in modo che sia chiaro che
l'occupazione non viene toccata e non si perde ne' il motto "Non c'e' pace
senza giustizia (giustizia sociale ovviamente) ottenuta con mezzi pacifici",
ne' il consenso popolare, sindacale e del mondo del lavoro.
Vi sono in Europa numerosi esempi di riconversione e credo che il Forum
sociale europeo dovrebbe essere investito dalla proposta di studiare e
scambiare informazioni in proposito: si tratta di una questione enorme per
dimensioni e risorse che si possono recuperare a un uso positivo.
La provincia autonoma di Bolzano - ad esempio - acquista per le persone
portatrici di handicap motorio, che vivono in montagna e che non potrebbero
muoversi per sentieri scoscesi e impervi, delle carrozzelle a motore
elettrico che si fabbricano a Kiel in una fabbrica dismessa di motori per
sommergibili (della seconda guerra mondiale): le carrozzelle progettate con
quattro ruote motrici e motori potenti e silenziosi danno alle persone che
le ricevono in comodato una possibilita' di movimento e di relazione davvero
impensabili. So che si usa dire che  Bolzano riceve una barca di soldi dal
centro, ma come vedete si possono anche spendere bene.

3. FORMAZIONE. MARIA G. DI RIENZO: GESTIRE I CONFLITTI
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
questo intervento. Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici
di questo foglio; prestigiosa intellettuale femminista, saggista,
giornalista, regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto
rilevanti ricerche storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento
di Storia Economica dell'Universita' di Sidney (Australia); e' impegnata nel
movimento delle donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta'
e in difesa dei diritti umani, per la pace e la nonviolenza]
Tecnologia militare, sistemi di sicurezza e guerre sono le soluzioni
propagandate da governi e media per gestire i conflitti: in questo mondo
cosi' pericoloso, ci dicono, la risoluzione nonviolenta degli stessi non ha
nulla da offrire.
Mi propongo di seguito di mostrarvi succintamente che sbagliano.
Abbiamo la necessita' di contrastare le immagini, le parole, i concetti che
sostengono e propagandano la guerra almeno quanto abbiamo necessita' di
bloccare la macchina militare con azioni dirette nonviolente.
Ed e' vitale scambiarci le nostre conoscenze in merito: cosa sappiamo,
quanto sicuri/e siamo di cio' che sappiamo, cosa dobbiamo apprendere.
*
1) Comprendere la natura dei conflitti "irrisolvibili" o "intrattabili"
Chiaramente alcuni conflitti sono piu' difficili da risolvere di altri
(perche' vasti, perche' legati a meccanismi economici e politici
internazionali, ecc.).
Il modo in cui li definiamo contribuisce molto al modo in cui ci si rapporta
ad essi: dire a priori che un conflitto e' "intrattabile", lo fara' di certo
diventare tale. Conflitti molto ardui da risolvere coinvolgono di solito
piu' parti e numerose istanze, ed hanno spesso una lunga storia di dispute e
di problemi accantonati alle spalle.
Una volta che si siano identificate e comprese le ramificazioni di un
conflitto di tale tipo, forse puo' essere piu' utile dividere il problema in
sottoinsiemi da considerare uno alla volta, piuttosto che arrendersi
sconsolati di fronte alla sua apparente "immensita'".
Il conflitto tende a muoversi per stadi, quali che siano le sue origini. Le
dinamiche all'opera sono abbastanza tipiche da poter essere riconosciute in
ogni conflitto: l'emergere del problema, la sua trasformazione in istanza,
la polarizzazione e la stereotipizzazione delle parti in causa, i meccanismi
di fuga o di cancellazione degli avversari. Sapere a che punto ci troviamo
nel processo offre maggiori possibilita' di trasformare i comportamenti
distruttivi.
Una delle maggiori barriere all'effettiva risoluzione di un conflitto
"intrattabile" e' che le parti in causa non hanno una visione realistica di
come sarebbe la pace una volta risolto il conflitto, di come andrebbe
strutturata e nutrita. L'assunto di base e' che "i cattivi se ne devono
andare", ma una costruzione di pace, per avere successo, necessita di una
visione piu' concreta, che indichi cos'e' desiderabile e cos'e' ottenibile.
E' piu' facile per gli attori del conflitto abbandonare comportamenti
distruttivi e controproducenti se hanno un'immagine chiara e onesta del
futuro in cui vogliono vivere.
*
2) Comprendere i pericoli dei conflitti "intrattabili"
Basarsi sull'uso della coercizione per l'approccio ad essi e' estremamente e
terribilmente costoso: in termini di etica, di dignita' umana, di vite
perdute, di danni economici, di devastazioni ambientali. Spesso i prezzi che
si pagano eccedono le aspettative degli attori del conflitto.
Apparentemente, la violenza rende tutto semplice: li affamiamo ed
impoveriamo con sanzioni, e/o li bombardiamo, cosi' si sottometteranno. Le
"vittorie" di questo tipo, per quanto ottenute piuttosto velocemente, si
trascinano dietro le questioni irrisolte in lunghissimi anni di lotte,
ritorsioni, atti terroristici. I processi di escalation e di polarizzazione
mutano disaccordi "minori" e provocazioni in confronti di tragica
intensita', ove le parti concludono che devono dedicare ogni risorsa
disponibile alla distruzione del nemico.
Se le parti riescono a capire i pericoli dell'intensificazione del conflitto
(e uno dei nostri compiti quali attiviste/i e' quello di ricordarli e
spiegarli ad oltranza), si formano le fondamenta su cui basare le tecniche
per la mediazione e la negoziazione.
*
3) Promuovere la comunicazione
L'immagine che le parti si sono fatte del conflitto (per i piu' svariati
motivi) non corrisponde quasi mai alla sua sostanza e questo e' il
principale ostacolo comunicativo nel processo di risoluzione.
Le tecniche risolutive hanno infatti una sola limitazione "reale": il grado
di accuratezza con cui le parti in causa vedono gli interessi e le posizioni
proprie e dei propri "nemici". La comunicazione, nelle situazioni di
conflitto, e' sempre difficile ma questa difficolta' si intensifica nei casi
in cui le parti devono necessariamente attraversare barriere culturali e
linguistiche.
Generalmente parlando, i modi in cui si tenta di risolvere una disputa, o di
prendere decisioni, possono essere divisi in tre grossi blocchi: il modo
consensuale, il modo che prevede un arbitrato, e il modo legislativo (com'e'
ovvio, essi generano svariati "ibridi").
- Il modo consensuale prevede che gli attori del conflitto decidano il
processo risolutivo e il risultato da ottenere: questo puo' comprendere la
negoziazione, la facilitazione e la mediazione.
- L'arbitrato prevede che una terza parte partecipi alla discussione e
prenda decisioni vincolanti per gli attori del conflitto.
- Il modo legislativo basa la risoluzione della disputa su una serie di
regole sottoscritte da un gruppo od organizzazione, su leggi emanate da
governi, su codici penali e civili, ecc. Le dispute basate
sull'interpretazione delle regole possono essere risolte con il metodo
consensuale o con l'arbitrato.
Quale che sia il metodo scelto, l'uso delle tecniche di ascolto attivo e di
defasamento dell'ostilita' interpersonale e' vitale per la risoluzione del
conflitto.
*
4) Gestire i problemi
Capire le dinamiche dell'escalation e' solo il primo passo: il secondo e'
trovare modi per disinnescarle.
Governi e strutture internazionali hanno a disposizione numerosi strumenti
per impegnarsi nelle seguenti procedure (il requisito fondamentale,
naturalmente, e' che vi sia la volonta' di metterle in pratica):
a) Operazioni di "peacekeeping" (separazione delle forze in campo,
osservatori neutrali, proposta di una terza parte che medi la risoluzione
del conflitto o un accordo).
b) Operazioni di riduzione della tensione (il rovesciamento del processo
"provocazione/controprovocazione" mediante l'offerta di occasioni di
incontro, di tavoli comuni, di mediazioni).
c) Operazioni che offrano empowerment (riconoscimento, possibilita' di
espressione, opportunita') e conoscenza dei metodi d'azione nonviolenta ai
gruppi che lottano pacificamente contro l'ingiustizia.
d) Operazioni che implementino il processo di pace nelle popolazioni e nei
gruppi (i leader possono aver raggiunto un accordo, ma questo non elimina
automaticamente gli stereotipi deumanizzanti di cui il conflitto si e'
nutrito, magari per anni o addirittura per generazioni).
e) Operazioni tese ad identificare e soddisfare diritti umani negati (molto
spesso al centro dei conflitti "irrisolvibili" c'e' una parte disperata di
umanita' che tenta di aver risposta ai bisogni basilari dell'esistenza).
f) Operazioni di riconciliazione, come i tavoli per la verita' e la
giustizia (la storia di questo tipo di conflitti e' spesso costellata da
atti di inconcepibile violenza, ed anche se essa e' stata evitata insulti e
attacchi personali hanno lasciato cicatrici profonde: percio' e' importante,
per le parti in causa, non dimenticare queste storie, ma imparare a muoversi
oltre esse, verso un futuro di mutuo rispetto).
