La nonviolenza e' in cammino. 318



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la pace di
Viterbo a tutti gli amici della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. e fax: 0761/353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 318 del 20 dicembre 2001

Sommario di questo numero:
1. Hannah Arendt, non sono nati per per morire
2. Hannah Arendt, il miracolo
3. Hannah Arendt, la nascita
4. Giulio Vittorangeli, il nostro Natale
5. Enrique Dussel: modernita', globalizzazione ed esclusione (parte prima)
6. Dall'universita' per la difesa dello stato di diritto
7. Severino Vardacampi, una sottovalutazione
8. Giobbe Santabarbara, alcuni equivoci
9. Letture: Ernesto Ferrero (a cura di), Primo Levi: un'antologia della
critica
10. Letture: Sara Ongaro, Le donne e la globalizzazione
11. Letture: Tzvetan Todorov, Memoria del male, tentazione del bene
12. Riletture: AA. VV., La cultura del 900
13. Riletture: Ernst Fraenkel, Il doppio Stato
14. Riletture: Claudio Pavone, Una guerra civile
15. La "Carta" del Movimento Nonviolento
16. Per saperne di piu'

1. MAESTRE. HANNAH ARENDT: NON SONO NATI PER MORIRE
[Da Hannah Arendt, Vita activa, Bompiani, Milano 1964, 1988, 1994, p. 182]
Il corso della vita umana diretto verso la morte condurrebbe inevitabilmente
ogni essere umano alla rovina e alla distruzione se non fosse per la
facolta' di interromperlo e di iniziare qualcosa di nuovo, una facolta' che
e' inerente all'azione, e ci ricorda in permanenza che gli uomini, anche se
devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare.

2. MAESTRE. HANNAH ARENDT: IL MIRACOLO
[Da Hannah Arendt, Vita activa, Bompiani, Milano 1964, 1988, 1994, nella
stessa pagina]
L'azione e' in effetti l'unica facolta' dell'uomo capace di operare
miracoli, come Gesu' di Nazareth - la cui comprensione di questa facolta'
puo' essere paragonata per la sua originalita' senza precedenti alla
comprensione socratica delle possibilita' del pensiero - doveva sapere
benissimo, quando paragonava il potere di perdonare al potere piu' generale
di far miracoli, ponendoli allo stesso livello e alla portata dell'uomo.

3. MAESTRE. HANNAH ARENDT: LA NASCITA
[Da Hannah Arendt, Vita activa, Bompiani, Milano 1964, 1988, 1994, nella
stessa pagina]
Il miracolo che preserva il mondo, la sfera delle faccende umane, dalla sua
normale, "naturale" rovina e' in definitiva il fatto della natalita', in cui
e' ontologicamente radicata la facolta' di agire. E', in altre parole, la
nascita di nuovi umani e il nuovo inizio, l'azione di cui essi sono capaci
in virtu' dell'esser nati. Solo la piena esperienza di questa facolta' puo'
conferire alle cose umane fede e speranza, le due essenziali caratteristiche
dell'esperienza umana che l'antichita' greca ignoro' completamente. E'
questa fede e speranza nel mondo che trova forse la sua piu' gloriosa e
efficace espressione nelle poche parole con cui il vangelo annuncio' la
"lieta novella" dell'avvento: "Un bambino e' nato fra noi".

4. RIFLESSIONE. GIULIO VITTORANGELI: IL NOSTRO NATALE
[Giulio Vittorangeli e' una delle figure piu' vigili e vive della
solidarieta' internazionale. per contatti: giulio.vittorangeli at tin.it]
Vorrei fare gli auguri di Natale, semplici e mesti vista la situazione
drammatica che stiamo vivendo.
Auguri a chi scrive su questo foglio; e a chi lo legge.
Auguri ai disperati, impoveriti del Sud del mondo...
ma poi cosa si puo' augurare ai milioni (centinaia di milioni) di diseredati
del terzo mondo saccheggiato dalle multinazionali Usa, in buona compagnia di
quelle europee e nipponiche. Forse possiamo augurare e augurarci la pace.
Ma senza il superamento delle tensioni provocate dall'esclusione e
dall'emarginazione delle grandi maggioranze; senza l'impegno concertato e
sincero per diminuire le disuguaglianze internazionali, per eliminare la
fame, il razzismo, la discriminazione e i danni ambientali, difficilmente
saranno garantite condizioni per una pace duratura. Certamene possiamo e
dobbiamo augurarci un Natale il meno consumista possibile, recuperando il
vero senso francescano.
*
"Dal sole dell'artico scende, generoso ed anziano, un buon amico dei
bambini. Questo accade in Svezia, dove i luterani credono in Dio e praticano
i suoi comandamenti. In Svezia il Natale e' bianco e non per la neve, ma per
la purezza dei cuori. Nel secolo XVI Babbo Natale entro' nel cristianesimo
ed ogni anno scende dai soli polari carico di giocattoli per i bimbi
scandinavi. Senza dubbio questo vecchio barbuto ha sangue vikingo. Negli
U.S.A., l'anima commerciante dei gringos, si approprio' della nobile figura
dell'anziano per metterlo nel Natale per aumentare le loro vendite. E
l'unificata campagna pubblicitaria gli ha cancellato l'anima del donatore
gentile, per farlo diventare un freddo distributore, venditore. Se non hai
soldi, non bussa alla tua porta Babbo Natale e nemmeno ti pulisce la canna
fumaria del tuo povero camino. E mentre Babbo Natale continua a percorrere i
cieli scandinavi con il suo enorme cuore di luci per illuminare l'anima dei
bimbi, il Babbo Natale yankee vuole arrivare fino alla nostra America Latina
per vendere calzette che i nostri bimbi metteranno alla finestra per
obbligarci a riempirle con la nostra ultima goccia di miseria. Da Babbo
Natale non possono sperare niente i bimbi senza calzette.
Meno male che in Nicaragua viene solo il bimbo Gesu'. Nei nostri paesi e
citta' i bimbi scrivono lettere al "nino dios"; e' l'abitudine francescana
che ci deriva da San Francesco, creatore dei "Nacimientos". Quando ero
bambino, mettevo nelle mie lettere i miei innocenti desideri. Davanti a me
mia madre bruciava i fogli sulle braci della cucina ed accendeva un po'
d'incenso il cui fumo bianco e profumato, si alzava nel cielo. Questo fumo
si mescolava con il fumo delle nubi che, raccolto dagli angeli, era portato
tra le mani di Dio.
E il Bambino Gesu', che tutto sapeva, soppesava il mio comportamento e mi
mandava quello che meritavo. I bimbi del Nicaragua devono sapere che, questo
uomo dalla barba falsa di cotone, non ha un'anima generosa: non ha anima. E'
un impiegato pagato dal Commercio e il Commercio non regala: vende. Ed i
papa' che non hanno lavoro o guadagnano uno stipendio da fame... non
potranno commerciare con Babbo Natale. Pero' scrivi la tua letterina,
bambino! Scrivi a Gesu' Bambino affinche' ti sorrida e ti metta sotto il
cuscino, almeno un pezzo di pane. E che il Babbo Natale straniero se ne
torni nei suoi angoli di Wall Street con i suoi sporchi tesori del colera e
dell'aids".
(Julio C. Sandoval, da "Amanecer Cultural", Managua, Nicaragua).
*
Tre piccoli regali possiamo fare da subito per questo Natale: informarsi,
tesserasi, sottoscrivere.
Informarsi, vuole dire regalarsi e regalare un abbonamento alle numerose
riviste che trattano i problemi Nord-Sud del mondo. E' importante per non
ricadere (anche noi) nell'uso stereotipato delle "formulette" per spiegare
questo squilibrio mondiale che affama la grande maggioranza dell'umanita'.
Tesserarsi alle associazioni e a tutte quelle piccole organizzazioni che da
tempo sono impegnate nella solidarieta' concreta con i popoli del cosiddetto
Terzo Mondo. Una tessera e' certamente poca cosa davanti alle tragedie del
mondo, ma rappresenta una scelta che conta molto qui da noi, nel Primo
Mondo. Vuol dire far vivere tutte quelle organizzazioni impegnate nel
portare un germe di speranza laddove la fame, la miseria e le guerre la
soffocano. Speranza di: vivere, nutrirsi, istruirsi, essere curati
dignitosamente, ecc.
Sottoscrivere in favore di quei progetti che nascono direttamente dai popoli
del Sud del mondo, dalle loro strutture territoriali, che hanno come
referenti associazioni e organizzazioni popolari con la prospettiva di
lavorare dal "basso" e per uno sviluppo "altro" della societa'.

