La nonviolenza e' in cammino. 506



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la pace di
Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. e fax: 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 506 del 13 febbraio 2003

Sommario di questo numero:
1. Peppe Sini, lettera aperta al comandante della base Usaf di Aviano
2. Lidia Menapace, sobrieta'
3. Eduardo Galeano, il 15 febbraio l'umanita' contro la guerra
4. Evelina Savini, colmate la terra di pace
5. Eugenio Melandri, in marcia contro la guerra
6. Franca Ongaro Basaglia, una liberazione
7. Luigi Ciotti, perche' diciamo no alla guerra
8. Simone de Beauvoir, tutto
9. Il 15 febbraio a Roma uno striscione unitario della rete "Ebrei contro
l'occupazione" e del "Movimento palestinese per la democrazia e la cultura"
10. Michele Nardelli, la guerra moderna come malattia della civilta'
11. Susan Sontag, un cittadino decente
12. Folcacchiero Scatamacchia, la strada lunga
13. La "Carta" del Movimento Nonviolento
14. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. PEPPE SINI: LETTERA APERTA AL COMANDANTE DELLA BASE USAF DI
AVIANO
Egregio signore,
nei prossimi giorni avvieremo ad Aviano e Pordenone gli opportuni colloqui
con le istituzioni locali ed i necessari sopralluoghi sul terreno in vista
della realizzazione dell'azione diretta nonviolenta delle mongolfiere della
pace con la quale impedire - nel caso abbia inizio la minacciata guerra
illegale e criminale all'Iraq - i decolli degli aerei dalla base di Aviano,
impedendo cosi' il coinvolgimento nella guerra della struttura di cui lei e'
responsabile come del personale ai suoi ordini.
Avremmo naturalmente desiderio e piacere di interloquire anche con lei, e
con la presente siamo a richiederle un incontro al fine di illustrarle le
ragioni della nostra iniziativa, che peraltro lei gia' conoscera' poiche'
gia' la realizzammo, purtroppo solo per poche ore, nel 1999 durante la
guerra dei Balcani.
*
Le ragioni della nostra azione diretta nonviolenta
Egregio signore,
la guerra, come ebbe a dire Gandhi, consiste sempre nell'uccisione di esseri
umani, nell'uccisione in massa di esseri umani che non hanno commesso alcun
crimine.
La guerra che si sta preparando, e' convincimento comune, provocherebbe
innumerevoli vittime.
Inoltre essa puo' degenerare, per ammissione stessa dei suoi principali
promotori, in guerra nucleare, ovvero in una guerra che puo' mettere fine
all'intera civilta' umana.
Lei capisce che in questa terribile situazione e' compito di ogni essere
umano, e di ogni istituzione legale, fare tutto il possibile perche' la
guerra non sia scatenata, perche' si salvino quante piu' vite umane sia
possibile, perche' l'intera civilta' umana non sia messa in pericolo.
Non solo: le motivazioni stesse della guerra, come ufficialmente dichiarate
dai promotori di essa, sono logicamente insensate e giuridicamente
delittuose.
Se la motivazione efficiente a scatenare una guerra catastrofica per
l'intera umanita' e' il possesso o la prospettiva del possesso di armi di
distruzioni di massa, con questo criterio occorrerebbe scatenare una guerra
contro innumerevoli paesi del mondo. Non le sembra folle e criminale?
Se la motivazione efficiente a scatenare una guerra catastrofica per
l'intera umanita' e' il legame di personalita' di governo con poteri
criminali e terroristici, con questo criterio occorrerebbe scatenare una
guerra contro innumerevoli paesi del mondo. Non le sembra folle e criminale?
Se la motivazione efficiente a scatenare una guerra catastrofica per
l'intera umanita' e' che il governo di un paese potrebbe a sua volta
scatenare una guerra, con questo criterio occorrerebbe scatenare una guerra
contro innumerevoli paesi del mondo. Non le sembra folle e criminale?
Occorre restare sul piano della realta' e sul piano del diritto: e' chi
scatena una guerra ad essere l'aggressore. Una guerra di aggressione non
puo' essere definita difesa.
Occorre restare sul piano della realta' e sul piano del diritto: se si
sospetta qualcuno di voler usare armi di sterminio di massa il modo migliore
per far si' che lo faccia e' scatenare una guerra.
Occorre restare sul piano della realta' e sul piano del diritto: se si vuole
difendere la pace e la sicurezza, la guerra e' il modo piu' sicuro per
impedire la pace e per distruggere la sicurezza.
Occorre restare sul piano della realta' e sul piano del diritto: se gli
stati invece di combattere il terrorismo con gli strumenti della polizia e
dei tribunali a loro volta commettono stragi indiscriminate di innocenti,
essi stessi stati si fanno terroristi, promuovono il terrorismo, lo
alimentano e lo riproducono in proporzioni sempre piu' enormi.
Occorre restare sul piano della realta' e sul piano del diritto: tra i mezzi
e i fini vi e' un nesso cogente: la democrazia si difende con la democrazia,
la pace si difende con la pace, i diritti umani si difendono con il rispetto
dei diritti umani. Le uccisioni, e massime quel cumulo di uccisioni di cui
consiste una guerra, costituiscono la violazione piu' radicale e flagrante
dei diritti umani; la guerra costituisce palesemente l'esatto contrario
della pace; la guerra e' nelle sue premesse, nella sua fenomenologia e nei
suoi esiti precisamente il contrario di quella civile convivenza fondata su
regole condivise di cui la democrazia consiste.
La guerra che si prospetta mette in pericolo l'intera umanita'; si puo'
forse esitare su quale sia la cosa giusta, su quale sia il dovere nostro e
di tutti, posti di fronte all'alternativa seguente: se permettere con la
propria complicita' o anche solo con la propria ignavia che l'umanita' corra
il pericolo di essere distrutta, o se invece si debba cercare di salvarla
impedendo la guerra che l'intera umanita' minaccia?
Sono cose talmente banali che quasi si ha pudore e si prova disagio a dirle,
ma tale e' la situazione odierna che occorre tornare a ripeterle.
Se poi veniamo in punto di diritto lei sapra' che la Repubblica Italiana, lo
stato nel cui territorio la struttura che lei comanda e' ospitata, ha come
fondamento del suo ordinamento giuridico una Costituzione che all'articolo
11 (uno dei "principi fondamentali", ovvero dei "valori supremi" del nostro
ordinamento giuridico, della nostra repubblica, delle nostre liberta')
"ripudia la guerra".
Il ripudio della guerra significa che la legge fondamentale del nostro paese
fa obbligo a noi italiani di opporci con tutte le nostre forze alla guerra:
e' la nostra legge, lei e' nostro ospite, anche lei e' vincolato a
rispettarla in quanto in Italia si trova.
Lei sapra' anche, non ne dubitiamo, che la stessa Carta delle Nazioni Unite,
comune punto di riferimento dell'enorme maggioranza degli stati della terra,
fin dal suo preambolo esplicitamente attesta che motivo stesso
dell'esistenza delle Nazioni Unite e' di impedire il ritorno del "flagello
della guerra".
Come vede, tanto la legge italiana, quanto la Carta alla base dell'esistenza
e della legittimita' dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, sono esplicite
ed inequivocabili: chiedono ai popoli come agli stati di opporsi alla
guerra.
Vede quindi che sia per ragioni morali, sia per ragioni giuridiche, la
guerra che si sta preparando e' un crimine, e ad essa ogni persona di
volonta' buona, ed ogni istituzione legale, hanno il dovere di opporsi.
*
Le finalita' della nostra azione diretta nonviolenta
Egregio signore,
le finalita' della nostra azione nonviolenta per la pace sono semplici.
Impedendo agli aerei della sua base di decollare, ostruendo lo spazio aereo
circostante e sovrastante la base con le nostre mongolfiere, intendiamo
bloccare l'operativita' bellica della sua base, e con cio' ostacolare un
ingranaggio della macchina bellica complessiva.
