[Disarmo] Ucraina e Italia, 20 anni di «professionalità» in tutte le guerre, bastano



Gregorio Piccin


Crisi ucraina. La ministra della difesa Pinotti, pervasa dal neopensiero, propone candidamente l’Italia come portabandiera del peacekeeping

Se la guerra cor­ri­sponde alla pace, la neu­tra­lità non può che essere «di parte». Così il mini­stro della difesa Pinotti, per­vasa dal neo­pen­siero, pro­pone can­di­da­mente l’Italia come por­ta­ban­diera del pea­ce­kee­ping in un con­flitto, quello ucraino, pro­vo­cato pro­prio dalla Nato di cui l’Italia stessa è mem­bro fer­vente. Chi man­de­rebbe un incen­dia­rio a spe­gnere un incendio?

La mini­stra sem­bra non con­si­de­rare mini­ma­mente il fatto che dopo il 1989 l’Italia è diven­tata un paese bel­li­ge­rante e pesan­te­mente schie­rato, senza se e senza ma. Que­sta bel­li­ge­ranza si fonda su sei punti di forza: il per­si­stente cieco atlan­ti­smo; la ces­sione di sovra­nità a favore delle esi­genze mili­tari e stra­te­gi­che Usa; la crea­zione di un eser­cito pro­fes­sio­nale da offrire come corpo di spe­di­zione per le peg­giori avven­ture; il ricorso ai mer­ce­nari o con­trac­tors che dir si voglia; la volontà di con­ver­tire Fin­mec­ca­nica alla sola pro­du­zione mili­tare; le «porte scor­re­voli» attra­verso le quali sem­pre più alti uffi­ciali pas­sano dai comandi ai con­si­gli di ammi­ni­stra­zione. Il «che fare» di un paci­fi­smo con­se­guente ed inci­sivo non può pre­scin­dere da una let­tura chiara ed orga­nica di que­sti aspetti: pur­troppo mi sem­bra che la linea espressa all’iniziativa dell’Arena di Verona mostri taluni limiti ana­li­tici e di pro­po­sta non­ché una ecces­siva fidu­cia nel libro bianco che la stessa Pinotti si appre­sta a varare. Il tema della ridu­zione delle spese mili­tari (F35 com­preso), se si risolve in se stesso, può per­sino tra­sfor­marsi in uno stru­mento utile a ren­dere più soste­ni­bile la guerra nel qua­dro di un grande corpo di spe­di­zione euro­peo al traino degli inte­ressi sta­tu­ni­tensi o del big busin­nes neo­co­lo­niale (v. il ruolo della Fran­cia in Africa).

Le nostre forze armate sono state rior­ga­niz­zate sul modello anglo-americano ed il reclu­ta­mento della truppa volon­ta­ria ha attinto dalla disoc­cu­pa­zione, tra le classi sociali più disa­giate e non a caso prin­ci­pal­mente nel mez­zo­giorno. Da un punto di vista demo­cra­tico e costi­tu­zio­nale ed in tempi di caval­cante auto­ri­ta­ri­smo isti­tu­zio­nale, que­sta dina­mica con­creta è som­ma­mente peri­co­losa; anche per­ché si è deciso di tra­sfor­mare la truppa in un corpo sociale sostan­zial­mente sepa­rato all’interno dell’organizzazione mili­tare dello stato.

Il nuovo eser­cito pro­fes­sio­nale è stato con­ce­pito per for­nire la cor­nice giu­ri­dica ade­guata alla neces­sità di essere inte­grato nel sistema ope­ra­tivo Nato ed essere pro­iet­tato ovun­que nel mondo in un nuovo con­te­sto ope­ra­tivo mul­ti­na­zio­nale inter­forze. L’esercito pro­fes­sio­nale trae il suo stesso senso d’esistere dall’essere impie­gato come corpo di spe­di­zione e occu­pa­zione con la mis­sione di pre­si­diare (e com­bat­tere in) ter­ri­tori situati al di fuori dei con­fini nazio­nali; da qui la neces­sità di una ferma volon­ta­ria di almeno quat­tro anni.

Non è più suf­fi­ciente pro­porre ridu­zioni di spesa — dove­rose — senza vin­co­larle alla pro­po­sta di una nuova e diversa forma di eser­cito. Non con­si­de­rare la que­stione «per­ché gli eser­citi andreb­bero abo­liti» è un grosso errore. Il modo in cui que­sti — ormai tutt’altro che abo­liti — sono orga­niz­zati non è mai neu­tro e buono per ogni cosa. Ad ogni tipo di orga­niz­za­zione cor­ri­sponde un pecu­liare uso e l’uso (strut­tu­ral­mente costo­sis­simo) dell’esercito pro­fes­sio­nale non è di tipo difensivo/territoriale ma offen­sivo da spe­di­zione (con o senza F35, con o senza paral­leli «dipar­ti­menti di difesa civile» e ser­vizi civili obbligatori).

Per una poli­tica di «ridu­zione del danno» e per disin­ne­scare con­cre­ta­mente le nostre respon­sa­bi­lità di guerra sarebbe ragio­ne­vole stu­diare e pro­muo­vere la for­ma­zione di un nuovo eser­cito costi­tu­zio­nale, di leva ma «civile», e con l’opzione dell’obiezione di coscienza, aperto a donne e uomini e che sia orga­niz­zato per inte­grare subito impor­tanti fun­zioni logi­sti­che e di sup­porto alla Pro­te­zione civile e per que­sto strut­tu­ral­mente inser­vi­bile alla Nato.

Andrebbe stu­diato un nuovo con­cetto di difesa territoriale/ambientale, anche in ambito euro­peo, che metta le forze armate nelle con­di­zioni di gestire diret­ta­mente sia aspetti di manu­ten­zione e messa in sicu­rezza, sia soprat­tutto le ricor­renti e deva­stanti fasi d’emergenza (incendi, allu­vioni, ter­re­moti, dis­se­sto idro­geo­lo­gico) ossia le vere minacce alla sicu­rezza dei cit­ta­dini. Den­tro que­ste nuove siner­gie sarebbe anche pos­si­bile ripen­sare le stra­te­gie indu­striali di Finmeccanica.