Le alternative



Invece della guerra
[dal libro di Enrico Peyretti, "Per perdere la guerra", ed. Beppe Grande,
Torino 1999, pp. 89-94 ]
Questa guerra Nato-Serbia ci ha lacerato, più che mai. Ha lacerato dialoghi,
rapporti, anche amicizie, persino famiglie. Alcuni hanno visto che si poteva
e si doveva evitare, altri hanno valutato che non c'era altro da fare contro
l'oppressione del Kossovo. Ora, cercando di placare il dolore, proviamo a
riflettere tanto su questa particolare guerra, quanto sul fenomeno generale
della guerra contemporanea, chiedendoci: che cosa si può fare, invece della
guerra, in presenza di un conflitto acuto riguardante i diritti umani?

 A - Prima della guerra:
- un conflitto non è una guerra, fino a quando non lo si pensa risolvibile
soltanto con la distruzione o sottomissione dell'avversario.
- i negoziati devono essere condotti senza ultimatum e senza minacce (l'art.
52 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati vieta la minaccia o
l'uso della forza nel corso delle trattative e dichiara nullo ogni accordo
sottoscritto a seguito di tale costrizione)
- i negoziati hanno bisogno della partecipazione continua di mediatori
civili imparziali, esperti e colti sulla storia, tradizioni, valori,
diritti, attese delle diverse parti in conflitto
- nelle zone di conflitto la comunità internazionale deve inviare e fornire
di mezzi adeguati (sempre meno costosi della guerra) un numero grande,
abbondante di osservatori civili, conoscitori di quelle realtà umane, a fare
da testimoni, moderatori, e possibili mediatori
- ogni stato abbia un ministro della pace, e, nel caso di una tensione o
conflitto, nomini un "avvocato dell'avversario", come si fa entro ogni
ordinamento civile, col compito di cercare, ascoltare, difendere le ragioni
dell'avversario e accusato (questo è lo sviluppo di una proposta di Aldo
Capitini nel 1948 e di Tullio Vinay nel 1977; cfr E. Peyretti, La politica è
pace, Cittadella, Assisi 1998, pp. 46-49).
- l'Europa non si affidi solo alla difesa militare, ma realizzi il Corpo di
Pace Civile Europeo, proposto a suo tempo da Alex Langer, secondo la
raccomandazione votata il 10 febbraio 1999 dal Parlamento Europeo (v. Azione
Nonviolenta, marzo 1999, pp. 10-13).
- L'Italia non si affidi solo alla difesa militare, ma attui l'art. 8, punto
2, comma e), della legge 8 luglio 1998, n. 230, 230, Nuove norme in materia
di obiezione di coscienza, per il quale l'Ufficio nazionale per il servizio
civile ha il compito di "predisporre (...) forme di ricerca e di
sperimentazione di difesa civile non armata e nonviolenta". Il 14 aprile
1998 la Camera impegnava il Governo con una raccomandazione (v. Azione
Nonviolenta, giugno 1998, p. 14) a costituire, entro sei mesi dall'entrata