Speriamo che questa azione diretta nonviolenta sia anche un esempio che
altri seguiranno: cosi' da poter in prospettiva bloccare l'intera macchina
bellica.
Cosi' facendo, noi rispettiamo ed inveriamo quanto ci chiede la legge
fondamentale del nostro paese, la Costituzione della Repubblica Italiana;
cosi' facendo, noi rispettiamo ed inveriamo quanto ci chiede la Carta delle
Nazioni Unite; cosi' facendo, noi rispettiamo ed inveriamo quanto a noi
richiesto sia dalla legalita' costituzionale italiana, sia dal diritto
internazionale.
*
La realizzazione della nostra azione diretta nonviolenta
Egregio signore,
il nostro intendimento e' di sovrastarvi sul piano della forza e di ridurvi
in condizione di non nuocere; il nostro obiettivo e' di impedire
materialmente la vostra partecipazione alla guerra e con cio' essere di
ostacolo alla guerra.
Forse, detta cosi', questa affermazione potra' farla sorridere: di solito si
pensa che il potere armato e' piu' forte del potere di chi e' disarmato. Di
solito si pensa che la violenza prevale sul diritto. Non e' cosi': c'e' una
cosa che e' piu' forte della violenza, ed e' la nonviolenza.
Noi pensiamo di sovrastarvi sul piano della forza, con la forza della
nonviolenza: lo abbiamo gia' dimostrato nel 1999 per poche ore, lo faremo di
nuovo, e questa volta agiremo per farlo non per poche ore, ma fino a ridurre
a completa impotenza la vostra capacita' di uccidere.
Noi non siamo vostri nemici, noi abbiamo dalla nostra parte la protezione e
la forza della legge italiana cui anche voi in quanto nostri ospiti dovete
obbedienza. Noi agiremo restando sul territorio italiano, voi non potrete
ne' ucciderci ne' aggredirci. E noi ostruiremo l'area di decollo dei vostri
aerei e voi sarete costretti a non farli decollare.
Noi chiederemo alle forze dell'ordine italiane di essere presenti e di
intervenire in difesa della legge italiana.
Noi chiederemo alle istituzioni italiane di essere presenti e di intervenire
in difesa della legge italiana.
Voi dovrete rispettare la nostra legge.
Noi agiremo con la forza della nonviolenza, con la forza della legalita',
con la forza del diritto. Voi non avrete pretesto alcuno per agire contro di
noi. Vi dovrete inchinare al diritto. Sara' un bene anche per voi, per la
vostra coscienza. Del resto, impedendovi di partecipare alla guerra noi
agiremo anche per salvare le vostre vite.
Noi pensiamo di mettervi in condizione di non nuocere utilizzando la forza
della legge.
Quand'anche un governo fedifrago, un parlamento fedifrago, un capo dello
Stato fedifrago dovessere violare la legalita' costituzionale italiana
avallando la guerra (purtroppo e' gia' accaduto piu' volte dal 1991 in qua,
e gli sciagurati responsabili di questo crimine ancora non hanno subito il
giusto e necessario procedimento penale e la necessaria e giusta condanna,
ma il loro delitto non e' caduto in prescrizione), la legge resta in vigore
e tutti i pubblici ufficiali italiani ad essa restano vincolati, e  tutti i
cittadini italiani a difesa e ad inveramento di essa sono chiamati ad agire.
La nostra legge ci chiama a impedire la guerra, e poiche' nella guerra che
si prospetta voi potreste essere coinvolti, la nostra legge ci chiama a
impedire la vostra partecipazione ad essa.
Non dimenticate di essere nostri ospiti. Non dimenticate che dovete
obbedienza e rispetto alle leggi del paese che vi ospita. Non dimenticate
che il nostro ordinamento giuridico "ripudia la guerra". E non dimenticate
che proprio perche' vi ospitiamo abbiamo a cuore anche la vostra
incolumita', ed abbiamo quindi il dovere di impedirvi di fare del male ad
altri e a voi stessi.
Sara' in nome della legge, con la forza della legge, che vi impediremo di
prender parte alla guerra, questo mostruoso crimine contro l'umanita'.
*
Un'ovvia assicurazione
Egregio signore,
Come forse gia' sapra', il "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo e' una
struttura impegnata per la nonviolenza e con la nonviolenza, cosicche' tutte
le nostre iniziative hanno lo scopo di salvare vite umane e non di metterle
in pericolo, ne' minacciarle, ne' offendere l'incolumita' e la dignita' di
esseri umani.
Cosicche' ci sta a a cuore anche la vita, l'incolumita' e la dignita' sua e
delle persone ai suoi ordini.
Con la nostra azione diretta nonviolenta in nessun momento metteremo in
pericolo la vita, l'incolumita', la dignita' sua e dei suoi collaboratori.
Anche di questo abbiamo voluto fin d'ora esplicitamente informarla.
Cosi' come ci sembra che possa essere utile esplicitamente informarla che
noi siamo tuttora oppositori della dittatura di Saddam Hussein e lo eravamo
gia' quando scelleratamente il nostro paese, ed il suo, quella dittatura
rifornivano di armi; che noi siamo intransigentemente oppositori del
terrorismo e dei poteri criminali, delle dittature e del razzismo; che noi
siamo intransigentemente impegnati per i diritti umani di tutti gli esseri
umani, e contro tutte le guerre, contro tutti gli eserciti e contro tutte le
armi.
Ed ugualmente ci pare utile informarla esplicitamente che noi siamo solidali
con il popolo iracheno (vittima della dittatura, delle precedenti guerre,
del criminale embargo, delle azioni aeree belliche angloamericane mai
interrotte, della guerra che si prospetta), cosi' come con il popolo
americano, con quello afghano come con quello palestinese, come con quello
israeliano, come con tutti i popoli del mondo. Tutti i popoli hanno diritto
a esistere, tutti gli esseri umani hanno diritto a vivere.
*
Per saperne di piu' sull'azione diretta nonviolenta delle mongolfiere per la
pace
Egregio signore,
qualora desiderasse maggiori informazioni sull'azione diretta nonviolenta
delle mongolfiere per la pace, oltre a quelle che le inviammo a piu' riprese
nel 1999 ci permettiamo di suggerirle di leggere quanto recentemente abbiamo
riportato nel n. 491 del 29 gennaio 2003 del nostro notiziario telematico
quotidiano "La nonviolenza e' in cammino" (che trovera' agevolmente nella
rete telematica, riprodotto alla data relativa, nella lista "Peacelink news"
del sito pacifista di Peacelink - www.peacelink.it -, e che puo' anche
richiederci direttamente al nostro indirizzo di posta elettronica:
nbawac at tin.it).
*
Per concludere
Egregio signore,
ci perdonera' se questa lettera invece di inviargliela privatamente la
diffondiamo subito anche ai mezzi d'informazione ed a molti altri
interlocutori.
Ma stiamo parlando di una vicenda pubblica quanto altre mai. E la nostra
iniziativa e' e deve essere pubblica: fa parte della scelta della
nonviolenza di essere leali, onesti, veritieri, di annunciare sempre in
anticipo le proprie intenzioni, di non nascondere nulla, di essere sempre
pronti al dialogo, di avere a cuore l'incolumita' e la dignita' di tutti.
Avremmo davvero vivo piacere di poterla incontrare, di poter interloquire
con lei, sia in un colloquio de visu che attraverso le altre forme di
comunicazione che lei preferisse.
Vogliamo continuare a sperare che la guerra non ci sara', che la volonta' di
pace autorevolmente espressa da tante donne ed uomini di volonta' buona, da
tante autorita' morali e politiche, possa prevalere ed essere sufficiente ad
impedire nuovi massacri.
Lo stesso annuncio fin d'ora della nostra azione diretta nonviolenta che
realizzeremmo qualora la guerra iniziasse, e' ovviamente inteso a
contribuire a prevenire e impedire la guerra, inducendo i poteri promotori
della guerra a riflettere sul fatto che la loro potenza militare non e' poi
cosi' incontrastabile come puo' sembrare a taluni.
Egregio signore,
voglia gradire distinti saluti ed auguri di buona permanenza nel nostro
paese, saluti ed auguri che la preghiamo di estendere ai suoi familiari ed
ai suoi collaboratori.

