quando l'impresa fa politica



dal manifesto

     
    
 
    
 

12 Marzo 2002 
  
 

Quando l'impresa fa politica 
Lo sviluppo del capitalismo a partire dalle sue contraddizioni interne,
l'unico fattore che potrebbero porre le basi di un suo superamento.
L'ultimo libro di Gianfranco La Grassa 
AUGUSTO ILLUMINATI 

Fuori della corrente. Decostruzione-ricostruzione di una teoria critica del
capitalismo (Unicopli, pp. 311, 18,00 Euro) raccoglie i saggi più recenti
di Gianfranco La Grassa, preceduti da una prefazione di Costanzo Preve, che
ha il pregio di una precisa esposizione e contestualizzazione dei contenuti
del libro e forse il difetto di un compattamento speculativo degli stessi.
La premessa, dichiarata "indimostrabile", di quest'ultima fase del pensiero
dell'autore, docente di Economia all'Università di Pavia e Venezia, nonché
apprezzato studioso di Marx e collaboratore con Charles Bettelheim, è
l'assunzione, come dato centrale dell'evoluzione sociale, dell'insocievole
socievolezza degli uomini.
Il termine, come già nel suo inventore Kant (che lo deduceva
filosoficamente da Adam Smith), indica la complementarità obbligata di
cooperazione e conflitto, il fatto che le relazioni sono rese possibili dal
raggruppamento in vista del conflitto. In tutte le società si danno quindi
inevitabilmente dominanti e dominati e nel sottosistema economico moderno
ne discende la competizione di imprese, intese come insieme gerarchici (o
simbiosi di agenti politici e imprenditoriali) comprendenti un settore
propriamente di direzione strategica, orientato alla conquista del potere
sociale complessivo, e sottogruppi di direzione tecnica, che operano in
base a criteri di produttività ottimale per fornire i mezzi necessari al
conflitto. La logica delle imprese si avvicina quindi più all'arte della
guerra che al calcolo economico razionale, lasciando in secondo piano la
proprietà (che ha importanza variabile nelle diverse fasi storiche) e
soprattutto la saldatura fra tecnici e lavoratori subordinati,
sopravalutata da Marx in riferimento a un capitalismo ancora
prevalentemente concorrenziale. In tutte le situazioni precapitalistiche la
trasformazione transizionale da una società all'altra poteva essere
stimolata dalla lotta di classe dei dominati ma era determinata
essenzialmente da una frazione delle classi dominanti in lotta con le
altre. Per esempio, non furono i servi della gleba a rovesciare il regime
feudale, ma si affermò invece un ceto borghese cittadino, fino allora
marginale dell'assetto del potere e della produzione.
Fin qui, con qualche difficoltà, potrebbe funzionare ancora il Manifesto
marxiano del 1848. Ma La Grassa estende il giudizio anche alle
contraddizioni interne al modo di produzione capitalistico, negando che la
classe operaia possa svolgere una funzione intermodale, sostituendosi alla
borghesia e attuando il passaggio a un superiore modo di produzione.
Centrale in questa valutazione è la constatazione dei limiti subalterni
della cooperazione e la negazione drastica (e alquanto polemica) della
figura del general intellect.
La classe operaia marxiana era costituita dall'intero lavoratore collettivo
cooperativo, dal direttore tecnico all'ultimo manovale: la dissoluzione di
questo blocco o almeno l'impossibilità che si costituisca come soggettività
alternativa fa cadere anche la trasformazione del modo di produzione come
risultato di una lotta diretta fra dominati e dominanti. Questo non vuol
dire che il capitalismo sia eterno. Come ogni altro modo di produzione si
trasformerà e cadrà, ma in seguito ai contrasti interni della classe
dominante, dando luogo a un nuovo sistema di dominio più avanzato. Le
rivoluzioni dello scorso secolo, sul cui modello potremmo immaginarci
quelle future possibili, si sono aperte in particolari congiunture, come
rottura di un anello debole, soprattutto nel passaggio rapido da situazioni
arretrate a un'impetuosa industrializzazione (Comune di Parigi o lotte
operaie radicali degli anni `60) o nel corso di acuti conflitti
interimperialistici (Rivoluzione d'Ottobre) e di una traumatica
decolonizzazione (rivoluzione cinese).
In questi ultimi casi ristrette avanguardie operaie politicizzate sono
riuscite a trascinare vaste masse popolari ribelli in un progetto
socialista -che peraltro si è risolto in una modernizzazione borghese sui
generis, al momento non ripetibile e comunque non ipotizzabile in paesi
capitalistici avanzati. Inoltre La Grassa contesta l'analisi svolta da
Lenin sull'imperialismo come ultima fase del capitalismo, ritenendone
validi soltanto alcuni elementi, in particolare la definizione delle
contraddizioni interimperialistiche in una fase caratterizzata da una
distribuzione policentrica del potere. L'egemonia unipolare americana in un
sistema rimondializzato ha cancellato questo tipo di conflittualità, che
potrebbe peraltro ripresentarsi in futuro, stante il carattere ricorsivo
(non di stadio irreversibile di sviluppo) delle varie fasi del capitalismo
e dell'imperialismo.
In ogni caso le contraddizioni future, per ora appena disegnate,
dipenderanno dal conflitto interno delle frazioni dominanti (incorporate o
meno a strutture politiche statuali), non dallo scontro frontale fra
dominanti e dominati (che possono però inserirsi nelle crepe e ritentare il
finora fallito assalto al cielo), tanto meno dall'urto fra "Impero e
moltitudine". Questo approccio, fondamentalmente simmetrico rispetto, per
esempio, alle tesi di un libro come Impero di Michael Hardt e Antonio
Negri, vi coincide però paradossalmente nell'archiviazione della teoria del
valore e nel dichiarare (almeno temporaneamente) inusabile la definizione
tradizionale dell'imperialismo e irrilevante la consistenza degli
stati-nazione (Usa esclusi). Lo scarto dall'ortodossia marxiana è ancora
più netto, salvo restando il riconoscimento storico della dottrina e delle
grandi rivoluzioni fatte in suo nome.
Il punto cruciale è la cooperazione e l'emergere del general intellect come
suo attributo rilevante. Si conferma così la centralità, per ogni sviluppo
creativo o superamento o ricollocazione del marxismo, di un tema: la
possibilità del costituirsi oggettivo di una moltitudine e del suo
assurgere a fattore soggettivamente antagonistico - problema non risolto,
per opposti motivi, neanche dalla citata impostazione Hardt-Negri. Viene, a
tal proposito, da pensare che l'inserimento dell'ambiguità costitutiva
della moltitudine plurale in uno schema rigido di antropologia conflittuale
o di dialettica progressiva rischi previsioni fallaci e aporie teoretiche.
L'approccio di La Grassa, il cui approccio, controvertibile e pessimistico,
indica però con onesta chiarezza la crisi interna di un marxismo
conseguente, a iniziale dominanza althusseriana. Dobbiamo ancora rilevare
la lucida critica del keynesismo di ritorno e in genere delle illusioni
"renane" della sinistra riformista e la precisa scansione dei ruoli
imprenditoriali, politici e manageriali, contro ogni riduzionismo
economicistico e l'assunzione acritica di ipotesi ultracentralistiche sulla
struttura del capitale. Un orientamento troppo spesso più rimosso che
criticato, mentre invece il testo merita attenzione e dibattito.