Guerra globale e tecnologia



Guerra globale e tecnologia
Ecco cosa ci riserba il futuro

Nel 2007, il budget destinato al Pentagono in America supererà gli investimenti nel settore militare di tutti gli altri paesi del mondo messi insieme. In cifre tonde, stando alla Quadrennial Defense Review (Qdr), il rapporto quadriennale del Dipartimento della Difesa statunitense pubblicato a febbraio, l’America l’anno prossimo investirà nel comparto militare oltre 440 miliardi di dollari, più altri 120 per le operazioni in Iraq e Afghanistan. Un’idea rassicurante, se solo il piano quadriennale del Pentagono relativo all’allineamento delle sue priorità strategiche e della sua struttura con il budget previsto consentisse una lettura meno schizofrenica di quella che invece attualmente impone.

Da una parte infatti, come lucidamente spiega lo stesso Qdr, le minacce che le forze armate statunitensi si trovano ad affrontare oggi sono assolutamente asimmetriche: attacchi catastrofici sferrati da gruppi di piccole dimensioni, insurrezioni da parte di nemici dei propri alleati e così via. Tutto ciò suggerisce la necessità di una "trasformazione" del settore militare americano, un distacco dal modello dell’era industriale basato su sistemi di armamenti a "macropiattaforma" come i bombardieri o i reggimenti di carri armati, che in occasione della Guerra del Golfo (nel 1991) ci misero mezzo anno solo per convergere sul luogo delle operazioni. Così, la relazione consiglia un nuovo approccio reticolare, agile e scattante, che si avvalga di operazioni speciali e strumentazioni robotiche per attuare più rapidamente la sua risposta al pericolo su scala globale.

Ma allo stesso tempo, il rapporto da 92 pagine chiede anche 84 miliardi di dollari di investimenti da destinare perlopiù alla costruzione di Fighter F-22 ed F-35, di navi da guerra DD(X) e LCS e del CVN-21, il superbombardiere di prossima generazione della Marina, i cui lavori di realizzazione inizieranno appunto nel 2007 e che sarà ancora più grande degli attuali classe Nimitz. Quindi, malgrado un incremento del 15 per cento nel budget destinato alle Forze speciali e a nuovi sistemi tra cui spiccano soprattutto gli aerei senza pilota umano, il Pentagono continua a sposare il gigantismo militare.

Ma cosa accadrebbe se le macropiattaforme in futuro si rivelassero non solo l’arma sbagliata con cui combattere le guerre presenti e future, ma addirittura quella con cui è più probabile uscirne sconfitti? Lo abbiamo chiesto a John Arquilla, intellettuale ideatore e promotore del concetto di "trasformazione" necessaria del comparto militare statunitense, secondo cui l’ipotesi di un’eventualità del genere non è affatto peregrina. Attualmente, Arquilla insegna presso la Naval Postgraduate School di Monterey (California), ed è consulente sia della Rand che del Pentagono. Tra le sue pubblicazioni: Networks and Netwars: The Future of Terror, Crime, and Militancy, In Athena's Camp: Preparing for Conflict in the Information Age e il volume di prossima uscita The Reagan Imprint: Ideas in American Foreign Policy from the Collapse of Communism to the War on Terror.

ACQUA
Tra il 1976 e il 1999 – quando Reagan trascinò l’Urss in una corsa agli armamenti che finì per innescarne il crollo – il budget annuale previsto per il settore americano della difesa era in media di 337 miliardi di dollari. Le uscite effettive erano in media di 316 miliardi di dollari. Gli investimenti attuali in ambito militare sono di gran lunga superiori. A parte il fatto che si tratta di una spesa economicamente proibitiva, perché con la progressiva affermazione delle nuove tecnologie ritiene sia un errore lasciare che il Pentagono mantenga la sua politica della "macropiattaforma"?

Interrogativo interessante: abbiamo speso per condannare i sovietici all’oblio o per condannare noi stessi all’insensatezza? In realtà il vero scopo che Reagan voleva ottenere con tutti quegli investimenti militari era quello di creare una barriera tra guerra tradizionale e guerra nucleare. Ogni anno le esercitazioni Nato si concludevano con la richiesta da parte del Comando americano di fare ricorso ad armi nucleari tattiche, cosa che infastidiva enormemente Reagan. Così alla fine il presidente si risolse a chiedere: "Di cosa avete bisogno per non farlo?". E i militari risposero che avevano bisogno di "decine di milioni di dollari in più ogni anno".