2. RIFLESSIONE. LIDIA MENAPACE: SOBRIETA'
[Dal sito del Movimento Nonviolento (www.nonviolenti.org) riprendiamo questo
intervento di Lidia Menapace, nell'ambito del percorso delle "dieci parole
della nonviolenza". Lidia Menapace (per contatti: menapace at tin.it) e' nata a
Novara nel 1924, partecipa alla Resistenza, e' poi impegnata nel movimento
cattolico, pubblica amministratrice, docente universitaria, fondatrice del
"Manifesto"; e' tra le voci piu' alte e significative della cultura delle
donne, dei movimenti della societa' civile, della nonviolenza in cammino. La
maggior parte degli scritti e degli interventi di Lidia Menapace e' dispersa
in quotidiani e riviste, atti di convegni, volumi di autori vari; tra i suoi
libri cfr. (a cura di), Per un movimento politico di liberazione della
donna, Bertani, Verona 1973; La Democrazia Cristiana, Mazzotta, Milano 1974;
Economia politica della differenza sessuale, Felina, Roma 1987; (a cura di,
ed in collaborazione con Chiara Ingrao), Ne' indifesa ne' in divisa,
Sinistra indipendente, Roma 1988; Il papa chiede perdono: le donne glielo
accorderanno?, Il dito e la luna, Milano 2000; Resiste', Il dito e la luna,
Milano 2001]
L'impetuoso e felice movimento, che cammina per le strade del mondo da un
po' di anni e  proclama essere possibile un altro mondo, mi fa spesso venire
voglia di provare a immaginarmi che faccia potrebbe avere quel mondo
baldanzosamente sperato. E mi viene sempre in mente qualche verso dantesco
(le deformazioni professionali non si perdono facilmente) che descrive una
Firenze sognata, pero' nostalgicamente, guardando al passato. Dante, esule
per le tremende contese politiche della sua citta', immagina come potrebbe
essere stata una Firenze che non ha mai conosciuto: un "cosi' riposato viver
di cittadini", un "cosi' dolce ostello" e cerca di ricostruire quel sogno
pensando alla Firenze del suo trisavolo, che definisce "in pace, sobria e
pudica".
Come sempre, essendo molto moralista e alquanto tetro nei giudizi sul
presente, Dante  di pace non da' nessuna definizione, se non che quando una
citta' e' in pace produce un "riposato viver di cittadini" e viene avvertita
come "un dolce ostello". Dato l'affanno spesso inconcludente di molte nostre
giornate, davvero non sarebbe male avere un po' di riposo e un ostello
accogliente.
Piu' specifica e' la descrizione di sobrieta' e pudore. Non lo seguo nelle
sue preferenze - appunto - moralistiche: la sobrieta' e' il vestire semplice
degli uomini del tempo antico e per le donne andare "senza il viso dipinto",
e quanto al pudore e' tutta una requisitoria contro i giovani rockettari di
allora ("un Lapo Salterello") e le ragazze con le gambe in mostra dalla mini
("una Cianghella"). Rifaccio invece per conto mio i sogni e avverto sempre
che la sobrieta' e' una componente molto importante di un luogo tranquillo,
riposato e accogliente.
*
Che cosa intendo dunque con "sobrieta'"?
La parola mi venne in mente quando Berlinguer propose l'austerita' come
modello di vita e mi trovai subito in disaccordo. Austerita' dice un
atteggiamento un po' cupo e triste, esalta il sacrificarsi, atteggia il
volto a un cipiglio giudicante, non ha leggerezza. Capivo che le intenzioni
di chi proponeva erano pregevolmente anticonsumistiche e serie, ma, appunto,
troppo serie, quasi un po' piagnone.
Allora riflettendo mi dissi che non avrei voluto vivere in un  mondo
austero, bensi' in uno sobrio. E poiche' sono golosa a me gli esempi non
erano venuti dal vestire o dai divertimenti, ma dai cibi: chi e' astemio o
anoressica non sa nemmeno che cosa si perde, ma chi e' beone o bulimica
butta giu' anche metanolo o cibi rozzi e non bada mai alla qualita'. Chi
invece ama la sobrieta', gusta il colore il sapore il bouquet di un buon
vino, ammira la forma i colori gli aromi di un piatto ben cucinato, e
comunica ad altri commensali la sua comune gioia e piacere: non per nulla
chiamiamo convivialita' la piacevolezza dello stare insieme. E' una forma
non esasperata ne' violenta di piacere, ma e' un vero piacere complesso, che
contiene anche la comunicazione.
Il ragionamento si puo' estendere dai cibi ad altri temi. Il piacere della
lettura, della conversazione, che non e' ingurgitamento di pagine ed
esibizione di citazioni, che non  e' pettegolezzo o scambio di notizie
futili, ma trasmissione di sentimenti passioni e conoscenze.
Insomma a me sobrieta' sembra sempre piu' il nome non accademico di un
piacevole moderno epicureismo, comportando una accurata ma non ansiosa
scelta di piaceri che non offendono nessuno, rispettano i desideri altrui e
tengono anche conto di una certa discrezione del vivere: cantare si', ma non
schiamazzi notturni; parlare, certo, ma non produrre un continuo fastidioso
rumore di fondo.
La sobrieta' si estende anche all'ambiente, che nelle  nostre citta' e'
divenuto fastidioso per inquinamento acustico (il traffico), visivo (le luci
sfacciate degli orribili addobbi natalizi), e naturalmente chimico e
magnetico.
*
Fa parte della sobrieta' la misura, scelta come strada della liberta', il
piacere atteso come forma di comunicazione e accoglienza, e il passo spedito
e leggero che non pesi troppo sulla terra.
A me da' un po' fastidio l'idea di un modello di sviluppo "sostenibile": e'
come dire che intendiamo (noi che saremmo virtuosi ed ecologici) caricare
sulle spalle della madre terra tutto il peso che puo' portare e non di piu':
non sarebbe migliore, meno violento uno sviluppo gradevole, ameno, piacevole
per la terra e per chi la abita? Fatto cioe' di vita serena. di riposo, di
ozio, di silenzio, di contemplazione oltre che di produzione e riproduzione,
di lavoro e di commerci?
Questo a un di presso intendo quando dico che vorrei un altro mondo
possibile sobrio.
La' troverei facile vivere con felicita' politica cioe' esprimendo una
identita' non aggressiva, non sospettosa, ma accogliente, curiosa.
Un modo di vivere non affannoso, non competitivo, ma capace di gustare il
passare del tempo e le dimensioni degli spazi, e assaporare gli scambi: mi
sembra che davvero per stare in pace sia giusto essere sobri.
*
Quanto al pudore mi e' piu' oscuro che cosa significhi. Forse una misura e
un certo riserbo di se'. Comunque va bene, purche' non sia una prescrizione
predicatoria di comportamenti, vestiti, parole ammesse ed altre vietate.
Forse il pudore come la sobrieta' non ammettono divieti esteriori e si
fondano sulla convinzione ragionevole del saper misurare le risorse e
controllare le relazioni.
Insomma la felicita' politica (un dolce ostello) che viene dal poter
esprimere la propria identita' senza bisogno di mettersi in maschera per
apparire "come si deve". Il diritto a non essere "normali", come dice una
argutissima teologa argentina. Marcella Maria Althaus-Reid  rivendica
appunto il diritto a "no ser derecha", che vuol dire anche non essere di
destra, oltre che "diritta", "normale". E che chiama pornografia la teologia
la globalizzazione e il capitalismo, perche' non rispettano i movimenti le
posizioni le relazioni la spontaneita' le scelte i volti i corpi i gesti i
desideri segnati dal colore voce faccia di ciascuno/ciascuna di noi, ma
violenta i corpi e le persone in una gabbia  di prescrizioni modi valori
attese gia' programmate. Non sanno dire quali parole, sentimenti, forme di
relazione vanno bene e quali sono per se' cattive: ma comunque vietano di
continuo.
*
La sobrieta' consente di guardare con occhi innocenti tutto quel che esiste
al mondo senza pregiudizi. Non sarebbe bello e non e' anche fattibile?
Se si sta in pace e si vive in modo nonviolento, certo: altrimenti con la
guerra tutto va perso e non torna, il peggiore inquinamento anche mentale,
l'ottundimento di ogni sottile giudizio, piacere del ragionare, attenzione
nelle relazioni, gioia di vivere: tutto viene distrutto persino nella
memoria, sostituito con le truci grida e pianti e distruzioni che poi
studiate a scuola vengono chiamate eroismo. Invece e' follia da sonno della
ragione.