5. RIFLESSIONE. ENRIQUE DUSSEL: MODERNITA', GLOBALIZZAZIONE ED ESCLUSIONE
(PARTE PRIMA)
[Enrique Dussel e' uno dei più importanti e lucidi pensatori contemporanei:
un pensatore del sud del mondo, dove si pensano concretamente cose decisive
per tutti; un pensatore del sud del mondo, quindi un militante antifascista
in senso forte - globale, verrebbe da dire; un pensatore del sud del mondo,
ed in particolare il pensatore che ha elaborato con maggior profondita' ed
impegno la "filosofia della liberazione". Il testo seguente, che nuovamente
proponiamo, e' quello della relazione tenuta a un convegno svoltosi a Citta'
del Messico nel novembre 1995, ed e' apparso nel volume di autori vari,
curato da Heinz Dieterich, su Globalización, exclusión y democracia en
América Latina, Editorial Joaquín Mortiz, México 1997; la traduzione
italiana e' apparsa presso La PiccolaEditrice di Celleno (VT) nel 1999 col
titolo Globalizzazione, esclusione e democrazia in America Latina (e ci
permettiamo di raccomandarne la lettura anche per altri saggi ed interventi
che il volume contiene). Per contattare la Piccola Editrice: via Roma 5,
01022 Celleno (VT), tel. e fax 0761/912591. Enrique Dussel e' nato in
Argentina nel 1934, ha studiato a Madrid, Parigi, Friburgo, Magonza. Dottore
in filosofia e teologia, e' docente all'Universita' Nazionale Autonoma del
Messico. Impegnato per i diritti umani e dei popoli, nel 1975 in Argentina
e' sfuggito miracolosamente ad un attentato. Tra le opere di Enrique Dussel
segnaliamo particolarmente Etica comunitaria, Cittadella, Assisi 1988; (a
cura di), La Chiesa in America Latina, Cittadella, Assisi 1992; Storia della
Chiesa in America Latina (1492-1992), Queriniana, Brescia 1992; Filosofia
della liberazione, Queriniana, Brescia 1992; L'occultamento dell'«altro», La
Piccola, Celleno 1993; Un Marx sconosciuto, Manifestolibri, Roma 1999]
In questa relazione (1) intendiamo esaminare la questione della Modernità.
Effettivamente ci sono due paradigmi della Modernità.
a) Il primo, in un orizzonte eurocentrico, propone che il fenomeno della
Modernità sia esclusivamente europeo, e che si vada sviluppando dal Medioevo
e si diffonda successivamente in tutto il mondo (2). Weber pone il "problema
della storia mondiale" con il quesito enunciato così:
"Quale concatenamento di circostanze ha condotto al fatto che sul suolo dell
'Occidente (3) e solo qui, si producessero fenomeni culturali che -almeno
così come noi (4) siamo soliti rappresentarceli- si sono trovati in una
direzione evolutiva di significato e validità universali?" (5).
L'Europa avrebbe avuto, secondo questo paradigma, caratteristiche
eccezionali interne, che le hanno permesso di superare essenzialmente per la
sua razionalità tutte le altre culture. Filosoficamente, nessuno come Hegel
espone questa tesi sulla Modernità:
"Lo Spirito Germanico è lo Spirito del Nuovo Mondo, il cui fine è la
realizzazione della Verità assoluta (der absoluten Warheit), come
autodeterminazione (Selbstbestimmung) infinita della libertà, che ha per
contenuto la sua propria forma assoluta (ihre absolute Form selbst)" (6).
Ciò che richiama l'attenzione è che lo Spirito dell'Europa (germanico) è la
Verità assoluta che si determina o realizza da se stessa senza dover nulla a
nessuno. Questa tesi, che chiamerò il "paradigma eurocentrico" (in
opposizione al "paradigma mondiale"), è quella che si è imposta non solo in
Europa o negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo intellettuale, anche della
periferia mondiale. Come abbiamo detto, la divisione pseudoscientifica della
storia in Età Antica (come antecedente), Medioevo (epoca preparatoria) ed
Età Moderna (Europa) è una organizzazione ideologica e deformante della
storia. La filosofia, l'etica, ha bisogno di rompere con questo orizzonte
riduttivo per poter aprire la riflessione all'ambito "mondiale", planetario;
questo è ormai un problema etico di rispetto per le altre culture.
La cronologia ha la sua geopolitica. La soggettività moderna si sarebbe
sviluppata spazialmente, secondo il paradigma eurocentrico, dall'Italia del
Rinascimento alla Germania della Riforma e dell'Illuminismo, verso la
Francia della Rivoluzione francese (7). Si tratterebbe dell'Europa centrale.
b) Il secondo paradigma, in un orizzonte mondiale, concepisce la Modernità
come la cultura del centro del "sistema-mondo" (8), del primo
sistema-mondo -attraverso l'incorporazione dell'Amerindia (9)-, e come
risultato della gestione (management) della suddetta centralità. Ovvero, la
Modernità europea non è un sistema indipendente autopoietico,
autoreferenziale, bensì una parte del sistema-mondo, il suo centro. La
Modernità, allora, è mondiale; comincia dalla costituzione simultanea della
Spagna con riferimento alla sua "periferia" (la prima di tutte, propriamente
parlando, è l'Amerindia: il Caribe, il Messico e il Perù). Simultaneamente,
l'Europa (con una diacronia che ha un antecedente pre-moderno: le città
italiane del Rinascimento e il Portogallo) andrà costituendosi in "centro"
(con un potere super-egemonico che dalla spagna passa all'Olanda, all'
Inghilterra e alla Francia.) su una periferia crescente (l'Amerindia, il
Brasile e le coste africane degli schiavi, la Polonia nel secolo XVI (10);
il consolidamento dell'America Latina, l'America del Nord, il Caribe e le
coste dell'Africa, l'Europa orientale nel XVII secolo (11); l'Impero
ottomano, la Russia, alcuni regni dell'India, il Sud-est asiatico e la prima
penetrazione nell'Africa continentale verso la prima metà del XIX secolo
(12) ). La Mondernità, allora, sarebbe per questo paradigma mondiale un
fenomeno proprio del "sistema" che combina centro e periferia; non è un
fenomeno di un'Europa come sistema indipendente, ma di un'Europa come
centro. Questa semplice ipotesi cambia assolutamente il concetto di
Modernità, della sua origine, del suo sviluppo e la sua crisi attuale; e con
ciò anche il contenuto della tarda-modernità o postmodernità.
Inoltre sosteniamo una tesi che condiziona la precedente: la centralità dell
'Europa nel sistema-mondo non è  frutto solo di ua superiorità interna
accumulata nel Medioevo europeo rispetto alle altre culture, ma anche l'
effetto del semplice fatto della scoperta, conquista, colonizzazione e
integrazione (sussunzione) dell'Amerindia (fondamentalmente), che darà all'
Europa il vantaggio relativo determinante sul mondo ottomano-musulmano, l'
India o la Cina. La Modernità è il frutto e non la causa di questo evento.
Successivamente, la gestione (management) della centralità del sistema-mondo
permetterà all'Europa di trasformarsi in qualcosa come l'"autocoscienza" (la
filosofia moderna) della storia mondiale, e molti valori, invenzioni,
scoperte, tecnologie, istituzioni politiche, etc., che attribuisce a se
stessa come sua produzione esclusiva, sono in realtà effetto della
ridislocazione dell'antico centro dello stadio III del sistema
interregionale verso l'Europa (seguendo la via diacronica dal Rinascimento
al Portogallo come antecedente, verso la Spagna, e successivamente verso le
Fiandre, l'Inghilterra.). Anche il capitalismo è il frutto, e non la causa,
di questa congiuntura di mondializzazione e centralità europea nel
sistema-mondo. L'esperienza umana di 4500 anni di relazioni politiche,
economiche, tecnologiche, culturali del "sistema interregionale", sarà
allora egemonizzata dall'Europa -che mai era stata centro, e che nei suoi
tempi migliori arrivò solo ad essere periferia-. Lo slittamento si svolge
dall'Asia centrale verso il Mediterraneo orientale, e dall'Italia, più
precisamente da Genova, verso l'Atlantico. Con l'antecedente del Portogallo,
si inizia propriamente con la Spagna, dinanzi all'impossibilità che la Cina
possa tentare di giungere attraverso l'Oriente (il Pacifico) verso l'Europa,
e integrare così l'Amerindia come sua periferia.
Vediamo le premesse dell'argomentazione.