in vigore della legge, le strutture per l'attuazione di detto articolo.
- preventivamente, è utile "mescolare" il più possibile le parti
potenzialmente "nemiche": p. es. praticare e incoraggiare il turismo in
terra "nemica", non ritirare il personale diplomatico né evacuare i
concittadini da tali territori; ciò non lascia configurare quella terra come
bersaglio vivente, con i suoi abitanti, e costringe a prolungare i negoziati
invece di passare alle armi.
- nel dibattito sul conflitto l'informazione di ogni parte deve sottrarsi
alla funzione di propaganda, che è la prima azione bellica, quella contro la
verità e l'obiettività; p. es. deve anche denunciare e criticare i torti
della propria parte e dare spazio alle ragioni portate dalla parte
avversaria. La discussione deve essere centrata sull'oggetto e non sui
soggetti.
- acquisire nella cultura politica e nell'opinione pubblica che la guerra è
illegittima per la suprema legge internazionale, la Carta dell'Onu, che
contiene come prima volontà e impegno fondativo delle Nazioni Unite la
"decisione" di "salvare le future generazioni dal flagello della guerra", la
quale è dunque fuori legge, sicché decidere una controversia con la guerra è
reato internazionale; inoltre, per l'Italia, la guerra è
incontrovertibilmente illegittima per l'art. 11 della Costituzione che
impegna a ricercare alternative non belliche anche alla guerra di difesa. La
Carta dell'Onu, art. 51, (e la nostra Costituzione in tale quadro) consente
soltanto la difesa militare immediata e provvisoria da un attacco armato
diretto, con l'obbligo di deferire immediatamente la questione al Consiglio
di Sicurezza dell'Onu.
- gli stati hanno il dovere giuridico e morale di rendere autorevole ed
efficace la funzione dell'Onu contro le minacce alla pace, anche mettendo ad
immediata disposizione i contingenti necessari all'azione coercitiva
internazionale (art. 45). Questa azione di polizia dell'Onu è un'azione
diversa dalla guerra nella sostanza, nei fini e nell'etica: deve  usare il
minimo di forza necessaria, deve far calare la violenza, deve operare nei
limiti della legge, mentre la guerra usa una forza crescente ed una violenza
maggiore, eleva il tasso di violenza complessiva, opera fatalmente fuori
dalla legge.
- diffondere la consapevolezza che quando la politica include la guerra,
cioè il dare in modo organizzato e premeditato la morte artificiale ad
esseri umani, e il distruggere le loro condizioni di vita, essa contraddice
l'idea stessa di politica, che è l'arte del convivere componendo e non
sopprimendo le diverse esigenze vitali e i diritti umani. Oggi la "polis",
lo spazio della politica umana, è l'intera famiglia umana.

