Rifondazione su biotecnologie



-----Messaggio originale-----
Da: Davide Bertok <bert.hawk at tiscalinet.it>
A: pck-free at peacelink.it <pck-free at peacelink.it>
Data: giovedì 16 dicembre 1999 20.54


>Cari amici,
>vi mando, per conoscenza, le posizioni di Rifondazione Comunista
>(Commissione Agraria Nazionale, resp. Vincenzo Aita) su biotecnologie,
>agricoltura, lavoro agricolo, consumatori e ambiente. Su questi temi stiamo
>organizzando un Convegno europeo per il 28 gennaio del 2000, a Roma, cui
>inviteremo tutti coloro che su questi temi lavorano per costruire un
>approccio alternativo.
>Manderò alla lista ulteriori dettagli in merito quanto prima. Intanto, la
>base di discussione per l’iniziativa.
>Grazie a tutti
>Sara Fornabaio
>
>PS
>Per ogni ulteriore informazione su questi temi, potete contattare
>direttamente il responsabile agricoltura,, Vincenzo Aita (tel. 06
44182271).
>
>
>PER LA DIFESA DELL'AGRICOLTURA, DELL'AMBIENTE E DEI CONSUMATORI
>
>Premessa
>Questo documento si inserisce nel dibattito in corso nella sinistra sociale
>(movimenti ambientalisti, sindacali, consumeristici, sociali) in merito al
>modello agroalimentare dominante, dibattito che ha trovato sbocchi
operativi
>nel movimento di opposizione alle colture transgeniche in Italia e al
>
>fenomeno «mucca pazza» e al modello globalizzante Mc Donald’s (negli altri
>Paesi europei).
>L’obiettivo comune, per quanto variamente perseguito, è quello di una
>sanità, salubrità e sicurezza alimentare oggi poco o male garantita.
>
>L’analisi relativa al settore agricolo, sviluppata dai diversi soggetti,
>anch’essa frammentaria e parziale, ha comunque alcuni elementi comuni nel
>tentare di privilegiare, contro l’agricoltura industriale dominante,
>un’agricoltura non intensiva che sappia valorizzare sia la risorsa
>ambientale che il lavoro umano.
>Alla vigilia di un accordo sul commercio mondiale che sembra chiudere
>definitivamente molte possibilità di manovra e prefigurare un indirizzo
>fortemente liberista per le società di tutto il pianeta, è necessario
>perseguire l’unificazione degli obiettivi e l’apertura di un dibattito che
>renda meno parziali le analisi sino ad ora svolte.
>L’iniziativa lanciata dall’associazione Michele Mancino il 28 ottobre
presso
>l’ex albergo Bologna per la valorizzazione dell’agricoltura e dell’
ambiente,
>in opposizione alle linee del cosiddetto pensiero unico che desidera solo
>uniformità e privatizzazione del patrimonio agro-genetico degli esseri
>viventi, si pone questo obiettivo, cercando di perseguire il traguardo più
>ambizioso del superamento del solo punto di vista ambientale, per
affrontare
>i temi più vasti della difesa della salute dei consumatori, della
>finalizzazione della ricerca, della tutela delle risorse e dei lavoratori
>della filiera agro-alimentare, un mondo oggi schiacciato tra liberismo e
>protezionismo selvaggi.
>Per questo vogliamo proporre, accanto ad alcuni elementi di analisi, degli
>obiettivi possibili, al fine di canalizzare la discussione e trasformarla
in
>momento di maturazione delle coscienze ed organizzazione delle masse.
>
>
>La nuova dimensione agricola: il prodotto alimentare per il mercato
>
>Il prodotto agricolo, che finisce quotidianamente sulle nostre tavole, sia
>esso fresco o trasformato, sembra sempre più inerte, amorfo, uniforme,
senza
>origine. Il suo contenuto di cultura, di lavoro umano, di tradizione, di
>storia viene sempre più rimosso a vantaggio di una immagine di eterno
>presente, di sempre «nuovo», ben rappresentata dall’odore acuto di
>
>detergenti e dal biancore delle luci al neon caratteristici di un
>supermercato (o ancora di più in un hard-discount!) o di una hamburgeria
>all’americana.