*
5) Cosa potete fare voi
a) Rispondere alla paura ed alla rabbia delle persone: e' comune per i
confronti definiti "irrisolvibili" provocare intense emozioni (terrore,
depressione, odio, desiderio di vendetta), sull'onda delle quali le parti
prendono decisioni affrettate o in nome delle quali leader e governi
giustificano piu' facilmente il responso bellico.
Tali emozioni non si cancellano con gli appelli alla buona volonta', alla
comprensione ed all'amore fraterno o sororale, e neppure con la semplice
logica dei fatti: e' duro da accettare, ma si deve dar modo a chi le prova
di esprimerle, in modo nonviolento, per poterle trasformare.
Organizzare piccoli incontri pubblici (di condominio, di quartiere, di
circoscrizione, di parrocchia, ecc.) con la presenza di un facilitatore,
provvede alle persone un contesto abbastanza protetto da farle sentire
sicure di potersi esprimere.
Il vostro scopo sara' assorbire la paura (la comunita' e' qui, si sta
prendendo cura di se stessa, dei suoi membri e del problema: tu che hai
paura non sei solo/a) e disperdere la rabbia (i comportamenti distruttivi,
quando il momento di tensione emotiva ha raggiunto il suo picco e decresce,
sono facilmente distinguibili come controproducenti per la risoluzione del
conflitto, anche mediante l'uso di esempi e metafore molto semplici e
banali).
Un'altra delle tecniche alla portata di tutti/e e' il cosiddetto "dialogo
estemporaneo", ovvero l'intervenire sul commento causale in autobus, al bar,
e cosi' via, ascoltando attentamente quali ragioni sostengono la paura e la
rabbia, e ponendo la domanda piu' potente che ci sia: "Cosa potrebbe
aiutarti a stare/sentirti meglio?".
b) Mostrare che non esiste il "capro espiatorio": i conflitti si complicano
a causa della tendenza delle comunita' (e dei leader politici, dei governi,
ecc.) ad evitare di assumersi responsabilita' rispetto alle difficolta' che
affrontano.
Il metodo piu' comunemente usato e' l'addossare tale responsabilita' su
altri soggetti, che fungono da "capro espiatorio" e su cui vengono
indirizzate le tensioni relative al conflitto. Ovviamente esse ne risultano
esacerbate e intensificano la possibilita' di azioni violente.
Richiamate percio' alla propria responsabilita' chi ha un ruolo di
leadership o di governo nella comunita': pubblici amministratori, autorita'
locali o statali, politici; chi ha un'autorevolezza morale o religiosa
riconosciuta; chi riveste ruoli inerenti la sicurezza e la conduzione
pacifica della vita della comunita'.
c) Promuovere corsi di formazione, seminari, workshops sulla risoluzione
nonviolenta dei conflitti.
E' un intervento incredibilmente produttivo, a breve e a lungo termine.
Nel corso dei conflitti "irrisolvibili" spesso le persone affrontano
questioni che non sanno come gestire. Non basta dar loro le informazioni
"alternative" rispetto al conflitto, che spesso si stemperano nella miriade
di altri input informativi di segno opposto o che inneggiano alla pace
usando un linguaggio cosi' bellicista (militante) da non poter convincere
chi non sia gia' convinto a priori.
Ognuna/o di noi ha le capacita' di gestire e risolvere i conflitti in modo
nonviolento, di immaginare soluzioni nuove e creative: dopo aver scoperto in
se stessi/e tali abilita' ed averle messe in azione e' assai difficile
tornare ai vecchi modi e ancor piu' difficile giustificare la violenza.
d) Passare all'azione diretta nonviolenta.
E qui non mi dilungo, poiche' ritengo che ormai ne sappiate abbastanza.

4. MATERIALI. ALDO CAPITINI: PRINCIPI DELL'ADDESTRAMENTO ALLA NONVIOLENZA
[Riproduciamo ancora una volta, come gia' facemmo mesi addietro, il testo
del capitolo ottavo, Principi dell'addestramento alla nonviolenza, del libro
di Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza, Libreria Feltrinelli,
Milano s. d. (ma 1967). Successivamente il libro e' stato ristampato nel
1989 da Linea d'ombra edizioni, Milano (con minimi tagli nella nota
bibliografica). E' stato poi integralmente incluso in Aldo Capitini, Scritti
sulla nonviolenza, Protagon, Perugia 1992 (alle pp. 253-347. In questa
edizione vi sono piccole modifiche nelle note - e la nota bibliografica
originale e' ivi ricollocata -, e stranamente non si riporta la numerazione
dei capitoli; peraltro incredibilmente l'indice del volume non riporta gli
indici dettagliati dei singoli libri e articoli che esso raccoglie; in una
eventuale riedizione di questo tomo fondamentale sarebbe opportuno farlo, ed
aggiungere almeno un indice dei nomi e delle cose notevoli). Aldo Capitini
e' nato a Perugia nel 1899, antifascista e perseguitato, docente
universitario, infaticabile promotore di iniziative per la nonviolenza e la
pace. E' morto a Perugia nel 1968. E' stato il piu' grande pensatore ed
operatore della nonviolenza in Italia. Opere di Aldo Capitini: la miglior
antologia degli scritti e' (a cura di Giovanni Cacioppo e vari
collaboratori), Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977;
recentemente e' stato ripubblicato il saggio Le tecniche della nonviolenza,
Linea d'ombra, Milano 1989; una raccolta di scritti autobiografici,
Opposizione e liberazione, Linea d'ombra, Milano 1991; e gli scritti sul
Liberalsocialismo, Edizioni e/o, Roma 1996. Presso la redazione di "Azione
nonviolenta" sono disponibili e possono essere richiesti vari volumi ed
opuscoli di Capitini non più reperibili in libreria (tra cui i fondamentali
Elementi di un'esperienza religiosa, 1937, e Il potere di tutti, 1969).
Negli anni '90 e' iniziata la pubblicazione di una edizione di opere scelte;
sono fin qui apparsi un volume di Scritti sulla nonviolenza, e un volume di
Scritti filosofici e religiosi. Opere su Aldo Capitini: oltre alle
introduzioni alle singole sezioni del sopra citato Il messaggio di Aldo
Capitini, tra le pubblicazioni recenti si veda almeno: Giacomo Zanga, Aldo
Capitini, Bresci, Torino 1988; Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni
cultura della pace, S. Domenico di Fiesole 1989; Tiziana Pironi, La
pedagogia del nuovo di Aldo Capitini. Tra religione ed etica laica, Clueb,
Bologna 1991; Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per una biografia
intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini, Pisa 1998;
Antonio Vigilante, La realta' liberata. Escatologia e nonviolenza in
Capitini, Edizioni del Rosone, Foggia 1999. E' utile anche la lettura dei
due libri seguenti: AA. VV., Marxismo e nonviolenza, Lanterna, Genova 1977,
e AA. VV., Nonviolenza e marxismo, Libreria Feltrinelli, Milano 1981]
Una parte del metodo nonviolento, tra la teoria e la pratica, spetta
all'addestramento alla nonviolenza. Le ragioni principali per cui e'
necessaria questa parte sono queste:
a) l'attuazione della nonviolenza non e' di una macchina, ma di un
individuo, che e' un insieme fisico, psichico e spirituale;
b) la lotta nonviolenta e' senza armi, quindi c'e' maggior rilievo per i
modi usati, per le qualita' del carattere che si mostra;
c) una campagna nonviolenta e' di solito lunga, e percio' e' utile un
addestramento a reggerla, a non cedere nemmeno per un istante;
d) la lotta nonviolenta porta spesso sofferenze e sacrifici; bisogna gia
sapere che cosa sono, bisogna che il subconscio non se li trovi addosso
improvvisamente con tutto il loro peso;
e) le campagne nonviolente sono spesso condotte da pochi, pochissimi, talora
una persona soltanto; bisogna che uno si sia addestrato a sentirsi in
minoranza, e talora addirittura solo, e perfino staccato dalla famiglia.
