Da ADISTA n.77, in anteprima, articoli di Claudia Fanti sulle elezioni brasiliane



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LA CANDIDATA DI LULA NON SFONDA AL PRIMO TURNO.
E ORA PER I MOVIMENTI RIPARTE IL DIBATTITO
 
35811. BRASILIA-ADISTA. Si è infranto contro il successo personale di Marina
Silva il sogno di Dilma Roussef di vincere le presidenziali in Brasile già
al primo turno, il 3 ottobre scorso. Con il suo inatteso 19% dei voti, l'ex
ministra dell'Ambiente di Lula, uscita dal governo in polemica con le sue
devastanti politiche ambientali e candidatasi con il Partito Verde, potrà
quindi fare da ago della bilancia in vista del ballottaggio del prossimo 31
ottobre tra la candidata voluta da Lula, prima con circa il 47% dei voti, e
l'ex governatore di Sao Paulo José Serra (già ministro prima della
Programmazione e poi della Salute del governo Cardoso), fermo al 32,6%.
Diversi sono i fattori che spiegano il mancato trionfo al primo turno
dell'ex ministra della Casa Civile (cioè capo di gabinetto di Lula). Il
sociologo Emir Sader, per esempio, include nella sua analisi l'alto numero
di astensioni e di voti nulli e bianchi, pari ad oltre il 25%
dell'elettorato, ma anche gli effetti delle campagne denigratorie condotte
dalle destre e lo scandalo di corruzione che ha coinvolto l'attuale capo di
gabinetto Erenice Guerra, stretta collaboratrice della Roussef, oltre,
naturalmente, alla forte affermazione di Marina Silva, in cui
convergerebbero, insieme ai voti degli ambientalisti, soprattutto della
classe media urbana dei grandi centri, anche quelli di militanti di sinistra
che hanno voltato le spalle al Pt, dei socialdemocratici delusi, e pure
della comunità evangelica e dei cattolici integralisti che accusano Dilma
Roussef di essere favorevole all'aborto e al matrimonio gay (il vescovo di
Guarulhos, dom Luiz Gonzaga Bergonzini, ha ad esempio esortato i fedeli
cattolici della sua diocesi a non votare per Dilma perché sarebbe a favore
dell'aborto). 
 
L'ago della bilancia
La questione centrale, quindi, è quella della posizione che assumerà Marina
Silva, la quale ha dichiarato che la sua decisione dipenderà dalle proposte
programmatiche sullo sviluppo ecologicamente sostenibile e su altri punti da
parte dei due candidati al ballottaggio e che non necessariamente coinciderà
con quella del Partito Verde, il cui presidente, José Luiz Penna, ha già
espresso la sua preferenza per Serra.
E proprio a colei che è stata la più stretta collaboratrice di Chico Mendes,
di cui ha raccolto l'eredità (nonché la deputata più votata del Brasile nel
1990 e la senatrice che ha raccolto il maggior numero di voti nel 1994), ha
rivolto un accorato appello Maurício Abdalla, docente di filosofia della
Ufes (Universidade Federal do Espírito Santo) e assistente del Movimento Fé
e Política e delle Comunità ecclesiali di base. Secondo Abdalla, Marina
Silva era "la candidata ideale: donna, militante, ecologista e socialmente
impegnata con Œil grido della Terra e il grido dei poveri', secondo
l'espressione di Leonardo Boff", che non a caso l'ha attivamente sostenuta.
"Si dice ­ prosegue, rivolgendosi alla candidata del Partito Verde ­ che hai
scelto il partito sbagliato. Può essere. Ma, d'altro lato, cosa è certo in
questo confuso tempo di partiti gelatinosi, di alleanze surreali e di
pragmatismo iperbolico? Chi può tirare la prima pietra rispetto alle scelte
di partito?". Tuttavia, secondo Abdalla, Marina Silva è stata usata dalle
destre per spingere Serra al ballottaggio e guadagnare tempo: "Ti hanno dato
lo spazio che la tua causa non ha avuto mai, che la tua lotta con i
seringueiros e contro le élite rurali non è mai riuscita ad ottenere sui
mezzi di comunicazione". E la strategia ha funzionato. "Non accettare - le
chiede - questo cavallo di Troia". "E non lasciare che i tuoi elettori
credano che tu sia più vicina a Serra che a Dilma". "Dilma, ammettiamolo,
non è la candidata dei nostri sogni. Ma Serra è quello dei nostri più
terribili incubi. Aiutaci a sconfiggerlo".
A non dubitare che la leader ambientalista finirà per orientarsi "verso il
lato dal quale proviene", quel Pt che ha aiutato a costruire, è proprio il
teologo Leonardo Boff, il quale, opponendo al progetto neoliberista
rappresentato da José Serra - sostenuto dalle forze del capitale più
reazionarie e più sottomesse all'impero - quello della democrazia sociale e
popolare del Pt, a cui "il governo Lula ha dato corpo", invita ora il
Partito dei Lavoratori ad "aprirsi umilmente al discorso ambientale"
assumendo strategicamente la questione della natura sollevata da Marina
Silva e facendo proprio un atteggiamento di "nuova benevolenza nei confronti
della Madre Terra". "Sogniamo - scrive Boff - una democrazia sociale,
popolare ed ecologica che riconcilii l'essere umano con la natura per
garantire un futuro comune felice per noi e per l'umanità".
 