>Vi è una opposizione a questa realtà che però, in assenza di memoria
>storica, tende anch’essa a ricostruire una identità alternativa al modello
>proposto, raccattando gli scampoli di culture «altre» e rimescolandoli in
>modelli «naturistici» e «salutistici». In effetti essi sono il rovescio
>della medaglia del modello alimentare dominante, poiché ne condividono
>diversi elementi essenziali (la costruzione individuale del proprio spazio,
>la separatezza tra mondo naturale e mondo umano, la contrapposizione tra
>istinto e ragione), pur rifiutando alcuni strumenti (l’uso di sistemi
>tecnologici come macchine, concimi, minerali, ecc.) del modello dominante.
>Anche questa risposta, come quella tecnologica industriale, opera un salto
e
>scavalca la realtà e le contraddizioni di milioni di contadini, dei paesi
>poveri come di quelli ricchi, proponendo un consumo alimentare che
prescinde
>dal tempo, dal luogo di produzione e soprattutto da chi materialmente
>produce.
>Noi ci opponiamo a questa dimensione di mistificazione della realtà: un
>prodotto agricolo che consumiamo come alimento per noi è il prodotto di
>cultura, di tradizione e di innovazione che hanno visto come protagoniste
le
>società ed i coltivatori in particolare di luoghi specifici: insomma,
>l’alimentazione non è un fatto esclusivamente biologico!
>
>
>Il rapporto tra produzione e consumo
>
>La dimensione socio-economica della produzione alimentare, la cui
conoscenza
>è un patrimonio consolidato della sinistra, viene ricollegata con
difficoltà
>a quella sino ad ora messa in evidenza; eppure in una società in cui i
>contadini sono diventati una minoranza (come avviene nei paesi industriali)
>o rappresentano una maggioranza numerica (come nei paesi poveri)
schiacciata
>dalla cultura metropolitana occidentale, questo nesso diventa fondamentale
>per operare strategie di rottura del pensiero unico e della sua egemonia.
>Bisogna inoltre rivendicare il diritto ad una sana alimentazione per tutti
>non solo per motivi etici e politici ma anche perché i costi economici di
>una cattiva alimentazione sono stati stimati come fortemente onerosi nei
>paesi occidentali; ciò sia dal punto di vista dell’induzione a una qualità
>della vita scadente sia dal punto di vista dei costi sanitari apportati.
>Ci opponiamo inoltre alla logica di classe che divide i consumatori in tre
>fasce: a) quella dei paria che frequentano hamburgerie e hard discount; b)
>quella dei consumatori «normali» che frequentano i circuiti di
distribuzione
>e di ristorazione ordinaria; c) quella dei consumatori d’élite buoni
>conoscitori di prodotti qualificati e di nicchia. Pertanto, a tutti deve
>essere garantita un’educazione alimentare per aumentare la capacità di
>scelta; a tutti devono essere garantiti prodotti che siano e salubri e
>«responsabilizzati» dall’assenza di lavoro sottopagato senza il vincolo del
>rispetto delle clausole ambientali e sociali.
>E’ necessario, infine, premiare le produzioni che, abbinando tecnologie a
>misura d’uomo e alta intensità di lavoro, non espellano massivamente i
>lavoratori agricoli e consentano la produzione di prodotti agro- alimentari
>caratterizzati da vero valore aggiunto di qualità e coesione sociale.
>
>
>Il rapporto tra produzione e ricerca
>
>Siamo pure consapevoli del fatto che la scarsità di risorse alimentari in
>alcune aree del mondo non è la conseguenza della mancanza di nuove varietà
>di sementi più produttive, ma è piuttosto la conseguenza di scelte
>economico-distributive neocapitalistiche su scala mondiale. Tali scelte
>coinvolgono direttamente la ricerca scientifica, sempre più dipendente da
>obiettivi e mezzi collegati a pochi centri di interesse; dire questo non
>significa demonizzare la ricerca scientifica, ma significa semplicemente
>rifiutare di trasporre questioni di scelta economica dietro il paravento
>della questione scientifica.