1. Dispiegamento del sistema-mondo. La Spagna "moderna" del XVI secolo
Consideriamo lo svolgimento della storia mondiale a partire dalla rottura,
per la presenza turco-ottomana, dello stadio III del sistema interregionale,
che nella sua epoca classica aveva avuto Bagdad come centro (dal 762 al 1258
d.C. come abbiamo visto), e la trasformazione del sistema interregionale nel
primo sistema-mondo, il cui centro si situerà fino ad oggi nel
Nordatlantico. Questo cambio di centro del sistema avrà la sua preistoria
dal XIII al XV secolo d.C., e prima del crollo dello stadio III del sistema
interregionale, ma il nuovo stadio IV o sistema-mondo si originerà
propriamente a partire dal 1492. Tutto quanto accaduto anteriormente in
Europa era pur sempre un momento di un altro stadio del sistema
interregionale. Quale stato originò il dispiegamento del sistema-mondo? La
nostra risposta è: quello che poté annettersi l'Amerindia, e con essa come
trampolino o "vantaggio relativo", andar accumulando una superiorità
inesistente sul finire del XV secolo.
a) Perché non la Cina? La ragione è molto semplice, e vogliamo definirla fin
dall'inizio. Alla Cina (13) fu impossibile scoprire l'Amerindia
(impossibilità non tecnologica, ovvero di fattibilità empirica, bensì
storica e geopolitica): non poteva interessarle tentare di andare verso l'
Europa via est, perché il "centro" del sistema interregionale (nel suo
stadio III) si trovava ad ovest, nell'Asia centrale ovvero in India. Andare
verso un'Europa completamente periferica? Non poteva essere un obiettivo del
commercio estero cinese.
In effetti, Cheng Ho, tra il 1405 e il 1433 effettuò con successo sette
viaggi al centro del sistema (giunse in Sri Lanka, in India, e sino in
Africa orientale (14) ). Nel 1479 Wang Chin cercò di fare lo stesso, ma gli
furono negati anche gli archivi del suo predecessore. La Cina si chiuse
entro i suoi confini e non cercò di fare quel che, in quello stesso momento,
realizzava il Portogallo. La sua politica interna -forse per la rivalità dei
mandarini nei confronti del nuovo potere degli eunuchi commercianti (15) -
impedì la sua espansione commerciale estera, ma essa per essere realizzata
avrebbe dovuto essere diretta verso ovest per raggiungere il centro del
sistema. I cinesi si diressero verso est, giunsero fino all'Alaska, e pare
fino alla California o ancora più a sud, ma non trovando nulla che potesse
interessare i loro mercanti, e allontanandosi sempre più dal centro del
sistema interregionale, abbandonarono definitivamente l'impresa. La Cina non
è stata la Spagna, per ragioni geopolitiche.
Tuttavia dobbiamo farci ancora una domanda per confutare l'"evidenza"
antica, che si è rinforzata dopo Weber: la Cina era inferiore culturalmente
all'Europa nel secolo XV? Secondo gli studiosi (16) non era inferiore né
tecnologicamente (17), né politicamente (18), né dal punto di vista del
mercato e dell'economia, e tantomeno per il suo umanesimo (19). C'è un certo
riflesso condizionato in questa domanda. Le storie delle scienze e
tecnologie occidentali non prendono attentamente in considerazione il fatto
che il "salto", il boom tecnologico europeo, comincia a relaizzarsi nel XVI
secolo, ma solo nel XVII mostra i suoi effetti moltiplicatori. Si confonde
la formulazione del nuovo paradigma teorico moderno (XVII secolo) con l'
origine della Modernità, senza lasciare il tempo per la crisi del modello
medioevale. Non si coglie che la rivoluzione scientifica -per dirla con
Kuhn- parte già da una Modernità iniziata, anteriore, come frutto di un
"paradigma moderno" (20). Pertanto, nel secolo XV (se non consideriamo
quindi le invenzioni europee posteriori) l'Europa non ha alcuna superiorità
rispetto alla Cina.
Lo stesso Needham si lascia trascinare dal riflesso condizionato quando
scrive: "Il fatto è che lo sviluppo spontaneo autoctono della società cinese
non produsse alcun cambiamento drastico analogo al Rinascimento e alla
rivoluzione scientifica dell'Occidente" (21).
Definire il Rinascimento e la rivoluzione scientifica (22) come se fossero
un medesimo avvenimento (mentre l'uno inizia nel XIV secolo, e l'altro
propriamente solo nel XVII secolo) dimostra la distorsione di cui abbiamo
parlato. Il Rinascimento è in effetti un avvenimento europeo di una cultura
periferica dello stadio III del sistema interregionale. La "rivoluzione
scientifica" è il frutto della formulazione del paradigma moderno, che ebbe
bisogno di più di un secolo di Modernità per la sua apparizione.
Pierre Chaunu scrive: "Alla fine del XV secolo, nella misura in cui la
letteratura storica ci permette di comprenderlo, il Lontano Oriente come
entità comparabile al Mediterraneo [.] non risulta sotto nessun aspetto
inferiore, almeno superficialmente, rispetto al Lontano Occidente del
continente euroasiatico" (23).
Ripetiamo: perché non la Cina? Perché si trovava nell'Estremo Oriente del
sistema interregionale, e mirava verso il centro: verso l'India ad
Occidente.
b) Perché non il Portogallo? Per la stessa ragione. Cioè perché si trovava
nell'Estremo Occidente dello stesso sistema interregionale, e perché mirava
ancora e sempre verso il centro: verso l'India ad Oriente. La proposta di
Colombo (tentar di raggiungere il centro passando a Occidente) per il re del
Portogallo era tanto stravagante, come stravagante era per Colombo proporsi
di scoprire un nuovo continente (giacché tentò sempre e solo, e non poté
concepire altra ipotesi, di andare verso il centro dello stadio III del
sistema interregionale (24) ).
Come abbiamo visto, le città rinascimentali italiane sono l'estremo
occidentale (periferico) del sistema interregionale, che misero nuovamente
in relazione dopo le Crociate (che fallirono nel 1291) l'Europa continentale
con il Mediterraneo. Le Crociate devono essere considerate come un tentativo
frustrato di collegarsi con il centro del sistema, contatto che i turchi
hanno interrotto. Le città italiane, specialmente Genova (che era rivale di
Venezia che era presente nel Mediterraneo orientale), tentavano di aprire il
Mediterraneo occidentale all'Atlantico, per giungere nuovamente al centro
del sistema passando a sud dell'Africa. I genovesi misero tutta la loro
esperienza nella navigazione e il potere economico della loro ricchezza per
aprirsi quel cammino. Furono i genovesi che occuparono le Canarie nel 1312
(25), sono loro che investono in Portogallo e lo appoggiano nella
costruzione della sua potenza navale.
Fallite le Crociate, non potendo contare sull'espansione della Russia
attraverso la tundra (i russi avanzando tra i boschi ghiacciati del nord
giungeranno nel XVII secolo al Pacifico e all'Alaska) (26), l'Atlantico era
l'unica porta europea per giungere al centro del sistema. Il Portogallo, la
prima naziona europea già unificata nell'XI secolo, trasforma la Reconquista
(27) contro i musulmani nell'inizio di un processo di espansione mercantile
atlantica. Nel 1419 scoprono l'arcipelago di Madera, nel 1431 le Azzorre, lo
Zaire nel 1482, nel 1498 Vasco de Gama arriva in India (il centro del
sistema interregionale). Nel 1415 occupano la Ceuta africano-musulmana, nel
1448 El-Ksar-es-Seghir, nel 1471 Arzila.
Ma tutto questo è la continuazione del sistema interregionale la cui
connessione sono le città italiane: "Nel XIII secolo i genovesi ed i pisani
appaiono per la prima volta in Catalogna: nel XIII secolo, quando arrivano
per la prima volta in Portogallo, gli italiani si sforzano di attrarre i
popoli iberici nel commercio internazionale [.] Nel 1317 la città e il porto
di Lisbona sono già un grande centro del commercio genovese" (28).
Un Portogallo con contatti con il mondo isalmico, con numerosi marinai
(agricoltori espulsi da un'agricoltura estensiva), con un'economia
monetaria, in "connessione" con l'Italia, aprì nuovamente l'Europa
periferica al sistema interregionale. Non cessò per questo di essere
periferia, né i portoghesi poterono ottenere di uscire da quella situazione,
giacché il Portogallo poté cercare di dominare lo scambio commerciale nel
mare degli Arabi (l'oceano Indiano) (29), ma mai poté pretendere di produrre
le mercanzie dell'Oriente (le tele di seta, i prodotti tropicali, l'oro a
sud del Sahara, etc.). Cioè era una potenza intermediaria e sempre
periferica dell'India, la Cina o il mondo musulmano.
Con il Portogallo siamo nell'anticamera, ma non ancora nella Modernità, né
nel sistema-mondo (il IV stadio del sistema che si originò, perlomeno, tra l
'Egitto e la Mesopotamia).
c) Perché è la Spagna che inizia il sistema-mondo, e con esso la Modernità?
Per la stessa ragione che lo impediva alla Cina e al Portogallo. Poiché la
Spagna non poteva andare verso il centro del sistema interregionale che si
trovava in Asia centrale, ovvero in India, attraverso l'Oriente (giacché i
portoghesi l'avevano anticipata e detenevano diritti di monopolio), né
attraverso l'Atlantico a sud (lungo le coste dell'Africa occidentale, fino
al Capo di Buona Speranza scoperto nel 1487), ebbene, restava alla Spagna
una sola opportunità: andare verso il centro, verso l'India, attraverso l'
Occidente, passando da ovest, attraversando l'Oceano Atlantico (30).
Pertanto la Spagna "si imbatte" nell'Amerindia, la trova senza averla
cercata, e con ciò entra in crisi tutto il "paradigma medioevale" europeo
(che è il paradigma di una cultura periferica, l'estremo occidente dello
stadio III del sistema interregionale), e si inaugura, lentamente ma
irreversibilmente, la prima egemonia mondiale, dell'unico sistema-mondo che
si è dato nella storia planetaria, che è il sistema moderno, europeo nel suo
centro, capitalista nella sua economia.
Questa Etica della Liberazione [il libro di Dussel di cui il presente saggio
costituisce un capitolo, nonché la proposta che con esso l'autore
formula -ndt-] mira a situarsi esplicitamente (sarà forse la prima filosofia
pratica che lo tenta esplicitamente?) nell'orizzonte di questo sistema-mondo
moderno, tenendo in considerazione non solo il centro (come esclusivamente
ha fatto la filosofia moderna da Descartes ad Habermas, filosofia che
pertanto ha avuto una visione parziale, provinciale, regionale dello
svolgimento etico-storico), ma anche la sua periferia (e pertanto si ottiene
una visione planetaria della vicenda umana). Tale questione storica non è
aneddotica o meramente informativa, ma ha un significato filosofico strictu
sensu. Abbiamo già trattato il tema inizialmente in un'altra opera (31). In
essa mostravamo l'impossibilità esistenziale di Colombo, un genovese del
Rinascimento, di convincersi che ciò che aveva scoperto non era l'India. Nel
suo immaginario navigava sempre lungo le coste della Quarta Penisola
asiatica (quella che Heinrich aveva disegnato cartograficamente a Roma nel
1489 (32) ), sempre vicino al "Sinus Magnus" (il Gran Golfo dei greci, mare
territoriale della Cina) mentre -in realtà- attraversava i Caraibi. Colombo
morì nel 1506 senza aver superato l'orizzonte dello stadio III del sistema
interregionale (33), che non poté mai oltrepassare. Non poté superare
soggettivamente il sistema interregionale -con una storia di 4500 anni di
trasformazioni, a partire dall'Egitto e dalla Mesopotamia- e aprirsi al
nuovo stadio del sistema-mondo. Il primo che sospettò un nuovo (l'ultimo
nuovo) continente, fu Amerigo Vespucci nel 1503, ed a causa di ciò egli è
stato, esistenzialmente e soggettivamente, il primo "moderno", il primo che
dispiegò l'orizzonte del "sistema asiatico-afro-mediterraneo" come
sistema-mondo, che includeva per la prima volta l'Amerindia (34). Questa
"rivoluzione" della visione del mondo [Weltanschauung], dell'orizzonte
culturale, scientifico, tecnologico, politico, ecologico ed economico, è l'
origine della Modernità, a partire da un paradigma mondiale e non meramente
eurocentrico. Nel sistema-mondo l'accumulazione nel centro è per la prima
volta accumulazione su scala mondiale (35). Nel nuovo momento del sistema
tutto cambia qualitativamente e radicalmente, e si modifica anche all'
interno dello stesso "sottosistema periferico" europeo medioevale. L'
avvenimento fondativo fu la scoperta dell'Amerindia (36) nel 1492. La Spagna
è preparata per essere il primo stato moderno (37), attraverso la scoperta
comincia ad essere il centro della sua prima periferia (Amerindia),
organizzando così l'inizio del lento spostamento del centro dell'antico
stadio III del sistema interregionale (la Bagdad del XIII secolo) cominciato
col collegamento prima con il Portogallo e adesso con la Spagna, più
esattamente con Siviglia. Immediatamente si rovescia a Siviglia la ricchezza
genovese e italiana. L'"esperienza" del Mediterraneo orientale
rinascimentale (e attraverso essa quella del mondo musulmano, dell'India e
perfino della Cina) si collega così con la Spagna imperiale di Carlo V (che
giunge fino all'Europa centrale dei banchieri di Asburgo, fino alle Fiandre
di Anversa e poi di Amsterdam, con la Boemia, l'Ungheria, l'Austria e
Milano, e specialmente con il Regno delle due Sicilie (38), del sud dell'
Italia, fino alla Sicilia, la Sardegna, le Baleari e le numerose isole del
Mediterraneo). Per il fallimento economico del progetto politico dell'
"Impero-mondo" l'imperatore Carlo V abdica nel 1557; avrà quindi luogo il
sistema-mondo del capitalismo mercantile, industriale ed attualmente
transnazionale.
Prendiamo come esempio un livello di analisi, tra i molti che potrebbero
essere presi in considerazione -non vorremmo esser criticati dagli
economisti per l'esempio adottato-. Non è casuale che venticinque anni dopo
la scoperta delle miniere d'Argento del Potosí nell'Alto Perù e di Zacatecas
in Messico (1546) -da cui arriveranno in Spagna un totale di 18.000
tonnellate d'argento dal 1503 al 1660 (39)-, e grazie alle prime rimesse di
quel metallo prezioso, la Spagna potesse pagare, tra altre campagne dell'
Impero, la grande armata che sconfisse i turchi nel 1571 a Lepanto, e con
ciò dominasse il Mediterraneo come connessione con il centro dell'antico
stadio del sistema. Tuttavia, il Mediterraneo era morto come cammino dal
centro verso la periferia occidentale, perché l'Atlantico stava
trasformandosi nel centro del nuovo sistema-mondo (40).
Scrive Wallerstein: "L'oro e l'argento erano cercati come oggetti preziosi,
per il loro consumo in Europa e ancor più per il commercio con l'Asia, ma
erano anche una necessità per l'espansione dell'economia europea" (41).
Abbiamo letto, tra molte carte e lettere inedite dell'Archivio Generale
delle Indie a Siviglia, questo testo del primo luglio 1550, scritto e
firmato in Bolivia da Domingo de Santo Tomás: "Saranno quattro anni che, per