Un dibattito necessario
La speranza, a sinistra, è che si ripeta quanto già avvenuto al secondo
turno delle elezioni del 2006, quando un'ampia mobilitazione centrata sul
confronto tra i due distinti modelli rappresentati da Fernando Enrique
Cardoso e da Lula ha condotto quest'ultimo a una vittoria schiacciante. Dopo
una campagna elettorale in cui la grande assente è stata la politica, in cui
si è parlato di tutto tranne che di programmi, si può riaprire così un nuovo
spazio di dibattito per i movimenti sociali. I quali, fortemente
ridimensionati dagli otto anni di governo Lula, "in parte cooptati e in
parte o delusi o disorientati dall'abilità negoziatrice e carismatica del
presidente", come segnala Aldo Zanchetta (Mininotiaziario America Latina dal
basso, 18/9), non risparmieranno energie a favore di Dilma Roussef, se non
altro perché la vittoria di Serra significherebbe la chiusura del dialogo e
la criminalizzazione delle proteste sociali. Così, se il più importante dei
movimenti, quello dei Senza Terra (Mst) non si è esplicitamente schierato
con Dilma al primo turno, si impegnerà attivamente per assicurarne la
vittoria al ballottaggio.
Come aveva infatti spiegato il leader del Mst Gilmar Mauro in un'intervista
rilasciata al Correio da Cidadania (27/9), non era possibile, nel quadro
dell'attuale frammentazione della sinistra, riunire l'intero movimento
sociale attorno a una candidatura unica. Non potendo schierarsi con Dilma a
causa della mancata realizzazione della riforma agraria da parte del governo
Lula e del suo chiaro appoggio all'agrobusiness, ma non potendo nemmeno
voltare le spalle alla propria base, in gran parte lulista, il Mst ha finito
così per non schierarsi con alcun candidato, neanche con quelli più
allineati al progetto di riforma agraria difeso dal Mst (a cominciare da
Plinio Arruda Sampaio), i quali, ha affermato un altro dei più importanti
leader del Mst, João Pedro Stedile, non sono riusciti "ad aggregare forze
sociali attorno a sé". Una posizione, questa, che non ha convinto tutti.
"Come potrebbero le tre candidature della sinistra (Plinio, Ivan Pinheiro e
Zé Maria) aggregare forze e acquisire peso elettorale ­ scrive per esempio
il sociologo Antonio Julio de Menezes ­ se un leader di uno dei principali
movimenti sociali come João Pedro Stedile dichiara, senza alcun impegno a
favore di queste candidature, che esse non sono decollate?". In ogni caso,
evidenzia Gilmar Mauro, il principale dibattito a cui è chiamata la sinistra
è quello intorno a una sua ricostruzione più unitaria. Non serve un nuovo
partito, né una nuova proposta, ma "dibattito, autocritica, analisi": è
necessario, ha concluso, "creare una metodologia per il dibattito politico
che ci permetta un accumulo sufficiente di forze al momento di creare nuovi
strumenti". 
 
Il migliore risultato della sinistra
Nelle elezioni del 3 ottobre, in cui i brasiliani sono stati chiamati ad
eleggere, oltre al successore di Lula, 27 governatori, 513 deputati, 54
senatori e centinaia di rappresentanti locali, "la sinistra - scrive Emir
Sader (Alai, 4/10) - ha registrato il migliore risultato elettorale della
sua storia". I partiti che sostengono il governo Lula hanno vinto le
elezioni in 14 Stati. E questo migliora il rapporto di forze a favore del
governo federale, in caso di vittoria della candidata del Pt. Al Senato la
maggioranza che sostiene Dilma Roussef ha eletto 54 senatori (rispetto ai 39
del 2006), mentre l'opposizione è scesa da 35 a 25. Alla Camera i deputati
eletti da partiti che costituiscono la base del governo Lula hanno ottenuto
la maggioranza (161 deputati federali contro i 95 dell'opposizione). Il Pt
sarà il partito con il maggior numero di deputati, seguito dal Pmdb. E le
forze legate ai movimenti sociali del campo hanno eletto anch'esse molti
deputati, ampliando considerevolmente la propria base parlamentare. (claudia
fanti)

FU VERA GLORIA? UN BILANCIO DEGLI OTTO ANNI DEL GOVERNO LULA
 
35812. BRASILIA-ADISTA. Le elezioni in Brasile del 3 ottobre scorso hanno
fornito inevitabilmente l'occasione per tracciare un bilancio degli otto
anni di governo del presidente Lula, il quale lascia l'incarico con una
popolarità intorno all'80% (v. notizia precedente). Come sottolinea il
giornalista e scrittore messicano Raúl Zibechi, per i brasiliani "opporsi a
Lula è come mettere in discussione la legge di gravità. La sua egemonia è
talmente forte che in un annuncio pubblicitario del suo avversario José
Serra compare anche la sua immagine".
 