>Chi oggi a parole esalta dogmaticamente la libertà di ricerca attuale,
>paradossalmente si schiera a favore di un oligopolio sotto il diretto
>controllo di alcune multinazionali.
>Noi siamo per lo sviluppo e la promozione della libera indagine scientifica
>e per questo ne chiediamo il finanziamento pubblico, attraverso forme
>trasparenti, svincolate da interessi privati o individuali e controllabili
>da parte di tutti. D’altro canto così come le lobbies hanno la pesante
>capacità di orientare e di condizionare, anche il finanziamento pubblico
>della ricerca deve individuare indirizzi e limiti per dare luogo a precisi
>indicazioni di difesa dell’interesse generale, che non possono essere
curati
>per definizione dal privato. Una ricerca pubblica rafforzata può
contribuire
>all’indipendenza di giudizio nel controllo pubblico sulle attività delle
>multinazionali.
>
>
>Il rapporto produzione ambiente
>
>Dal punto di vista ambientalista le nuove responsabilità affidate
>all’agricoltura dovrebbero stimolare a nuove riflessioni sul ruolo che
>dovrebbe giocare l’agricoltura stessa, innanzitutto da parte degli stessi
>contadini.
>Eppure nel nostro paese l’iniziativa sembra segnare il passo. Facendo un
>paragone con quanto avvenne in Italia, per il movimento antinucleare, in
>grado allora di stimolare tutte le classi ad una nuova consapevolezza, il
>panorama risulta abbastanza sconfortante.
>Chernobyl era lontana migliaia di chilometri, sembrava addirittura ancora
>più distante per via della divisione in blocchi, eppure fummo in grado di
>farla diventare parte della nostra coscienza; il caso della mucca pazza e
>dei residui di diossina nei polli sono invece fatti avventi qui, nella
>Unione Europea che da 40 anni regola la politica agricola con un sistema
>legislativo unificato tra i diversi paesi, trattano di prodotti che fanno
>parte della nostra vita quotidiana, ma non sono stati in grado di smuovere
>quelle stesse coscienze. Tutto ciò è potuto avvenire poiché, accanto a
>problemi politico organizzativi, esiste un problema sovrastrutturale di
>enorme peso.
>La perdita di capacità di riferimento e di mobilitazione sull’argomento fa
>sì che la paura che attanaglia l’opinione pubblica, non foss’altro che per
>i timori per l’alimentazione dei bambini, si interiorizzi e si parcellizzi
>come angoscia, come fuga verso l’irrazionale e la new age; non si trovano
>momenti di rivendicazione collettiva, anzi si creano i presupposti per una
>frequentazione vieppiù imperante delle hamburgeerie, nella convinzione che
>tanto non ci sia niente da fare.
>
>
>I nuovi campi d’intervento
>
>Queste contraddizioni vanno superate a partire dai nuovi campi d’intervento
>creati attorno alla produzione di «alimenti per il mercato». Un alimento
>prodotto in modo industriale per popolazioni che non hanno più idea di cosa
>significhi coltivare la terra e non sono in grado di ricostruirne l’iter
>produttivo, necessita di un complesso sistema di «segnali» che lo renda
>visibile ed accettabile a chi dovrà consumarlo. Si tratta di sistemi di
>
>controllo, di marketing, di promozione e distribuzione creati a tale scopo
>ed in grado di organizzare il controllo del settore a vantaggio di chi oggi
>ne trae profitto.
>Riuscire a comprendere i meccanismi e la logica di questo sistema
>
>permetterebbe di rompere il fronte, soprattutto d’immagine, che rende quasi
>inossidabili i grandi marchi; si avvierebbe così la ricomposizione del
>
>fronte opposto, molto eterogeneo, di quanti hanno interesse (e spesso non
ne
>sono neanche consapevoli) a contrastare l’attuale dominio in campo
>agroalimentare. Per farlo bisogna entrare nel concetto di «qualità» e
>coniugare all’esigenza di qualità igienico sanitaria e/o merceologica dei
>prodotti, la consapevolezza di un consumo critico che si interessi
>dell’origine, della cultura, dell’esistenza di clausole sociali ed
>ambientali nella produzione degli alimenti quotidianamente consumati. Tutto
>ciò va fatto a prescindere dal valore che l’alimento ha sul mercato,
>altrimenti si corre il rischio di dividere in due fasce il consumo: da un
>lato i prodotti di pregio, garantiti, dall’altro il cibo a basso costo
>(tipico della distribuzione a prezzi superscontati), avvalorando quanto
oggi
>già avviene.
