La nonviolenza e' in cammino. 317



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la pace di
Viterbo a tutti gli amici della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. e fax: 0761/353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 317 del 18 dicembre 2001

Sommario di questo numero:
1. Luisa Morgantini, si parte il 27 dicembre
2. Giuseppe Fava, i quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa
3. Convenzione permanente di donne contro le guerre: una proposta per l'otto
per mille
4. Letture: Martin Luther King, "I have a dream"
5. Letture: Antonietta Potente, Gli amici e le amiche di Dio
6. Riletture: Luigi Ferrajoli, Diritto e ragione
7. Riletture: Italo Mancini, Filosofia della prassi
8. Da tradurre: Didier Eribon, Michel Foucault
9. Da tradurre: Roger Grenier, Albert Camus, soleil et ombre
10. La "Carta" del Movimento Nonviolento
11. Per saperne di piu'

1. INIZIATIVE. LUISA MORGANTINI: SI PARTE IL 27 DICEMBRE
[Da Luisa Morgantini, parlamentare europea pacifista, riceviamo e
diffondiamo. Per contatti: lmorgantini at europarl.eu.int]
Ciao,
si parte per le missioni civili in Palestina e Israele il 27 dicembre,
resteremo fino al 3 gennaio, non sappiamo ancora esattamente quanti e quante
saremo, per ora siamo piu' di cento raccolti dalla piattaforma "Action for
peace" (ne fanno parte molte associazioni, ong, sindacati).
Come sapete oltre che da me l'iniziativa e' seguita per le Donne in nero da
Silvia Macchi (e' lei che si e' subita quasi tutte le riunioni preparatorie
e - come lei dice - le mie indicazioni lapidarie), e da Anna Cotone, che per
le Donne in nero risponde ad uno dei punti di raccolta per informazioni e
iscrizioni alla partenza, altri sono Associazione per la Pace, ICS, Arci
Milano.
Il 28 dicembre la Coalizione delle Donne per la Pace di cui sono parte le
Donne in Nero e altre organizzazioni israeliane e palestinesi, terra' una
manifestazione a Gerusalemme per la fine dell'occupazione militare, per la
pace, per vivere.
Come e' ormai consuetudine, la Coalizione delle Donne per la pace chiede che
in ogni citta' del mondo si tengano nello stesso giorno manifestazioni
analoghe.
A Gerusalemme la manifestazione iniziera' alle ore 10,30 e terminera' alle
ore 15. Purtroppo non si andra' in corteo fino al check point di Betlemme ma
si attraversera' solo la linea verde di Gerusalemme dell'occupazione del
'67.
In Italia le nostre saranno modalita' che ciascun gruppo decidera'.
La manifestazione sara' di donne e uomini. Le delegazioni piu' numerose
presenti in Palestina e Israele saranno di italiani, francesi, belgi,
inglesi, vi sono poi in piccoli gruppi spagnoli, tedeschi, olandesi e nord
americani.
Se riuscite ad organizzare una iniziativa per il 28 dicembre vi prego di
inviarmi una e-mail, anche nel caso che lo abbiate gia' comunicato a
Gerusalemme, in modo da poter comunicare i nomi delle citta' che avranno
iniziative.
Martedi' 18  pomeriggio vi sara' un dibattito alla Camera dei Deputati in
Italia sulla situazione in Medio -Oriente, sarebbe molto utile fare
pressione urgenti sui parlamentari e i rappresentanti del governo perche' si
chieda una decisione unilaterale (senza il consenso del governo di Israele
visto che non lo dara' mai) per la presenza di forze internazionali di pace
in Palestina e Israele. L' Europa e' quasi piu' responsabile degli Stati
Uniti, visto che e' consapevole della situazione e non agisce come sarebbe
necessario.
Il giorno 12 a Strasburgo e' stato assegnato il premio Sakharov a Nurit
Peled, israeliana, e  Izzat Ghazzawi, palestinese, i loro interventi sono
stati riportati integralmente su 'L'unita'" del 13 dicembre. Vedro' di
inviarveli. Era stata una giornata straordinaria, parlamentari, uomini e
donne, hanno persino pianto. Poi la risoluzione per quanto migliore di
qualsiasi altra posizione assunta sul piano internazionale, ha risentito
delle solite logiche politiche. Che tragedia!
Ma noi, testarde e testardi, resistiamo e ripartiamo per la Palestina e
Israele assumendoci le nostre responsabilita', lo stesso fara' chi di voi
restera' qui ma sara' con noi. Mandate a dire delle inziative per il 28
dicembre o per altre.
Io partiro' il 23 dIcembre, saro' a Natale a Betlemme.
Il mio telefono in Palestina e' 00972-54-369917.
Un abbraccio, forte forte.

2. TESTI. GIUSEPPE FAVA: I QUATTRO CAVALIERI DELL'APOCALISSE MAFIOSA
[Quello che qui si ripubblica ancora una volta e' un indimenticabile
articolo del grande giornalista e scrittore catanese Giuseppe Fava, I
quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa, pubblicato originariamente nella
rivista "I Siciliani", n. 1, nel gennaio 1983. Un anno dopo Giuseppe Fava fu
assassinato dalla mafia. E', a nostro avviso, un testo di importanza
fondamentale. E per molti motivi. E certo non e' casuale che esso col titolo
La ballata dei cavalieri costituisca il capitolo finale e culminante
dell'ultimo grande libro di Fava: Mafia. Da Giuliano a Dalla Chiesa, una
sorta di vero e proprio testamento politico e morale che Fava lascia al
movimento antimafia, e a tutte le donne e gli uomini di volonta' buona]
Per parlare dei cavalieri di Catania e capire cosa essi effettivamente
siano, protagonisti, comparse o semplicemente innocui e  spaventati
spettatori della grande tragedia mafiosa che sta facendo vacillare la
nazione, bisogna prima avere perfettamente chiara la struttura della mafia
negli anni ottanta, nei suoi tre livelli: gli uccisori, i pensatori, i
politici. E per meglio intendere tutto bisogna prima capire e identificare
le prede della mafia nel nostro tempo. Una breve storia, terribile  e però
mai annoiante, poiché continuamente vedremo balzare innanzi, come su un'
immensa ribalta, tutti i personaggi. Ognuno a recitare se stesso (Pirandello
è qui di casa) nel gioco delle parti.
Negli anni ottanta le prede della mafia si dividono in due categorie
perfettamente separate che trovano punti di contatto soltanto in alcune
fatali complicità organizzative. L'una categoria raggruppa tutte le
tradizionali vocazioni criminali volte al taglieggiamento dell'economia, i
cosiddetti "racket", che controllano quasi tutte le attività economiche di
una grande città: i mercati generali; le concessionarie di prodotti
industriali, auto, elettrodomestici, televisori; negozi, teatri, alberghi,
night; e su ogni attività impongono una taglia, una specie di tassa che l'
operatore economico è costretto a pagare se non vuole correre il rischio di
vede bruciare la propria azienda, o vedersi sciancato da alcune revolverate.
In taluni casi d'essere ucciso.
Si tratta di un giro di centinaia o migliaia di miliardi, però frantumati e
dispersi in un'infinità di rivoli e canali. Un apparato mafioso che
lentamente, inesorabilmente ha risalito la penisola inquinando anche le
grandi città del nord, oramai da anni anch'esse violentate da sparatorie,
stragi, violenze dalle quali emergono sempre volti e nomi di criminali
emigrati dalla Sicilia, da Napoli, dalla Calabria. E' la mafia cosiddetta
dei manovali, senza vertici, continuamente sconvolta da una battaglia
interna per il predominio in un quartiere o un settore.
Basta che un racket tenti di invadere il territorio di un altro, o cerchi di
imporre estorsioni in un diverso settore economico, e lo scontro è fatale.
