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se il contesto climatico peggiora
- Subject: se il contesto climatico peggiora
- From: "ANDREA AGOSTINI" <lonanoda at tin.it>
- Date: Thu, 10 Apr 2008 06:45:08 +0200
da QUALENERGIA
GENNAIO/FEBBRAIO 2008 SE IL CONTESTO CLIMATICO
PEGGIORA
EDITORIALE
di Gianni Silvestrini Il conteggio delle emissioni dei gas climalteranti dei Paesi industrializzati previsto dal Protocollo di Kyoto a partire dallo scorso primo gennaio avviene in un contesto molto preoccupante. Da un lato infatti la produzione antropica di anidride carbonica su scala mondiale invece di raffreddare la propria crescita ha recentemente subito una brusca accelerazione, passando da un incremento annuo dell’1,3% nello scorso decennio al 3,3% nel periodo 2000-6. Analogo comportamento hanno subito le concentrazioni della CO2 in atmosfera che nei due periodi considerati sono aumentate mediamente di 1,5 e di 1,9 parti per milione/anno. E tutto ciò avviene mentre il Pianeta malato continua a lanciare segnali sulla gravità della situazione. Particolarmente allarmante il dato della superficie ghiacciata del Polo Nord, il cui valore minimo registrato nel settembre del 2007 è risultato del 23% inferiore rispetto al precedente minimo storico. Aumenta l’attenzione sull’energia e migliorano le prospettive dell’ecodiplomazia L’incremento delle emissioni di anidride carbonica è strettamente legato alla crescita dei consumi energetici. Ma proprio la fame di energia, pensiamo solo alla Cina, ha comportato un aumento dei prezzi dei combustibili, assolutamente non previsto da Governi e istituzioni. E non parliamo solo del greggio schizzato a 90-100 $ il barile. Anche il carbone ha visto in alcuni casi, per esempio nelle importazioni in Europa arrivate a 150 $/t, una quintuplicazione del prezzo rispetto al 2002. Per non parlare dell’uranio i cui prezzi dal 2001 si sono moltiplicati per dieci arrivando a 90 $/t U3O8. Dunque quotazioni elevate che, aldilà di possibili future oscillazioni, segnalano la fine dell’era dell’energia a buon mercato. Gli alti prezzi sono stati finora digeriti dalle economie grazie alla gradualità degli aumenti e al fatto che l’intensità energetica è molto inferiore rispetto ai valori rilevati prima delle crisi petrolifere di trenta anni fa. Negli Usa, ad esempio, la continuazione del trend precedente al 1973 avrebbe portato a consumi del 70% più elevati rispetto agli attuali. Le attuali difficoltà del contesto economico, che nascono prevalentemente da una serie di altri fattori, potrebbero però rendere più difficile l’assorbimento di ulteriori aumenti e c’è chi parla di greggio a 150 $/barile. D’altra parte, una decisa politica sul versante dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili - resa più facile dagli alti costi dell’energia convenzionale - potrebbe avere un effetto di contenimento della domanda e quindi indirettamente calmierare i prezzi. Resta il fatto che il contesto determinato dalle alte quotazioni energetiche delinea uno scenario favorevole alla riduzione delle emissioni dei gas climalteranti e alla creazione di forti comparti industriali legati all’irruzione di nuove tecnologie. In Germania si è creata un’industria delle rinnovabili con 235.000 addetti, negli Usa lo scorso anno sono stati installati 5.600 MW eolici pari al 30% della nuova potenza elettrica totale messa in rete, la produzione mondiale di fotovoltaico nel 2008 è arrivata a 3.800 MW, una cifra superiore del 50% rispetto all’anno precedente. C’è poi un altro elemento positivo nella battaglia dei cambiamenti climatici e riguarda le prospettive diplomatiche del post-Kyoto. Qualsiasi sarà la prossima amministrazione Usa infatti, l’atteggiamento del secondo emettitore mondiale, il primato è ormai passato alla Cina, subirà un profondo cambiamento. Obama, Clinton e McCain hanno tutti una posizione molto attenta alle questioni climatiche. Sono sempre più concrete le possibilità che entro la fine del prossimo anno si arrivi a un accordo che coinvolga tutti i Paesi del Pianeta. Ritardi dell’Italia e possibilità di invertire la rotta
Per anni abbiamo visto crescere le emissioni del nostro Paese fino a
giungere a un valore del