E Reagan replicò: "Perfetto, qualsiasi cosa". Conseguentemente, le forze armate americane si sono presto abituate a far affidamento su una scorta di fondi enorme, che ha loro permesso di rinviare difficili decisioni sulla strategia tecnologica migliore da scegliere. Più in generale, ad oggi il nostro comparto militare spende circa un milione e 250 mila dollari al giorno. La maggior parte di questo denaro viene investita male. Negli ultimi venticinque anni, abbiamo potenziato un’infrastruttura militare obsoleta e una politica che ormai risale all’età industriale con strumentazioni che hanno sempre meno senso, spendendo moltissimo con pochissimo tornaconto.

La giustificazione principale è stata: "Dobbiamo tenere in buono stato il macroarsenale vecchio stile perché un giorno potrebbe capitarci di combattere una grande guerra vecchio stile". Peccato che in futuro più mastodontici si sarà, più sarà facile e rovinoso cadere sotto i colpi di armi sempre più precise. Approntare un grande esercito e addestrarlo a confrontarsi con un grande esercito vecchio stampo significa solo esporre inutilmente a rischi enormi centinaia di migliaia di soldati.

Presto armi intelligenti e di precisione come i missili da crociera diventeranno sempre più economiche e pertanto accessibili a qualsiasi governo od organizzazione che possa permettersele. La guerra delle Falkland, che ha visto contrapposte Inghilterra e Argentina, ha manifestato i primi segnali della vulnerabilità delle macropiattaforme, o no?

Penso di sì. E ci ha insegnato anche un’altra lezione: quanti sottomarini britannici ci vogliono per annientare l’intera flotta argentina? Due. Contemporaneamente, i missili Exocet hanno dimostrato la vulnerabilità delle lente portaerei. Oggi, i cinesi non progettano più portaerei, ma piuttosto mine sottomarine che sanno bene come manovrare, missili supersonici anti-nave – come a dire le Falklands con gli steroidi – e siluri a super cavitazione, che creano davanti al missile una bolla d’aria, tutti strumenti in grado di viaggiare a centinaia di nodi l’ora. I cinesi sostengono una dottrina dichiaratamente "a sciame", che potrebbe essere riassunta come "potenza sul mare ma senza Marina". Nel nuovo antagonismo navale emergente, i nostri potenziali nemici non tentano di emularci. Al contrario: puntano all’innovazione, in maniera sempre più sensata ed efficiente.

A cosa potrebbero assomigliare i conflitti navali del Ventunesimo secolo? Ha affermato in passato che i sottomarini aspettano ancora la loro battaglia dello Jutland (la maggiore battaglia navale della Prima Guerra mondiale, combattuta dalle flotte britannica e tedesca nel 1916, n.d.t.).

La difficoltà maggiore di un eventuale Jutland dei sottomarini consiste nel comando e controllo delle flotte di sommergibili. Ma anche quello è un programma che si sta iniziando a risolvere (per quanto preferisca non addentrarmi in un argomento così delicato). Per quel che riguarda i conflitti navali nel Ventunesimo secolo, mi aspetto che ne cresca la violenza e ne diminuisca la dipendenza da una vera e propria Marina. Un aspetto emerso già 24 anni fa alle Falklands è che le nuove armi intelligenti, con il loro enorme raggio d’azione e la loro alta precisione, consentono di combattere a distanza maggiore, e non più da vicino. Detto ciò, malgrado la Marina americana disponga al momento solo di una flotta di navi che in caso venisse colpita si disintegrerebbe a pelo d’acqua, la logica consolidata continua a imporre di uscire in mare e combattere a portata d’occhio nudo. Il tutto determinato dalla convinzione che l’America in mare non abbia alcun grande rivale degno di tale nome, e che pertanto si debba imparare a combattere da vicino, sempre più da vicino.