3. RIFLESSIONE. EDUARDO GALEANO: IL 15 FEBBRAIO L'UMANITA' CONTRO LA GUERRA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 12 febbraio 2003. Eduardo Galeano e' nato
nel 1940 a Montevideo (Uruguay). Giornalista e scrittore, nel 1973 in
seguito al colpo di stato militare e' stato imprigionato e poi espulso dal
suo paese. Ha vissuto lungamente in esilio fino alla caduta della dittatura.
Dotato di una scrittura nitida, pungente, vivacissima, e' un intellettuale
fortemente impegnato nella lotta per i diritti umani e dei popoli. Collabora
al quotidiano italiano "Il manifesto". Opere di Eduardo Galeano:
fondamentali sono Le vene aperte dell''America Latina, recentemente
ripubblicato da Sperling & Kupfer, Milano; Memoria del fuoco, Sansoni,
Firenze; il recente A testa in giu', Sperling & Kupfer, Milano. Tra gli
altri libri editi in italiano: Guatemala, una rivoluzione in lingua maya,
Laterza, Bari; Voci da un mondo in rivolta, Dedalo, Bari; La conquista che
non scopri' l'America, Manifestolibri, Roma; Las palabras andantes,
Mondadori, Milano]
Il presidente del pianeta annuncia il suo prossimo crimine in nome di Dio e
della democrazia. Cosi' facendo offende Dio e offende anche la democrazia
che e' sopravvissuta nel mondo a malapena, nonostante le dittature che da
oltre un secolo gli Stati Uniti sono andati disseminando per ogni dove.
Il governo Bush, che pio' che un governo sembra un oleodotto, ha bisogno di
impossessarsi della seconda riserva mondiale di petrolio, che giace nel
sottosuolo iracheno. Ha bisogno, inoltre, di giustificare la valanga delle
sue spese militari e di esibire sul campo di battaglia gli ultimi modelli
della sua industria bellica.
Si tratta di questo, gli altri sono tutti pretesti, e i pretesti per questa
imminente carneficina offendono l'intelligenza. L'unico Paese che ha usato
armi nucleari contro la popolazione civile, il Paese che sgancio' le bombe
atomiche che annientarono Hiroshima e Nagasaki, vuol farci credere che
l'Iraq sia un pericolo per l'umanita'. Se il presidente Bush ama cosi' tanto
l'umanita', e vuole davvero scongiurare la piu' grave minaccia che pende
sull'umanita', perche' mai non bombarda se stesso, invece di pianificare un
nuovo sterminio di popoli innocenti?
Immense manifestazioni invaderanno le strade del mondo il prossimo 15
febbraio. L'umanita' e' stufa di essere usata come alibi dai suoi stessi
assassini, ed e' anche stufa di piangere i suoi morti alla fine di ogni
guerra: questa volta vuole impedire la guerra che li uccidera'.

4. APPELLI. EVELINA SAVINI: COLMATE LA TERRA DI PACE
[Ringraziamo anche per questo intervento, oltre che per la sua amicizia,
Evelina Savini (per contatti: evelinasavini at virgilio.it), promotrice
dell'appello al papa per una forte iniziativa di pace gia' sottoscritto da
numerosissime persone, appello che abbiamo gia' pubblicato nel notiziario di
ieri. Evelina Savini e' nella vita religiosa contemplativa come clarissa a
Jesi]
Cari amici e amiche,
vi comunico che e' stato lanciato un appello al papa in favore
dell'obiezione di coscienza ad una guerra all'Iraq. La petizione e' on line
all'indirizzo www.peacelink.it/appellopapa.
Ivi e' possibile firmare e stampare un volantino col testo dell'appello, per
poterlo spedire direttamente al papa. L'indicazione Citta' del Vaticano e'
sufficiente perche' la lettera arrivi.
Se condividete l'iniziativa, firmate e invitate la gente a farlo.
Fotocopiate il testo dell'appello, ditribuitelo, nelle parrocchie, alle
manifestazioni, nelle piazze, tra gli amici, dove volete voi, ma
distribuitelo a quanti piu' potete.
Mandate il testo ai giornali locali, fatelo girare nelle liste in rete,
coloro che hanno un sito possono pubblicare il testo dell'appello e mettere
il link alla pagina dell'appello, chi lo puo' tradurre in altre lingue lo
mandi anche fuori d'Italia.
Insomma colmate la terra di pace.
Grazie,
suor Evelina