Sempre mortale. Dura sei mesi, un anno, una fiamma di odio che insanguina un
quartiere, a volte percorre anche il territorio della nazione da una grande
città all'altra, Catania, Napoli, Milano, Torino, laddove i rackets in lotta
cercano disperatamente alleanze e armi, spesso tra consanguinei, amici,
parenti, fratelli. Una caratteristica di questa mafia è infatti la presenza
costante della famiglia, cioè del rapporto di parentela fra molti membri
dello stesso clan. Un giudice milanese ebbe a dire, forse senza nemmeno
voler essere cinico: "Una buona famiglia meridionale all'antica, in cui sono
ancora molto forti i sentimenti tradizionali della famiglia, può costruire
un racket mafioso di tutto rispetto. E' più temuta!". Questo spiega anche
talune agghiaccianti efferatezze dello scontro, vittime legate piedi e collo
con un filo elettrico in modo che lo sventurato lentamente si autostrangoli,
organi genitali resecati e infilati in bocca, teste mozzate e depositate
dinnanzi all'uscio di casa. Una crudeltà che scaturisce dall'odio definitivo
di chi ha visto cadere per mano avversa il padre, il figlio, il fratello. Lo
scontro non ha possibilità di pace, di armistizio, nemmeno di compromesso e
spesso dura mortalmente fino al fatale annientamento del clan avverso,
dovunque abbia trovato scampo lo sconfitto o il superstite. La vendetta lo
perseguiterà fino nella più profonda cella di carcere.
E' la mafia che miete la quasi totalità delle vittime, centinaia, forse
migliaia ogni anno in tutte le città della Sicilia e dell'Italia. Quasi
tutte le vittime sono anch'esse creature criminali, o loro complici,
talvolta anche avvocati, medici, funzionari, insospettabili burocrati o
professionisti che in un modo o nell'altro si sono lasciati adescare e
sottomettere da un racket mafioso. Al momento in cui quel racket entra in
guerra cadono anche le loro teste. E' una malia che sembra animata da una
tragica vocazione al suicidio e tuttavia continuamente si rinnova, una
specie di fetida tenia oramai intanato nel ventre della nazione, dove si
ingrassa, ininterrottamente divora se stesso e ricresce. Sociologicamente
sarebbe forse più esatto definirlo gangsterismo ma, come ora vedremo, esso è
però, mortalmente, indissolubilmente legato, proprio in un rapporto fra
manovalanza e ingegneria, al grande fenomeno mafioso.
E qui c'è il salto di qualità, diremmo di cultura criminale, fra le prede
mafiose tradizionali di base, mercati, estorsioni, sequestri di persona e le
nuove grandi prede che caratterizzano gli anni ottanta ed hanno fatto della
mafia una autentica tragedia politica nazionale. Esse sono essenzialmente
due: il denaro pubblico e la droga. Il distacco è vertiginoso. E' come se un
grande corpo, un grande animale, lo Stato italiano, mai morto e
continuamente in agonia, fosse divorato ancora da vivo. In basso c'è un
brulicare orrendo di vermi insanguinati, in alto un rapace con il profilo
misterioso e terribile dei mostri di Bosch, e gli artigli piantati nel cuore
della vittima. Non riesco a trovare un paragone più amabile ed egualmente
preciso.
La droga anzitutto. Essa costituisce uno degli affari mondiali, come il
petrolio o il mercato delle armi. La valutazione globale degli interessi che
la droga coinvolge si può fare solo nell'ordine di decine di migliaia di
miliardi. La contaminazione del vizio oramai è intercontinentale, dall'Asia
all'Africa, all'Europa, alle due Americhe. I guadagni sono incalcolabili. Si
calcola che ci siano al mondo circa cento milioni di persone, molte oramai
tossicodipendenti, che fanno quotidianamente uso della droga, spendendo
ciascuna in media (ma la valutazione forse è troppo esigua) circa diecimila
lire al giorno. Sono mille miliardi. Quasi quattrocentomila miliardi l'anno.
Una cifra che fa paura. Molto più alta del bilancio di una grande nazione
industriale. I guadagni sono anch'essi incalcolabili. Secondo gli studi
attuali un quantitativo di cocaina, acquistata alle fonti di produzione per
poco più di un milione, dopo la raffinazione può valere sul mercato da due a
tre miliardi, secondo la purezza del prodotto.
E non basta la semplice e pur stupefacente valutazione economica per capire
appieno la imponenza del fenomeno-droga su scala mondiale, un evento
quotidiano che minaccia di deformare la società contemporanea. Ogni anno
centomila esseri umani, per lo più giovani o addirittura adolescenti e
ragazzi, muoiono per causa della droga; almeno nove o dieci milioni
diventano irrecuperabili alla vita sociale, sia per la loro definitiva
incapacità intellettuale o inettitudine fisica al lavoro, sia per la loro
costante pericolosità, cioè la disponibilità a qualsiasi proposta criminale.
Milioni di famiglie vengono praticamente distrutte poiché quasi sempre,
accanto alla pietosa tragedia del ragazzo drogato, c'è la infelicità di un
intero gruppo umano, i genitori, i fratelli, la moglie, per i quali il
recupero -spesso impossibile- del congiunto diventa una costante di dolore e
disperazione.
La droga ha ammorbato oramai anche alcune istituzioni fondamentali della
nostra società, la scuola, lo sport, le carceri, gli ospedali, che si stanno
trasformando in luogo di autentico contagio. Punti fermi della grande
struttura civile collettiva vengono così destabilizzati, ed è tutta la
struttura che comincia a vacillare. La stessa lotta quotidiana a livello
internazionale contro la droga, esige un prezzo che diventa sempre più
insostenibile; migliaia di giornate lavorative perdute, migliaia di uomini,
magistrati, studiosi, poliziotti, medici, mobilitati costantemente per
arginare l'avanzata della droga; migliaia di miliardi spesi, talvolta
sperperati, per tenere in vita ospedali, centri di emergenza, istituti e
cliniche di recupero umano e sociale. E su tutto questo oceano, sporco e
insanguinato di denaro, che scorre ininterrottamente da un continente all'
altro, l'ombra invulnerabile della mafia.
Da dieci anni la mafia tiene nel pugno l'immenso affare. Dapprima nelle
grandi capitali del mercato, che erano soprattutto Beirut, Il Cairo,
Istambul, la grande plaga del Medioriente, Marsiglia, New York, e ora
definitivamente anche in Sicilia. L'isola è nel cuore del Mediterraneo e
quindi passaggio obbligato per il cinquanta per cento dei traffici dall'area
afroasiatica verso le grandi nazioni dell'occidente. Per qualche tempo in
Sicilia la mafia si è limitata a controllare questo passaggio, garantendo
punti di approdo e reimbarco, sicurezza e rapidità in qualsiasi operazione
ed esigendo in cambio una tangente. La Fiat fabbrica automobili e le affida
ai concessionari: ebbene la mafia pretende una tangente dai concessionari
perché possano svolgere il lavoro senza rischi, ma la mafia non si sogna di
sostituirsi alla Fiat per fabbricare automobili. Per anni, incredibilmente,
la mafia si comportò allo stesso modo per la droga. Guardava, osservava,
valutava, studiava, proteggeva, copriva, incassava la sua tangente, faceva i
conti, cercava di capire perfettamente l'ingranaggio. Forse c'era una
residua repugnanza morale (siamo in Sicilia dove ogni paradosso psicologico
è possibile) verso un affare che era portatore di morte e dolore per un'
infinità di esseri umani, soprattutto giovani. Ma anche senza complicità
mafiosa la droga avrebbe viaggiato lo stesso per tutta la terra. E alla fine
i calcoli furono perfetti e abbaglianti, e l'ultima repugnanza venne vinta.