12% più alto rispetto al 1990, in totale divaricazione rispetto all’obbiettivo del -6,5% stabilito per l’Italia. Negli ultimi due anni però si è registrata una seppure lieve inversione di tendenza. I dati preliminari relativi al 2007 indicano infatti un calo dei consumi energetici dell’1,4% (195,4 Mtep) che seguono la riduzione dello 0,8% dell’anno precedente. Hanno influito su questa dinamica il clima mite, gli alti prezzi dell’energia e i primi risultati delle politiche di intervento avviate dal Governo. Malgrado ciò, il ritardo accumulato ci costerà molto. Il Kyoto Club valuta infatti in circa cinque milioni euro al giorno il debito virtuale legato alla distanza che ci separa dagli impegni assunti. La crisi di governo in atto cade nel momento meno opportuno. Altri Paesi europei stanno innalzando la priorità della questione climatica con atti importanti. Ricordiamo, ad esempio, la Gran Bretagna che ha definito obbiettivi ambiziosi di riduzione dei gas climalteranti (-26% al 2020, -60% al 2050) e la verifica quinquennale dei risultati, da effettuare indipendentemente dal Governo in carica. La Germania lo scorso dicembre ha varato un pacchetto di 18 misure legislative che dovrebbero consentire di ridurre le emissioni climalteranti del 36% entro il 2020, con un vantaggio economico netto per il Paese. Anche Francia e Spagna hanno stabilito modalità di intervento integrato che vanno ben oltre l’azione di un singolo ministero. Anche in Italia si dovrebbe operare con una forte regia centrale, un sottosegretario alla Presidenza del consiglio o un ministero forte con deleghe specifiche sulla questione climatica, e un coinvolgimento di tutti gli altri dicasteri. Ma non basta. Un ruolo fondamentale dovrà essere svolto dalle Regioni e dagli Enti locali. Il nuovo ruolo delle Regioni
Qual è l’attuale situazione della gestione energetica a livello decentrato? Il panorama è relativamente disomogeneo con alcune realtà eccellenti, ma altre disimpegnate. Un quarto delle Regioni non ha ancora approvato in via definitiva il proprio Piano energetico ambientale, uno strumento previsto da più di 15 anni. Nei prossimi mesi comunque tutte le Regioni dovranno però fare uno sforzo particolare per impostare o rivedere i Piani alla luce degli ambiziosi obbiettivi al 2020 decisi in sede europea. Pensiamo solo alla crescita prevista per le fonti rinnovabili che dovrebbero triplicare il proprio contributo nel giro di 13 anni. Un primo salto di qualità dell’azione regionale riguarderà certo la diffusione dell’energia verde. La Legge finanziaria 2008 prevede che entro 90 giorni vengano definiti i target regionali sulla produzione da fonti rinnovabili e che nei successivi 90 giorni le Regioni adeguino i propri piani energetici. Analogamente sul fronte dell’efficienza energetica il decreto di recepimento della direttiva europea sugli usi finali prevede una ripartizione di impegni fra le diverse Regioni. Questa sfida andrà affrontata in modo intelligente per riuscire a sfruttare le ricadute che potranno derivare sul versante della ricerca e della creazione di nuove industrie verdi. Occorrerà infatti creare le condizioni più favorevoli per attrarre investimenti nel proprio territorio e divenire protagonisti della rivoluzione energetica che si è innescata. Si apre una competizione che riguarda l’Italia rispetto agli altri Paesi che stanno facendo ponti d’oro per le imprese più innovative. Il Governo tedesco, ad esempio, ha distribuito in forma di sussidi oltre 600 milioni di euro solo negli ultimi tre anni per la creazione di nuove industrie fotovoltaiche. Ma la competizione riguarderà anche le diverse Regioni che ambiscono a svolgere un ruolo di punta in questo settore. Chi riuscirà a elaborare la proposta più credibile in termini di risorse finanziarie, procedure autorizzative, soluzioni logistiche, collegamenti con centri di ricerca, potrà infatti avvantaggiarsi dell’attuale irripetibile situazione, pensiamo alle risorse dei fondi comunitari 2007-13, e creare distretti delle rinnovabili, poli solari e altre iniziative. Il coinvolgimento delle Regioni non si potrà comunque limitare alle rinnovabili, ma dovrà riguardare più in generale