mercato del lavoro resistenze e strategie



dal corriere.it
di martedi 11 novembre 2003

Il segretario Fiom Zipponi e l'assenza, a destra e sinistra, di un'idea
moderna del mercato del lavoro

Alfa di Arese, il futuro non è difendere l'inesistente

di PIETRO ICHINO

Per capire qualche cosa di una almeno delle cause del declino industriale
italiano conviene studiarne a fondo un episodio emblematico, quello dello
stabilimento Alfa Romeo di Arese, cui sono dedicati due capitoli dell'ultimo
libro del nuovo segretario generale della Fiom-Cgil di Milano, Maurizio
Zipponi ( Si può! , editore Mursia). Lo stabilimento di Arese da anni brucia
miliardi; la Casa madre Fiat, in grave difficoltà su molti fronti, decide di
chiuderlo. I mille operai rimasti (erano 15 mila vent'anni fa, ai tempi
dell'Iri) si oppongono e difendono l'insediamento industriale con le unghie
e coi denti.
Qual è la ragione della loro lotta? Non il timore della disoccupazione:
Arese è nel cuore di una zona nella quale centinaia di imprese cercano
migliaia di operai senza trovarli. Senonché la diaspora verso le altre
aziende non è accettabile perché - spiega Zipponi - significherebbe lasciare
che a decidere della sorte dell'auto italiana siano i meccanismi ciechi del
mercato; ai quali la Fiom contrappone invece un grande progetto centrato
sull'idea dell'auto ecologica, possibile a suo dire con una cospicua
iniezione di capitale da parte dello Stato (poco importa che l'Unione
europea non consenta più operazioni di questo genere, considerandole «aiuti
di Stato»). Ma accettare di andarsene non si può, anche perché
significherebbe la dispersione di un gruppo di operai unito e solidale;
significherebbe accettare che qualcuno andrà a star meglio, qualcuno a star
peggio; significherebbe, soprattutto, cercare la soluzione ciascuno per
conto proprio. Lo diceva già don Milani: «Sortirne da soli è l'egoismo;
sortirne insieme è la politica».
A dire il vero, per «sortirne insieme», senza rinunciare alla solidarietà
con i più deboli e senza tornare all'esperienza fallimentare delle
partecipazioni statali, ci sarebbe anche un altro modo: quello di un sistema
capace - come nel nord-Europa - di garantire ai mille di Arese servizi
efficienti di informazione e orientamento, di assistenza intensiva, di
riqualificazione professionale mirata, che consentirebbero di ricollocarli
in poco tempo dal primo all'ultimo, con un rilevante incentivo economico per
tutti e un congruo indennizzo ulteriore per coloro che da questo passaggio
risultassero penalizzati. Ma da noi questa soluzione viene rifiutata:
dunque, tutti in Cassa integrazione per anni, blocchi stradali, ferroviari e
persino aeroportuali, liti giudiziarie a non finire.
E non si pensi che sulla trincea del rifiuto stia solo la Fiom-Cgil di
Zipponi: ci sta anche, in qualche misura, l'amministrazione comunale
milanese di centrodestra, che conferisce ai mille operai di Arese l'
«Ambrogino d'oro»; ci stanno i giudici del lavoro che ordinano la riapertura
di uno stabilimento ormai inesistente; ci sta la Curia arcivescovile
ambrosiana, la cui pastorale del lavoro sembra anch'essa dare per scontato
che quegli operai possano essere rioccupati soltanto negli stessi capannoni
dove hanno lavorato per decenni. Come si spiega questo fenomeno, tutto
italiano, di egemonia culturale e politica dell'ala sinistra sindacale,
estesa ben al di là dei confini dello stesso movimento sindacale?
Le sue cause sono molte: prima fra tutte l'incapacità del nostro ceto
politico di rendere credibile nei fatti un'idea più moderna del
funzionamento del mercato del lavoro. Ma un'altra causa, non secondaria, va
cercata nella tensione etica e nella genuina passione politica che animano i
protagonisti delle lotte operaie del tipo di questa e che emergono in modo
vivido dal libro di Zipponi, come dalla stessa figura dell'autore. Tensione
e passione che, nel vuoto di idee-forza alternative in materia di politica
del lavoro, suscitano simpatia e consenso, a sinistra ma talvolta anche in
una destra insofferente delle regole europee, nostalgica di un regime in cui
le magagne della nostra industria potevano essere nascoste dagli aiuti di
Stato.
Il fatto è che alla destra italiana manca una Thatcher capace di affrancarla
dal populismo e dallo statalismo praticati per decenni dalla Dc con l'
appoggio esterno del Pci. E alla sinistra italiana manca un leader capace di
coinvolgere gli Zipponi e i tanti altri appassionati dirigenti della
Fiom-Cgil nella costruzione di un sistema moderno di welfare e di workfare
di tipo nord-europeo, distogliendoli dalle strategie senza futuro nelle
quali essi oggi si stanno perdendo.