La mafia assunse in proprio il traffico, anche in Sicilia, e lo fece alla
sua maniera, eliminando qualsiasi concorrente e aggiudicandosi tutto il
ciclo completo di mercato: la ricerca alle fonti di produzione, la creazione
di stabilimenti segreti per la raffinazione della droga e la spedizione
nelle grandi capitali dell'occidente. In quell'attimo compì un salto di
cultura criminale che avrebbe fatto tremare l'Italia.
Migliaia, decine di migliaia di miliardi, una montagna, un fiume
travolgente, una tempesta, un mare di denaro che arriva da tutte le parti,
che si rinnova e cresce continuamente. Via via perfezionandosi negli anni,
mettendo radici sempre più profonde, integrando gradualmente e infine
totalmente anche camorra napoletana e 'ndrangheta calabrese, coinvolgendo
definitivamente una massa di uomini sempre più vasta, la mafia ha creato una
struttura criminale che, per le sue proporzioni e per il suo distacco da
quella che è la logica comune, appare quasi un congegno di fantascienza. In
verità molte componenti di questa struttura si sono determinate quasi per
forza di cose, per la concatenazione fatale di un gioco d'interessi, ma c'è
voluta indubbiamente una grande capacità di fantasia per intuire questa
forza delle cose e questa concatenazione d'interessi e costruirle insieme in
un perfetto mosaico. Va detto che la mafia del nostro tempo ha genio. Anche
il demonio ha genio. Negarlo sarebbe diminuire il merito di Domineddio.
Questa struttura ha tre livelli, indipendenti, talvolta quasi sconosciuti l'
uno all'altro, eppure completamente fusi in un identico fenomeno. Cominciamo
dal basso. Il livello più propriamente criminale: gli specialisti dell'
assassinio.
Centinaia di migliaia di miliardi abbiamo detto. Per gestire valori
economici così imponenti, legati all'impunità della produzione e del
traffico di migliaia di tonnellate di droga è indispensabile un controllo
costente e totale del territorio di traffico. Non ci deve essere un
ostacolo, un rischio, una trappola. E' necessaria quindi una folla di
complicità dovunque, in ogni settore della società, criminali comuni,
impiegati del fisco, piccoli armatori marittimi, dipendenti delle linee
aeree, funzionari dello stato, probabilmente anche funzionari di polizia,
magistrati, ufficiali di finanza, amministratori di enti locali, sindaci,
assessori. Tutti costoro stanno al livello che abbiamo detto della
manovalanza criminale, ognuno pagato e ricattato per suo conto, all'interno
di un gruppo che garantisce il dominio di un piccolo territorio o quartiere
della città.
Solo alcuni di loro gestiscono la droga, ognuno però con piccoli compiti,
avvolti, protetti, nascosti dal clan, ed ogni clan a sua volta con la
funzione soltanto di garantire il territorio. Ogni tanto taluno di questi
gruppo si scontra con un altro per il predominio su un territorio e allora
accade l'ecatombe, trenta, quaranta assassinii finché un gruppo viene
sterminato e la supremazia criminale affermata. La strage terrificante fra i
clan catanesi dei Santapaola e dei Ferlito, conclusa con l'assassinio di
Alfio Ferlito, assieme ai tre carabinieri che lo accompagnavano nel
trasferimento dal carcere di Enna a quello di Trapani, rappresenta una delle
battaglie più feroci per aggiudicarsi la supremazia in una grande area
metropolitana. Gli spettacolari assassinii di Stefano Bontade e Gaetano
Inzerillo a Palermo, epilogo spettacolare di una catena di cinquanta
omicidi, sono stati un altro momento di questa lotta che ha visto la
sanguinosa vittoria del clan dei Greco e dei Marchese. Ma anche i vincenti,
i padroni del clan, sono poco più di subappaltatori dell'immenso palinsesto
mafioso: governano l'impresa criminale su una zona, conoscono alcune segrete
strade della corruzione, sono ammessi in alcune anticamere del potere. La
loro autentica forza è la capacità di uccidere, disporre di trenta, quaranta
individui che sanno maneggiare tutte le armi più micidiali e all'occorrenza
poter contare sulla loro devozione e infallibilità. Capimastri, non di più!
Governano la loro parte di cantiere ma non sono mai entrati nella stanza dei
progetti.
Molto più in alto dei cosiddetti uccisori c'è il livello dei pensatori, con
la lontananza, il distacco di autorità che può esserci tra una fanteria alla
quale è affidato soltanto il compito di conquistare, uccidere, presidiare,
morire, e le stanze imperscrutabili dello Stato maggiore dove si elabora la
grande strategia mafiosa. Scopo unico e massimo di questa strategia è la
riciclazione del denaro continuamente prodotto dall'operazione droga, cioè
la fase ultima e più delicata, quella appunto che esige una autentica
capacità tecnica e finanziaria. Si tratta infatti di centinaia e migliaia di
miliardi che, per essere immessi nel mercato economico e diventare
usufruibili, debbono passare attraverso una serie di operazioni legali che
li assorbano e magicamente li riproducano come ricchezza. Ci vuole talento,
ci vuole fantasia, competenza tecnica. Non a caso abbiamo parlato di un
salto nella cultura mafiosa.
Gli strumenti essenziali sono due: le banche e le grandi imprese economiche.
Anzitutto le banche: ricevono il denaro, lo fanno proprio, lo celano, lo
amministrano, conservano, proteggono, reimpiegano (cento miliardi
provenienti dalla droga, alle cui spalle sono decine di persone miseramente
morte o uccise, e migliaia di infelicità umane, possono essere impiegati per
la costruzione di un grattacielo, un ponte, una diga, un'autostrada). Le
banche gestite e controllate dallo stato difficilmente potrebbero (ma non è
detto che non possano) poiché c'è sempre il rischio di un funzionario di
vertice che indaga, spia, riferisce, protesta, accusa. Le banche private.
Talune banche private ovviamente. Non a caso Sindona aveva la vocazione di
creare banche, ne aveva l'estro, la fantasia. Il giorno in cui dovesse
decidere di raccontare finalmente tutta la verità, molti imperi finanziari
vacillerebbero. E in realtà Sindona, invecchiato, gracile, stanco,
terrorizzato, preferisce starsene in un tiepido carcere americano. All'aria
aperta, in libertà, non avrebbe certamente più di un giorno di vita! Per
decifrare perfettamente la tragedia mafiosa sarebbe interessante sapere
appunto quante banche e quali banche con il suo vertiginoso talento, per cui
riusciva a sconvolgere persino gli alti burocrati della Banca d'Italia,
Michele Sindona, piccolo ragioniere di provincia, riuscì in meno di quindici
anni a creare in tutta Italia e soprattutto in Sicilia. Banche che
fiorivano, si moltiplicavano, esplodevano letteralmente nelle grandi città e
nei centri di periferia dove per gestire gli affari economici, i micragnosi
affari della piccola borghesia commerciale e agricola sarebbe stata già d'
avanzo un'agenzia del Banco di Sicilia. Banche invece che spalancavano di
colpo i battenti: «Eccomi qua, io sono la nuova banca! A disposizione!»,
tutto l'apparato già pronto, direttori, impiegati, casseforti, banchi di
metallo, sistemi elettronici, computerizzazione, vetri antiproiettile,
uscieri, gorilla con la divisa di sceriffo e la Smith Wesson, epiche
cerimonie inaugurali con interventi di parlamentari, sottosegretari,
ministri, questori, prefetti, «Taglia il nastro la gentile signora di sua
eccellenza», fiori, applausi, banchetto, champagne, capitali già depositati
nelle casseforti.