finire di perdere questa terra, si scoprì una bocca dell'inferno (42)
attraverso la quale ogni anno si immola una gran quantità di gente, che la
cupidigia degli spagnoli sacrifica al suo dio che è l'oro (43), ed è una
miniera d'argento che si chiama Potosí" (44).
Il resto è fin troppo noto. La colonia spagnola delle Fiandre sostituirà la
Spagna come potenza egemonica del centro del recente sistema-mondo -si
libera dalla Spagna nel 1610-. Siviglia, il primo porto moderno (in
collegamento con Anversa), dopo più di un secolo di splendore, cederà il
posto ad Amsterdam (45) (città in cui Descartes nel 1636 scriverà il
Discorso sul metodo [Le Discours de la Méthode], ed in cui vivrà Spinoza
(46) ), potenza navale, della pesca, artigiana, dove fluisce l'esportazione
agricola, di grande perizia nei più diversi rami produttivi; città che
finisce, tra altri aspetti, per superare Venezia (47). Dopo più di un secolo
la Modernità mostrava ormai in questa città una definitiva fisionomia
propria: il suo porto, i canali che come vie commerciali giungevano alle
case dei borghesi, commercianti che usavano i loro terzi e quarti piani
delle loro abitazioni come magazzini, da cui tramite gru imbarcavano
direttamente le merci nelle navi; mille dettagli di una città capitalistica
(48). Dal 1689 l'Inghilterra disputerà l'egemonia all'Olanda, e  finirà per
imporre la sua -e tuttavia dovrà sempre condividerla con la Francia almeno
fino al 1763- (49).
L'Amerindia, frattanto, costituisce la struttura fondamentale della prima
Modernità. Dal 1492 al 1500 si colonizzano circa 50.000 kmq (nei Caraibi e
sulla terra ferma, dal Venezuela a Panama) (50). Nel 1515 si giunge a
300.000 kmq con circa 3 milioni di amerindi dominati. Verso il 1550 più di 2
milioni di kmq (che è un'estensione maggiore di tutta l'Europa centro del
sistema), e più di 25 milioni (facendo una valutazione bassa) di indigeni
(51), molti dei quali sono integrati a sistemi di lavoro (con l'encomienda,
la mita, le fattorie, etc.) che producono valore (nel senso stretto del
termine, usato da Marx) per l'Europa centro del sistema. Dal 1520 bisognerà
aggiungere gli schiavi delle piantagioni provenienti dall'Africa (circa 14
milioni fino all'epoca finale dello schiavismo nel XIX secolo, includendo
Brasile, Cuba e Stati Uniti). Questo enorme spazio e relativa popolazione
darà all'Europa, centro del sistema-mondo, il vantaggio relativo e
definitivo rispetto al mondo musulmano, all'India e alla Cina.
Pertanto nel XVI secolo: "La periferia (Europa orientale ed America
spagnola) utilizzava lavoro forzato (schiavitù e lavoro obbligatorio [degli
indios] in coltivazioni per il mercato [mondiale]. Il centro utilizzava,
sempre di più, mano d'opera libera" (52).
Ai fini di quest'opera filosofica ci interessa indicare soltanto che è all'
interno del sistema-mondo che nacquero le "formazioni sociali periferiche"
(53): "La forma delle formazioni periferiche dipenderà, infine, ad un tempo
dalla natura delle formazioni precapitalistiche aggredite e dalle forme dell
'aggressione esterna" (54).
Esse saranno,alla fine del XX secolo, le formazioni periferiche
latinoamericane (55), quelle dell'Africa bantu, quelle del mondo musulmano,
dell'India, del sudest asiatico (56) e della Cina; a cui si dovrebbe
aggiungere parte dell'Europa orientale prima del crollo del socialismo
reale.
(Si veda lo schema 1 [In questa riedizione lo schema è riprodotto in calce
al testo, prima delle note - ndr -]).
(CONTINUA)