5. RIFLESSIONE. EUGENIO MELANDRI: IN MARCIA CONTRO LA GUERRA
[Ringraziamo Eugenio Melandri (per contatti: info at chiamafrica.it) per questo
intervento. Eugenio Melandri, padre saveriano, giornalista, impegnato nei
movimenti di pace, di solidarieta', contro il razzismo, per la nonviolenza,
e' tra gli animatori di "Chiama l'Africa". Tra le opere di Eugenio Melandri
segnaliamo almeno I protagonisti, Emi, Bologna 1984]
Saremo tutti, lo spero proprio, per strada sabato prossimo.
Non solo per dire di no ad una guerra che ha come oggetto del contendere il
petrolio e non la democrazia. Ne' soltanto perche' crediamo che i rapporti
politici vadano impostati su altri parametri che non siano quelli della
forza bruta. Non sono i muscoli a fare la storia. Cosi' come non sono le
armi.
Anzi, armarsi e' il segno della suprema debolezza. La' dove cessano gli
argomenti, la capacita' di persuasione, la dialettica e il conflitto
politico, le armi rappresentano il segno di una sconfitta umana, anche se
facessero vincere.
La storia vera non e' stata fatta da chi ha vinto con le armi, rubando
umanita' all'umanita'. La storia vera, quella che ci ha fatto crescere e
diventare donne e uomini, e' stata fatta invece da coloro che - spesso
nascosti o sconosciuti - hanno cercato di aggiungere umanita' all'umanita'.
Anche rischiando qualcosa. Anche donando tutto. Noi oggi ricordiamo
Francesco che va a mani nude da Saladino. Non ricordiamo i capi guerrieri
che si sono succeduti a "liberare" (da chi? Perche'?) il Santo Sepolcro.
*
A tutti questi e a tanti altri motivi che ci spingono ad unirci a
quell'immenso popolo che in tutto il mondo sabato mettera' all'ordine del
giorno la propria voglia di pace, forse noi di "Chiama l'Africa" potremmo
unire la voglia di aggiungere ai nostri passi quelli dei tanti "inutili" che
abitano il continente africano: quelli delle donne che devono percorrere
chilometri e chilometri per raggiungere una sorgente d'acqua; dei bambini
orfani a causa dei tanti conflitti dimenticati o a causa dell'aids o della
malaria.
Vogliamo dire pace anche a nome di tutti quelli che questa parola non sanno
cosa significhi perche' da sempre vivono in guerra; di chi non ha il tempo o
il modo di manifestare perche' preso dalla necessita' di sopravvivere.
E inevitabilmente alla parola pace si affianchera', come sempre, la parola
giustizia. "Giustizia e pace si baceranno".
Paolo VI, nell'enciclica "Populorum progressio" lanciava un monito ai popoli
dell'opulenza: "ostinandosi nella loro avarizia, provocheranno il giudizio
di Dio e la collera dei poveri".
Giovanni Paolo II, poche settimane fa paventava il silenzio di un Dio
disgustato dalle azioni di questa umanita'. Un giudizio drammatico che non
puo' non farci pensare e che ci rimanda, se non vogliamo chiudere gli occhi
e non vedere, alla incombente collera dei poveri.
Noi vogliamo esserci anche a loro nome. Portando le nostre bandiere di pace,
gridando forte le nostre convinzioni, chiedendo che si cambino le strutture
oppressive di questo mondo ingiusto dove i conti tornano sempre e solo nelle
tasche dei ricchi.
*
Ma permettetemi anche un'ultima osservazione che poi diventa invito.
Liberiamoci insieme da ogni pregiudizio. Scendiamo per le strade con il
cuore puro e con l'ingenuita' degli uomini veri e semplici. Crediamoci
davvero che la pace e' possibile e che ogni passo che faremo sara' un
piccolo seme di pace.
Se, con "Chiama l'Africa", ci siamo imbarcati nell'avventura di lavorare e
di lottare perche' i rapporti diseguali scompaiano, perche' nel mondo non ci
sia mai piu' una persona messa da parte o ritenuta inutile, perche' al
continente africano venga restituita la dignita' che gli e' stata rubata da
secoli, per realizzare l'utopia della fine di ogni forma di dominio, perche'
a tutti siano riconosciuti i diritti fondamentali, allora non dobbiamo avere
paura di nulla. Anche di credere e di sperare che questo mondo possa
finalmente rinsavire e cominciare un cammino nuovo.
I cuori di pietra - noi ci crediamo - si trasformeranno in cuori di carne.
E riusciremo a capire, tutti noi, anche quelli che sembrano lontani, che a
mani nude, senza armi, la nostra debolezza sara' la vera forza.
Buon cammino.

6. MAESTRE. FRANCA ONGARO BASAGLIA: UNA LIBERAZIONE
[Da Franca Ongaro Basaglia, Una voce, Il saggiatore, Milano 1982, p. 123.
Franca Ongaro Basaglia, intellettuale italiana di straordinario impegno
civile, insieme al marito Franco Basaglia e' stata, ed e' tuttora, tra i
protagonisti del movimento di psichiatria democratica. E' stata anche
parlamentare. Opere di Franca Ongaro Basaglia: tra i suoi libri segnaliamo
particolarmente: Salute/malattia, Einaudi; Manicomio perche'?, Emme
Edizioni; Una voce: riflessioni sulla donna, Il Saggiatore; in
collaborazione con Franco Basaglia ha scritto La maggioranza deviante,
Crimini di pace, Morire di classe, tutti presso Einaudi; ha collaborato
anche a L'istituzione negata e Che cos'e' la psichiatria e a molti altri
volumi collettivi. Ha curato l'edizione degli Scritti di Franco Basaglia]
E' concepibile una liberazione che si fonda sulla prigionia o sulla morte
dell'altro?