>Anche in questo caso vi sono possibili vicoli ciechi su cui ci si deve
>
>evitare di incamminare. La esasperata lotta ai microrganismi o la pretesa
>sicurezza di igienicità al 100% sono conseguenza di una visione che vede
non
>la complessità della natura, ma la sua contrapposizione a quanto prodotto
>dal progresso dell’uomo. Si tratta di una visione del mondo ipercartesiana
>che ha motivato e favorito in agricoltura gli scempi da uso forsennato di
>concimi e pesticidi, e che oggi rischia di aggravare irreparabilmente
quanto
>già fatto, attraverso il tentativo di manipolazione del vivente.
>
>
>Il nuovo terreno di scontro
>
>Battaglie di questo livello non possono essere messe in atto senza
>
>individuare il terreno idoneo che in campo agricolo si colloca da tempo a
>livello europeo. Sul mercato unico si incrociano interessi di classe, di
cui
>sono portatori - grosso modo - i diversi soggetti presenti in campo
>economico e politico, ed interessi di area che fanno capo - ma in modo
>sempre più contraddittorio - ai diversi orientamenti politici dei singoli
>paesi dell’Unione. La PAC (politica agricola comune) rappresenta il punto
di
>mediazione tra le diverse forze, e si è dimostrato sino ad ora saldamente
>orientato a favore dei grandi gruppi agroindustriali e dei loro più stretti
>alleati, i medio-grandi proprietari coltivatori di prodotti di base,
>favoriti specie se collocati nei paesi centrosettentrionali della UE.
>Lo scontro sarà reso più acuto dalla apertura del confronto a Seattle sulle
>nuove regole del commercio mondiale dopo il 2000; l’opposizione che si
dovrà
>produrre ai disegni del WTO cercherà di organizzarsi in tale sede.
>Su questo terreno, piuttosto lontano dalla coscienza sino ad ora maturata
>nel conflitto di classe, occorre orientare il confronto, facendo in modo di
>trovare obiettivi unificanti a livello europeo (all’interno della UE, ma
non
>solo, visto la stretta collaborazione con i paesi dell’area centrorientale
e
>del bacino del mediterraneo). Solo così si è in grado di far crescere il
>movimento anche in situazioni piuttosto arretrate, come quella attuale
>dell’Italia. Altrimenti le battaglie di questi mesi, come quella che ha
>
>portato alla rinuncia di Monsanto ai semi «terminator» o quelle che hanno
>spinto alla rinuncia a perseguire colossali progetti industrialfinanziari
da
>parte di alcune multinazionali agro-biotecnologiche, diventeranno solo una
>vittoria (peraltro parziale e molto temporanea) degli ambientalisti
francesi
>o inglesi rispetto alle quali noi assisteremo come pubblico che fa il tifo.
>Il risultato dell’azione, o del non intervento, non saranno indifferenti
>rispetto alla ridefinizione del ruolo dell’Italia all’interno dello
>scacchiere comunitario. Per questo il coinvolgimento dei parlamentari,
degli
>opinion leader impegnati, e degli amministratori locali deve essere
>notevole: contro il verbo del pensiero unico agroalimentare servono azioni
>concrete in grado di rendere visibile il dissenso (delibere di non utilizzo
>del transgenico da parte di comuni, province e regioni, mense di scuole
>aperte al biologico, campagne di vera informazione ai consumatori) e
>prefigurare una alternativa fattibile.