Quante di queste banche furono inventate da Sindona, con i capitali di
Sindona e che Sindona riceveva da imperscrutabili fonti? Un incauto giudice
milanese dette incarico a un famoso commercialista, l'avvocato Ambrosoli, di
venire a Palermo per indagare, capire. Era un professionista principe ma
molto ingenuo. Praticamente lo condannarono a morte. Prima ancora che
potesse venire in Sicilia gli fecero la pelle. Da allora non ha tentato più
nessuno.
In verità c'era stato un primo lontanissimo botto che avrebbe dovuto far
trasalire la nazione e invece parve soprattutto una cosa da ridere: quando
un cocciuto magistrato palermitano scoprì che il senatore democristiano
Verzotto, per anni segretario regionale del partito e presidente dell'Ente
minerario siciliano aveva versato centinaia di milioni di fondi neri e
diversi miliardi dello stesso ente minerario presso la filiale di una delle
banche di Sindona e ne percepiva clandestinamente gli interessi. Che la
vicenda avesse indotto più all'ironia che allo spavento, dipese
probabilmente dalla sagoma del protagonista, il nominato senatore Verzotto.
Alto, imponente, ridente, capelli grigi, taglio impeccabile del vestito,
grande sigaro in bocca, cappotto di pelo di cammello svolazzante sulle
spalle, sembrava anche visivamente il personaggio perfetto per una pochade
politica più che per una tragedia mafiosa. Invece fin d'allora si sarebbe
dovuto intuire da quali altre e ben più profonde oscurità arrivavano i
capitali per le banche di Sindona e dei suoi alleati, e come esse servissero
soprattutto alla riciclazione di una massa enorme di denaro che non si
sarebbe potuta altrimenti impiegare. Lo spiraglio aperto da un giudice
coraggioso e tenace avrebbe dovuto spalancare la strada invece esso venne
precipitosamente sbarrato. Incredibilmente nemmeno ai vertici della banca di
stato, che dovrebbe controllare tutto il movimento del denaro sul territorio
nazionale, valutandone origini e destinazione, venne presa alcuna iniziativa
sulle banche che stavano proliferando nel sud. Nemmeno il governo del tempo
ed i ministri finanziari batterono ciglio. Tutti arretrarono di qualche
passo per prendere le distanze, a spintoni e calci venne fatto avanzare il
solo tuonitonante Verzotto, il quale infatti rimase solo alla ribalta,
perché l'opinione pubblica potesse farci in conclusione una bella risata di
scherno.
Verzotto veniva dalla scuola di Enrico Mattei, il più sottile cervello
politico italiano del dopoguerra, ma non gli rassomigliava in niente; quanto
quello era ansimante, frettoloso, sciatto, ruvido ma geniale, tanto Verzotto
era invece calmo, opimo, quasi regale, elegante cortese e, probabilmente,
anche un po' minchione. Per la magniloquenza del suo tratto era uno di quei
personaggi capaci di procurare grandi catastrofi con perfetta noncuranza e
senza probabilmente rendersene conto. Tuttavia dal suo esilio di Beirut,
dove ebbe l'agilità di scappare una settimana prima dell'ordine di cattura,
disse una cosa significativa: «Come potete pensare che io vada a sporcarmi
le mani per un semplice affare di poche centinaia di milioni di interessi,
quando in una banca si possono manovrare invece interessi per centinaia di
miliardi!». Tutti pensarono alla malinconica battuta di uno sconfitto. Del
senatore Verzotto si sono perdute le tracce.
Anzitutto banche, dunque! Talune banche, naturalmente. Che noi non
conosciamo e che però il potere politico e i vertici finanziari dello stato
dovrebbero ben conoscere. Ma le banche possono ricevere il denaro nero,
sotterrarlo nei propri forzieri, nasconderlo, mimetizzarlo, far perdere le
tracce della sua provenienza, cioè reinvestirlo e così purificarlo, ma non
possono certo condurre in proprio le operazioni tecniche di investimento.
Qualcuno deve farlo. Accanto alle banche ecco dunque le grandi imprese
industriali e commerciali che, opportunamente, saggiamente, prudentemente,
garbatamente, silenziosamente amabilmente finanziate, possono riuscire ad
impiegare quei capitali, trasformandoli in opere di sicuro valore economico.
E non è detto che non siano opere di mirabile importanza e perfezione
civile: un moderno ospedale, un carcere modello, una città-giardino, un
complesso sportivo, persino una nuova chiesa.
E qui sul palcoscenico avanzano, quasi a passo di danza, i quattro cavalieri
catanesi. Dopo quello che è accaduto, vien facile perfino la citazione: «I
quattro cavalieri dell'Apocalisse». L'Italia è uno strano paese in cui si
sperimentano bizzarre onorificenze, per le quali cavaliere del lavoro invece
di essere un bracciante, anche analfabeta, che per trent'anni si è spaccata
la vita in una miniera tedesca pur di riuscire a costruirsi una casa a Palma
di Montechiaro, è invece un appaltatore che riesce a trovare fantasia e modo
di moltiplicare la sua ricchezza. Tutto questo in un paese dove la gestione
e la moltiplicazione della ricchezza, la grande fortuna economica o
finanziaria, per struttura stessa della società politica, deve fatalmente
passare attraverso un compromesso costante con il potere, con i partiti che
sostanzialmente amministrano la nazione, con gli uomini politici o gli
altissimi burocrati ai quali i partiti delegano praticamente tale funzione,
lo spirito di nuove leggi e decreti, la scelta delle opere pubbliche, l'
assegnazione degli appalti. Chi afferma il contrario è candidamente fuori
dal mondo oppure è un amabile imbecille.
A questo punto della storia dunque avanzano sul palcoscenico i quattro
cavalieri di Catania, loro avanti di un passo e dietro una piccola folla di
aspiranti cavalieri di ogni provincia del Sud, affabulatori, consiglieri,
soci in affari, subappaltatori. Chi sono i quattro cavalieri di Catania? E'
una domanda importante ed anche spettacolare poiché i quattro personaggi
sembrano disegnati apposta per costituire spettacolo. Profondamente
dissimili l'uno dall'altro, nell'aspetto fisico e nel carattere. Costanzo
massiccio e sprezzante, Rendo improvvisamente amabile e improvvisamente
collerico, Finocchiaro soave, silenzioso e apparentemente timido, Graci
piccolino e indefettibilmente gentile con qualsiasi interlocutore, vestono
però tutti alla stessa maniera, almeno nelle apparizioni ufficiali, abito
grigio o blu anni cinquanta, cravatta, polsini, di quella eleganza senza
moda proprio dell'industriale self-made-man.
Tutti e quattro hanno imprese, aziende, interessi in tutte le direzioni,
industrie, agricoltura, edilizia, costruzioni. Non si sa di loro chi sia il
più ricco, a giudicare dalle tasse che paga sarebbe Rendo, ma altri dicono
sia invece Costanzo, il più prepotente, l'unico che abbia osato pretendere e
ottenere un gigantesco appalto a Palermo; altri ancora indicano Graci,
proprietario di una banca che, per capitali, è il terzo istituto della
regione. La ricchezza di Finocchiaro non è valutabile. Molti ancora si
chiedono: ma chi è questo Finocchiaro.
Costanzo costruisce di tutto. Case popolari, palazzi, villaggi turistici (la
Perla Jonica, sulla costa di Catania, ha nel suo centro un palazzo dei
congressi che non esiste nemmeno a Roma, i partecipanti al congresso
nazionale dei magistrati in cui era appunto all'ordine del giorno la lotta
contro la mafia, improvvisamente si accorsero di essere riuniti e di
lavorare in uno dei templi del potere di Costanzo). Costanzo costruisce
anche autostrade, ponti, gallerie, dighe; e possiede anche le industrie
necessarie a produrre tutto quello che serve alle costruzioni: travature
metalliche, macchine, tondini di ferro, precompressi in cemento, infissi in
alluminio, tegole, attrezzature sanitarie. Un impero economico autonomo che
non deve chiedere niente a nessuno. Poche aziende in Europa reggono il
confronto per completezza di struttura. Ha un buon pacchetto di azioni in
una delle più diffuse emittenti televisive private. E' anche presidente e
maggiore azionista della Banca popolare.