I maestri di nonviolenza si sono trovati davanti al problema
dell'addestramento, sia per riprodurre nel combattente nonviolento le
qualita' fondamentali del "soldato", sia per trarre dal principio della
nonviolenza cio' che essa ha di specifico. Si sa che le qualita' del
guerriero sono formate e addestrate fin dai tempi della preistoria e si
ritrovano perfino al livello della vita animale. Le qualita' del nonviolento
hanno avuto una formazione piu' incerta, meno consistente ed energica, per
la stessa ragione che la strategia della pace e' meno sviluppata della
strategia della guerra. Ma, prima che Gandhi occupasse il campo della
nonviolenza con il suo insegnamento, il piu' preciso e articolato che mai
fosse avvenuto, indubbiamente ci sono stati addestramenti alla nonviolenza,
contrapposti a quelli violenti; esempi di monaci buddisti, i primi
cristiani, i francescani, che hanno lasciato indicazioni preziose in questo
campo, che qui non e' possibile elencare. Ma basti pensare all'armonia della
posizione di Gesu' Cristo espressa in quella raccolta di passi che e' detta
"il discorso della montagna", dove e' il suscitamento di energia per
resistere, per incassare i colpi, ricordando il "servo di Dio" come era
stato espresso da Isaia (cap. LIII): "Maltrattato, tutto sopportava
umilmente"; l'enunciazione del rapporto con le cose, del valore della
prassi, ma anche l'elemento contemplativo, come un mondo migliore gia' dato
in vista all'immaginazione nelle beatitudini, messe giustamente in principio
perche' sono l'elemento piu' efficace nell'addestramento, anche piu' della
preghiera.
Gli Esercizi spirituali di Sant'Ignazio, il fondatore della Compagnia dei
Gesuiti, sono un testo famoso di addestramento spirituale, e il loro esame
puo' essere utile per vedere il carattere di quell'addestramento incentrato
sulla persona di Gesu' Cristo, sull'istituzione della Chiesa romana,
sull'obbedienza assoluta come se si fosse cadaveri: tali caratteri vanno
posti insieme con quelli dell'addestramento militare, che e' chiuso
nell'immedesimazione con un Capo o Sovrano, nella difesa di un'istituzione
che e' lo Stato, nell'obbedienza che e' rinuncia a scelte e ad iniziative;
"chiuso", perche' il metodo nonviolento non discende da un Capo, ma e'
aperto a immedesimarsi con tutte le persone, a cominciare dalle circostanti:
non fa differenza tra compagni e non compagni, perche' e' aperto anche agli
avversari che considera uniti nella comune realta' di tutti; ne' puo' fare
dell'obbedienza un principio di assoluto rilievo, perche' l'addestramento
nonviolento tende a formare abitudini di consenso e di cooperazione,
riducendo l'obbedienza a periodi non lunghi per i quali essa venga
concordata, per condurre un'azione particolare.
I piu' grandi valori spirituali escono da una concezione aperta, non chiusa;
essi sono per tutti, non per un numero chiuso di persone. Cosi e' per es. la
musica; essa parla come da un centro, ma il suo raggio e' infinito, oltre il
cerchio di coloro che in quel momento sono presenti: ci sono altri che
l'ascoltano per radio e altri, infinitamente, che potranno ascoltarla. Cosi'
e' l'azione nonviolenta: essa e' compiuta da un centro, che puo' essere di
una persona o di un gruppo di persone; ma essa e' presentata e offerta
affettuosamente al servizio di tutti: essa e' un contributo e un'aggiunta
alla vita di tutti. Questo animo e' fondamentale nell'addestramento alla
nonviolenza: sentirsi centro rende modesti e pazienti, toglie la febbre di
voler vedere subito i risultati, toglie la sfiducia che l'azione non
significhi nulla. Anche se non si vede tutto, l'azione nonviolenta e' come
un sasso che cade nell'acqua e causa onde che vanno lontano. Questo animo di
operare da un centro genera a poco a poco il sentimento della realta' di
tutti., dell'unita' che c'e' tra tutti gli esseri, un sentimento molto
importante per la nonviolenza, che e' incremento continuo del rapporto con
tutti.
*
Elementi storici, ideologici, psicologici dell'addestramento
Entriamo ora nell'esame dei vari elementi che compongono l'addestramento.  E
vediamo come primi due elementi storici, uno particolare ed uno generale:
a) nella situazione storica in cui si vive bisogna accertare cio' contro cui
si deve lottare nonviolentemente: un'oppressione, uno sfruttamento,
un'ingiustizia, un'invasione ecc.; questo accertamento e' uno stimolo per
raccogliere le energie e per indurre ad un attento esame della concreta
situazione;
b) l'elemento storico generale e' la persuasione del posto che oggi ha la
nonviolenza nella storia dell'umanita': se si tiene presente il quadro
generale attuale si vede che ai grandi Stati-Imperi politico-militari che si
stanno formando, bisogna contrapporre, come al tempo dei primi cristiani, un
agire assolutamente diverso, una valutazione dell'individuo, una fede che
congiunge persone diverse e lontane. Sentire che questo e' il momento per
l'apparizione e il collegamento del mondo nonviolento fa capire che oggi non
valgono piu' le vecchie ideologie che assolutizzavano la patria: oggi la
patria suprema e' la realta' di tutti, da cui viene il rifiuto di
divinizzare gli Stati e i loro Capi, di bruciare il granello d'incenso in
loro onore.
Anche gli elementi ideologici sono essenziali nell'addestramento:
a) lo studio delle teorie della nonviolenza, la lettura dei grandi episodi e
delle grandi campagne, l'escogitazione di casi in cui uno potrebbe trovarsi
per risolverli con la nonviolenza; l'informazione su cio' che e' stato
finora fatto con il metodo nonviolento e le frequenti discussioni con gruppi
nonviolenti e anche con estranei alla nonviolenza, per ricevere obbiezioni,
critiche, disprezzo o ridicolo;
b) il mutamento della considerazione abituale della vita come
amministrazione tranquilla del benessere: il sapere bene che in questa
societa' sbagliata i nonviolenti sono in un contrasto, che la loro vita
sara' scomoda, che e' normale per loro ricevere colpi, essere trattati male,
veder distrutti oggetti propri.
Da questi due elementi ideologici conseguono due tipi di esercizi:
1. il primo e' la meditazione (che puo' essere fatta dalla persona singola o
dal gruppo nonviolento in circolo silenzioso) di qualche evento culminante
delle passate affermazioni della nonviolenza.  Esempi: Gesu' Cristo al
momento dell'arresto, quando riaffermo' chiaramente la sua differenza dal
metodo della rivolta armata; la marcia del sale effettuata da Gandhi; la
visita di San Francesco al Sultano per superare le crociate sanguinose;
l'angoscia dell'aviatore di Hiroshima;
2. il secondo e' la scuola di nonviolenza istituita appositamente (come
hanno fatto i negri d'America) per abituarsi a ricevere odio, offese,
ingiurie, colpi (esempi: parolacce, percosse, oggetti lanciati; essere
arrestato, legato).