B - Dentro la guerra
- avere il coraggio di uscirne, che è superiore e più nobile del coraggio di
entrarvi.
- non umiliare l'avversario, perché ciò è stoltezza arrogante e disastrosa;
perché la vittoria punitiva (Versailles 1919) non fonda né assicura la pace,

ma la schiaccia insieme al vinto; perché l'umiliazione coltiva il
revanscismo.
- de-costruire l'immagine del nemico: questa operazione di propaganda e di
condizionamento psicologico, che sempre sta all'inizio di una guerra,
configura il nemico come sub-umano per autorizzarne e incitarne l'uccisione
come unico colpevole, indegno di vivere. L'operazione informativa e
culturale contraria, resituendo umanità al "nemico" col mostrarne le
relative ragioni e pregi, smonta le basi interiori della guerra.
- rispettare rigorosamente, anche unilateralmente, lo jus in bello, cioè i
limiti alle azioni di guerra stabiliti nelle convenzioni internazionali e
dettati dalla ragione morale. Kant dichiara questo principio (cui fa seguire
alcuni esempi): "Nessuno Stato in guerra con un altro deve permettersi degli
atti di ostilità tali da rendere impossibile, al ritorno della pace, la
confidenza reciproca" ed aggiunge: "altrimenti non sarebbe più possibile
concludere nessuna pace e l'ostilità degenererebbe in una guerra di
sterminio" (Per la pace perpetua, sesto articolo preliminare, trad. di
Alberto Bosi, Ed. Cultura della Pace). Cioè, se la guerra uccide del tutto
la pace, quindi la fiducia e la lealtà, non può rivendicare la minima
razionalità politica.
- tenere aperta e praticare largamente e abbondantemente la comunicazione
con il nemico, in tutte le forme possibili e con tutti i mezzi, da parte di
quanti più soggetti è possibile, violando intensamente la separazione
bellica, per la stessa ragione ora detta: perché la comunicazione in parole
umane tiene il conflitto in termini vitali e costruttivi, che sono
radicalmente alternativi alla guerra, anche quando sono tesi. Fin quando si
parla non si spara. L'arma espelle la parola, cioè la forma umana, e la
parola espelle l'arma. Quando la guerra è scoppiata, non sono cadute le
alternative ad essa, ma è proprio quella l'ora di costruire e ricostruire
accanitamente le alternative più opposte alla guerra.
- non cercare né prospettare un risultato a somma zero, cioè con tutto il
guadagno da una parte e tutta la perdita dall'altra (in ciò sta il concetto
nefasto di vittoria, che impone o di cedere nella resa senza condizioni o di
subire la distruzione), bensì un risultato a somma inferiore per ciascuno,
ma positiva per entrambi, che dà la maggiore probabilità di uscita dallo
spirito dissociato e distruttivo della guerra.
- distinguere chiaramente nel campo avverso i falchi dalle colombe, e
cercare lealmente e apertamente contatti costruttivi con le colombe, per
sostituire un rapporto dialogico e politico al rapporto bellico.
- dare riconoscimento e tutela giuridica ai disertori dalla guerra, tanto i
propri come gli altrui, onorando il loro diritto inviolabile di sottrarsi
all'omicidio bellico in nome della comune universale umanità. E' la
coscienza personale, e non l'autorità politica, che decide moralmente se la
guerra è giusta. Se ciò scardina il calcolo politico, non importa; anzi, è
molto importante per il progresso umano. Il Parlamento Europeo, con la
risoluzione 7 febbraio 1983, riconosceva il principio dell'obiezione di
coscienza anche durante il servizio militare. Rodolfo Venditti commentava:
"Ogni uomo è una coscienza in continuo cammino, in continua crescita" (Le
ragioni dell'obiezione di coscienza, Ed. Gruppo Abele 1986, p. 102; dello
stesso Autore, L'obiezione di coscienza al servizio militare, 2ª edizione,
Giuffré 1994, p. 29-30). La nuova legge italiana, migliorando nettamente la
precedente, stabilisce che, in caso di guerra, gli obiettori in servizio
"sono assegnati alla protezione civile ed alla Croce rossa". Ma per il
principio di cui sopra, essi potrebbero rifiutare questa collaborazione
indiretta alla guerra, secondo l'esortazione di don Milani. I disertori
stranieri sono tutelati in Italia dall'art. 20 della legge sull'immigrazione
e dall'art. 2bis della legge 390/92 per i profughi dell'ex-Jugoslavia, ma
l'applicazione alla frontiera è stata spesso manchevole.
- fare l'elogio del "disfattismo" e praticarlo civilmente. Questo
atteggiamento, criminalizzato dal minaccioso culto della guerra, consiste
nel meritorio "disfare" o inceppare il tremendo meccanismo psicologico e
tecnologico che arma gli uomini e li usa come strumenti in una
contrapposizione mortale.
- individuare e celebrare il comportamento esemplare di quei militari,
capaci di restare o tornare ad essere più uomini che soldati, i quali
difendono e proteggono, contro gli ordini, la popolazione "nemica" (si veda
in il foglio n. 262, settembre 1999, La pace dentro la guerra, sul caso
esemplare della medaglia d'oro commendatore Josef Schiffer, nel 1943-45).

C - A chi tocca ?
Tutti questi e simili atteggiamenti ed azioni sono doveri contro la guerra
spettanti tanto alle pubbliche autorità, quanto, in ogni caso, ai singoli
cittadini.