il contributo alla riduzione delle emissioni dei gas climalteranti. Considerando che i settori industriali maggiormente emissivi sono già regolamentati sulla base della Direttiva sull’Emissions trading, l’attenzione andrà concentrata su altri comparti, come industria leggera, edilizia, trasporti e agricoltura, sui quali le Regioni hanno una maggiore possibilità di intervento. Efficienza energetica, fonti rinnovabili, mobilità sostenibile, forestazione potranno quindi divenire le aree per le quali è ragionevole la definizione di obbiettivi di riduzione coerenti con gli impegni nazionali. Delle fonti rinnovabili si è già parlato, ma pensiamo alle ampie possibilità di intervento legate all’efficienza energetica. Il recente decreto di revisione del meccanismo dei certificati bianchi porta a sei Mtep di risparmio l’obbiettivo da raggiungere entro il 2012. Questo strumento, da solo, consentirà di coprire nel quinquennio di Kyoto un settimo del ritardo che abbiamo accumulato e le Regioni potranno svolgere un ruolo importante per orientare gli interventi e per amplificare gli obbiettivi con risorse proprie. Nel settore dei trasporti, il più in controtendenza in termini di emissioni climalteranti, l’efficacia dell’azione locale risulta decisiva, specialmente per la mobilità urbana. Anche nella forestazione, da cui ci si aspetta un ulteriore taglio pari un settimo del gap di Kyoto, il ruolo regionale sarà decisivo. Come è stata effettuata una suddivisione dei target nazionali in seno all’Unione Europea, così dunque può risultare utile una ripartizione a livello di singole Regioni degli impegni nei settori non compresi dall’Emissions trading, escludendo quindi centrali elettriche e industrie energivore. Ma come impostare questa suddivisione? Si tratta di un’operazione delicata che deve essere affrontata utilizzando una metodologia chiara e condivisa. A questo scopo sono state sviluppate diverse proposte, come il “Triptych approach”, sperimentato nella definizione degli obbiettivi degli Stati europei, che tiene conto della possibile evoluzione delle emissioni dei vari sottosettori. L’Enea, per esempio, ha proposto una metodologia di ripartizione per i trasporti, il domestico e il terziario basata sui consumi energetici e su alcuni indicatori settoriali, quali la densità abitativa, il consumo pro capite e il valore aggiunto. Un sistema di emissions trading regionale?
Una volta definiti gli obbiettivi di riduzione, Regione per Regione,
potrebbe essere ragionevole impostare anche un sistema volto al riconoscimento di crediti ambientali regionali complementare con il sistema di Emissions Trading già operativo per le emissioni industriali. Questo approccio consentirebbe alle Regioni virtuose di valorizzare il proprio impegno con una contabilizzazione delle riduzioni delle emissioni e con la creazione di un mercato nazionale di scambio dei crediti. In sostanza una Regione impegnata sul clima, che alzerà la priorità delle politiche ambientali, mobiliterà gli attori operanti sul suo territorio, saprà utilizzare più efficacemente gli strumenti di incentivazione nazionali e destinerà proprie risorse in programmi di riduzione efficaci potrà essere premiata anche economicamente. Naturalmente, per avviare questa procedura occorre avere aree di intervento definite, catasti delle emissioni aggiornati, regole chiare e una regia centrale del sistema. Il Kyoto Club ha avviato una sperimentazione di questo tipo su base locale (Comuni e Province) evidenziando le criticità da affrontare e prospettando possibili soluzioni e darà il suo contributo di riflessione. In conclusione, la partita che abbiamo di fronte è complessa ed esige strumentazioni adeguate. Considerata l’ambizione degli obbiettivi dei prossimi anni, lo sforzo del nostro Paese avrà successo solo attivando tutti i soggetti istituzionali. La proposta di obbiettivi regionali e dello scambio delle emissioni rappresenta un possibile percorso virtuoso per innalzare l’attenzione delle Amministrazioni locali, responsabilizzando gli attori presenti sul territorio e facilitando il raggiungimento degli obbiettivi climatici del Paese. ■ |
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