Vediamo ora alcuni elementi psicologici:
a) il nonviolento e' convinto che la cosa principale non e' vincere gli
altri, ma comportarsi secondo nonviolenza; nelle dispute il nonviolento non
vuota tutto il sacco delle critiche, delle accuse, degli argomenti a proprio
vantaggio, e lascia sempre qualche cosa di non detto, come un silenzioso
regalo all'avversario; naturalmente evita le ingiurie, quelle che si
imprimono per sempre come fuoco nell'animo dell'avversario, e che pare
aspettassero il momento adatto per esser dette. Il nonviolento pensa che
l'avversario e' un compagno di viaggio; e puo' avere fermezza e chiarezza,
senza amareggiarlo;
b) il nonviolento e' convinto che non e' la fretta a vincere, ma la tenacia,
l'ostinazione lunga, come la goccia che scava la pietra, come la cultura che
cresce a poco a poco, come il corallo (il paragone e' del Gregg) si forma
lentamente ed e' durissimo. La pressione nonviolenta e' lenta e
instancabile: e' difficile che se e' cosi, non riesca. Perde chi cede, chi
si stanca, chi ha paura;
c) il persuaso della nonviolenza, formandosi, viene collocando la
nonviolenza al contro delle passioni, degli altri affetti, dei sentimenti;
cioe' non e' necessario che egli faccia il vuoto nel mondo dei suoi
sentimenti, perche' il vuoto potrebbe inaridire la stessa nonviolenza; ma
egli stabilisce, con un lungo esercizio di scelte e di freni, la prospettiva
che mette al centro lo sviluppo della nonviolenza, e tutto il resto ai lati;
d) l'interno ordine psicologico puo' essere aiutato dalla persuasione che la
nonviolenza conta su una forza diversa da quella dei meccanismi naturali (la
scienza non dice di aver esaurito l'elenco delle forze che agiscono sulla
realta'): questa forza diversa puo' essere chiamata lo Spirito, puo' essere
personificata in Dio, e la preghiera e' uno dei modi per stabilire e
rafforzare il proprio ordine interno;
e) un altro elemento di forza interiore e' quello conseguito con decisione
come voti, rinunce, digiuni: sono eventi importanti che influiscono sulla
psiche, le danno il senso di una tensione elevata, la preparano a situazioni
di impegno.
Da questi elementi psicologici conseguono importanti modi di comportamento:
1. la costante gentilezza e pronta lealta' verso tutti; la gentilezza e'
un'espressione della vita nonviolenta, come una volta l'eremitismo era una
posizione della vita religiosa; gentilezza vuol dire anche tono generalmente
calmo e chiaro della voce;
2. la cura della pulizia personale, degli abiti, delle cose circostanti;
essa suscita rispetto verso se stessi e rispetto negli altri verso il
nonviolento, mentre e' facile destare violenza contro chi e' sporco, puzza,
non si lava ed e' trascurato nel vestito e nelle sue cose;
3. un buon umore e spesso lo humor (dice giustamente il Gregg che
corrisponde alla "umilta'" raccomandata un tempo). Insomma il nonviolento
lascia ridere gli altri su di se', e si associa spesso a loro;
4. l'attenzione a mantenersi in buona salute e capaci di resistere agli
sforzi, mediante la sobrieta', regole igieniche, cure, e' utile al
nonviolento per possedere una riserva di energia per affrontare prove
straordinarie.
*
Gli elementi sociali
Gli elementi sociali hanno importanza preminente nell'addestramento.
Vediamone alcuni:
a) Una prova di apertura sociale e' la nonmenzogna. E' noto quanta
importanza abbia la veracita' nei voti gandhiani, nei voti francescani.  San
Francesco una volta accetto' che fosse messo un pezzo di pelliccia
all'interno della tonaca dove questa urtava sulla sua piaga, purche' un
identico pezzo di pelliccia fosse messo all'esterno, nella parte
corrispondente. La nonmenzogna rende gli altri potenzialmente presenti alla
propria vita, stabilisce che cio' che uno pensa, e' potenzialmente di tutti.
b) Un addestramento di alta qualita' sociale e' l'unirsi con altri per
costituire assemblee periodiche per la discussione dei problemi locali e
generali, per esercitare il controllo dal basso su tutte le amministrazioni
pubbliche. I nonviolenti sono i primi animatori di questa attivita' aperta
che comprende tutti, e fa bene a tutti, e che si realizza con la regola del
dialogo di "ascoltare e parlare".
c) Un'attivita' particolare esercitano i nonviolenti per diffondere tra
tutti la lotta contro la guerra, la sua preparazione e la sua esecuzione.
d) I nonviolenti impiantano un'attivita' continua di aiuto sociale nel mondo
circostante, sia associandosi nei Pronti Soccorsi, sia realizzando
iniziative di visite ai carcerati, di aiuto agli ex-carcerati, di visitare
malati, di educazione e ricreazione dei fanciulli, di educazione degli
adulti, di cura dei vecchi, di aiuto alla salute pubblica, di amicizia con i
miseri. I nonviolenti fanno le loro campagne nonviolente, movendo da una
normale attivita' di servizio sociale precedente alla campagna e tornando ad
essa, appena finita la campagna con successo o no: e' anche un modo per
ritemprare le forze, per non incassare inerti una sconfitta.
e) Il Gregg ha molto insistito, anche in un saggio speciale, sull'importanza
del lavoro manuale nell'addestramento alla nonviolenza perche' crea un senso
di fratellanza nel fare qualche cosa con gli altri ben visibilmente, e
abitua alla disciplina, a sottomettersi pazientemente ad uno scopo.
f) Un altro elemento sociale e' il cantare insieme, fare balli popolari,
passeggiate ed esecuzioni e sport collettivi, mangiare insieme.
g) Qualcuno suggerisce anche di sostituire a quello che e' l'orgoglio dei
soldati per le glorie del loro "reggimento", l'affermazione di cio' che il
gruppo nonviolento ha fatto. Ma fondamentale e' far comprendere che le
azioni nonviolente sono per tutti, e, non soltanto per il centro che le
promuove.
h) Affiancata all'addestramento nella nonviolenza, e' la conoscenza di
leggi, per il caso dell'urto con la polizia o lo Stato, con arresti,
processi, prigionia.
L'addestramento e' necessario per dare una solida preparazione alle
situazioni. I nonviolenti debbono avere una serie di abitudini consolidate e
possedere una serie di previsioni di probabili conseguenze delle loro azioni
nonviolente. Il Gregg cita l'utilita' dell'imparare a nuotare come segno dei
passaggio al possesso di un'abitudine, della paura iniziale e dell'aiuto
venuto anche da altri nell'addestramento. Chi ha provato che cosa sia la
prigione per un notevole periodo, sa quanto sarebbe utile prepararsi a.
sdrammatizzare l'avvenimento nel proprio animo, visitando le prigioni,
aiutando gli ex-carcerati ecc. Anche la nonviolenza e' certamente
danneggiata dagli improvvisatori, da coloro che pretendono di creare tutto
sul momento; che sono quelli che si stancano prima. E la nonviolenza, se per
un quarto e' amorevolezza, e per un altro quarto e' conoscenza, per due
quarti e' coraggiosa pazienza.
E' stato detto giustamente che gli iniziatori del metodo scientifico non
potevano prevedere quali risultati esso avrebbe dato; e cosi' sara' del
metodo nonviolento.