La Marina quindi si ostina a giustificare le macropiattaforme?
Senza alcun dubbio. Una logica drammaticamente sbagliata.

ARIA
E per quanto riguarda l’aeronautica, invece? A suo avviso quali sono le sue possibilità di sviluppo? L’aeronautica è il settore delle forze armate per molti versi più avanti. È interessato alle potenzialità del networking, al trasferimento trasversale delle informazioni il più velocemente possibile. E sa bene che alcune tecnologie tradizionali, come ad esempio il B-52, possono continuare a esistere ancora per non si sa quanto via via che subentrano armi più moderne con elevate capacità di elaborazione delle informazioni ed enorme raggio d’azione, che finiranno con il determinare il definitivo superamento delle vecchie piattaforme.

Quindi diciamo che il concetto di partenza è giusto. Ma in tale approccio resta comunque una svista madornale. L’aeronautica punta a sfruttare la tecnologie per legittimare una logica discutibile: quella del bombardamento strategico. Ormai è quasi un secolo che portiamo dietro questa nozione del bombardamento strategico. E in tutto questo tempo, le campagne di questo tipo coronate da successo si possono contare sulle dita di una mano sola. Eppure l’aeronautica continua su questa linea. L’operazione "Shock and Awe" ("Colpisci e terrorizza") – che non ha sortito alcun effetto se non quello di spingere un maggior numero di iracheni tra le file degli insorti – è il discendente diretto dei bombardamenti a tappeto della Seconda Guerra mondiale, delle idee di Curtis LeMay, e della "Rolling Thunder" ("Tuono rotolante") in Vietnam.

A livello strategico, questa pista ha mietuto solo lacrime. Eppure l’aeronautica continua a seguirla. Dal lato tecnologico, invece, stiamo assistendo a una fatale impennata. Tutti i generali con cui ho parlato mi hanno comunicato che "si sta puntando allo spazio". Per l’aeronautica, è quello il campo di battaglia del futuro. Si punta a bombardamenti strategici dallo spazio, con cacciabombardieri capaci di entrare in orbita e da lì di scagliare i propri missili direttamente sul paese target. Si parla addirittura di rapidi spostamenti di piccoli numeri di soldati (un approccio un po’ alla Starship Troopers). Sono tutti abbagliati dalle tecnologie aerospaziali, e sperano trasferendolo al cosmo di legittimare in un qualche modo il bombardamento strategico. In realtà, una corsa agli armamenti nello spazio potrebbe generare solo una catastrofe.

Non crede che la militarizzazione del cosmo sia inevitabile?
Sono assolutamente contrario alla violazione del Trattato sullo Spazio extra-atmosferico del 1967. Ma il comparto militare americano, come una massa di pecoroni, sta procedendo in tutt’altra direzione. A questo in fondo puntano cosmonauti e taikonauti (astronauti russi e cinesi, ndt) vari.

Ma se si vogliono proteggere sistemi di informazione e satellite, non è inevitabile che si finisca per militarizzare anche lo spazio? No. Si possono creare delle difese che non richiedano capacità offensive. Abbiamo un progetto in fase di sviluppo denominato Angels (Autonomous Nanosatellite Guardian for Evaluating Local Space). Si tratta di una flotta di nanosatelliti autonomi. Al momento ci troviamo in un’area delicata, ma il progetto Angels ci consentirà di trasferire i nostri satelliti in posizioni più sicure. Non solo: sono in corso sperimentazioni sulla rapidità di ricostituzione degli assetti spaziali.

TERRA
Passiamo all’esercito. Che voto dà al progetto Future Warrior attualmente in corso di sviluppo al Soldier Systems Center di Fort Natick in Massachusetts e all’Institute for Soldier Nanotechnologies del Mit? Mi infastidisce molto che il progetto Future Warrior sia focalizzato unicamente sull’apporto al singolo soldato di un equipaggiamento tecnologico sufficiente a renderlo invincibile, un po’ come il cavaliere con l’armatura del Medioevo. Sia in questo programma che nel progetto collegato dei veicoli Future Combat Systems vedo un approccio assolutamente sbagliato. Il Future Combat System finora non è stato ancora visto come un effettivo sistema di interconnessione. Anzi, in realtà progetti del genere servono solo a gettare ombra sulla connettività come componente fondamentale dell’efficienza militare. Una vera sfortuna. Perché la verità è che più gli uomini sono collegati tra loro e collaborano, più la loro azione risulta efficace.

