Nicaragua La Revolucion PerdidaL 'ultimo libro del poeta sacerdote Ernesto Cardenal



fonte : Peace Reporter

Carlo Carlucci
La Revoluciòn Perdida è il titolo dell'ultimo libro del poeta e sacerdote Ernesto Cardenal, la personalità forse più rappresentativa di quella che è stata la rivoluzione sandinista. Nato da una delle famiglie dell'aristocrazia coloniale a Granada nel 1925, studiò alla facoltà di lettere in Messico e alla Columbia University di New York. A trentun anni entrò nel monastero trappense fondato da Thomas Merton. Ordinato sacerdote, su consiglio dello stesso Merton, fondò una comunità contemplativa sulla regola dell'ora et labora nell'arcipelago di Solentiname, nel Gran Lago del Nicaragua. Erano gli anni della teologia della liberazione e Cardenal, da sempre oppositore della dittatura somozista, condusse la sua comunità ad abbracciare la lotta del Frente Sandinista de Liberaciòn Nacional. La comunità venne distrutta da Somoza. Cardenal, esiliato, divenne una delle anime di una rivoluzione autenticamente popolare e pluralista che, con sorpresa del mondo intero, il 19 luglio del 1979 avrebbe trionfato. Il libro che qui presentiamo, ben 666 pagine, sarebbe in realtà il terzo volume delle sue memorie, dove il vissuto personale è assolutamente, indistricabilmente legato e vincolato alla storia, ai tentativi di riscatto del popolo di un piccolo paese. Vi sono due coincidenze che giustificano non solo la recensione di questo libro, ma la ripresa del discorso intorno a una rivoluzione, l'ultima vittoriosa rivoluzione di sinistra che poi avrebbe perso le libere elezioni nel 1990. E le due coincidenze sono la presa di posizione di Cardenal contro buona parte della dirigenza del Fronte Sandinista (rea di appropriazione indebita di beni che erano del paese) e l'improvvisa rimonta del Fronte Sandinista alle recenti elezioni amministrative del 6/7 novembre scorsi.
Innanzitutto, rileva Cardenal, le elezioni del 1990 si persero 
fondamentalmente per le pressioni militari (la guerra dei contras) ed 
economiche degli Stati Uniti. La stessa stampa USA, dal Boston Globe al Wall 
Street Journal, scrisse che in quelle elezioni avevano vinto il cinismo e il 
terrorismo della politica di Reagan e di Bush (senior), condannati anche dal 
tribunale dell'Aja. E' certo che se la dirigenza sandinista non si fosse 
macchiata di tante colpe avrebbe avuto dietro di sé la maggioranza del 
popolo e le elezioni non si sarebbero perse. I partiti e le personalità 
chiamati a succedere agli undici anni di governo rivoluzionario (l'ultimo 
presidente Aleman è in carcere per corruzione), a cominciare da Violeta 
Chamorro, non hanno saputo assolvere il loro compito e il Nicaragua oggi 
precede appena Haiti, l'ultimo paese nella scala della miseria e della 
povertà del continente latinoamericano.
E' vero che tutti gli aiuti promessi da Bush al paese, nel caso di sconfitta 
del Fronte Sandinista (nient'altro che la riconversione, a fine di pace e di 
ricostruzione, dei fondi che andavano ai contras) non si sono mai 
concretizzati e che, tolto di mezzo il bubbone sandinista, quel povero 
popolo, tanto osteggiato, fu lasciato al suo destino. Ecco dunque quanto 
ebbe a decretare l'attore-imperatore Ronald Reagan: "Io Ronald Reagan, 
presidente degli Stati Uniti d'America debbo constatare che  politica e 
azioni del governo del Nicaragua costituiscono una minaccia inusitata e 
straordinaria per la sicurezza nazionale e per la politica estera degli 
Stati Uniti e pertanto con la presente dichiaro lo Stato di Emergenza 
Nazionale".
La rivoluzione nicaraguense è stata  comunque qualcosa di unico nel suo 
genere. Sul piano internazionale si rivelò come una inconsueta, inedita 
guerra mediatica. L'anima ispiratrice di questa creatività di simboli e 
metafore veicolate nei media è stato proprio Cardenal, sempre assecondato da 
Daniel Ortega, pronto a cogliere al balzo ogni suggerimento del suo Ministro 
della Cultura.
Dell'eroismo di quel popolo  molte e straordinarie sono le testimonianze 
raccolte da Cardenal. L'accusa nei confronti della dirigenza del partito, 
invece, si fa netta a partire dalla sconfitta elettorale, quando ci fu la 
così chiamata 'Pignatta' o divisione della torta: visto che si doveva 
abbandonare il potere, era opportuno aggiudicarsi l'aggiudicabile. Siccome 
tutti i beni confiscati ai Somoza, ai somozisti e non solo, erano 
semplicemente usufruiti in quanto considerati proprietà dello Stato, fu 
passata in fretta e furia una legge, prima della fine della legislatura, per 
cui chi occupava una terra, una casa, o amministrava un'impresa o una banca, 
ne diveniva proprietario. Questa legge - sacrosanta per i poveri contadini - 
era meno sacrosanta per le lussuosissime ville e le imprese miliardarie 
occupate e gestite dalla dirigenza del partito. Fino ad allora, parola di 
Cardenal, "Il governo sandinista era stato il più onesto in tutta la storia 
del Nicaragua. La stampa nemica aveva accusato di tutto la rivoluzione: di 
totalitarismo, di persecuzione religiosa, di persecuzione ebraica, di 
massacro dei miskitos, di falsa libertà di stampa, di militarismo, stato di 
polizia, traffico di droga, esportazione della rivoluzione. Mai vi fu l'accusa 
di corruzione. Tomàs  Borges  aveva dichiarato che la rivoluzione era 
invincibile, e che nessuno l'avrebbe potuta distruggere salvo i sandinisti 
stessi. E questo è accaduto. E uno dei principali responsabili è stato Tomàs 
Borges".
La madre di un giovane poeta, eroe e martire della rivoluzione, Ernesto 
Castillo, li ha denunciati con parole di fuoco: "Non avevano un soldo e ora 
possiedono aziende, sono padroni di banche, imprese, di conti miliardari 
dentro e fuori del paese. quello di cui oggi usufruiscono è bagnato dal 
sudore e dalle lacrime di tutto un popolo. Che cosa è rimasto di questa 
rivoluzione?". E Cardenal sottolinea come "La parte migliore del Fronte 
Sandinista ha rinunciato al partito che, sotto la guida di Daniel Ortega, ha 
tradito la rivoluzione". I dissidenti onesti e puri, non sono riusciti, 
forse per mancanza di un leader carismatico, a costituirsi come valida forza 
oppositiva al vecchio Frente Sandinista e ai vari nuovi partiti.  Daniel 
Ortega è rimasto, malgrado accuse e denunce, saldamente in sella E alle 
recenti elezioni ha saputo abilmente presentare volti puliti.