5. MATERIALI. DANILO DOLCI: COSA E' PACE?
[Questo testo di Danilo Dolci e' apparso dapprima in Inventare il futuro,
Laterza, Bari 1968; poi - rivisto - in Esperienze e riflessioni, Laterza,
Roma-Bari 1974, alle pp. 225-241 (da dove lo riprendiamo). Ringraziamo Vito
La Fata (per contatti: vitofata at inwind.it) per avercelo riproposto
inviandocene la trascrizione. Su Danilo Dolci riportiamo ancora una volta la
seguente sintetica ma accurata notizia biografica scritta da Giuseppe Barone
(comparsa col titolo "Costruire il cambiamento" ad apertura del libriccino
di scritti di Danilo, Girando per case e botteghe, Libreria Dante &
Descartes, Napoli 2002): "Danilo Dolci nasce il 28 giugno 1924 a Sesana, in
provincia di Trieste. Nel 1952, dopo aver lavorato per due anni nella
Nomadelfia di don Zeno Saltini, si trasferisce a Trappeto, a meta' strada
tra Palermo e Trapani, in una delle terre piu' povere e dimenticate del
paese. Il 14 ottobre dello stesso anno da' inizio al primo dei suoi numerosi
digiuni, sul letto di un bambino morto per la denutrizione. La protesta
viene interrotta solo quando le autorita' si impegnano pubblicamente a
eseguire alcuni interventi urgenti, come la costruzione di una fogna. Nel
1955 esce per i tipi di Laterza Banditi a Partinico, che fa conoscere
all'opinione pubblica italiana e mondiale le disperate condizioni di vita
nella Sicilia occidentale. Sono anni di lavoro intenso, talvolta frenetico:
le iniziative si susseguono incalzanti. Il 2 febbraio 1956 ha luogo lo
"sciopero alla rovescia", con centinaia di disoccupati - subito fermati
dalla polizia - impegnati a riattivare una strada comunale abbandonata. Con
i soldi del Premio Lenin per la Pace (1958) si costituisce il "Centro studi
e iniziative per la piena occupazione". Centinaia e centinaia di volontari
giungono in Sicilia per consolidare questo straordinario fronte civile,
"continuazione della Resistenza, senza sparare". Si intensifica, intanto,
l'attivita' di studio e di denuncia del fenomeno mafioso e dei suoi rapporti
col sistema politico, fino alle accuse - gravi e circostanziate - rivolte a
esponenti di primo piano della vita politica siciliana e nazionale, incluso
l'allora ministro Bernardo Mattarella (si veda la documentazione raccolta in
Spreco, Einaudi, Torino 1960 e Chi gioca solo, Einaudi, Torino 1966). Ma
mentre si moltiplicano gli attestati di stima e solidarieta', in Italia e
all'estero (da Norberto Bobbio a Aldo Capitini, da Italo Calvino a Carlo
Levi, da Aldous Huxley a Jean Piaget, da Bertrand Russell a Erich Fromm),
per tanti avversari Dolci e' solo un pericoloso sovversivo, da ostacolare,
denigrare, sottoporre a processo, incarcerare. Ma quello che e' davvero
rivoluzionario e' il suo metodo di lavoro: Dolci non si atteggia a guru, non
propina verita' preconfezionate, non pretende di insegnare come e cosa
pensare, fare. E' convinto che nessun vero cambiamento possa prescindere dal
coinvolgimento, dalla partecipazione diretta degli interessati. La sua idea
di progresso non nega, al contrario valorizza, la cultura e le competenze
locali. Diversi libri documentano le riunioni di quegli anni, in cui
ciascuno si interroga, impara a confrontarsi con gli altri, ad ascoltare e
ascoltarsi, a scegliere e pianificare. La maieutica cessa di essere una
parola dal sapore antico sepolta in polverosi tomi di filosofia e torna,
rinnovata, a concretarsi nell'estremo angolo occidentale della Sicilia. E'
proprio nel corso di alcune riunioni con contadini e pescatori che prende
corpo l'idea di costruire la diga sul fiume Jato, indispensabile per dare un
futuro economico alla zona e per sottrarre un'arma importante alla mafia,
che faceva del controllo delle modeste risorse idriche disponibili uno
strumento di dominio sui cittadini. Ancora una volta, pero', la richiesta di
acqua per tutti, di "acqua democratica", incontrera' ostacoli d'ogni tipo:
saranno necessarie lunghe battaglie, incisive mobilitazioni popolari, nuovi
digiuni, per veder realizzato il progetto. Oggi la diga esiste (e altre ne
sono sorte successivamente in tutta la Sicilia), e ha modificato la storia
di decine di migliaia di persone: una terra prima aridissima e' ora
coltivabile; l'irrigazione ha consentito la nascita e lo sviluppo di
numerose aziende e cooperative, divenendo occasione di cambiamento
economico, sociale, civile. Negli anni Settanta, naturale prosecuzione del
lavoro precedente, cresce l'attenzione alla qualita' dello sviluppo: il
Centro promuove iniziative per valorizzare l'artigianato e l'espressione
artistica locali. L'impegno educativo assume un ruolo centrale: viene
approfondito lo studio, sempre connesso all'effettiva sperimentazione, della
struttura maieutica, tentando di comprenderne appieno le potenzialita'. Col
contributo di esperti internazionali si avvia l'esperienza del Centro
Educativo di Mirto, frequentato da centinaia di bambini. Il lavoro di
ricerca, condotto con numerosi collaboratori, si fa sempre piu' intenso:
muovendo dalla distinzione tra trasmettere e comunicare e tra potere e
dominio, Dolci evidenzia i rischi di involuzione democratica delle nostre
societa' connessi al procedere della massificazione, all'emarginazione di
ogni area di effettivo dissenso, al controllo sociale esercitato attraverso
la diffusione capillare dei mass-media; attento al punto di vista della
"scienza della complessita'" e alle nuove scoperte in campo biologico,
propone "all'educatore che e' in ognuno al mondo" una rifondazione dei
rapporti, a tutti i livelli, basata sulla nonviolenza, sulla maieutica, sul
"reciproco adattamento creativo" (tra i tanti titoli che raccolgono gli
esiti piu' recenti del pensiero di Dolci, mi limito qui a segnalare Nessi
fra esperienza etica e politica, Lacaita, Manduria 1993; La struttura
maieutica e l'evolverci, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1996; e Comunicare,
legge della vita, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1997). Quando la mattina
del 30 dicembre 1997, al termine di una lunga e dolorosa malattia, un
infarto lo spegne, Danilo Dolci e' ancora impegnato, con tutte le energie
residue, nel portare avanti un lavoro al quale ha dedicato ogni giorno della
sua vita"]
Prendo un vocabolario. Alla parola "pace" trovo: "stato d'animo di
serenita', di perfetta tranquillita' non turbata da passioni o ansie;
sinonimo di quiete; assenza di fastidio, di preoccupazioni materiali; di
dolore fisico; tregua; condizione di uno Stato che non si trova in guerra
con altri. Riposare in pace = essere morto".
Proprio questa e' la pace necessaria al mondo, a ciascuno? E se questa non
e', cosa significa oggi, cosa deve significare per ognuno? Pur sapendo come
la risposta a questo interrogativo rischia di risultare generica e
velleitaria finche' non si concreta situazione per situazione, non e'
indispensabile per ciascuno cercare di avviarla?
Non e' meglio tentare indicazioni positive, anche se barluminari, che
rassegnarsi a pensare la pace in termini negativi, come mancanza di guerra?
*
Voler sapere, voler capire
Meno si comprende, meno si e' in grado di risolvere i problemi e le
difficolta' che incontriamo. Per lo piu' la nostra inabilita' a comprendere
ci porta a vedere solo quanto ci tocca piu' da vicino o, quando ricerchiamo,
a distinguere  solo alcuni particolari. Non profondamente coscienti della
necessita' di conoscere, non sperimentati, non allenati, ci si stanca
presto, ci si disperde, non si sa scomporre analiticamente e poi
riconnettere le complesse simultaneita' di ogni organismo vivo.
E' necessario per ciascuno acuire la propria attenzione alla scoperta,
apprendere a rilevare sistematicamente, attraverso analisi e autoanalisi, i
dati essenziali delle situazioni e dei problemi in cui si esiste; apprendere
come si possa riuscire a vincere ignoranze, complessi, superstizioni di ogni
tipo: sapendo come le superstizioni, surrogati della verita', man mano che
si diffondono vengono come ufficializzate e nobilitate dalle stesse loro
dimensioni.
Quanto piu' si hanno esatti i dati del problema da risolvere e completo il
quadro delle difficolta', tanto meglio e' possibile avvicinarsi alla
soluzione; quanto meno sono sufficienti e precisi i dati di cui si dispone,
tanto piu' si tentano avventate soluzioni producendo disfunzioni,
fallimenti.
*
Avere il coraggio di chiarire il fronte delle difficolta' da vincere
In Italia, dove tanto sono stati decantati il diritto, il cristianesimo e la
democrazia, era riuscito ad essere lungamente Ministro uno sfruttatore della
mafia sistematicamente sfruttato dalla stessa; ed e' riuscito ad essere
nominato Sottosegretario nel governo nazionale, cioe' Viceministro, un
individuo notoriamente capomafia della sua zona.
I governi dei ventidue paesi del continente sudamericano sono tanto
democratici che in ciascuno la polizia pratica sistematicamente la tortura;
due sono eletti per gran parte secondo il sistema clientelare-mafioso; gli
altri venti praticamente non si curano nemmeno di salvare le apparenze.
Pensiamo proprio, se vogliamo essere franchi, che tutto questo, oltre alla
guerra nel Vietnam, sia oggi sostenuto dal Governo degli Stati Uniti per
amore degli ideali democratici?
Possiamo continuare oggi a pensare democratico, campione della democrazia,
un mondo di ghetti e discriminazioni? un mondo - certo, non tutti, non gli
attivi dissenzienti a cui va tutta la nostra ammirazione - che cerca di
soffocare la volonta' di vita in nazioni intere, interi continenti? un
mondo - certo, per tanto altro l'amiamo - che non garantisce di fatto a
ciascuno la possibilita' di lavorare, di sapere, di esprimersi?