6. APPELLI. DALL'UNIVERSITA' PER LA DIFESA DELLO STATO DI DIRITTO
[Il seguente appello e' stato sottoscritto da numerosissimi docenti
universitari di dicipline giuridiche]
I sottoscritti professori universitari di diritto, consapevoli della loro
responsabilita' di fronte agli studenti e di fronte al dovere di rispettare
i principi basilari delle discipline giuridiche, ritengono di non poter
tacere su un evento mai verificatosi nella storia parlamentare dell'Italia
unita, che mette a repentaglio le stesse fondamenta dello stato
costituzionale.
Il Senato della Repubblica, con la mozione approvata a maggioranza il 5
dicembre 2001, ha sottoposto a violente critiche alcuni provvedimenti
giudiziari relativi a processi penali in corso, qualificandoli come errati
nel merito, eversivi del corretto esercizio delle funzioni giurisdizionali e
lesivi delle prerogative del legislatore; il tutto nel quadro di gravissime
accuse rivolte a singoli magistrati che avrebbero tentato, e tenterebbero
tuttora, "di usare l'alto mandato, con le relative prerogative previste
dalla Costituzione, a fini di lotta politica, fino ad interferire nella vita
politica del Paese utilizzando in maniera strumentale i piu' svariati capi
di accusa di sapore chiaramente illiberale".
Questo intervento costituisce un grave atto di intimidazione, perche'
contiene un giudizio di merito su provvedimenti giurisdizionali ancora
sottoposti agli ordinari mezzi di impugnazione, e, come tale, attenta alla
liberta' di valutazione dei giudici negli attuali e successivi gradi dei
processi: al punto da creare il presupposto di un conflitto di attribuzioni
tra poteri dello Stato in ordine alle funzioni interpretative che
necessariamente ineriscono all'esercizio della giurisdizione.
Si deve poi rilevare che e' falsa l'affermazione secondo cui "recenti
provvedimenti giudiziari" - le due ordinanze (17 e 21 novembre 2001)
pronunciate dal Tribunale di Milano in processi penali a carico dell'on.
Previti e altri - "hanno disatteso una sentenza della Corte costituzionale,
per di piu' risolutiva di un conflitto di attribuzione tra poteri dello
Stato" (la sentenza n. 225/2001, che annulla alcuni provvedimenti emessi dal
giudice dell'udienza preliminare nei suddetti processi). In realta', le
ordinanze del Tribunale di Milano non disattendono la sentenza
costituzionale. Nel prendere doverosamente atto dell'annullamento deliberato
dalla Corte, esse affrontano il delicato problema dell'influenza esercitata
dai provvedimenti annullati sul seguito del processo; e, nel contesto di
un'ampia argomentazione, escludono la necessita' del ritorno alla fase
dell'udienza preliminare, sollecitato dalla difesa.
Da tale conclusione, che pare ai sottoscritti plausibile alla luce del
diritto vigente, si puo' naturalmente dissentire sulla base di una diversa
lettura della legge processuale, la cui corretta interpretazione e' dalla
stessa sentenza costituzionale demandata ai "competenti organi della
giurisdizione".
Ma si deve comunque fermamente ribadire che, in presenza di provvedimenti
ancora sottoposti agli ordinari mezzi d'impugnazione, la critica puo' essere
svolta con atti di esercizio della liberta' di manifestazione del pensiero e
non con atti di indirizzo politico, come e' una mozione parlamentare. Con
cio' si e' violato il principio plurisecolare - molto piu' antico della
vigente Costituzione - che vieta al Parlamento di interferire nel merito dei
singoli processi: divieto cosi' forte da, addirittura, impedire alla legge
di modificare le sentenze definitive.
I sottoscritti non possono fare a meno di rilevare che la mozione del Senato
s'inserisce in un quadro generale di violento attacco politico contro la
magistratura italiana, accompagnato da iniziative segnate da un conflitto
d'interessi che inquina la vita politica del Paese e i suoi rapporti con la
comunita' internazionale.
Nell'esprimere, in questo delicato frangente, piena solidarieta' alla
magistratura, i sottoscritti ricordano che uno dei padri della Costituzione,
Piero Calamandrei, nella prefazione all'Elogio dei giudici scritto da un
avvocato, particolarmente elogiava Aurelio Sansoni, giudice in Toscana nel
ventennio, scrivendo: "Qualcuno, nei primi tempi del fascismo, lo chiamava
anche "il pretore rosso"; e non era in realta' ne' rosso ne' bigio: era
soltanto una coscienza tranquillamente fiera, non disposta a rinnegare la
giustizia per fare la volonta' degli squadristi che invadevano le aule. Era
semplicemente un giudice giusto: e per questo lo chiamavano "rosso" (perche'
sempre, tra le tante sofferenze che attendono il giudice giusto, vi e' anche
quella di sentirsi accusare, quando non e' disposto a servire una fazione,
di essere al servizio della fazione contraria)".