7. RIFLESSIONE. LUIGI CIOTTI: PERCHE DICIAMO NO ALLA GUERRA
[Questo intervento di don Luigi Ciotti abbiamo estratto dalla lista
"Peacelink news" del sito www.peacelink.it. Luigi Ciotti e' nato a Pieve di
Cadore nel 1945, sacerdote, animatore a Torino del Gruppo Abele; impegnato
contro l'emarginazione, per la pace, contro i poteri criminali; ha promosso
numerosissime iniziative. Riportiamo la seguente piu' ampia scheda
biografica dalla Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche: "Luigi
Ciotti nasce il 10 settembre 1945 a Pieve di Cadore (Bl), emigra con la
famiglia a Torino nel 1950. Nel 1966 promuove un gruppo di impegno
giovanile, che prendera' in seguito il nome di Gruppo Abele, costituendosi
in associazione di volontariato e intervenendo su numerose realta' segnate
dall'emarginazione. Fin dall'inizio, caratteristica peculiare del gruppo e'
l'intreccio dell'impegno nell'accompagnare e accogliere le persone in
difficolta' con l'azione educativa, la dimensione sociale e politica, la
proposta culturale. Nel 1968 comincia un intervento all'interno degli
istituti di pena minorili: l'esperienza si articola in seguito all'esterno,
sul territorio, attraverso la costituzione delle prime comunita' per
adolescenti alternative al carcere. Terminati gli studi presso il seminario
di Rivoli (To), Ciotti nel 1972 viene ordinato sacerdote dal cardinale
Michele Pellegrino: come parrocchia, gli viene affidata "la strada". Sulla
quale, in quegli anni, affronta l'irruzione improvvisa e diffusa della
droga: apre un Centro di accoglienza e ascolto e, nel 1974, la prima
comunita'. Partecipa attivamente al dibattito e ai lavori che portano
all'entrata in vigore, nel 1975, della legge n. 685 sulle tossicodipendenze.
Da allora, la sua opera sul terreno della prevenzione e del recupero
rispetto alle tossicodipendenze e all'alcolismo non si e' mai interrotta. E'
invitato in vari Paesi (Gran Bretagna, Usa, Giappone, Svizzera, Spagna,
Grecia, ex Jugoslavia) per tenere relazioni e condurre seminari sul tema ed
e' chiamato per audizioni presso il Parlamento europeo. Nei primi anni
Ottanta segue un progetto promosso dall'Unione internazionale per l'infanzia
in Vietnam. Sempre sul piano internazionale, promuove programmi di
cooperazione sul disagio giovanile e per gli ex detenuti in alcuni Paesi in
via di sviluppo. Nel 1982, contribuisce alla costituzione del Coordinamento
nazionale delle comunita' di accoglienza (Cnca), presiedendolo per dieci
anni: al coordinamento, oggi, aderiscono oltre 200 gruppi, comunita' e
associazioni. Nel 1986 partecipa alla fondazione della Lega italiana per la
lotta all'aids (Lila), nata per difendere i diritti delle persone
sieropositive, di cui e' il primo presidente. Nel marzo 1991 e' nominato
Garante alla Conferenza mondiale sull'aids di Firenze, alla quale per la
prima volta riescono a partecipare le associazioni e le organizzazioni non
governative impegnate nell'aiuto e nel sostegno ai malati. Nel marzo 1995
presiede a Firenze la IV Conferenza mondiale sulle politiche di riduzione
del danno in materia di droghe, tra i cui promotori vi e' il Gruppo Abele.
Nel corso degli anni Novanta intensifica l'opera di denuncia e di contrasto
al potere mafioso dando vita al periodico mensile "Narcomafie", di cui e'
direttore responsabile. A coronamento di questo impegno, dalle sinergie tra
diverse realta' di volontariato e di un costante lavoro di rete, nasce nel
1995 "Libera - Associazioni, nomi e numeri contro le mafie", un network che
coordina oggi nell'impegno antimafia oltre 700 associazioni e gruppi sia
locali che nazionali. Sin dalla fondazione, "Libera" e' presieduta da Luigi
Ciotti. Il primo luglio 1998 riceve all'Universita' di Bologna la laurea
honoris causa in Scienze dell'educazione; Ciotti accoglie il conferimento
del titolo accademico come un riconoscimento significativo dell'opera di
tutto il Gruppo Abele. Alle attivita' del Gruppo Abele, di cui Ciotti e'
tuttora presidente, attendono oltre trecentocinquanta persone che si
occupano di: accoglienza, articolata in due servizi di pronto intervento a
Torino; in otto comunita' che ospitano persone con problemi di
tossicodipendenza, di alcolismo o malate di aids; in un servizio di
accoglienza notturno per persone senza fissa dimora. Il gruppo Abele ha
anche promosso e gestito l'esperienza di una "Unita' di strada" a Torino, la
seconda attivata in Italia; lavori di tipo artigianale, informatico,
agricolo, condotti attraverso la costituzione di cooperative sociali e di
uno specifico progetto Carcere e lavoro; interventi di cooperazione
internazionale in Costa d'Avorio, Guatemala, Messico; iniziative culturali,
informative, educative, di prevenzione e formazione, che si svolgono
attraverso l'Universita' della Strada, l'Universita' Internazionale della
Strada, il Centro Studi, documentazione e ricerche, l'Ufficio Stampa e
comunicazione, la casa editrice Edizioni Gruppo Abele, la libreria Torre di
Abele, le riviste "Animazione sociale" e "Narcomafie", l'Ufficio scuola.
Luigi Ciotti e' stato piu' volte membro del Consiglio Presbiteriale ed e'
attualmente membro del Consiglio Pastorale della Diocesi di Torino. Da
alcuni anni tiene corsi di formazione presso la Scuola per vigili urbani di
Torino e provincia. Nei primi anni Ottanta e' stato docente presso la Scuola
superiore di polizia del ministero dell'Interno. Giornalista pubblicista dal
1988, Ciotti e' editorialista e collabora con vari quotidiani e periodici
(tra cui: La Stampa, L'Avvenire, L'Unita', Il Manifesto, Il Sole-24 Ore, il
Mattino, Famiglia Cristiana, Messaggero di Sant'Antonio, Nuovo Consumo),
scrive su riviste specializzate per operatori sociali e insegnanti,
interviene su testate locali". Opere di Luigi Ciotti: tra le sue
pubblicazioni segnaliamo Chi ha paura delle mele marce?, Edizioni Gruppo
Abele - Sei, Torino 1992; Persone, non problemi, Edizioni Gruppo Abele,
Torino 1994; Terra e cielo, Mondadori, Milano 1998]
Sono molte le ragioni che permettono a cittadini appartenenti a identita'
diverse (dal punto di vista culturale, sociale, religioso e professionale)
di esprimere un'uguale condanna alla possibilita' di una guerra (presunta
"preventiva") contro l'Iraq. Ancora una volta le diversita' convergono in
un'unica opzione in grado di formare unita' tra protesta e proposta.
"Non c'e' pace senza giustizia", non si stanca di ripetere Giovanni Paolo II
e, con lui, le tante comunita' civili e cristiane che sono sparse in tutto
il mondo e che sono convinte dell'inutilita' della violenza per affrontare e
risolvere conflitti.
Le riflessioni che seguono provano a formulare - a voce alta - alcune
considerazioni per dare ulteriore chiarezza e motivazione ad un "no" alla
guerra che vuole proporsi anche come "si'" alla giustizia, alla pace e alla
speranza.
*
1. La prima vittima delle guerra e' sempre la verita'. Il primo vincitore un
certo profitto che calpesta dignita', speranza e pace. L'espressione "un
certo profitto" indica non solo la volonta' di controllare le ricchezze
naturali ad ogni costo, ma anche il fatto che i veri motivi di quasi tutti i
conflitti internazionali sono e restano interessi economici cosi' prepotenti
da inquinare la stessa vita politica chiamata a decidere su questioni
inerenti conflitti armati ed entrata in guerra di interi popoli.
*
2. Il fermo e deciso "no" alla guerra non esprime il solo desiderio
dell'Italia di restare estranea al conflitto. Il primo "no" e' alla guerra
in quanto tale. Non vogliamo solo restare fuori dalla guerra (con una logica
eccessivamente ripiegata sul nostro Paese). Non vogliamo la guerra in quanto
tale. Ed anche per questo non vogliamo che il nostro Paese si spenda - con
responsabilita' politiche, militari e strategiche - per costruire un sistema
di guerra che inevitabilmente realizzera' morte e disperazione.
*
3. Siamo profondamente convinti che il domani e' scritto nell'oggi e che il
futuro sara' ad immagine e somiglianza del metodo e delle pratiche seguite
per costruirlo. Alcune dure lezioni sull'inutilita' (e sui drammatici costi)
della guerra le abbiamo gia' ricevute dalla storia. Senza dimenticare che
conflitti, odio e diseguaglianze escono rafforzati e radicalizzati dai
conflitti armati, creando ulteriori e future insicurezze e instabilita'.
L'abbandono della strada politica non e' mai, di conseguenza, soluzione ai
conflitti, ma tragica condanna a spirali di violenza che inevitabilmente
alimentano il bisogno di ostilita' insanabili.
*
4. Nessuno vuole fare o proporre sconti a dittatori e terroristi o alla
violenza, da qualunque parte questa arrivi. Cio' di cui siamo convinti e'
che non sono indifferenti la natura e la modalita' della risposta alla
violenza. Anche di fronte all'orrore e alla follia della violenza occorre il
coraggio del ragionare, del capire, dell'intervenire con lungimiranza e
dell'evitare la tentazione delle scorciatoie.
*
5. Alcune delle ultime guerre internazionali non solo hanno violato le
regole fondamentali del diritto (i limiti di legittima difesa fissati dal
consiglio di sicurezza dell'Onu nel dicembre 1975), ma hanno anche spazzato
via l'idea di un diritto internazionale e la competenza esclusiva dell'Onu a
deliberare e a realizzare operazioni di polizia internazionale.
*
6. La guerra, che dopo l'ultimo conflitto mondiale e' stata formalmente
vietata dalla Carta delle Nazioni Unite e "ripudiata" da molte costituzioni
nazionali (compresa quella italiana), ha - in questo periodo - riassunto un
ruolo di protagonismo. Non solo: non mancano quanti tentano - con linguaggi
e motivazioni spesso infondate, ma tese a dilatare confusione - di
giustificare la necessita' di un intervento militare con espressioni tipo
"guerra giusta", "umanitaria", per "legittima difesa", "preventiva". Nessuna
acrobazia linguistica puo' trasformare uno strumento al servizio della morte
in un'operazione di pace e di vita. Solo nella politica esistono i reali
strumenti perche' la gestione di un conflitto non debba essere affidata alla
violenza e alla logica del piu' forte, indipendente dalle ragioni e dalle
legislazioni presenti sul piano internazionale.
*
7. Il terrorismo non e' figlio della poverta' e dell'ingiustizia, ma si
alimenta della disperazione da esse prodotta. Intervenire politicamente su
tali situazioni, vuol dire che "non c'e' pace senza giustizia"; significa
che intervenire politicamente sulle condizioni di sfruttamento non
contribuisce solo a realizzare maggior equita' e giustizia, ma si rivela
anche strumento efficace per vincere qualsiasi forma di terrorismo. Una pace
stabile esige un approccio politico realistico, dialogico e capace di
aggredire le cause sociali di sfruttamento, miseria e disuguaglianze
internazionali per fare della giustizia la premessa di ogni convivere
disteso e sereno.
8. Due vincolanti passi ci sembrano necessari.
- Spostare il baricentro del diritto internazionale dagli Stati alle
persone. Significa creare le condizioni perche' non si realizzi tanto e solo
una tutela dell'equilibrio tra i governi, ma una vera tutela dei diritti
fondamentali di ogni cittadino del mondo.
- Dare agli strumenti internazionali di verifica e di controllo quali il
Tribunale penale internazionale le reali possibilita' di sanzionare ogni
tipo di abuso e di prevaricazione del diritto senza sconti per nessuno e
senza eccessive timidezze verso quei potenti che piu' di altri sono in grado
di condizionare organismi internazionali in virtu' del loro potere
economico.
*
Riflessioni sparse per trasformare un grido in parola attenta, documentata e
precisa; per fare del "no alla guerra" una proposta perche' giustizia e
politica si sostituiscano alle armi e agli eserciti.
Non ha senso dividerci su queste questioni. E' urgente, doveroso e
necessario restare uniti, intrecciare gli sforzi e opporsi alla logica delle
divisioni con uno sforzo teso all'unita' e alla concretezza del risultato di
pace.
Associazioni, gruppi, cooperative, chiese, sindacati, libere aggregazioni,
lavoratori, mondo dello sport, del tempo libero, scuole, operatori
dell'informazione, amministratori politici e donne e uomini di buona
volonta' dobbiamo fare tutto il possibile perche' dall'intreccio delle
nostre diverse iniziative possa nascere quel mondo possibile caratterizzato
dalla pace e dalla capacita' di "fermare il male con il bene".