Rendo ha interessi più diversificati, diremmo più moderni, almeno
culturalmente la sua azienda sembra un gradino più in alto. Anche lui
costruisce case, palazzi, ponti, autostrade, dighe, ma possiede anche
aziende agricole modello che guardano con estrema attenzione agli sviluppi
del mercato europeo e alle ultime innovazioni tecniche. Ha un suo piccolo
fiore all'occhiello, una fondazione culturale che destina fondi alla ricerca
scientifica a livello universitario. Quanto meno ha capito che i soldi non
possono servire soltanto a produrre altri soldi. La sede della holding è il
ritratto stesso dell'azienda, una serie di palazzi di acciaio, alluminio e
metallo, l'uno legato all'altro, sulla cima di una collina alle spalle di
Catania, una immensa sagoma grigia e azzurra, come tre palazzi della RAI di
via Mazzini, incastrati insieme, e circondati da un immenso giardino al
quale si accede soltanto per un ingresso sorvegliato da uomini armati.
Sembra il passaggio di un confine. Anche Rendo naturalmente ha la sua
televisione privata con la quale garbatamente interviene nella informazione
della pubblica opinione. Ricordiamoci che Andropov, l'uomo nuovo del
Cremlino successore di Breznev, è riuscito ad arrivare al vertice dell'
impero sovietico poiché, mentre era a capo dei servizi segreti inventò l'
ufficio della disinformazione, specializzato nel confondere la realtà. Si
tratta di una scienza ammessa al massimo livello politico.
L'impero di Graci non ha sede. Cuore e cervello motore di tutte le
iniziative è probabilmente la Banca agricola etnea, di sua proprietà. Per il
resto Graci è pressoché invisibile. Amico di Gullotti e di Lauricella, vive
gran parte del suo tempo a Roma, dove studia, coordina, dirige. Fra tutti è
quello che ha la più vasta copia di interessi, cantieri di costruzione in
ogni parte dell'isola e dell'Italia, aziende agricole, villaggi turistici,
immense estensioni di terra dappertutto. Negli ultimi tempi la sua
predilezione sono i grandi alberghi di fama internazionale: il suo più
recente acquisto l'hotel Timeo, sulla collina di Taormina, a ridosso del
Teatro Greco, uno degli alberghi più belli del Mediterraneo, arredato in
stile inglese primo novecento. Pare abbia acquistato dal duca di
Misterbianco (sembra una storia del Gattopardo, raccontata cento anni dopo)
il famoso lido dei Ciclopi, il più prezioso giardino equatoriale, ricco di
piante esotiche che non hanno eguali in Europa e che per quarant'anni
nessuno ha osato sottrarre alla sua destinazione balneare. Di tutti i
cavalieri del lavoro Graci, che fino a qualche anno fa era sconosciuto a
Catania, e il più riservato, raramente compare in prima persona. Possiede
anche lui la maggioranza azionaria di un'emittente privata e di un giornale
quotidiano, ma il suo nome non figura nei rispettivi consigli di
amministrazione. Narrano anche della sua generosità. Ogni tanto organizza
per i suoi amici mitiche partite di caccia in uno dei suoi feudi siciliani!
Possiede anche una favolosa cantina di vini pregiati ai quali sono ammessi
soltanto gli amici di vertice.
Finocchiaro sembra il cavaliere meno forte. L'ultimo arrivato dei quattro al
rango di massima potenza. Costruisce soltanto, e quasi sempre solo palazzi.
Ha però una sua regola: efficiente, preciso, puntuale, rapido, i suoi
appalti sono stati sempre terminati a tempo di record. In meno di due anni
ha costruito il nuovo palazzo della Posta ferroviaria, un gigantesco
edificio moderno sul lungomare di Catania, accanto alla stazione, e la nuova
Pretura, altro massiccio edificio incastrato proprio nel cuore della città,
a cento metri dal palazzo di Giustizia. Poiché la Pretura di Catania
convoglia quotidianamente gli interessi di migliaia di persone, non appena
il nuovo edificio entrerà in funzione, il traffico di tutta quella zona
essenziale della vita cittadina, resterà probabilmente paralizzato. Esempio
di come possa essere nefanda un'opera pubblica pur perfettamente realizzata.
Finocchiaro infine è anche il più lezioso. La sede della sua impresa sorge
sulla litoranea fra Catania e i Ciclopi, in uno dei tratti più splendidi
della riviera, una grande villa, in verità bellissima, sovrastata e
circondata dal verde e da una serie di piscine intercomunicanti, sicché, una
levissima massa d'acqua si muove ininterrottamente dalle terrazze ai patii.
La gente passa, guarda e s'incanta.
Questi, almeno dal punto di vista dello spettacolo, i quattro cavalieri di
Catania. Ma chi sono in verità? Perseguiti dalla magistratura con mandati di
cattura e ordini di comparizione, alcuni sospettati di gigantesche frodi
fiscali e addirittura di associazione a delinquere, assediati dalla guardia
di finanza che sta frugando in tutti i loro conti, rifiutati dalla pubblica
opinione, soprattutto dai più poveri e sfortunati i quali non riescono mai
ad amare le fortune troppo rapide e sprezzanti, ed al momento in cui le
vedono crollare hanno un momento di trasalimento di felicità e un grido: «Lo
sapevo!», i quattro cavalieri sono nell'occhio del ciclone, in mezzo al
quale sta immobile e sanguinoso l'assassinio del prefetto Dalla Chiesa, la
più feroce e tragica sfida portata dalla mafia all'intera nazione.
Chi sono dunque i quattro cavalieri? Quale il loro ruolo in questo autentico
tempo di apocalisse? Già il fatto che questi quattro personaggi si siano
riuniti insieme per discutere e decidere il destino futuro dell'
imprenditoria e quindi praticamente dell'economia di mezza Sicilia e stiano
lì segretamente, due più due quattro, seduti l'uno in faccia all'altro, a
valutare, soppesare, scartare, annettere, distribuire, in una sala che è
facile immaginare di gelido vetro e metallo, inaccessibile a tutti, nel
cuore segreto dell'impero Rendo, con decine di uomini armati dislocati ad
ogni ingresso del palazzo; e che al termine del convegno uno di loro,
Costanzo, il più plateale, chiaramente tuttavia portavoce di tutti e infatti
mai smentito, dichiari spavaldamente al massimo giornale italiano: «Abbiamo
deciso di aggiudicarci tutte le operazioni e gli appalti più importanti,
quelli per decine o centinaia di miliardi, lasciando agli altri solo i
piccoli affari di due o tre miliardi, tanto perché possano campare anche
loro!»; e che tutti e quattro siano giudiziariamente accusati di evasioni
per decine o forse centinaia di miliardi, tutto denaro pubblico, quindi
appartenente anche al maestro elementare, al piccolo artigiano, al
contadino, al manovale, all'impiegato di gruppo C, all'emigrante, poveri
innumerevoli italiani che sputano sangue per sopravvivere e spesso
maledettamente nemmeno ci riescono; e che taluni di loro siano stati amici
del bancarottiere Michele Sindona, o del boss Santapaola, ricercato per l'
omicidio di Dalla Chiesa, o del clan Ferlito il cui capo venne trucidato
insieme a tre poveri carabinieri di scorta: ebbene tutto questo non
corrisponde all'immagine, secondo costituzione, di cavalieri della
repubblica.