7. DIBATTITO. SEVERINO VARDACAMPI: UNA SOTTOVALUTAZIONE
[Severino Vardacampi e' uno dei principali collaboratori del "Centro di
ricerca per la pace" di Viterbo]
Mi sembra inquietante la diffusa sottovalutazione odierna nell'area
pacifista (tra i maschi dell'area pacifista, che vi esercitano un ruolo
sovente autoritario ed indicibilmente oppressivo e distruttivo) della
gravita' del pericolo costituito dal fondamentalismo islamico; il non
rendersi conto che questo e' un fenomeno totalitario in formidabile
espansione rispetto a cui ridurre la nostra analisi al considerarlo un mero
portato reattivo della globalizzazione ad essa sussumibile quasi fosse privo
di autonomia e peculiarita', ebbene, significa fare un'operazione ideologica
razzista di riduzionismo economicistico semplicemente insensata e
sciagurata.
Offro alla discussione i pensieri seguenti: sensazioni, impressioni, piu'
che compiuti ed articolati ragionamenti; ma sensazioni vivide ed impressioni
profonde. Vorrei ne discutessimo davvero.
Mi pare che ci si trovi oggi qui nella situazione che Tertulliano descriveva
nel De spectaculis: una grandiosa civilta' (uso il termine sapendo quale
immane groviglio di problemi esso evochi, ma non me la sono sentita di
scrivere qui Kultur) che agonizza e trascina il mondo nella distruzione (e
dico la nostra civilta': quella capitalistica, occidentale - inclusiva delle
esperienze del movimento operaio, del marxismo e delle societa' e dei regimi
del cosiddetto socialismo reale -, cristiana o piu' precisamente
postcristiana e piu' che secolarizzata crescentemente nichilistica, della
ragione strumentale e della societa' amministrata) e l'emergere su scala
planetaria di un'alternativa forte (ideologicamente e demograficamente): che
non e' tanto quella islamica, ma specificamente e preponderantemente quella
fondamentalista di un islam disumanato perche' non storicizzato (in cui il
grande lievito della prima e maggiore delle religioni del libro - la
coscienza storica che e' una delle grandi conquiste dell'ebraismo rispetto
alle visioni fissiste ed essenzialiste dominanti nella tradizione
indoeuropea antica, e massime nella cultura greca - non ha ancora agito in
profondita') ed in cui lottano per l'egemonia i settori piu' radicali e
militanti e fascisti (fascisti perche' maschilisti e sessuofobici, fascisti
perche' incapaci dell'incontro con l'altro e con la vita come infinita
diversita', fascisti perche' fissati psicoticamente nell'assenza di una
"ristorificazione della crisi" per usare la formula di Franco Basaglia -
forse il piu' grande pensatore italiano della liberazione del XX secolo):
quelli che chiamiamo fondamentalisti o islamisti in mancanza fin qui di una
definizione piu' precisa e comprensiva ad un tempo.
Siamo di fronte ad un'alternativa il cui totalitarismo su entrambi i
versanti (il corno neoliberista, il corno islamista) tutti vediamo, ma che
non sappiamo ne' dire ne' contrastare adeguatamente sul piano teoretico ed
assiologico (che vengono prima del piano meramente pragmatico) perche' non
riusciamo - per nostra esitazione - ad essere all'altezza (a collocarci
all'altitudine, visibile e veggente) di proporre a nostra volta
un'alternativa forte alla crisi che ci divora tutti.
Ma quest'alternativa forte esiste: ed e' la nonviolenza; e' l'esperienza
storica del movimento delle donne, del pensiero e delle lotte delle donne,
che costituisce la piu' grande esperienza di rivoluzione nonviolenta del
secolo appena concluso; e' la Resistenza come rottura della complicita' con
l'oppressione, quella Resistenza che quantunque breve e tardiva fu decisiva
nella sconfitta del nazifascismo innanzitutto a livello antropologico;
quella Resistenza che e' stata, nella sua quasi totalita', rigorosamente
nonarmata e nonviolenta.
O abbiamo la chiarezza e la forza di proporre ed agire la nonviolenza,
oppure la nostra critica ed opposizione alla globalizzazione neoliberista
resta subalterna ed ininfluente; cosi' come la nostra opposizione al
terrorismo fondamentalista (islamico oggi, come in epoche passate fu
cristiano, come nel secolo scorso fu razzista e messianico in Hitler, o
storicistico e teleologico in Stalin, e tecnolatra pressoche' ovunque) resta
insipiente e inascoltata; ed in definitiva la nostra resistenza alla
barbarie che sta inabissando il mondo verra' travolta.
Ma so che ho evocato qui temi molto complessi che richiederebbero sviluppi
analitici ed ermeneutici altrettanto complessi. Basti qui aver fatto cenno
ad alcuni elementi soltanto.