8. MAESTRE. SIMONE DE BEAUVOIR: TUTTO
[Da Simone de Beauvoir, L'eta' forte, Einaudi, Torino 1961, 1995, p. 521.
Simone de Beauvoir e' nata a Parigi nel 1908; e' stata protagonista, insieme
con Jean-Paul Sartre, dell'esistenzialismo e delle vicende della cultura,
della vita civile, delle lotte politiche francesi e mondiali dagli anni
trenta fino alla scomparsa (Sartre e' morto nel 1980, Simone de Beauvoir nel
1986). Antifascista, femminista, impegnata nei movimenti per i diritti
civili, la liberazione dei popoli, di contestazione e di solidarieta', e'
stata anche lucida testimone delle vicende e degli ambienti intellettuali di
cui e' stata partecipe e protagonista. Opere di Simone de Beauvoir:
pressoche' tutti i suoi scritti sono stati tradotti in italiano e piu' volte
ristampati; tra i romanzi si vedano particolarmente: Il sangue degli altri
(Mondadori), Tutti gli uomini sono mortali (Mondadori), I mandarini
(Einaudi); tra i saggi: Il secondo sesso (Il Saggiatore e Mondadori), La
terza eta' (Einaudi), e la raccolta Quando tutte le donne del mondo...
(Einaudi). La minuziosa autobiografia (che e' anche un grande affresco sulla
vita culturale e le lotte politiche e sociali in Francia, e non solo in
Francia, attraverso il secolo) si compone di Memorie d'una ragazza perbene,
L'eta' forte, La forza delle cose, A conti fatti, cui vanno aggiunti i libri
sulla scomparsa della madre, Una morte dolcissima, e sulla scomparsa di
Sartre, La cerimonia degli addii, tutti presso Einaudi. Opere su Simone de
Beauvoir: Enza Biagini, Simone de Beauvoir, La Nuova Italia, Firenze 1982
(cui si rinvia per una bibliografia critica ragionata)]
Non soltanto la guerra aveva cambiato i miei rapporti con tutto, ma aveva
tutto cambiato.

9. APPELLI. IL 15 FEBBRAIO A ROMA UNO STRISCIONE UNITARIO DELLA RETE "EBREI
CONTRO L'OCCUPAZIONE" E DEL "MOVIMENTO PALESTINESE PER LA DEMOCRAZIA E LA
CULTURA"
[Ringraziamo Andrea Baglioni (per contatti: a.baglioni at katamail.com) per
averci inviato questo comunicato]
La rete "Ebrei contro l'occupazione" ed il "Movimento palestinese per la
democrazia e la cultura" hanno deciso di partecipare alla manifestazione del
15 febbraio contro la guerra in Iraq con uno striscione unitario, per
ribadire non solo la propria totale opposizione alla guerra preventiva ed
alle guerre tutte, ma per segnalare la comune preoccupazione rispetto alle
drammatiche conseguenze che la guerra potra' avere sul conflitto in Israele
e Palestina.
I venti di guerra stanno gia' in questi giorni portando drammatiche
accelerazioni nella repressione in corso in Cisgiordania ed a Gaza ed allo
stesso tempo stanno ricompattando tutte le forze politiche israeliane
attorno al neo-eletto governo Sharon.
Il quadro complessivo e' molto preoccupante ed in particolare il ritmo
vertiginoso in cui si susseguono le distruzioni delle case - approfittando
anche della costruzione del "muro della vergogna" e della distrazione dei
media e dell'opinione pubblica internazionale - rendono sempre piu' attuale
e concreto il pericolo di "transfer" della popolazione palestinese.
Questa presenza unitaria vuole quindi sottolineare che insieme e' possibile
sia mantenere il dialogo necessario per costruire una pace giusta e duratura
per entrambi i popoli, sia opporsi alle logiche guerrafondaie con le quali
viene governato l'ordine mondiale.