>
>
>
>
>Linee di comportamento
>
>1) Modifica degli interventi comunitari
>Se il nuovo terreno di scontro si colloca in Europa, la controparte
>principale da individuare è quella delle istituzioni europee, in specifico
>la Commissione, responsabile attraverso la applicazione della PAC degli
>orientamenti in campo agricolo; si tratta di imporre un diverso
orientamento
>che veda vincolati gli interventi di sostegno non solo alle dimensioni, ma
>anche alla quantità di lavoro ed alla qualità delle produzioni . Oggi
questa
>modulazione, diversa da quella del passato, viene proposta come variante
>«nazionale» del sostegno, cioè viene considerata facoltativa e lasciata
alla
>volontà dei diversi governi dei paesi dell’Unione. Cercare di portare al
>centro dell’attenzione il dibattito su questo tema, significa innanzitutto
>unire tutti quei movimenti che in Europa si battono per una diversa
politica
>agricola, sviluppando la discussione e facendo maturare le contraddizioni
>esistenti nelle tradizionali organizzazioni agricole, soprattutto quelle
>italiane, che sino ad ora hanno rifiutato una vera discussione sulla
riforma
>della PAC e sulle sue conseguenze.
>
>2) No alla coltivazione delle varietà transgeniche
>E’ importante sottolineare comunque la nostra opposizione alla coltivazione
>di massa delle sementi transgeniche proprio per i motivi finora
evidenziati:
>in primo luogo per il surplus della produzione agricola UE e ,poi, per
>l’impoverimento della biodiversità e del lavoro umano.
>Perché insomma correre dei rischi, anche se potenziali (il rischio
>potenziale non ben quantificato di impatto pesante sull’ambiente cozza come
>un macigno con l’impostazione dell’art. 130R del Trattato di Maastricht),
>quando c’è sovente per moltissime varietà una superproduzione
>agro-alimentare?
>
>3) No ai finanziamenti pubblici sulla produzione in agricoltura del
>transgenico
>In ogni caso, bisogna dispiegare il massimo delle energie ai livelli di
>movimenti, delle formazioni politiche nazionali e dell’U.E., affinché, di
>massima, non siano resi disponibili finanziamenti ed agevolazioni per
>l’agricoltura che impieghi varietà transgeniche. Dovranno essere ugualmente
>ostacolate misure di sostegno ai prodotti trasformati che non siano
>
>transgenic free (TF), cioè fatti da materiale di origine non transgenica..
>a) E’ quanto mai opportuno introdurre nelle leggi regionali sull’
agriturismo
>il vincolo che lega la possibilità di tale attività all’impegno di non
>coltivare e non usare prodotti transgenici.
>b) Deve essere creato un organismo di controllo per evitare le frodi che
>responsabilizzino i produttori ed i loro rappresentanti contro eventuali
>disposizioni U.E. al riguardo, altrimenti si corre il rischio di ripetere
>quanto accaduto con le quote latte e dei contributi per l’olio di oliva.
>c) In ogni caso occorre battersi affinché sia elaborato in agricoltura il
>principio di tassare le produzioni inquinanti in uso ed utilizzare i fondi
>per lo sviluppo del biologico.
>
>4) Ricerca
>La ricerca va aiutata : è necessario fissare dei budget consistenti e
>
>crescenti di anno in anno nel finanziamento pubblico della ricerca (CNR,
>ISS, Università, ENEA, ISTAT, ISAE, ecc.) in materia di :
>a) tutela e conservazione della biodiversità : scambio di ricercatori con
>altri paesi, borse di studio, messa a punto di metodi di preservazione ;
>b) studi sulle tendenze dei modelli di consumo alimentari italiani ed
>
>occidentali che creano domanda di agricoltura intensiva ; studio di modelli
>di superamento dei comportamenti attuali di consumo, orientandoli verso la
>stagionalità dei consumi; studi sui costi dell’impatto del transgenico;
>studi sui costi sociali della carente salubrità dell’alimentazione;
>c) studi sulla tossicità a lungo termine del consumo di alimenti
transgenici
>fatti d’intesa tra consumatori e produttori ;
>d) messa a punto di metodi affidabili della rilevazione di presenza di
>
>transgenico in alimenti TF;
>e) studio dell’eventuale applicazione dell’ingegneria genetica verso
>«problemi orfani» ed economicamente senza ritorno di profitto, quali la
>selezione di piante, possibilmente commestibili, per contribuire ad
arginare
>la desertificazione e migliorare la produttività dei terreni marginali.