8. DIBATTITO. GIOBBE SANTABARBARA: ALCUNI EQUIVOCI
[Anche Giobbe Santabarbara e' uno dei principali collaboratori del "Centro
di ricerca per la pace" di Viterbo]
Di molti appelli pacifisti che circolano in questi giorni vorrei dire qui
alcune cose che non mi persuadono.
Primo: non mi persuade il riduzionismo secondo cui tutti i mali del mondo
sarebbero provocati dall'imperialismo americano o dalla globalizzazione
neoliberista, che pure ovviamente hanno responsabilita' mostruose e che
vanno contrastati in nome della dignita' umana, dei diritti umani, della
difesa della biosfera.
Sono un vecchio militante della sinistra critica non pentito, e so che certe
semplificazioni ideologiche (la contraddizione principale, le leggi bronzee,
il movimento storico, e cosi' via monisticamente dogmatizzando e
sclerotizzando e scotomizzando) provocano catastrofi pratiche.
*
Secondo: non mi persuade la poca serieta' e l'evidente strumentalita' con
cui sovente si parla della festa cristiana del Natale e si propongono
iniziative ad essa sovrapposte; un atteggiamento che mi sembra
inconsciamente subalterno all'ideologia dominante che la festa del Natale
riduce alla sua sola dimensione consumistica (che pure ovviamente c'e').
Ho una visione del mondo materialista, da vecchio leopardiano, e proprio per
questo non sottovaluto affatto la dimensione del sacro, il valore delle
religioni, e l'importanza dei riti e delle feste, delle liturgie e dei
simboli: sono cose grandi e terribili, radicate in strati profondi
dell'animo umano e delle culture.
Cosicche' ogni volta che si propone (ed accade sovente) di appiccicare in
modo posticcio iniziative altre a ricorrenze religiose provo un sentimento
di confusione, di poca chiarezza. Che un cristiano mediti sul Natale ed in
occasione del Natale s'impegni ancor piu' in un sentire e un agire coerente
col messaggio di Gesu' di Nazareth cosi' come lo conosciamo mi pare buona
anzi ottima cosa; che altre persone di altre culture in quella data
convochino e realizzino iniziative che possono essere fraintese, davvero,
non mi persuade. Vorrei che ci si riflettesse: mi pare si rischi un
consumismo al quadrato e una duplice malafede; vorrei che ci si riflettesse:
non per non fare, ma per fare con piu' consapevolezza e piu' ampia e nitida
decifrabilita' ed interlocuzione.
*
Terzo: sull'Onu non condivido l'analisi ipersemplificata e il giudizio
ipostatizzante che da piu' parti vengono proposti, analisi e giudizio che
cooperano a ridicolizzarla ed annichilirla (che e' proprio quello che
vogliono il governo americano e le transnazionali). Condivido tutte le
critiche di fatto, ma credo che resti hic et nunc l'esigenza di una
Organizzazione delle Nazioni Unite che adeguatamente riformata e potenziata
possa essere un luogo di confronto e cooperazione internazionale, di
manifestazione civile e composizione pacifica dei conflitti tra stati, di
garanzia e di promozione del diritto e dei diritti delle persone e dei
popoli. E mi limito qui a rinviare alle riflessioni e alle proposte del
professor Papisca, al lavoro di escavo e di formulazione svolto dalle
assemblee dell'Onu dei popoli promosse dalla Tavola della Pace a Perugia
negli ultimi anni, e ad esperienze concrete che con tutti i loro limiti e
difetti sono attualmente insostituibili (un esempio per tutti: il lavoro
dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifiugiati). Tenendo
aperta la discussione, ma senza buttare il bambino con l'acqua sporca.
*
Quarto: credo che sia sintomo di un autoinganno grave e di una subalternita'
profonda il promuovere iniziative puntando a comparire sui media. I
mass-media dominanti sono l'arsenale ideologico e lo strumento di
manipolazione principe del potere dominante. Credo che dobbiamo piuttosto
lavorare a modalita' di comunicazione altre, a costruirci nostri strumenti e
luoghi di conoscenza e di riflessione (questo stesso notiziario diffuso
attraverso la rete telematica e' un piccolo contributo ad una ricerca in tal
direzione) ed a riprendere forme vecchie ma che sono sempre le migliori: ne
cito alcune in un elenco senza pretesa ne' di ordine ne' di esaustivita': la
partecipazione politica, la comunicazione dialogica, le pubbliche assemblee,
la scrittura vigile, l'informazione rigorosa, la formazione alla
responsabilita', l'ascolto nel silenzio, l'attenzione all'altro, la
condivisione, il tempo richiesto dalla scrittura e dalla lettura di un libro
vero; tutte cose che con la televisione commerciale (ed anche la Rai ne e'
goffa e corrotta imitatrice, tradendo oscenamente la funzione di servizio
pubblico - sottolineo servizio, e sottolineo pubblico), o con i quotidiani
ed i settimanali spacciatori di gadget e di sadismo e di linguaggi sempre
piu' volgari e menzogneri e narcotici, ebbene, sono semplicemente
incompatibili.
*
Quinto: negli appelli che circolano in questi giorni nel movimento pacifista
quasi mai si fa riferimento alla scelta della nonviolenza come elemento
decisivo, ed e' una dimenticanza che pesa. Pesa perche' a parere della
redazione di questo foglio e' su questo che si gioca l'essenziale
dell'impegno per la pace, per la difesa della biosfera, per i diritti delle
persone e dei popoli e delle generazioni future. E su questo non si puo'
continuare ad essere ambigui.
Una cosa credo che ci abbia insegnato in modo definitivo l'esperienza
storica del XX secolo: che non basta dire di essere contro la guerra, e'
necessario l'impegno diretto a costruire la pace; e per questo occorre fare
la scelta della nonviolenza. E tutto il resto viene dopo.