10. RIFLESSIONE. MICHELE NARDELLI: LA GUERRA MODERNA COME MALATTIA DELLA
CIVILTA'
[Ringraziamo Michele Nardelli (per contatti: sol.tn at tin.it) per questo
intervento. Michele Nardelli da molti anni e' impegnato per la pace e i
diritti e la costruzione di un'alternativa solidale; e' tra gi animatori
dell'esperienza di "Solidarieta'" a Trento e dell'"Osservatorio sui
Balcani"]
Il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Hannan, il papa della chiesa
cattolica Karol Wojtila ed il capo della chiesa anglicana Rowan Williams, il
presidente della Commissione europea Romano Prodi, paesi come la Francia e
la Germania, la Russia e la Cina, ampi settori della societa' civile
statunitense, ritengono immotivata o sbagliata una nuova guerra contro
l'Iraq. E poi milioni di persone nelle piazze di tutto il mondo, le bandiere
della pace alle finestre o sui nostri balconi di casa.
Eppure i motori si stanno scaldando e tutto sembra andare nella direzione di
una nuova guerra la cui portata e le cui conseguenze appaiono imprevedibili
nella loro drammaticita'.
Com'e' dunque che questa moltitudine o questi autorevoli rappresentanti
della societa' delle nazioni e delle culture religiose nulla sembrano potere
contro la volonta' di guerra dell'amministrazione americana? Com'e'
possibile una tale amnesia civile e democratica?
Credo che interrogarsi su questo aspetto sia decisivo non solo per
comprendere l'origine di un corto circuito che fa ripiombare il nostro
pianeta nel neofeudalesimo, ma anche per individuare un qualche itinerario
di civilizzazione  e di rialfabetizzazione politica laddove si e' perduta
ogni misura.
*
Potra' sembrare rituale ma credo sia utile partire dal cuore dell'Europa in
quel fatidico 1989. Quel muro che andava in pezzi rappresentava la
manifestazione della crisi irreversibile del socialismo reale ma anche del
bipolarismo e dunque di entrambi i modelli che si sono confrontati lungo il
secolo scorso. Sappiamo piu' o meno come e' andata con lo sfacelo del
vecchio blocco sovietico, quand'anche gli schemi culturali che gli erano
propri tendono a sopravvivere a se stessi. Meno si e' indagato sulla crisi
del modello uscito apparentemente vincitore dalla sfida del '900, rivelatosi
subito incapace di proporsi come universale non solo e non tanto per le
resistenze che incontra lungo il crinale tradizione-modernita', ma per la
sua insostenibilita'.
E' qui che avviene uno scarto di portata davvero epocale.
L'universalismo, quell'orizzonte che portava il pensiero moderno a
confrontarsi su quali fossero le strade per dare all'umanita' intera
migliori prospettive di vita, viene messo in soffitta, tanto che la dottrina
neoliberale prevede l'esclusione, la marginalizzazione di intere aree e
fasce sociali alle quali e' impedito l'accesso ai livelli di benessere degli
inclusi, prodotto della mercantilizzazione delle risorse elementari della
vita sul pianeta, l'acqua, le fonti energetiche, le materie prime, le
conoscenze scientifiche.
E proprio per la sua insostenibilita', tale modello viene difeso con ogni
mezzo, utilizzando lo scarto tecnologico prodottosi negli anni '90 sul piano
economico e militare. Non solo, opporsi a questo modello e' considerato come
un boicottaggio degli interessi strategici nordamericani. E' la tesi di Bush
jr: "O stai con gli Usa o sei dalla parte di Bin Laden". Vale per gli "stati
canaglia" come per l'Europa. Ecco dunque una prima risposta: alla crisi di
un modello insostenibile si risponde con la guerra.
*
Un'altra chiave di lettura riguarda l'affermarsi dell'antipolitica.
Nello scenario appena descritto, alla crisi dei modelli corrisponde
l'implosione delle vecchie rappresentanze, le forme politiche tradizionali
sembrano incapaci di leggere ed abitare il presente, cambiano i processi di
formazione del consenso, la tecnica si impadronisce della politica e la
politica viene considerata un'inutile perdita di tempo, tanto il problema e'
"da che parte stai" e dentro questa visione manichea servono manager
affidabili, non certo pensiero politico. Cosi' emerge una nuova classe
dirigente fatta di ignoranti, arroganti e che vivono la sfera politica quale
luogo di affermazione personale.
Accanto a cio', la crisi dei vecchi paradigmi e l'incapacita' di produrne di
nuovi porta alla riscoperta di identita' dismesse, a cui corrispondono nuove
forme sociali di tipo neofeudale, dove il signore e' al tempo stesso capo
politico, militare, religioso. E', appunto, l'esplosione dell'antipolitica,
l'idea che il diritto naturale possa regolare le relazioni sociali, la legge
del piu' forte, la fine dell'umanesimo.
*
Intrecciata a questa, c'e' poi una terza risposta, che investe il tema della
natura post-moderna delle nuove guerre. Incardinata cioe' nei processi di
finanziarizzazione dell'economia. Ovvero sulla necessita' di estendere la
deregolazione come condizione per favorire il controllo delle risorse
(energetiche in primo luogo) e le forme piu' hard di accumulazione (traffici
di ogni tipo, riciclaggio, invasione commerciale con i sottoprodotti
dell'economia globale...), a cui corrispondono nuove forme di controllo dei
territori e di relazione fra cittadini (sudditi) e potere, il tutto
all'ombra di processi di natura imperiale (per questo e' legittimo parlare
di neofeudalesimo).
*
C'e' un'ultima chiave per leggere la guerra che si va preparando.
Non solo di guerra per il petrolio si deve parlare. Questa e' una guerra
contro l'Europa, contro il suo ruolo internazionale che oggi rappresenta il
vero fattore di contraddizione dentro le dinamiche imperiali. Contro l'euro
che puo' diventare (e sta diventando) l'altra moneta rispetto al primato del
dollaro, contro quell'Europa che sempre piu' chiaramente diviene fattore di
possibile stabilita' in Medio oriente come nell'area mediterranea o nei
Balcani e che l'iniziativa militare angloamericana tende a demolire.
*
Dobbiamo in buona sostanza interrogarci sulla guerra moderna come "malattia
della civilta'", per usare l'espressione di Nicole Janigro.
Su quella combinazione di modernita' e barbarie che sono le nuove guerre,
fra tecnologia e carneficine, dove il soldato - che tendenzialmente non
muore mentre a morire sono i civili - ha la faccia pulita ed inespressiva
del professionista americano che fa il suo "lavoro" (ma non era anche la
tesi di Eichmann al processo di Gerusalemme?) e insieme quella brutale del
generale serbo che accarezza il ragazzino di Srebrenica prima di dare il via
alla mattanza. I bulldozer nordamericani che seppelliscono decine di
migliaia di morti nel deserto dell'Iraq come la "zampata ultima" del
guerriero balcanico tolgono ogni velo sulle guerre umanitarie e
patriottiche.
Quella "crisi di civilta'" che incontriamo non solo lungo le lande desolate
dei moderni dopoguerra, ma anche nelle periferie delle metropoli, laddove
ricompare la pulizia etnica e dove, come afferma Akbar Ahmed, tutti
diventano primitivi e selvaggi.
Allora indagare sulla guerra significa ragionare sui grandi interessi che
sono in gioco cosi' come sulla perdizione dell'uomo contemporaneo. E capire
che oggi la guerra, pure bandita dalle Carte internazionali, e' rientrata a
far parte del nuovo ordine internazionale come della nostra vita quotidiana.
Una buona ragione per non stare a guardare.

11. MAESTRE. SUSAN SONTAG: UN CITTADINO DECENTE
[Da Susan Sontag, Stili di volonta' radicale, Mondadori, Milano 1999, pp.
342-343 (il brano che di seguito citiamo e' tratto dal saggio "Viaggio ad
Hanoi", scritto nel giugno-luglio 1968). Susan Sontag e' una prestigiosa
intellettuale americana nata a New York nel 1933; fortemente impegnata per i
diritti civili. Opere di Susan Sontag: tra i molti suoi libri segnaliamo
alcuni suoi stupendi saggi, come quelli raccolti in Contro l'interpretazione
e Stili di volontà radicale, presso Mondadori; e Malattia come metafora,
Einaudi]
Nel linguaggio infantile che io e loro eravamo costretti a usare (e in cui a
un certo punto ero diventata bravissima) spiegai: e' difficile amare
l'America, oggi per via della violenza che l'America sta esportando in tutto
il mondo; e dato che gli interessi dell'umanita' vengono prima di quelli di
qualunque popolo particolare, un cittadino americano decente deve essere
prima un internazionalista e poi un patriota.

12. BANALITA'. FOLCACCHIERO SCATAMACCHIA: LA STRADA LUNGA
E' facendo la strada lunga che si ascoltano racconti meravigliosi, ti
capitano avventure straordinarie e sorprendenti incontri, e cicatrizzano le
ferite.

13. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

14. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti, la e-mail e': azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: lucben at libero.it;
angelaebeppe at libero.it; mir at peacelink.it, sudest at iol.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it. Per
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LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la pace di
Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
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Numero 506 del 13 febbraio 2003