Non e' vero che tutti vogliamo la pace. Bisogna avere il chiaro coraggio di
individuare chi organizza e chi alimenta la preparazione delle guerre per
sopraffare coloro che vuole sfruttare; di scoprire dove passa il fronte fra
il parassitismo di ogni genere e chi  e' impedito nel suo sviluppo da
emorragie di ogni genere, tra la violenza di chi difende il proprio
parassitismo e la coraggiosa energia di chi difende la vita; veder chiaro
quando e dove questo fronte passa attraverso noi stessi.
E non possiamo confondere l'impegno per realizzare la pace con la
preoccupazione di mantenersi equidistanti da tutti.
*
Essere rivoluzionari
Ogni comportamento - individuale, di gruppo, di massa - che tende
sostanzialmente a mantener la situazione come e', o ad ammettere il
cambiamento se lentissimo, di fatto non e' impegno di pace.
I prepotenti, quando non possono sopraffare gli altri prepotenti per
sostituirsi a questi, cercano di accordarsi tra loro: naturalmente in danno
ai deboli. Non e' questa la pace, anche quando non spara la lupara o il
cannone.
Anche le vaste zone dell'opinione pubblica conservatrice, che ricordiamo
aver visto coi nostri occhi benedire le bandiere naziste e fasciste di
fronte alle parate irte di pugnali, si muovono piu' avvedute, prendendo atto
dell'imprescindibile rapporto tra pace e sviluppo: ma ancora sostanzialmente
blandendo i forti, i ricchi, "i nobili" e commiserando i deboli, i poveri, i
paria. Non e' questa la pace che ci e' necessaria: e' un ulteriore
compromesso equivoco.
Occorre l'impegno continuativo, strategico, per la costituzione del nuovo
mondo e la demolizione del superato, attenti a muovere le proprie forze in
modo da suscitarne ovunque nuove: occorre una rivoluzione nonviolenta
impegnata a eliminare lo sfruttamento, l'assassinio, l'investimento di
energie in strumenti di assassinio e promuovere reazioni a catena di nuova
costruzione.
E' piu' facile dubitare dell'efficacia della rivoluzione nonviolenta finche'
questa non avra' storicamente dimostrato di saper cambiare anche le
strutture.
L'azione nonviolenta e' rivoluzionaria anche in quanto, con la sua profonda
capacita' di animare le coscienze, mette in moto altre forze pure diverse
nei metodi. Ciascuno che aspira al nuovo fa la rivoluzione che sa.
Molte volte la situazione a Partinico era cosi' grave, il terrore della
mafia cosi' diffuso, che sembrava di lavorare sopra una frana. Se in queste
condizioni qualcuno di noi doveva reagire - come in galera quando altro non
e' possibile - decidendo per esempio di digiunare, per fare in modo che i
contadini uscissero dal loro isolamento, puntando a illuminare una realta'
inaccettabile e a indicare precise alternative, diversi si dicevano non
d'accordo col digiuno; ma via via che passavano i giorni si caricava la
coscienza di molti, si accendevano le discussioni, si moltiplicavano le
iniziative (degli embrionali sindacati, dei comuni, dei partiti o di
individui e gruppi - anche polemiche o addirittura concorrenziali): e molti
ora, quando guardano il nuovo lago di Partitico con le sue anatre, non
possono non pensare a come si e' riusciti a muovere dalle prime pietre tutta
la massa della diga.
Spesso ammiriamo forze rivoluzionarie violente non perche' siano le uniche
possibili o le piu' adatte nelle circostanze in cui operano, ma perche' dove
agiscono sono le uniche esistenti, le uniche hanno il coraggio di esistere.
Chi pensa che la guerra sia la forma suprema di lotta, il modo di risolvere
i contrasti, ha una visione ancora molto limitata dell'uomo e dell'umanita'.
Chi ha effettiva esperienza rivoluzionaria sa come per riuscire a cambiare
una situazione deve fare appello, esplicitamente o meno, ad un livello
morale, oltre che materiale, superiore a quello imperante; sa come
l'appellarsi a principi piu' esatti, ad una morale superiore, divenga
elemento di forza effettiva: e in questo modo la sua azione e'
rivoluzionaria anche in quanto contribuisce a creare nuova capacita', nuova
cultura, nuovi istinti: nuova natura dell'uomo.
Personalmente, sono persuaso che la pace si identifica con l'azione
rivoluzionaria nonviolenta. Devo riconoscere che la lotta contro una
situazione insana puo' condurre piu' vicino alla sanita' - dunque alla
pace - pur con altri mezzi: ma non posso non tener presente come la
violenza, anche se diretta a fini generosi, ha ancora in se' il seme della
morte.
*
Saper sperimentare
Con un gruppo molto vario di giovani organizziamo una marcia da Milano a
Roma per premere affinche' il Governo italiano smetta la sua politica di
clientela, e per manifestare la nostra opposizione alla guerra nel Vietnam,
in particolare al comportamento del Governo americano. La base d'intesa e'
molto larga, i diecimila giovani che partono da Milano si succedono ad altri
per settecento chilometri, la marcia diviene un intenso seminario in cui si
medita tra i partecipanti e con le popolazioni che si attraversano. Poiche'
alcuni gruppetti di ragazzi a tratti scandiscono "Johnson torna alle tue
vacche", molti contadini dei borghi che attraversiamo, soprattutto in
Emilia, non sembrano affatto persuasi; sono come offesi: "le vacche non sono
forse importanti?", mormorano. I ragazzi cominciano a comprendere chilometro
dopo chilometro la distinzione tra sfogo rabbioso e capacita' di penetrare
nelle popolazioni affinche' ciascuno si muova ad assumere una posizione
cosciente ed esplicita di fronte alla guerra. Quando arriveremo a Roma e si
fara' sentire il responsabile peso di quarantamila giovani dalla piazza del
Parlamento fino all'Ambasciata americana, gli slogan che si sono
sperimentati piu' penetranti ed efficaci sono "Pace si', guerra no" e
"Vietnam libero".
Per la stessa marcia e' partita una colonna da Napoli verso Roma in cui
moltissimi erano gli scugnizzi. Alcuni ragazzini ci si avvicinano, parliamo,
via via passano i chilometri diventiamo amici, viene la sera, arriviamo
nella piazza di un paese gremita di persone. Invitiamo alcuni giovani che ci
sono apparsi piu' pensosi, seri, a parlare alla popolazione raccolta dal
palco illuminato. A un ragazzino sveglio che mi aveva dato la mano negli
ultimi cinque chilometri, domando: "Vuoi parlare anche tu?". I suoi occhi si
illuminano. Quando dovrebbe parlare, il funzionario d'un partito gli si
avvicina preoccupato e gli domanda: "Ma... cosa dovresti dire?". Gli occhi
del piccolo sono in pena. Prego il funzionario di lasciargli dire quel che
vuole. Il piccolo e' di fronte al microfono, per la prima volta di fronte a
migliaia di persone che non volevano la guerra, volevano la  pace, si era
sentito "molto felicissimo" ed era venuto anche lui coi suoi compagni.
L'applauso nella piazza era quasi un boato, ciascuno si sentiva espresso nel
modo piu' semplice, e quel ragazzino non credo dimentichera' facilmente
nella sua vita quanto ha detto quella sera di fronte a tutti.
Ciascuno che non si senta compreso e sostanzialmente accettato, si chiude e
rifiuta gli altri: e' vero per individui come per popoli interi.
Il comportamento delle persone in gran parte dipende dal comportamento di
chi hanno vicino. Quanto varia? Quando? Quale e' la gamma dei casi? Per
comprendere occorre osservare, sperimentare, per arrivare a cogliere
fenomeni generali, per sapere prevedere le possibili reazioni ai diversi
tipi di azione.
Gli ultimi secoli ci hanno provato per alcuni ambiti il valore del metodo,
della sperimentazione. Occorre sperimentare in altre direzioni: solo dopo
anni di ricerca, di tentativi, di errori, di parziali successi, si
sviluppano in noi quelle facolta' interpretative e creative in cui sta il
meglio di noi. Occorre avere occasione di conoscenza e verifica al di fuori
degli ambienti e dei canali di informazione piu' consueti, osservando dai
diversi punti di vista, raffrontando diverse qualita' di vita.