>f) accresciuto impegno e sostegno per la ricerca pubblica come sistema
>«calmieratore» economico dei costi e come «calmieratore» etico ed
ambientale
>per innalzare la qualità delle sementi impiegate commercialmente ed in
>genere della produzione agro-alimentare.
>
>
>Una tassa di scopo sull’impiego, o comunque su una qualche fase del ciclo,
>delle agrobiotecnologie potrebbe alimentare un fondo per studiare la
>biodiversità o problemi privi di rentability per l’industria di settore.
>In considerazione del vorticoso ciclone, tutt’altro che trasparente, di
>interazione tra industria e università, caratteristica dell’evoluzione
delle
>biotecnologie nell’ultimo quindicennio, una questione da affrontare con
>coraggio è costituita dallo studio di misure d’inibizione al finanziamento
>diretto o indiretto di ricerche e rimborsi spese nei centri pubblici di
>ricerca da parte delle multinazionali e delle imprese agrobiotecnologiche.
I
>finanziamenti privati dovrebbero essere gestibili solo come «fund pooling»
>ed assegnati da un comitato nazionale, dove siano presenti rappresentanti
>delle ONG ambientaliste (si osservi, incidentalmente, che questo modello
>dovrebbe essere trasfuso anche in altre istituzioni pubbliche di ricerca e
>controllo laddove il taglio alle spese di ricerca attuato scelleratamente
di
>legge finanziaria in legge finanziaria fa sì che solo i centri più «vicini»
>a sponsor privati possono godere di consistenti grant per borse di studio,
>viaggi di aggiornamento, acquisto di strumenti ..... salvo poi il
>verificarsi di misure di moral suasion dei controllati verso i controllori
>pubblici).
>
>4) Etichettatura
>Oltre alla promozione della ricerca per metodi affidabili che consentano di
>scendere sotto la soglia dell’1% di transgenico rilevabile negli alimenti
>TF, bisogna insistere sull’importanza dell’etichettatura.
>Già oggi una misura assai importante consisterebbe nell’obbligare, di
>massima, chi produce alimenti etichettati TF a che pure la materia usata
per
>i prodotti semi e trasformati debba essere TF, attuandosi così un circuito
>virtuoso nella filiera agroalimentare e non consentendo miscelazioni di
>prodotto, come sappiamo che presumibilmente avvenne per anni nel caso del
>grano radioattivo ucraino.
>
>
>5) Brevettazione del genoma vivente
>Deve continuare l’opposizione alla brevettabilità del genoma vivente :
>quanto è accaduto in Islanda con la privatizzazione del genoma dell’intera
>popolazione da parte del governo locale è qualcosa che non deve
>assolutamente più avvenire anche sotto forma di sotterfugi giuridicamente
>esperibili.
>Bisogna inoltre «rafforzare» il ricorso italiano, olandese e francese alla
>Corte europea contro la direttiva U.E. sulla brevettazione biotecnologica.
>Il principio di precauzione in campo ambientale, presente nell’articolo
130R
>del Trattato di Maastricht, come ricordato ormai non solo dai giuristi più
>sensibili, deve diventare il motore di tutte le prossime iniziative in
campo
>legislativo-ambientale.
>
>
>6) Un solo organismo nazionale
>Ad oggi in materia di autorizzazione all’impiego e alla sperimentazione si
>piante transgeniche esistono competenze diverse in capo al Ministero
>dell’Industria, al Ministero della Sanità, al Mi .P.A.F., talvolta con
>orientamenti assai dissimili. E’ in nuce la costituzione di una S.p.A.
>pubblica per la tutela della biodiversità ed esistono vari organismi
>consultivi sul biotecnologico.
>Sarebbe opportuna una unificazione di competenze, sia pure organizzata per
>dipartimenti, sotto l’egida di una responsabilità politica elevata (giacché
>le scelte sui modelli di sviluppo tecnologico ed economico sono di
>pertinenza della decisione politica non certo degli uomini di scienza !),
>quale, ad esempio, la Presidenza del Consiglio.


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                      Giuseppe Ricciardi
                      Capo d'Orlando (ME)
                      Email Internet velarossa at tiscalinet.it
                                                     (Nickname: cau)