Le radici del lulismo
È, quello del "presidente operaio", un fenomeno politico a cui è stato pure
dato un nome - lulismo - e che si caratterizza essenzialmente ­ secondo
l'"Analisi della congiuntura politico-elettorale 2010" elaborata dal Cepat
(Centro de Pesquisa e Apoio aos Trabalhadores) in stretta sintonia con
l'Instituto Humanitas Unisinos (Ihu) ­ per il forte legame stabilito con la
figura di Lula da quello che l'analista politico André Singer individua come
sottoproletariato: quella parte maggioritaria della classe lavoratrice
brasiliana senza una coscienza di lotta di classe e senza una capacità di
costruire dal basso le proprie forme di organizzazione, a causa
dell'atomizzazione prodotta dal sistema produttivo. Secondo l'Analisi, il
lulismo nasce dall'adesione di Lula a quel "conservatorismo popolare" che
riflette il desiderio di superamento della disuguaglianza da parte degli
elettori più poveri, ma per mezzo di un intervento dello Stato, non di una
mobilitazione sociale che potrebbe destabilizzare l'ordine esistente; e
dalla decisione del presidente di percorrere il cammino dell'ortodossia
economica, seguendo fedelmente le ricette neoliberiste nella macroeconomia,
ma costruendo su tale cammino una politica di sostegno al potere di consumo
delle fasce di basso reddito. Il fiore all'occhiello di questa politica è
sicuramente l'imponente Programma Bolsa Família, grazie a cui è stato
concesso un sussidio familiare tra 7 e 45 euro mensili a oltre 40 milioni di
poveri, soprattutto nel nordest, permettendo a circa 20 milioni di persone
di uscire dalla povertà estrema. Ma ad esso si deve aggiungere anche il
controllo dei prezzi dei generi di prima necessità, l'aumento del salario
minimo per 42 milioni di lavoratori, il microcredito, l'ampliamento dei
prestiti all'agricoltura familiare e diversi altri programmi sociali.
Tuttavia, secondo Dirceu Travesso del sindacato Conlutas, ciò che questa
politica ha realmente prodotto non è stata una redistribuzione del reddito,
ma "piuttosto un miglioramento salariale dovuto a un contesto di crescita
economica, in cui i più beneficiati sono stati i settori privati
dell'industria e delle finanze". E anche il Programma Bolsa Familía, come
sottolinea Aldo Zanchetta (Mininotiziario America Latina dal basso, 15/9,
"se dal lato umanitario è lodevole, politicamente è criticabile appunto per
il suo carattere totalmente assistenziale", non essendo accompagnato "da
alcuna misura di cambiamento strutturale tale da consentire il riscatto
economico personale", cosicché "un futuro governo meno sensibile socialmente
potrebbe togliere il sussidio e far riprecipitare i suoi beneficiati nella
situazione di povertà estrema". Quanto all'azione del governo a favore
dell'agricoltura familiare, al di là di alcuni miglioramenti e al di là
dell'insediamento di qualche centinaia di migliaia di famiglie, dal punto di
vista della concentrazione fondiaria - denuncia il leader del Mst Gilmar
Mauro - tutto è rimasto come prima, avendo ancora l'1% dei proprietari il
controllo del 46% delle terre.
Insomma, nel suo ruolo di "arbitro al di sopra delle classi", che "cementa
l'unità dei contrari", ma concedendo l'egemonia al grande capitale rurale e
urbano, il governo Lula, ha evidenziato il sociologo Luiz Werneck Vianna, ha
fagocitato tutti: "Il movimento sociale grida, reagisce, ma, giunto al
limite, evita di rompere con il governo; la destra si lamenta, protesta, ma
cede al governo di coalizione; il capitale produttivo e finanziario reclama
ma è contento di Lula".
 