Come si puo' effettivamente vincere le resistenze, e' da scoprire
sperimentalmente situazione per situazione. Finche' uno non si forma e
accresce una sua diretta esperienza, rimane intimamente disperato,
brancolante - anche se librescamente saccente - tra l'esperienza degli
altri.
E come l'individuo puo' apprendere, cosi' dieci persone, cento, mille,
decine di migliaia, milioni e milioni, miliardi di persone che non sanno
ancora cercare, operare, vivere insieme, combattere in modo nuovo, possono
apprenderlo.
*
Non vendersi
I prepotenti, gli sfruttatori, i veri fuorilegge, difficilmente possono
resistere nelle loro posizioni se non sono sostenuti e difesi da chi si
vende loro.
Non occorre fatica a spiegare per quanti versi sia male vendersi,
prostituirsi; come il lavoro mercenario, il vivere in modo che non ci
persuade ci limita, ci disfa. Piu' fatica occorre a ciascuno per conoscere
esattamente l'oggetto della eventuale scelta e la natura delle proprie
motivazioni. Penso soprattutto agli intellettuali che possiedono doti,
prospettive, senso critico: soprattutto a quelli che in privato dicono corna
del loro "principale". Persone di capacita' e rettitudine professionale
collaborano a giornali che, dietro la facciata, e' facile scoprire falsi,
assassini. Il processo spesso e' quanto mai primordiale: si giudica il
valore di un lavoro, di una collaborazione, dal prezzo che se ne ricava:
sale l'opinione morale di se' nella misura della propria quotazione. O
talvolta facile alibi e' il proporsi di condizionare dall'interno sistemi
negativi, di farsi cavalli di Troia. Molto spesso l'equivoco e' facilitato
dai paraocchi della specializzazione tecnica, dal mito della scienza pura.
Anche con passi di questo tipo si e' arrivati a costruire e a far funzionare
Buchenwald, Auschwitz, Mauthausen.
Scegliere secondo necessita' e coscienza - certo, non e' facile -,
rifiutarsi ad ogni professione o occasione che ci impegni in sfruttamenti e
assassini di ogni genere, e' un contributo fondamentale per rompere il
sistema delle clientele, dal livello di strada a quello internazionale.
*
Saper mettere fuori legge i veri fuorilegge
Per far leva occorre trovare un punto d'appoggio. Questo elementare
principio di ogni strategia pone al rivoluzionario nonviolento una
particolare attenzione per la scelta dei suoi fulcri: non fara' leva sul
marcio; non fara' leva con astuzie selvagge o menzogne, ma con quanto meglio
possa esprimere l'interesse di tutti.
Poter far leva sulle leggi morali e giuridiche piu' elevate, poter far leva
anche su una legge minimamente democratica, ha un vantaggio: essendo le
leggi, anche se non rappresentano in genere i punti piu' avanzati della
cultura e della moralita', i punti convenzionalmente dichiarati comuni, chi
risulta traditore del contratto sociale, risulta di fatto il vero
fuorilegge. Le popolazioni, per saper piu' nitidamente come agire, devono
sapere quali sono i veri fuorilegge.
Perche' torture, sfruttamenti, avvelenamenti, brogli elettorali, gravi
sprechi, in genere o avvengono in segreto o, chi li pratica, anche se ha il
potere in mano, preferisce non risultino per quello che sono? Perche' chi li
pratica teme il peso, la forza del giudizio negativo degli altri.
L'opinione pubblica puo' distinguere, soprattutto se puntualmente stimolata,
tra il padre di famiglia che avendo i piccoli alla fame va a cogliere un
paniere di pomodori in un campo di cui non e' proprietario, tra il negro che
umiliato si ubriaca o si arruola volontario per sparare addosso a poveracci
come lui -, e chi ha le maggiori responsabilita' di situazioni
inaccettabili; ha sufficiente intuito per orientarsi anche quando le
sentenze giuridiche cercano di sovvertire il vero giudizio: ma ha
difficolta' a raccogliere i fatti in fenomeni, a inquadrarli nell'insieme.
Una polizia tortura? Occorre documentare, denunciare caso per caso, in modo
sempre piu' vasto e sistematico: in questo modo, pur tra facilmente
immaginabili difficolta', la polizia ed il suo comportamento vengono
individuati come fuorilegge.
Si pratica lo sfruttamento, si lascia insicuro il lavoro in scala tale che
le masse meno riflessive accettano tutto questo quasi come naturale? Occorre
far crescere precise documentazioni e sistematiche denunce fin che divengano
schiaccianti.
Brogli elettorali di ogni tipo impediscono che si esprimano veracemente le
necessita' di una popolazione? Occorre documentare caso per caso, paese per
paese, zona per zona, in modo sistematicamente crescente, non dando per
scontato che gia' si sa, aprendo e facendo aprire gli occhi, macchine
fotografiche e quanto altro possa servire.
Avvengono sprechi di ogni genere? Occorre apprendere a far leva in modo
circostanziato, dal livello dell'interesse locale a quello generale,
documentando come sia balordo sprecare enormi energie, ricchezze di ogni
genere, e non valorizzarne altrettante potenziali.
E cosi' dove o quando manca liberta' di espressione, di informazione, di
riunione e altre essenziali. In ogni zona occorre ricercare quali sono i
possibili fulcri e quali possono meglio valere. Il portare avanti campagne
di questo tipo rinforza in ogni senso chi le muove.
Ovviamente, passo essenziale e' mettersi in condizione di far le nuove leggi
e le strutture nuove necessarie.
*
Saper muovere nuovi fronti
Se le armi sono nate nelle mani dei nostri antenati che stentavano a
procurarsi il cibo tra le belve soverchianti, come strumenti utili alla
propria sopravvivenza, ora non ha alcun senso che le armi ci crescano nelle
mani: sono anacronismi assurdi.
Esistono i mostri: hanno ben piu' che cinquanta passi di lunghezza, sputano
fuoco a ben piu' di trenta passi, hanno ben piu' che due fauci;
inceneriscono ben piu' che una casa col loro sputo, paralizzano di terrore
ben piu' che una piazza di folla. Ben nutriti anche dalla carne e dal sangue
delle loro vittime, hanno nervi magnetici e tendini d'acciaio, un fiato
irrespirabile che annebbia la vista del sole, escrementi che corrompono
fiumi e laghi e mari, sanno articolarsi terrorizzando per migliaia di
chilometri, sanno vomitare fuoco contemporaneamente su centinaia e centinaia
di chilometri, vetrificando in un attimo milioni di persone, citta'
costruite dall'opera di milioni di persone in migliaia di anni: l'una fauce
del mostro sa anche avventarsi contro l'altra sua, l'artiglio contro il suo
artiglio. Le piu' orride fantasie del passato, dall'Apocalisse a tutti i
mostri inventati dagli artisti o dal commercio dell'orrore per vincere la
noia dei troppo sazi, ci fanno sorridere per la loro ingenuita' al
confronto.
Non solo dobbiamo sgonfiare questi mostri non alimentandoli e non
lasciandoli nutrirsi di noi: dobbiamo sapere chiaramente in ogni nostra
fibra che questi mostri noi li abbiamo costruiti, e noi li possiamo
distruggere creando altro.
E' piu' la gente che ha interesse a operare cambiamenti verso un mondo di
tutti, o piu' la gente che pensa suo interesse mantenere le situazioni come
sono?
Nella misura in cui si riesce a interpretare e ad esprimere le profonde
esigenze di migliaia, di milioni, di centinaia di milioni, di miliardi di
uomini, e li si aiuta a prendere coscienza di se' e dei propri problemi, ad
avviare iniziative alternative di ogni tipo, dal minimo al piu' alto
livello, a premere con efficacia, in quella misura si riesce a mettere in
moto una forza concretamente rivoluzionaria.
Persone o gruppi nuovi che rifiutano il pensiero di seconda mano, la vita di
seconda mano, impegnati nella valorizzazione della vita, gia' esistono: e'
urgente riconoscerli, verificare reciprocamente le esperienze, tendere a
creare nuovi fronti organici.
*
Saper pianificare organicamente
L'opposto dello scontrarsi-incontrarsi del caos, del lasciare tutto accadere
a caso, della furbizia delle lotterie, e' pianificare; l'opposto di essere
mostri, e' svilupparsi organicamente. All'umanita' necessita raggiungere la
sua unita' organica: la pace non viene a caso, e' inventare il futuro.