Ma non è questo il punto. Il quesito è un altro, ben più duro e drammatico:
i quattro cavalieri, o taluno di loro, e chi per loro, stanno in quel
massimo e misterioso livello che fa la storia della mafia? A questa domanda
si possono dare tre risposte secondo tre diverse prospettive: quello che
appare, quello che la gente pensa, e quello che probabilmente è vero. Quello
che appare è ciò che abbiamo descritto, cioè di quattro potenti di colpo
sospinti nel cuore di una tempesta politica, inquisiti fiscalmente e
giudiziariamente per possibili e gravi delitti. Solo il magistrato potrà
dire una verità che può essere tutto e il contrario di tutto.
Quello che la gente pensa è più brutale, e cioè che i cavalieri di Catania,
o taluno di loro, partecipano alla grande impresa mafiosa e furono loro a
impartire l'ordine di uccidere Dalla Chiesa, appena il generale osò chiedere
allo stato gli strumenti legali per rovistare nei loro imperi economici. Ma
quello che pensa la gente (e che anche tutti i grandi giornali, con
perigliose acrobazie di linguaggio hanno dovuto riferire) non può avere
alcun valore giuridico e nemmeno morale, poiché può nascere da pensieri
spesso mediocri, rancori sociali, invidie umane. Non ci sono prove e quindi
fino ad oggi non esiste!
Infine quello che probabilmente è: cioè di quattro personaggi i quali, con
superiore astuzia, temerarietà, saggezza, intraprendenza, hanno saputo
perfettamente capire i vuoti e i pieni della struttura sociale italiana del
nostro tempo e della classe politica che la governa, ed essere più rapidi e
decisi nel trarne i vantaggi. Enrico Mattei era maestro in questa arte.
Anche Agnelli deve essere più rapido e deciso dei concorrenti. Il rapporto
con la mafia è stato agnostico: noi facciamo i nostri affari, voi fate i
vostri! Noi vogliamo costruire strade, palazzi, ponti, dighe, essere
proprietari di banche e aziende agricole, ottenere gli appalti delle opere
pubbliche. Questo è affar nostro. Voi volete gestire la droga! Affar vostro!
E pretendete anche i subappalti per i lavori di scavo e trasporto! Che sia!
Però non vogliamo bombe nei nostri cantieri, nemmeno estorsioni, nemmeno che
i nostri figli, parenti, fratelli, amici, possano essere rapiti o
sequestrati.
Se così è, tutto questo non è morale, ma non è nemmeno reato! E purtroppo
non è nemmeno una vera risposta in un momento storico terribile in cui la
tragedia mafiosa non abbisogna di ipotesi ma di verità definitive, anche se
agghiaccianti. Esiste infatti una realtà innegabile: perché la mafia possa
amministrare le sue migliaia di miliardi, debbono pur esserci imprese
private ed istituti pubblici, uomini d'affari o di politica capaci di
garantire l'impiego e la purificazione di quell'ininterrotto fiume di
denaro. La nazione ha finalmente il diritto di identificarli! E la Sicilia
il diritto di non essere data in olocausto alla incapacità dello stato (o
peggio) di identificarli. Esiste oltretutto una realtà che è anche un fatto
morale e politico di cui bisogna onestamente parlare. Da decenni, forse da
secoli, la società siciliana non ha avuto una imprenditoria capace di
esprimere le sue esigenze e metterle al passo con la tecnica e la
civiltà.Venivano tutti da nord, prendevano il denaro e il territorio,
costruivano e se ne andavano. Spesso costruivano male. Talvolta le loro
opere erano autentiche rapine o devastazioni o truffe. Il saccheggio del
golfo di Augusta e l'avvelenamento di centomila abitanti di quel territorio
con gli scarichi petrolchimici costituirono una di queste grandi imprese. I
giganteschi ruderi industriali nel golfo di Termini Imerese, stabilimenti
che non hanno mai funzionato e che hanno divorato migliaia di miliardi della
regione, rappresentano un'altra impresa. In tutto quello che è stato
costruito in Sicilia, i siciliani sono stati al più subappaltatori (se
possibile anche mafiosi) o soltanto miserabile manodopera. Erano poveri,
ignoranti, disponibili, costavano poco, non si ribellavano mai. I colossi
petrolchimici della Rasiom furono costruiti con migliaia di pecorai e
braccianti trasformati in manovali. La Sicilia è stata sempre una terra
tecnodipendente.
Improvvisamente, nell'ultimo ventennio, sono emersi questi cavalieri del
lavoro (non soltanto questi quattro), rapaci, temerari, prepotenti,
aggressivi, qualcuno anche grossolano e ignorante, però dotati di fantasia,
di straordinarie capacità industriali e tecniche, e di talento, precisione,
velocità. Hanno realizzato opere pubbliche a tempo di record, hanno creato
aziende e tecnici di altissima specializzazione, incorporato in questa
grande macchina di lavoro decine di migliaia di altri siciliani, e la loro
intraprendenza si spinge oramai su tutto il territorio nazionale, in Europa,
in Africa, nel Sud America. La loro concorrenza è spietata. Molte grandi
aziende del nord non solo hanno perduto il loro tradizionale feudo
meridionale, ma si vedono insidiati nel loro stesso territorio. Bene, la
tragedia mafiosa certamente ha offerto la possibilità di una controffensiva
su tutto il fronte, una specie di santa inquisizione. Il tentativo di
stabilire un rapporto di colonizzazione è chiaro.
Allora a questo punto il discorso è già perfetto. Se tutti i cavalieri di
Catania e di Sicilia, tutta l'imprenditoria dell'isola fa parte della
struttura mafiosa, che la si sradichi e distrugga con tutti i mezzi della
giustizia. Se solo alcuni di loro sono dentro la mafia, allora bisogna
colpire soltanto loro, implacabilmente, eliminandoli dalla società, e
rilasciando così agli altri, ai superstiti, una possibilità politica e
morale di continuare l'opera di evoluzione tecnica che per molti versi stava
trasformando la Sicilia. Colpire tutti, anche gli innocenti, equivale a non
colpire nessuno, lasciando quindi i mafiosi nel loro ruolo; significa
egualmente il trionfo della mafia. La mafia che finalmente si identifica con
lo stato! Ed è qui che entra in gioco l'ultimo livello della struttura, l'
imperscrutabile vertice che finora ha paralizzato la giustizia.
Riguardiamola questa struttura. In basso la sterminata folla di manovali che
si contendono il sottobosco del potere criminale, tutte le infinite cose dal
le quali può nascere ricchezza: i mercati, le concessioni, i subappalti, le
estorsioni, una moltitudine confusa e terribile che appesta e insanguina
quasi tutte le funzioni della società sottomettendo le province, le città, i
quartieri. Più in alto, molto più in alto, i due livelli paralleli, i
grandi, insospettabili finanzieri e operatori che gestiscono migliaia di
miliardi della droga; le banche che ricevono, nascondono e riciclano quella
massa infame e infinita di denaro; le grandi holding siciliane, romane,
milanesi, che assorbono quel denaro e lo trasformano in ammirabili
operazioni pubbliche e private. Manca l'ultimo livello, il più alto di
tutti, senza il quale gli altri non avrebbero possibilità di esistere. Il
potere politico! Vi racconto una piccola atroce storia per capire quale
possa essere la posizione del potere politico dentro una vicenda mafiosa,
una storia vecchia di alcuni anni fa e che oggi non avrebbe senso e che
tuttavia in un certo modo interpreta tut'oggi il senso politico della mafia.