        Enrico Peyretti

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DOCUMENTO DI RIFLESSIONE:
CONTRO IL TERRORISMO SENZA GUERRA

Ci sono molti buoni motivi per dire no alla guerra:
1. Non è una guerra di legittima difesa; le vittime di questa guerra sono
- come sempre ormai - quasi tutti civili innocenti (come quelli morti l'11
settembre!):
è una vendetta!
2. Stiamo assistendo all'accanimento dell'esercito più forte del mondo
contro uno dei paesi più poveri, mentre gli straricchi mandanti della strage
di New York, che hanno mandato dei disperati a morire uccidendo, restano
indenni: è un conflitto fra ricchi e forti che si combattono uccidendo e
mandando a morire i poveri e i disperati.
3. Violenza chiama violenza: la guerra contro l'Afganistan sta scatenando
violente reazioni contro "l'occidente" in molti altri paesi: se si continua
a rispondere nello stesso modo c'è il rischio di avviarsi ad un conflitto
generalizzato, dagli sviluppi inimmaginabili.
4. La difficoltà oggettiva di vincere questa guerra richiede l'aumento di
intensità degli attacchi; c'è il rischio reale di passare all'uso di armi
nucleari, che è già stato ipotizzato anche ad alti livelli: un conflitto
nucleare generalizzato sembra un prezzo ragionevole da pagare per fermare i
terroristi?
5. Il fondamentalismo islamico, sentendosi attaccato, si sta compattando e
quindi si rafforza e diventa più minaccioso; per reazione si fortificano
spinte integraliste anche nell'occidente. C'è il rischio di una pericolosa
contrapposizione fra religioni.
6. Sembra che i terroristi siano presenti e ben protetti in molti paesi del
mondo (compreso il nostro, e gli USA): una guerra non può sconfiggere un
fenomeno così diffuso e nascosto.
7. Fin dall'inizio dei bombardamenti è stato detto che molti fatti sarebbero
rimasti segreti o comunicati in modo distorto. Tuttora non sono state rese
note le "prove" della colpevolezza dell'Afganistan che viene bombardato.
Un'opinione pubblica democratica e laica non può sostenere una guerra
semplicemente "per fede".
8. Per fare la guerra occorre demonizzare l'avversario: ci stiamo
condannando a non conoscere, a non capire, a odiare una gran parte
dell'umanità (e in essa noi stessi e l'umanità intera).

MA DI FRONTE AD UN ATTACCO BRUTALE COME QUELLO DELL'11 SETTEMBRE
BISOGNA REAGIRE SUBITO!
E' VERO: ma la guerra è l'unico strumento che abbiamo?
No, per fortuna ci sono molti modi per lottare contro il terrorismo
impegnando in modo alternativo le enormi risorse umane ed economiche oggi
assorbite dalla guerra

1. Ratificare tutti immediatamente la convenzione per un tribunale
internazionale che persegua e giudichi i responsabili di crimini
terroristici e contro l'umanità. E renderlo operativo con la collaborazione
delle forze di polizia di tutti i paesi.
2. Applicare con coraggio e rigore le leggi esistenti, per combattere in
modo democratico le varie mafie, che sono i principali fiancheggiatori del
terrorismo.
3. Limitare drasticamente la vendita di armi (pesanti e leggere) sia agli
stati che ai privati, applicando la legge 185 e impedendo traffici illeciti;
e riconvertire l'industria bellica.
4. Abolire subito il segreto bancario e i "paradisi fiscali" per individuare
e "congelare" tutte le risorse economiche delle mafie e dei terroristi.
5. Impegnarsi per l'abolizione dei servizi segreti, per i legami storici con
varie forme di terrorismo e totalitarismo: una vera democrazia è del tutto
trasparente.
6. Ricordiamo che ogni giorno 35000 bambini muoiono di fame: dall'11
settembre sono più di due milioni! Occorre togliere al terrorismo il
pretesto di lottare per la giustizia e il consenso di popolazioni disperate.
Per far questo si può agire, nei paesi che "favoriscono il terrorismo", in
vari modi:
- smettere di sostenere e riverire le classi dirigenti corrotte ed
ultraricche, legate agli interessi della grande economia mondiale;
- favorire l'alfabetizzazione e la coscientizzazione dei poveri
- sostenere le organizzazioni umanitarie locali, le lotte di liberazione
delle donne, i partiti democratici sovente perseguitati (anche dando rifugio
politico ai loro leader)
- finanziare progetti di sviluppo locali, decentrati, con forti ricadute
sociali, creando a questo scopo un fondo costituito attraverso la tassazione
di tutte le transazioni e speculazioni finanziarie.
- smettere le politiche di embargo che si ritorcono drammaticamente sulle
popolazioni.
7. Impegnarsi per la soluzione del conflitto arabo-israeliano, fonte di
profonde umiliazioni e disperazione, terreno di coltura di fanatismo e
terrorismo
8. Far funzionare l'ONU, riformandola in modo da sottrarla al ricatto delle
nazioni più forti e dotandola di effettive forze di polizia internazionale.
9. Promuovere scambi culturali, dialogo, conoscenza, nel rispetto delle
differenze.