Se e' piu' facile che una pianificazione risulti efficace disponendo del
potere, non si devono sottovalutare le possibilita' della pianificazione
d'opposizione. Una delle insufficienze di certi movimenti rivoluzionari e'
la debolezza del loro fronte costruttivo rispetto alla loro capacita' di
coscientizzare, o al peso che riescono a raggiungere nella protesta, nella
pressione. La costruzione di nuovi gruppi organici e la demolizione dei
vecchi sistemi devono procedere coordinate, potenziandosi a vicenda: il
crescere di una alternativa persuasiva incoraggia la denuncia e l'attacco ai
vecchi gruppi; d'altra parte la perdita di autorita' delle vecchie strutture
facilita lo sviluppo delle nuove.
Riprendo in sintesi il caso della diga costruita sul fiume Jato. Sulla
popolazione, come disperata, dominava la mafia, forte dei suoi rapporti
politici: non c'erano prospettive di cambiamento. Si cerca coi piu' attenti
quali possono essere le soluzioni. Si verifica, dopo lunga incertezza, la
necessita'-possibilita' di costruire una grande diga per irrigare la zona.
Azione educatrice in profondita' affinche' la popolazione comprenda
esattamente cosa e' una diga. Pressione prima di pochi, poi sempre piu'
vasta e ripetuta finche' si inizia la diga. Sviluppo tra gli operai del
grande cantiere, di un sindacato: le assunzioni non avvengono piu'
attraverso la mafia, che perde prestigio. I mafiosi locali sono
pubblicamente denunciati, viene denunciato il loro rapporto coi due potenti
politici della zona: i due politici vengono estromessi dal Governo
nazionale. I lavori di costruzione vengono accelerati. Nascono i primi,
anche se rudimentali, centri per la promozione di un consorzio democratico
d'irrigazione tra cinquemila famiglie, in modo che si abbia acqua
democratica e non di mafia. Nascono cooperative. Nella vicina valle del
Belice intanto sono iniziate pressioni per la costruzione di una nuova, piu'
grande diga. Nella Sicilia occidentali le popolazioni ora si muovono per
ottenere non una o due dighe ma dodici grandi dighe. Cresce intanto un
centro per la formazione di quadri esperti in sviluppo pianificato con la
partecipazione della popolazione.
Cosa ha significato esattamente per noi tendere con la massima
partecipazione popolare ad inventare il piano di sviluppo per la zona?
- Incontri individuali, scambi di notizie e opinioni con piccoli gruppi
informali;
- Lavoro-discussione di gruppo;
- Rapporti organici con gruppi locali che vanno crescendo;
- Promozione di autoanalisi popolare su problemi di fondo da confrontarsi
con monografie tecniche sugli stessi problemi;
- Sviluppo elicoidale di conversazioni su temi d'interesse comune: in modo
che si scopra, si inventi sulla base dell'esperienza di ciascuno;
- Introduzione analitica di un esperto e successivo dibattito;
- Promozione di documentazione (fotografia, diaristica, statistica, verbali
ecc.);
- Promozione di sperimentazione e invenzione (campi di prova, cooperazione
nuova, iniziative varie di educazione aperta);
- Promozione di scoperta (viaggi, lettura, incontri nuovi);
- Promozione-pubblicazione di autoanalisi e confronto con analoghe
iniziative avviate altrove;
- Rapporti intercomunali e interzonali con esponenti di gruppi locali;
- Proposte di ipotesi (anche con letture, disegni, plastici, film) e
successiva discussione;
- Promozione di analisi e sperimentazione nei gruppi omogenei qualificati
(educatori, medici, urbanisti, tecnici vari) con la partecipazione di
specialisti-consulenti;
- Convegni in cui propongono alla discussione piu' aperta i risultati
maturati dai gruppi gia' approfonditi;
- Pressioni-discussione a livello locale, regionale, nazionale;
- Contrapposizione dialettica tra fatti nuovi (morali, organizzativi,
economici, formali) in cui ciascuno possa contribuire allo sviluppo, e
vecchia esperienza, modelli fissi.
L'assunzione di responsabilita' di un popolo si matura attraverso assunzioni
di responsabilita' individuali e di gruppo. La noncollaborazione di un
popolo a quanto viene considerati insano, superato, si concreta attraverso
la volonta' di noncollaborazione di individui e di gruppi. Nuovi rapporti
nell'umanita' possono si' realizzarsi in quanto si costruiscono nuove
visioni d'insieme, nuove qualita' di rapporto, nuovi centri mondiali, nuove
strutture nazionali ed internazionali, nuovi metodi di rapporto, ma nella
misura in cui a livello individuale, di gruppi, di popoli, tutto questo
viene maturato: il processo e' interdipendente.
E' necessario passare da un mondo autoritario e frammentato ad un mondo
pluricentrico e coordinato. Le difficolta' dei giovani stanno soprattutto
tra l'inadattabilita', l'inaccettabilita' del vecchio mondo e, appunto, la
difficolta' ad inventare il nuovo.
Gli uomini oggi stanno diventando esperti di macchine, ma hanno elementari
difficolta' a concepire gli organismi.
*
Pace e' un modo diverso di esistere
Mi prende un dubbio. Controllo il senso della parola "pace" su altri
vocabolari, non italiani. Nel Dizionario dell'Accademia francese, paix :
"stato di calma, di riposo, di silenzio, assenza di chiasso o di faccende".
Nel Dizionario della Reale Accademia Spagnola, paz : "virtu' che pone
nell'animo tranquillita' e sussiego, e' uno dei frutti dello Spirito santo".
Nell'Oxford English Dictionary, peace : "liberta' da - o cessazione di -
guerra o ostilita'; la condizione di una nazione o comunita' in cui non c'e'
guerra con altri". Nel monumentale vocabolario tedesco dei Grimm, Friede :
"ozio, tranquillita', tutela". Non ho altri vocabolari per verificare oltre,
ma ove si osservi attentamente, d'altronde, si ha conferma della diffusa
confusione e insufficienza al proposito, si ha conferma di come occorre
chiarire l'intimo rapporto tra pace, consapevolezza, coraggio, rivoluzione
nonviolenta, non vendersi, sperimentare, nuova strategia, pianificazione
organica.
E' necessario riuscire a rendere ogni giorno meglio evidente come un nuovo
lavoro capillare di costruzione e pressione, prima di gruppi-pilota e poi di
moltitudini di nuovi gruppi volontari, puo' riuscire a trasformare
effettivamente le vecchie strutture sociali e politiche. L'evidenza di nuovi
fatti puo' aiutare a chiarire. Certo, e' un enorme lavoro, un'enorme fatica
si deve fare, ma e' forse possibile pensare che il mondo nuovo che ci
necessita si possa creare da se'? Forse non costa ancor piu' fatica - in
quanto per troppi aspetti antieconomico - il mondo cosi' come e'?
Si', pace vuol dire anche decantare rabbie e rancori, sapere disintorbidarsi
per trovare il modo - ogni volta difficile - di eliminare il male senza
eliminare il malato o nuocergli, capacita' di sacrificio personale, sapere
maturare le qualita' essenziali e, quando e' buio, anche se il buio dura
terribilmente, saper vedere oltre. Ma tutto questo, se non e' concepito nel
quadro piu' vasto, e' ancora un ingenuo tentativo di evasione: uno dei tanti
modo di suicidarsi.
La pace che amiamo e dobbiamo realizzare non e' dunque tranquillita',
quiete, assenza di sensibilita', evitare i conflitti necessari, assenza di
impegno, paura del nuovo, ma capacita' di rinnovarsi, costruire, lottare e
vincere in modo nuovo: e' salute, pienezza di vita (anche se nell'impegno ci
si lascia la pelle), modo diverso di esistere. Dice il mio piccolo Amico:
"E' il contrario della guerra".

6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

7. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti, la e-mail e': azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: lucben at libero.it;
angelaebeppe at libero.it; mir at peacelink.it, sudest at iol.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it. Per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la pace di
Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. e fax: 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Per non ricevere piu' questo notiziario e' sufficiente inviare un messaggio
con richiesta di rimozione a: nbawac at tin.it

Numero 523 del 2 marzo 2003