9. LETTURE. ERNESTO FERRERO (A CURA DI), PRIMO LEVI: UN'ANTOLOGIA DELLA
CRITICA
Ernesto Ferrero (a cura di), Primo Levi: un'antologia della critica,
Einaudi, Torino 1997, pp. 442, lire 28.000. Un'utilissima raccolta di saggi
sul grande testimone della dignita' umana.

10. LETTURE. SARA ONGARO: LE DONNE E LA GLOBALIZZAZIONE
Sara Ongaro, Le donne e la globalizzazione, Rubbettino, Soveria Mannelli
2001, pp. 106, lire 12.000. L'autrice pone "domande di genere all'economia
globale della ri-produzione" come recita il sottotitolo, e lo fa con
lucidita', rigore e finezza; un libro da leggere e discutere, con prefazione
di Renate Siebert.

11. LETTURE. TZVETAN TODOROV: MEMORIA DEL MALE, TENTAZIONE DEL BENE
Tzvetan Todorov, Memoria del male, tentazione del bene, Garzanti, Milano
2001, pp. 406, lire 38.000. La riflessione di Todorov sugli orrori del
Novecento e' tra le piu' profonde; un libro che occorre leggere.

12. RILETTURE. AA. VV.: LA CULTURA DEL 900
AA. VV., La cultura del 900, Mondadori, Milano 1981-1982, tre volumi per
complessive 1.754 pagine. Una ricognizione delle discipline umanistiche
della cultura novecentesca che resta tra le cose migliori in questo ambito
di pubblicazioni.

13. RILETTURE. ERNST FRAENKEL: IL DOPPIO STATO
Ernst Fraenkel, Il doppio Stato, Einaudi, Torino 1983, pp. 298. Una classica
analisi dello stato nazista, da meditare in considerazione dei nostri
compiti oggi.

14. RILETTURE. CLAUDIO PAVONE: UNA GUERRA CIVILE
Claudio Pavone, Una guerra civile, Bollati Boringhieri, Torino 1991, pp.
840. Questo "saggio storico sulla moralita' nella Resistenza" e' uno dei
libri piu' lucidi e belli sull'argomento.

15. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

16. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: http://www.nonviolenti.org ;
per contatti, la e-mail è: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
http://www.peacelink.it/users/mir . Per contatti: lucben at libero.it ;
angelaebeppe at libero.it ; mir at peacelink.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: http://www.peacelink.it . Per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la pace di
Viterbo a tutti gli amici della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. e fax: 0761/353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 318 del 20 dicembre 2001