Alba, 5 novembre 2001
Documento in fase di discussione nel "Coordinamento Gruppi per una Giustizia
Solidale"
c/o Cooperativa Quetzal, Corso Langhe 17
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NANNI SALIO: TERRORISMO O GUERRA? CI SONO ALTERNATIVE

[Nanni Salio e' tra i piu' importanti peace-researcher italiani, ed una
delle figure piu' vivide della nonviolenza. Per contatti: Centro Studi
Sereno Regis, via Garibaldi 13; 10122 Torino, tel. 011532824, fax:
0115158000, e-mail: regis at arpnet.it, web: www.arpnet.it/regis]

E dopo il 9 novembre 1989 (caduta del muro di Berlino) venne l'11 settembre
2001: inaspettato per i piu', ma previsto saggiamente da alcuni. Date
epocali? Forse, ma non necessariamente. Nei poco piu' di dieci anni che
separano questi due eventi, l'umanita' ha perso una formidabile occasione,
una "finestra di opportunita'", per porre definitivamente la guerra fuori
dalla storia e vi e' ripiombata a capofitto.
Perche' ci vogliono cosi' male, si chiedono gli americani. Perche' tanto
odio? Cosa possiamo fare?
Esaminiamo innanzi tutto tre principali interpretazioni.
La prima e' la teoria del "blowback", o del "contraccolpo", che e' esposta
con grande preveggenza e dovizia di dati da Chalmers Johnson in un testo
quasi profetico, Gli ultimi giorni dell'impero americano (Garzanti, Milano
2001). La politica estera ed economica americana ha prodotto talmente tanti
guasti e seminato tanto odio da ritorcersi contro, anche se i cittadini
americani non ne sono consapevoli (ma questo non vale per i loro leader). E'
ormai noto a tutti che personaggi come Saddam Hussein, Noriega, Bin Laden e
tanti altri sono creature degli USA, che come tanti "Frankenstein" si
ribellano e si rivoltano contro il loro creatore. In altri termini, la
dottrina militare,  le teorie strategiche e il modello di difesa elaborati
dal complesso militare-industriale-scientifico statunitense si sono rivelati
profondamente errati e pericolosi e invece di creare sicurezza hanno
generato uno stato generale, su scala mondiale, di insicurezza, paura,
terrore, rischio mortale. Siamo di fronte a uno dei piu' incredibili errori
concettuali e di progettazione, finanziato con centinaia di miliardi di
dollari all'anno, e le popolazioni civili di tutto il mondo stanno pagando
un prezzo altissimo. Se il Pentagono e il Dipartimento di Stato degli Stati
Uniti utilizzassero gli stessi criteri di efficienza di un'azienda privata,
i dirigenti di queste due istituzioni dovrebbero essere licenziati in
tronco. Invece, ci ripropongono la stessa ricetta: altri bombardamenti.
La seconda interpretazione e' la vecchia, ma sempre attuale, "teoria del
petrolio".  Tutte le principali guerre di questi anni sono state combattute
dagli USA per assicurarsi il controllo delle riserve strategiche di petrolio
e gas naturale. Intorno al 2005 verra' raggiunto il picco di produzione
geofisica del pianeta, e verso il 2030 comincera' la vera e propria crisi
generale. La transizione puo' essere indolore solo se progettata per tempo,
ma non sembra essere questa la direzione verso la quale ci stiamo muovendo
(si veda: www.dieoff.com).
La terza interpretazione e' quella che Giulietto Chiesa propone affermando:
"Cercate la cupola, non solo Bin Laden". In altre parole, e' assai
improbabile che gli attentati dell'11 settembre siano stati attuati da una
singola organizzazione senza una vasta rete di complicita', anche
all'interno degli stessi Stati Uniti. E' noto che da sempre il terrorismo
convive in simbiosi con i servizi segreti, come insegnano tante vicende del
passato, compresa quella dello stragismo in Italia.
Queste tre interpretazioni non si escludono a vicenda, anzi si corroborano
tra loro e ci mettono in guardia da facili spiegazioni e da ancor piu'
semplicistiche soluzioni che, nell'immediato, non esistono. Siamo di fronte
al trionfo dell'"impermanenza", della societa' del rischio, dell'angoscia e
del terrore che giorno per giorno abbiamo ottusamente contribuito a
costruire.
*
Dopo la parte di analisi in negativo, proviamo a formulare alcune proposte