Nel paese di Camporeale, provincia di Palermo, nel cuore della Sicilia,
assediato da tutta la mafia della provincia palermitana c'è un sindaco
democristiano, un democristiano onesto, di nome Pasquale Almerico, il quale
essendo anche segretario comunale della Dc, rifiutò la tessera di iscrizione
al partito ad un patriarca mafioso, chiamato Vanni Sacco ed a tutti i suoi
amici, clienti, alleati e complici. Quattrocento persone. Quattrocento
tessere. Sarebbe stato un trionfo politico del partito, in una zona fin
allora feudo di liberali e monarchici, ma il sindaco Almerico sapeva che
quei quattrocento nuovi tesserati si sarebbero impadroniti della maggioranza
ed avrebbero saccheggiato il comune. Con un gesto di temeraria dignità
rifiutò le tessere.
Respinti dal sindaco, i mafiosi ripresentarono allora domanda alla
segreteria provinciale della Dc, retta in quel tempo dall'ancora giovanile
Giovanni Gioia, il quale impose al sindaco Almerico di accogliere quelle
quattrocento richieste di iscrizione, ma il sindaco Almerico, che era medico
di paese, un galantuomo che credeva nella Dc come ideale di governo
politico, ed era infine anche un uomo con i coglioni, rispose ancora di no.
Allora i postulanti gli fecero semplicemente sapere che se non avesse
ceduto, lo avrebbero ucciso, e il sindaco Almerico medico galantuomo, sempre
convinto che la Dc fosse soprattutto un ideale, rifiutò ancora. La
segreteria provinciale si incazzò, sospese dal partito il sindaco Almerico e
concesse quelle quattrocento tessere. Il sindaco Pasquale Almerico cominciò
a vivere in attesa della morte. Scrisse un memoriale, indirizzato alla
segreteria provinciale e nazionale del partito denunciando quello che
accadeva e indicando persino i nomi dei suoi probabili assassini. E continuò
a vivere nell'attesa della morte. Solo, abbandonato da tutti. Nessuno gli
dette retta, lo ritennero un pazzo visionario che voleva solo continuare a
comandare da solo la città emarginando forze politiche nuove e moderne.
Talvolta lo accompagnavano per strada alcuni amici armati per proteggerlo.
Poi anche gli amici scomparvero. Una sera di ottobre mentre Pasquale
Almerico usciva dal municipio, si spensero tutte le luci di Camporeale e da
tre punti opposti della piazza si cominciò a sparare contro quella povera
ombra solitaria. Cinquantadue proiettili di mitra, due scariche di lupara.
Il sindaco Pasquale Almerico venne divelto, sfigurato, ucciso e i mafiosi
divennero i padroni di Camporeale. Pasquale Almerico, per anni, anche negli
ambienti ufficiali del partito venne considerato un pazzo alla memoria.
E' una storia oramai lontana e dimenticata, nella quale erano in gioco
soltanto quattrocento voti di preferenza: una piccola storia però perfetta
come un teorema poiché spiega come può il potere politico gestire la vicenda
mafiosa e starci da protagonista. E come ancora oggi negli anni '80, al
vertice di ogni livello di mafia stia immobile e inalterabile una parte del
potere politico. Il potere politico che è misterioso sempre e mai
perfettamente identificabile, spesso nemmeno perseguibile dalla giustizia
che ha nelle mani tutti gli strumenti, positivi e negativi della potenza:
dovrebbe proteggere ecologicamente un territorio e invece lo abbandona alla
morte chimica o alla speculazione selvaggia; già da dieci anni avrebbe
dovuto abolire il segreto bancario e non lo ha mai fatto; dovrebbe
emarginare gli uomini corrotti, ignoranti, violenti e viceversa li conduce
talvolta in parlamento e gli affida uffici ministeriali onnipotenti;
dovrebbe garantire la regolarità dei concorsi e invece assedia le
commissioni di esame con raccomandazioni e violenze morali; dovrebbe
costruire una diga in quella provincia e invece costruisce un villaggio
turistico in un'altra; dovrebbe smantellare determinati uffici di procura e
invece li abbandona nelle mani di giudici inerti, paurosi, o peggio. Il
potere politico che nasconde, protegge, mimetizza, informa, contratta,
archivia. Il potere politico che stabilisce la spesa di migliaia di miliardi
per opere pubbliche, determina l'ubicazione e consistenza delle opere, ne
affida gli appalti. Il presidente della regione Pier Santi Mattarella, anche
lui democristiano onesto, venne ucciso perché aveva deciso di spendere
onestamente i mille miliardi della legge speciale per il risanamento di
Palermo. Quasi certamente fra coloro che assistettero commossi ai funerali,
espressero sincere condoglianze, e baciarono la mano alla vedova, c'erano i
suoi assassini. Probabilmente gli stessi che avevano seguito dolorosamente i
funerali del vice questore Boris Giuliano, del giudice istruttore Cesare
Terranova, del procuratore della repubblica Gaetano Costa, del segretario
comunista Pio La Torre. Tutti e quattro assassinati poiché stavano già
scoprendo i punti di sutura fra politica e mafia.
Anche il generale Dalla Chiesa aveva capito. Era uno sbirro nel senso
eccellente della parola. Non dimentichiamo che aveva presentato domanda di
iscrizione alla P2. La domanda non era stata accettata poiché Gelli aveva
fiutato l'infido e cercato di prendere tempo. E lo stesso Dalla Chiesa ebbe
poi a giustificarsi affermando di aver compiuto quella oscura mossa
personale per scoprire alcune verità politiche all'interno della loggia
massonica segreta. Quanto potesse essere sincero lo seppe soltanto lui.
Certo era un uomo che da tempo aveva intuito la connessione fra potere
politico, ricchezza e violenza. La lunga e atroce lotta contro le BR gli
aveva fornito preziosi elementi di prova, ed altri ne aveva acquisiti in
centinaia di interrogatori. Si stava disegnando una sua mappa dell'occulto.
Quando arrivò a Palermo con la carica di superprefetto, i vertici criminali
sapevano perfettamente di avere di fronte l'avversario più duro e cosciente.
Rispetto agli altri che erano caduti prima di lui, egli aveva in più un
prestigio mitico, ma soprattutto stava per avere in pugno gli strumenti
giuridici, le armi decisive per condurre la lotta fino in fondo: quei
superpoteri che incredibilmente (un giorno bisognerà pur riscriverla
perfettamente questa storia) lo Stato continuava a negargli e che tuttavia
alla fine avrebbe dovuto concedergli. Dalla Chiesa commise un solo errore.
Di vanità. In fondo egli restava un militare e quindi soprattutto un retore.
Gli piaceva trasformare qualsiasi lotta in guerra aperta, con tutte le
vanaglorie del combattimento: bandiere, tamburi, proclami, applausi,
dimostrazioni di amore popolare. Tutto questo contro un avversario che era
sempre sottoterra, un gelido, sinistro groviglio di serpenti che potevano
essere dovunque, in ogni momento sotto i suoi piedi, che potevano sedere
accanto a lui sul palco di una festa nazionale, stringergli la mano, fargli
auguri e congratulazioni. Seguire poi tristemente il suo funerale, come poi
certamente accadde. La guerra contro un tale nemico è oscura e senza gloria,
e infinitamente più terribile di ogni altra, non si può vincere in una serie
infinita di scaramucce, poiché i serpenti restano dovunque, muoiono e si
moltiplicano, ma bisogna vincerla in una volta sola, una sola battaglia,
preparata con paziente perfezione in ogni dettaglio. Invece il generale
Dalla Chiesa faceva discorsi, rilasciava interviste, invocava, accusava, era
l'unico personaggio italiano che poteva chiedere ed ottenere i poteri
speciali, e quindi anche la facoltà di indagini nelle banche e nei patrimoni
privati, e lo fece sapere a tutti: praticamente come se dicesse a tutti,
gridasse: "So chi siete, da un momento all'altro vi strapperò la maschera!
Fate presto a uccidermi o non avrete tempo!"