Un bilancio fortemente contraddittorio
Il Brasile che Lula ha governato per otto anni sembra avere tanti motivi per
rallegrarsi. Come scrive Aldo Zanchetta, "con 200 milioni di abitanti e una
superficie di 8 milioni di kmq, è attualmente la nona potenza industriale
mondiale con previsione di divenire in pochi anni la quinta. Assieme alla
Russia è l'unica fra le grandi potenze ad essere energeticamente
autosufficiente. Dal punto di vista delle riserve petrolifere occupa la
settima posizione ma le prospezioni in corso ne pronosticano il passaggio al
quinto posto, mentre è al sesto posto per riserve di uranio. È il Paese con
la maggiore biodiversità sul suo territorio, e sappiamo quanto questa
risorsa conti oggi nello sviluppo delle biotecnologie farmaceutiche e
alimentari. Attualmente ha tre banche (Itaú, Bradesco e Banco do Brasil) fra
le prime dieci del mondo (non ne aveva nessuna nel 2000). L'impresa
mineraria Vale do Rio Doce occupa il secondo posto al mondo per volume di
attività e il primo nel settore dei minerali di ferro. Petrobras, l'impresa
petrolifera in parte controllata dallo Stato, è la quinta multinazionale per
cifra di affari mentre Embraer è il terzo costruttore di aerei". Tuttavia,
non ci si può dimenticare che "il Brasile occupa il 75.mo posto nell'Indice
di Sviluppo Umano, più in basso di Albania e Panama, e il 43.mo nell'indice
di povertà. L'Indice Gini, misura della disuguaglianza di reddito (pari a
zero nel caso di una perfetta equità della distribuzione dei redditi) ha un
valore superiore al 55%, vari punti peggio di Perú, Messico e Panama".
Gli otto anni di presidenza Lula hanno portato a una crescita del 37%
(rispetto al 20% degli anni 1994-2002). Ma, sottolinea Paulo Passarinho,
economista e membro del Conselho Regional de Economia do Rio de Janeiro, si
assiste anche a un forte e continuo indebitamento dello Stato e al
sacrificio permanente di aree vitali per la popolazione, come quelle della
salute, dell'educazione, dei trasporti e della sicurezza pubblica. Come
segnala Frei Betto, il governo nel 2008 ha destinato il 30% del bilancio al
mercato finanziario e solo il 5% alla salute e il 3% all'educazione.
Più in generale, prosegue Passarinho, sotto il governo Lula si è registrato
un aggravamento del "ruolo subalterno dell'economia brasiliana in un mondo
sotto l'egemonia della globalizzazione finanziaria". E ciò malgrado le
potenzialità di fatto illimitate di un Paese che è ricchissimo di risorse
minerarie strategiche; che possiede il maggiore patrimonio di biodiversità
della Terra, la foresta amazzonica; che presenta una grande abbondanza di
acqua e di terre fertili; un Paese che dispone di tutti i mezzi possibili
per assicurare "benessere materiale e accesso all'educazione, alla salute e
a servizi essenziali di ottima qualità all'insieme della nostra
popolazione". Come denuncia il senatore del Partido Democrático Trabalhista
Cristovam Buarque, "il Brasile è ancora un Paese prigioniero dell'economia
primaria. È un importatore di conoscenza e un esportatore di beni
materiali". 
E va ancora peggio sul fronte, sempre più decisivo, dell'ambiente: "Che
ruolo eserciterà il Brasile - si chiede Leonardo Boff - di fronte al cupo
scenario che ci si parerà dinnanzi nei prossimi anni con l'esaurimento dei
beni e dei servizi naturali e il moltiplicarsi di eventi estremi in termini
di alluvioni, siccità, desertificazione?". La risposta del governo Lula è
venuta dai due devastanti megapiani di "accelerazione della crescita", Pac 1
(2007) e Pac 2 (2010-2014), con i loro innumerevoli progetti
infrastrutturali, tra cui ben 50 centrali idroelettriche, la maggior parte
delle quali in Amazzonia. Per non parlare dei dirompenti effetti
sull'ambiente dell'agrobusiness, a causa dell'uso smodato di agrochimici e
del disboscamento legato all'ampliamento delle coltivazioni.
È in politica estera che probabilmente il governo Lula ha raccolto, anche a
sinistra, i maggiori consensi. Sotto il governo Lula, il Brasile è diventato
una potenza globale, come dimostra la sua appartenenza al Bric, il quartetto
di Paesi emergenti (Brasile, India, Cina e Russia). "Il recupero della
sovranità nazionale con la presa di distanza dagli Stati Uniti - scrive Aldo
Zanchetta - oltre a rispondere a un vecchio sogno brasiliano di affermarsi
come Œpotenza regionale', ha consentito anche ad altri Paesi sudamericani di
essere Œprotetti' dall'ingerenza statunitense". "Il lato più equivoco è il
processo in atto di una forma di sub-imperialismo regionale, ben diverso da
un indiscutibile riconoscimento di potenza regionale, che comunque ha
portato a tensioni con gli Stati confinanti", come Bolivia e Paraguay.
(claudia fanti)
 
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