in positivo.
1. Giustizia senza vendetta: la ricerca dei colpevoli, dei perpetratori, non
solo materiali, ma anche dei mandanti, e' compito di un organismo
sovranazionale e non di una singola parte. Gli USA si sono finora opposti
alla costituzione di un Tribunale Penale Internazionale sui crimini contro
l'umanita': cambieranno idea dopo l'11 settembre? Giuridicamente, questi
attentati sono un crimine contro l'umanita' e non un atto di guerra, e come
tali devono essere affrontati.
2. Negoziazione: uno dei principi cardine della trasformazione nonviolenta
dei conflitti e' la non demonizzazione dell'avversario e l'analisi corretta
delle sue richieste. Che cosa hanno chiesto le parti che si sentono
interpretate dal terrorismo?
Tre sono i punti essenziali, tutti quanti non solo negoziabili, ma che da
tempo avrebbero
dovuto essere affrontati: definitiva risoluzione del conflitto
Israele-Palestina; cessazione dell'embargo e dei bombardamenti sull'Iraq,
con lo stillicidio di morti che mensilmente sono almeno pari a tutte le
vittime dell'11 settembre; abbandono delle basi USA in Arabia Saudita.
3. Costituzione di una commissione internazionale per la verita', la
giustizia e la riconciliazione: questa commissione potrebbe cominciare a
funzionare a partire da ong e gruppi di base, sulla falsariga di quella
promossa in Sudafrica da Nelson Mandela e Desmond Tutu coinvolgendo in un
secondo tempo le istituzioni statali e sovranazionali.
4. Sostegno ai movimenti locali che lottano per i diritti umani e la
democrazia con metodi nonviolenti: ovunque sono presenti gruppi che operano
per una trasformazione nonviolenta dei conflitti, in particolare movimenti
di donne come  quello afghano  Rawa.
5. Dialogo, educazione, cultura: e' il lavoro lento, ma indispensabile, per
costruire un'autentica cultura della nonviolenza, compito primario di ogni
educatore. Segnaliamo l'articolo di Umberto Eco, "Le guerre sante: passione
e ragione" ("La Repubblica", 8 ottobre 2001,
www.repubblica.it/online/mondo/idee/eco/eco.html).
6. Movimento internazionale per la pace: cosi' come negli anni '80 una
grandiosa mobilitazione riusci' a sconfiggere la minaccia nucleare, occorre
a maggior ragione costruire un movimento delle societa' civili di ogni
paese, del Nord e del Sud del mondo, che sappia imporre un cambiamento
nell'agenda delle priorita' politiche sui temi globali: pace, ambiente e
sviluppo, senza cadere nella trappola della protesta violenta.
7. Uscire dall'economia del petrolio: fonte di ricchezza per pochi, di
gigantesca corruzione e di minaccia ambientale planetaria, e' diventata
anche una delle cause prevalenti delle guerre. E' indispensabile avviare
prontamente la riconversione del sistema energetico su basi rinnovabili,
decentrate, a piccola potenza.
8. Controllo della finanza internazionale: il mondo e' pieno di "Bin Ladren"
come si usa dire nel dialetto piemontese e forse di qualche altra regione,
che disinvoltamente utilizzano i proventi della droga, del commercio di
armi, della speculazione finanziaria e delle attivita' mafiose per costruire
paradisi fiscali e potentati economici al riparo da ogni intrusione della
giustizia. Cominciamo a liberarci dei "Bin Ladren" nostrani, che stanno
varando leggi scandalose e offensive del piu' comune buon senso morale.
9. Zone libere dall'odio: e' la proposta lanciata dalla ong americana
"Global exchange" che richiama quella delle zone denuclearizzate degli anni
'80. Dichiariamo le nostre scuole e i nostri quartieri "zone libere
dall'odio", con un lavoro di base, di dialogo, di incontro, di scambio
culturale che valorizzi differenze e capacita' costruttive e creative di
trasformazione nonviolenta dei conflitti.
10. Liberiamoci dal complesso militare-industriale: tutti i punti precedenti
rischierebbero di risultare vani se la piu' potente causa di produzione
delle guerre non venisse rimossa, in ogni paese, ma soprattutto in quelli
piu' potenti, a cominciare dagli USA, sostituendo gli attuali modelli di
difesa altamente offensivi e distruttivi con forme di difesa popolare
nonviolenta.