E come tutti i retori era anche ingenuo. Avrebbe dovuto preparare la
battaglia, chiuso in un bunker, protetto da cento carabinieri e da ogni
diavoleria elettronica, e invece viaggiava su una macchinetta con la giovane
moglie accanto e solo un povero agente di scorta. Proprio questo poveraccio
avrebbe dovuto rifiutarsi: "Generale, io così con lei non viaggio!" Ma Dalla
Chiesa era un mito! Infatti lo uccisero con una facilità irrisoria, a colpo
sicuro, (se è vero quello che finora ha detto la magistratura) con due rozzi
killer, proprio manovali della mafia fatti venire da un'altra provincia
della Sicilia e addirittura dalla Calabria.
Dalla Chiesa morì, ma il suo colpo tremendo l'aveva già vibrato, forse
proprio con la sua ingenua retorica, indicando con discorsi e proclami a
tutta la nazione, clamorosamente, quello che tanti altri ministri, anche
altissimi ufficiali e magistrati, sapevano e  però non dicevano, cioè dov'
era il groviglio dei serpenti, e quali dunque i mezzi per portarli allo
scoperto e schiacciarli.

3. PROPOSTE. CONVENZIONE PERMANENTE DI DONNE CONTRO LE GUERRE: UNA PROPOSTA
PER L'OTTO PER MILLE
[La terza assemblea nazionale della Convenzione permanente di donne contro
le guerre, svoltasi a Lodi il 18 novembre, ha lanciato la proposta di
chiedere a favore dell'associazionismo politico femminile una quota dedotta
dal gettito fiscale attraverso la dichiarazione dei redditi. Riprendiamo il
testo dal sito de "Il paese delle donne", www.womenews.net]
In nome del nostro diritto di cittadinanza, dopo che il parlamento, avendo
approvato all'unanimita' la raccomandazione delle Nazioni Unite di riservare
alle donne una quota di mandati parlamentari, in modo transitorio, fino a
che non si sia raggiunto stabilmente un certo riequilibrio della
rappresentanza tra i generi, ha annullato le quote; dopo che la proposta di
destinare obbligatoriamente una quota del 5% del finanziamento dei partiti
alle donne iscritte non e' stata attuata; dopo che la rappresentanza e'
sempre piu' ridotta.
Siamo contribuenti e la nostra possibilita' di espressione politica e' molto
vulnerata da cio' e dalla non considerazione del fatto che le donne hanno
ovviamente il diritto di associarsi e anche il diritto di associarsi come
meglio credono.
Per poter esercitare la cittadinanza nelle sedi rappresentative e svolgere
quella attivita' politica autonoma, che ne e' la premessa, noi chiediamo che
una quota del gettito fiscale possa essere indirizzata dalle e dai
contribuenti all'associazionismo politico delle donne.
Oggi questo non incontra soverchie difficolta' dato che il movimento delle
donne si riaggrega in una serie di soggetti non numerosa, e cio' consente
piu' facilmente di mettere in piedi una sede che raccolga il gettito
destinato e lo distribuisca alle associazioni organizzazioni soggetti
costituiti, secondo criteri chiaramente definiti o per progetti. Esistono
infatti La Marcia mondiale delle donne e la Convenzione permanente di donne
contro le guerre, l'Udi, il Cif e altre associazioni riconoscibili per
storia insediamento statuti ecc.
Il movimento delle donne e' ovviamente disposto a rispondere a tutte le
garanzie e trasparenze del caso. Per sua decisione destinera' una quota del
finanziamento alle associazioni di donne migranti in tutte le forme
(disoccupazione, fuga da vincoli famigliari, persecuzione politica, bisogno,
malattia, rifugio ecc.).
Si obietta di solito a richieste di questo genere (persino per il
finanziamento delle iniziative a favore delle donne maltrattate) che la
Repubblica non puo' sostenere istituzioni che non rispettino la parita' tra
i sessi: non si vede come possa finanziare attraverso l'otto per mille la
Chiesa cattolica che esclude esplicitamente le donne dal sacerdozio, oppure
ordini religiosi maschili e femminili ai quali vengono riconosciute
esenzioni dalle tasse o altri diritti senza tener conto che sono organismi
di un solo genere.
Noi della Convenzione permanente di donne contro la guerre apriamo una
campagna e chiediamo ad altre/i suggerimenti e accordi. A noi sembra che lo
strumento migliore sia una proposta di legge di iniziativa popolare da
scrivere e proporre per le firme alla popolazione e da far appoggiare alle
parlamentari e ai parlamentari che si impegnino a sostenerla in parlamento.
Secondo noi hanno titolo per entrare nel pacchetto di associazioni che
concorrono alla fruizione del gettito che si raccogliera', tutte le
associazioni di donne costituite da almeno un anno alla data di approvazione
della legge; si puo' discutere se ammettere alla distribuzione le donne che
fanno parte di associazioni miste che comunque prevedano, sempre alla stessa
data, una specifica forma di organizzazione di donne; si escludono le donne
che fanno parte dei partiti, alle quali deve andare obbligatoriamente una
parte del bilancio del partito. Noi intendiamo agire perche' tale vincolo
venga rigorosamente rispettato.

4. LETTURE. MARTIN LUTHER KING: "I HAVE A DREAM"
Martin Luther King, "I have a dream", a cura di Clayborne Carson, Mondadori,
Milano 2000, 2001, pp. 414, lire 17.000. E' gia' in edizione economica il
volume curato da Carson (curatore del progetto editoriale del fondo King)
che ordina in forma di autobiografia vari scritti del grande nonviolento.

5. LETTURE. ANTONIETTA POTENTE: GLI AMICI E LE AMICHE DI DIO
Antonietta Potente, Gli amici e le amiche di Dio, Icone, Roma 2000, pp. 112,
lire 10.000. L'autrice, gia' docente di teologia morale a Roma e Firenze,
dal 1994 vive in Colombia un'esperienza comunitaria  di condivisione e
ricerca con i contadini e gli indios. In questo libro, trascrizione di
cinque serate di dialogo, riflette su "Benedetto, Francesco, Domenico e le
donne che hanno condiviso la loro ispirazione". Con una prefazione di
Francesca Brezzi.

6. RILETTURE. LUIGI FERRAJOLI: DIRITTO E RAGIONE
Luigi Ferrajoli, Diritto e ragione, Laterza, Roma-Bari 1989, 1990, pp.
1.058, lire 85.000. Una delle piu' belle opere di teoria ed analisi del
diritto penale. Con prefazione di Norberto Bobbio.

7. RILETTURE. ITALO MANCINI: FILOSOFIA DELLA PRASSI
Italo Mancini, Filosofia della prassi, Morcelliana, Brescia 1986, 1987, pp.
496. Una delle piu' grandi opere di Italo Mancini, una intensa meditazione
di filosofia del diritto, una miniera inesauribile di idee che ci
interpellano.

8. DA TRADURRE. DIDIER ERIBON: MICHEL FOUCAULT
Didier Eribon, Michel Foucault, Flammarion, Paris 1989, 1991, pp. 418. Una
rigorosa biografia del grande pensatore nel contesto della cultura e
dell'impegno civile degli intellettuali nella Francia della seconda meta'
del Novecento.

9. DA TRADURRE. ROGER GRENIER: ALBERT CAMUS, SOLEIL ET OMBRE
Roger Grenier, Albert Camus, soleil et ombre, Gallimard, Paris 1987, 1992,
pp. 416. Una bella "biografia intellettuale" del grande scrittore e
militante per i diritti umani.

10. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

11. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: http://www.nonviolenti.org ;
per contatti, la e-mail è: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
http://www.peacelink.it/users/mir . Per contatti: lucben at libero.it ;
angelaebeppe at libero.it ; mir at peacelink.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: http://www.peacelink.it . Per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la pace di
Viterbo a tutti gli amici della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. e fax: 0761/353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 317 del 18 dicembre 2001