[Ecologia] Emissioni di CO2 e sistema Ets: Il governo italiano contro il principio "chi inquina paga" per far sopravvivere l'ILVA
- Subject: [Ecologia] Emissioni di CO2 e sistema Ets: Il governo italiano contro il principio "chi inquina paga" per far sopravvivere l'ILVA
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- Date: Thu, 19 Mar 2026 21:24:46 +0100
Oggi è iniziato il Consiglio europeo che tratta la questione del principio "chi inquina paga" incarnato dal sistema Ets relativo alle emissioni di CO2. L'Europa si trova divisa in due blocchi contrapposti. Da un lato l’Italia e i “falchi” dell’industria, che chiedono di congelare il sistema Ets; dall’altro un gruppo di Paesi determinati a difendere quello che considerano il cuore del Green Deal.
La posta in gioco è l’Ets, il sistema di scambio delle quote di emissione. Un meccanismo complesso ma dal cuore semplice: funziona come un mercato dove chi inquina deve comprare un “biglietto” per farlo. In teoria, più il biglietto è caro, più le aziende sono spinte a investire nel pulito. Il governo italiano ha interesse a non pagare il biglietto perché ha sul groppone le emissioni imponenti dell'ILVA, una delle principali fonti di CO2.
Il fronte del “congelamento”
Almeno undici governi, con l’Italia in prima fila, frenano sull'Ets. L’idea, sostenuta dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, è di sospendere l’Ets. Non si tratta solo di Roma. Grecia, Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e altri Paesi dell’Est europeo condividono la stessa strategia.
Il fronte della “coerenza”
Sull’altro fronte, Danimarca, Svezia, Spagna, Paesi Bassi e altri cinque Paesi hanno risposto con un documento secco: l’Ets è “il pilastro della politica climatica dell’Ue” e non si tocca. La loro argomentazione è duplice.
Primo: toccare l’Ets ora significherebbe tradire la fiducia di chi ha già investito miliardi per decarbonizzare. Perché un’azienda dovrebbe continuare a investire nel verde se poi lo Stato interviene per premiare chi è rimasto indietro?
Secondo, ed è forse il punto più delicato, c’è una questione di credibilità geopolitica. Dal 1° gennaio 2026 entrerà in vigore il Cbam, il dazio climatico alle frontiere. In pratica, l’Europa chiederà a chi importa acciaio da Cina o cemento da Turchia di pagare la differenza sul prezzo del carbonio, per evitare che prodotti più inquinanti entrino nel mercato Ue senza costi. Ma come si fa a chiedere a Pechino di pagare se, nel frattempo, a Bruxelles si smette di far pagare le nostre acciaierie? La coerenza tra ciò che chiediamo dentro e ciò che chiediamo fuori è diventata una bandiera politica.
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