Cosa dovremmo fare con gli insorti in Iraq e con al-Qaeda?
I terroristi sono portatori di una strategia tecnologica concepita per sfruttare a loro uso e consumo tutti gli strumenti più utili ed efficaci. Hanno imparato a cavalcare le nostre tecnologie per colpirci. Uno dei principali settori di ricerca a breve termine su cui gli studiosi americani si stanno più concentrando è quello teso a risolvere in modo tecnologicamente efficace il problema degli ordigni improvvisati. Naturalmente, i nostri oppositori hanno escogitato tutta un’ampia varietà di sistemi per consentire la detonazione di questi esplosivi senza possibilità di intoppo. Non posso scendere più nel dettaglio, ma i gruppi senza un leader chiaramente identificabile che stiamo fronteggiando in Iraq dal punto di vista tecnologico si stanno aggiustando al loro meglio.

La vera soluzione sarebbe quella di decidersi a concepire il nemico come sistema e a tentare di smantellarlo. Non lo stiamo facendo. Stiamo cercando al problema una risposta meramente tecnologica, e questa è la ragione principale per cui abbiamo tutti questi problemi con gli Ied. Visto che stiamo investendo così tanto nel comparto militare, forse qualcuna di queste risorse andrebbe indirizzata all’elaborazione di tecnologie in grado di infrangere le comunicazioni fra i nostri oppositori. Durante la Seconda Guerra mondiale, proprio a tal fine alcuni fondi sono stati sfruttati per la progettazione dei primi computer ad elevate prestazioni. Oggi si potrebbe investire nello sviluppo dei computer quantistici o nella definizione di una struttura dello sterminato oceano di dati che occulta i movimenti di al-Qaeda in Rete. Ci serve un’altra Bletchley Park (il luogo in cui sono stati interpretati i codici tedeschi della Seconda Guerra mondiale, n.d.t), se vogliamo vincere questa guerra.

Ma i nostri nemici in Iraq non costituiscono un network meramente umano? Non è chiaro se irrompere nelle loro comunicazioni via Internet… Oh, sono un network umano ma non esistono senza Internet. Non è facile spostarsi da un luogo all’altro all’interno del paese, e anche gli elementi della vecchia scuola Baath fanno affidamento sul Web. L’insurrezione reticolare non ha niente che vagamente assomigli a una leadership tradizionale. Le direttive vengono amministrate attraverso i siti, dov’è possibile condividere rapidamente le informazioni.

Non si potrebbe buttar giù la Rete in Iraq? Non avrebbe ugualmente l’effetto di ridurre le attività insurrezionali in maniera significativa? Si potrebbe bloccare in maniera generalizzata l’accesso a Internet in Iraq e questo per molti versi comprometterebbe le attività degli insorti, perché le rallenterebbe tremendamente. Ma comprometterebbe anche le operazioni di ricostruzione.

Quindi in sintesi dovremmo piuttosto monitorare gli scambi di informazioni in Rete all’interno dei confini iracheni? Esattamente. Il riferimento cruciale in tutto questo è l’ammiraglio John Poindexter. Non gli hanno giovato le sue tendenze vagamente orwelliane e i suoi collegamenti con lo scandalo Iran-Contra. Ma la verità è che quell’uomo ha avuto alcune delle idee più significative sul come rivoluzionare le metodiche di raccolta informazioni da parte dell’intelligence. Ha compreso profondamente il Web e la Rete. Uno degli esperti di informatica militare più preparati e originali. È un vero peccato che le sue idee siano state screditate per motivi così miseri.

Perché li definisce "miseri"?
Perché viviamo in un’epoca in cui il potere degli individui e dei piccolo gruppi è cresciuto oltre ogni immaginazione. Viviamo in un mondo virtualmente trasparente. E la verità è che per poter contare su una maggiore sicurezza dobbiamo rinunciare a un po’ di privacy.

Technology Review


http://www.giornaletecnologico.it/hitech/200605/03/443668c906273/