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Comunicato Stampa 13 ottobre 2001

NOI, rappresentanti delle CONGREGAZIONI MISSIONARIE INTERNAZIONALI
PARTECIPIANO ALLA MARCIA PERUGIA ASSISI CON QUESTO SPIRITO:

Siamo perfettamente in sintonia con lo spirito della Marcia nel
credere, lavorare e cercare di creare condizioni più giuste e
dignitose per i popoli impoveriti dallo sfruttamento

Siamo contro ogni tipo di guerra, la nostra esperienza di missionari nel
Sud del mondo ci insegna che le guerre non hanno mai creato le condizioni
per una vera pace e sviluppo ma hanno creato divisioni e
odi incolmabili, razzismi esasperati e terrorismo.

Siamo convinti che il terrorismo si debba e si possa confrontare ed
eliminare non con le armi ma con strategie nuove e più definitive come:
· il congelamento vero, concreto severissimo di tutte le risorse
economiche delle mafie e dei terroristi, almeno quelli noti.
· Organizzare subito a livello internazionale la tassazione
obbligatoria di tutte le transazioni e speculazioni finanziarie, tenendo
conto dei suggerimenti della Tobin Tax.
· Risolvere la questione Palestinese
Israeliana creando con l'aiuto delle Nazioni Unite territori sicuri e
autonomi per i due popoli.
· Ricercare, con modi legali, i responsabili degli attentati e
attacchi terroristici e sottoporli a giusti processi
· Incrementare lo sviluppo economico, sanitario educativo dei paesi
impoveriti dallo sfruttamento riconoscendo che le loro immense
risorse devono prima di tutto essere a beneficio dei loro paesi.
· Sviluppare uno scambio culturale (scuole e università) e sociale
di rispetto e conoscenza reciproca tra la cultura occidentale e le culture
che si rifanno alle religioni e culture mussulmana, indù, buddista.

Partecipiamo alla Marcia Perugina Assisi sperando che sia luogo e
spazio di incontro tra idee e posizioni diverse ma nello spirito e
nella prassi della nonviolenza e rispetto reciproco compresi linguaggi e
atteggiamenti.

Speriamo che questa moltitudine pacifica e solidale che chiede pace e
giustizia camminando verso Francesco diventi motivo di
riflessione per la nostra Classe Politica e la nostra Chiesa.

Speriamo che le forze politiche e i loro Leaders partecipando alla Marcia
non la strumentalizzino per i loro scopi e per una volta siano
capaci di vera solidarietà.

sr.patrizia pasini
Coordinatrice
AEFJN
Antenna Italiana

Africa Europe Faith Justice Network (AEFJN)
Antenna Italiana
Via Piero Foscari 00139
Roma, Italy
Tel. 06 88641494
Fax 06 88641492
e.mail delc.mc at pcn.net

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