Pietro Ichino

Tra i mille reduci di Arese:
flessibilità sì ma a progetto

Zipponi (Fiom): abbiamo accettato la sfida dell'innovazione Formigoni: al
polo del trasporto pulito aderiscono 70 aziende

MILANO - Ad Arese, tra la fine degli anni '60 e i primi anni '70, l'Alfa
Romeo contava su oltre 18 mila dipendenti. Ma quello era il periodo d'oro:
anche Dustin Hoffman nel «Laureato» guidava il Duetto rosso. Nel 1987,
quando il Biscione venne comprato dalla Fiat, i lavoratori erano già scesi a
 13 mila. Oggi ne restano soltanto 2.400, di cui 850 in cassa integrazione
dallo scorso dicembre, momento in cui si ferma la catena di montaggio della
Multipla a metano. Dal prossimo 9 dicembre scadrà la Cig. E per 489 tute blu
non ci saranno mobilità lunga o altri paracadute. I lavoratori dell'Alfa
sono in cerca di un futuro. Ma quale? Pietro Ichino sostiene che non bisogna
ostinarsi a difendere l'esistente. Si tratterebbe di una scelta anti-europea
(in questo caso il modello è il Nord-Europa). Bisognerebbe inoltre
avvicinarsi a «un'idea più moderna del funzionamento del mercato del lavoro»
(vedi l'analisi sul Corriere di ieri). Sulla «trincea» di coloro che
vorrebbero conservare a tutti i costi l'Alfa di Arese, senza fare i conti
con la dura realtà di un'azienda in perdita, secondo Ichino non ci sarebbe
solo il sindacato. La Fiom avrebbe al suo fianco anche l'amministrazione
comunale di Milano, la Curia e i giudici che hanno ordinato all'azienda di
riavviare lo stabilimento.
Gli interessati, però, non ci stanno. «Ma quale conservatorismo! - protesta
Maurizio Zipponi, segretario generale della Fiom di Milano -. Proprio sul
caso Alfa il sindacato ha abbandonato le "certezze" del passato per
accettare la sfida di un progetto innovativo». Zipponi spiega così l'impegno
del sindacato per la riconversione dell'area: «I lavoratori dell'Alfa
possono vantare capacità che non si trovano ovunque. Competenze che offrono
un'opportunità rara per dar vita a un polo della mobilità sostenibile».
In effetti lo scorso luglio il sindacato (Fiom, Fim, Uilm, ma anche Slai
Cobas e Cub) ha firmato compatto un accordo con la Regione Lombardia.
Obiettivo: creare nell'area un polo della mobilità sostenibile in cui
utilizzare la forza lavoro ex Fiat. In una prima fase - secondo i piani
della Regione - gran parte delle commesse dovrebbero arrivare dalle
municipalizzate del trasporto pubblico locale lombardo. Sollecitate dalla
stessa Regione a riconvertire il parco automezzi da benzina a metano. Ciò
permetterebbe di offrire opportunità di lavoro concrete nel breve periodo. E
di far decollare per gradi la parte più innovativa del progetto, legata alla
ricerca e alla produzione dell'auto a idrogeno.
«A oggi sono una settantina le aziende interessate a insediarsi nell'area
liberata dalla Fiat, ci sorprende che il professor Ichino non ne sia a
conoscenza - interviene il presidente della Regione Lombardia, Roberto
Formigoni -. Certo, il tentativo è ambizioso. Per la prima volta una Regione
cerca di guidare in modo innovativo lo sviluppo industriale di un'area».
Formigoni non si sente ostaggio del sindacato: «Abbiamo dialogato, e non si
è trattato sempre di un confronto facile. La regia della Regione ha permesso
di raggiungere un'intesa su un progetto condiviso».
Il piano della Lombardia piace anche al sindacato di base. «I lavoratori di
Arese non vogliono assistenza - dice Renzo Canavesi dello Slai Cobas, che
rappresenta il 45 per cento delle tute blu dell'Alfa -. Che senso ha
disgregare a ogni costo il patrimonio di competenze dell'Alfa se si può
rilanciare l'area?». Sulla stessa linea Luigi Dedei, segretario generale
della Fim-Cisl di Milano: «Il professor Ichino affronta il problema Arese
soltanto dal punto di vista del mercato del lavoro. Mentre si può fare un
salto di qualità accettando una sfida di politica industriale».
Il sindacato vola alto, ma sa anche che il polo dell'auto ecologica a cui
sta lavorando la Regione non è pronto ad accogliere i 489 lavoratori che
rischiano il licenziamento a partire dal 9 dicembre prossimo. Ad aver
affrontato la questione fin dall'inizio con la massima concretezza è la
Curia di Milano. Che l'anno scorso ha donato 20 mila euro ai lavoratori dell
'Alfa. «Si è trattato di una provocazione, un modo per sottolineare la
gravità del problema - ricorda don Raffaello Ciccone della pastorale del
lavoro -. Tornando a oggi, la flessibilità può portare facilmente alla
precarietà. Se così va il mondo, che almeno ci siano ammortizzatori sociali.
E il rinnovo della cassa integrazione per un altro anno».
Tra chi ha qualche dubbio sul decollo del polo della mobilità sostenibile c'
è il Comune di Milano. «Sono scettico - prende le distanze l'assessore al
Lavoro, Carlo Magri -. A oggi manca il nome di una grande azienda disposta a
investire nell'area. Ma il professor Ichino non può contestarci il fatto di
aver assegnato l'Ambrogino d'oro proprio ai lavoratori di Arese. L'Alfa per
Milano è un patrimonio storico. Inoltre quelle tute blu hanno perso il posto
per colpa di errori manageriali dell'azienda».
Se il sindacato sul futuro di Arese è «unito», il segretario generale
lombardo della Fit-Cisl (trasporti), Dario Balotta, si schiera al fianco di
Ichino. «Stiamo sbagliando. La difesa dell'esistente ci costringe a
mantenere servizi inefficienti e con tariffe elevate. Liberalizziamo, per
creare sviluppo e lavoro. Questo vale per Arese, come per Alitalia e Fs».
Giuliana Ferraino
Rita Querzé