[Diritti] Non dimentichiamo Guantanamo
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- Date: Mon, 16 Mar 2026 22:49:24 +0100
Guantanamo: venticinque anni di vergogna
Dal gennaio 2002 a oggi: tortura, detenzione senza processo e ora il rischio di trasformare il carcere in un lager per migranti. Una storia che non finisce.
Redazione PeaceLink | Marzo 2026
L'11 gennaio 2002, i primi prigionieri arrivarono a Guantanamo ammanettati, incappucciati, vestiti con le tute arancioni diventate simbolo di una delle pagine più buie della democrazia americana. Erano passati appena quattro mesi dagli attentati dell'11 settembre. Gli Stati Uniti avevano appena invaso l'Afghanistan e la "guerra al terrore" – destinata a durare vent'anni – muoveva i suoi primi, violenti passi. Oggi, nel 2026, quel carcere entra nel suo venticinquesimo anno di attività. E qualcuno è ancora lì.
Un carcere fuori dal diritto
La struttura, situata in una base militare statunitense nel sud di Cuba, fu aperta dall'allora presidente George W. Bush con lo scopo dichiarato di ospitare "combattenti illegali": una categoria ibrida, appositamente costruita, che nel diritto internazionale gode di tutele ridotte rispetto ai normali detenuti o ai prigionieri di guerra. Una finzione giuridica che ha permesso agli Stati Uniti di tenere centinaia di persone in gabbia per anni – in alcuni casi per decenni – senza presentare alcuna accusa formale e senza alcun processo.
Dal 2002 a oggi, dalla prigione sono passati più di 780 detenuti, arrestati soprattutto in Pakistan e Afghanistan perché sospettati di legami con al Qaida. La tesi dell'amministrazione Bush – che quei prigionieri non avessero pieno diritto alle garanzie normalmente riconosciute ai detenuti – è stata contestata da numerosi esperti di diritto internazionale e dallo stesso sistema delle Nazioni Unite.
Torture di Stato: il "laboratorio" della CIA
Nel 2009 fu la stessa amministrazione Bush a definire Guantanamo un "battle lab": un laboratorio di sperimentazione per le tecniche degli "interrogatori potenziati". Dietro questo eufemismo si celano pratiche terribili: annegamento simulato (waterboarding), privazione del sonno, somministrazione forzata di droghe, abusi sessuali e psicologici. Tecniche che sarebbero state difficili da nascondere – oltre che illegali – in un carcere americano ordinario, e che a Guantanamo, fuori dalla vista e fuori dal diritto, venivano praticate sistematicamente.
Il caso di Abu Zubaydah è emblematico. Palestinese, arrestato in Pakistan nel 2002 e trasferito a Guantanamo nel 2006 come presunto alto dirigente di al Qaida – accusa poi smentita – è ancora detenuto oggi, senza che contro di lui siano mai state presentate accuse formali. È uno dei cosiddetti "prigionieri per sempre". Nel 2023 ha realizzato una serie di disegni per raccontare le torture subite. Nel 2026 ha ottenuto un risarcimento dal governo britannico, dopo aver dimostrato che i servizi segreti del Regno Unito avevano collaborato con la CIA nel torturarlo. Una vittoria simbolica, per un uomo che rimane ancora prigioniero.
Anche il processo contro i cinque uomini accusati di aver organizzato gli attentati dell'11 settembre rimane bloccato. I loro avvocati sostengono che le confessioni siano state estorte con la forza dopo anni di torture e che non abbiano quindi alcun valore giuridico. Nel 2023 una corte militare ha stabilito che uno degli imputati, Ramzi bin al-Shibh, non può più essere processato perché le torture subite lo hanno reso mentalmente instabile. Il processo più lungo e complicato della storia statunitense non è ancora arrivato a un'udienza nel merito.
Una delegazione ONU e della Croce Rossa Internazionale, in visita nel 2023, ha trovato i detenuti con evidenti segni di "invecchiamento precoce" dovuto alle dure condizioni fisiche e psicologiche. I detenuti hanno riferito alle ispettrici di traumi cronici, paura e ansia persistente causata dagli abusi.
Quindici rimasti, costi astronomici, nessuna giustizia
Oggi a Guantanamo restano 15 detenuti, con un'età compresa tra i 46 e i 64 anni. Alcuni sono lì dall'apertura. Solo due sono stati condannati da un tribunale militare; gli altri attendono un processo che non arriva, o un trasferimento che non viene autorizzato. A gestirli ci sono 800 dipendenti. Il costo? Nel 2019, quando i detenuti erano 40, il New York Times stimava circa 13 milioni di dollari l'anno per ciascuno. Oggi la cifra è ancora più alta.
Nel 2009 Barack Obama ordinò la chiusura di Guantanamo. Non ci riuscì: il Congresso nel 2015 votò per impedire qualsiasi trasferimento di detenuti negli Stati Uniti, rendendo quasi impossibile svuotare il carcere. La struttura è rimasta aperta, detenendo persone sempre più anziane in attesa di un processo che non si celebra, o di una libertà che non arriva.
Il nuovo piano Trump: Guantanamo come lager per migranti
Come se non bastasse, nel 2025 Donald Trump – rieletto presidente – ha proposto di trasformare la base militare in un enorme centro di detenzione per migranti, con una capienza prevista di 30.000 persone. Non nel carcere di massima sicurezza in sé, ma in strutture adiacenti alla base, già usate in passato per ospitare migranti soccorsi in mare.
I problemi sono enormi, sia pratici che legali. La struttura non è adatta a ospitare donne e bambini. L'ACLU ha fatto causa all'amministrazione sostenendo che il trasferimento a Cuba sarebbe ingiustificato e costituirebbe un costo insostenibile per le finanze pubbliche: stime dell'opposizione parlano di circa 100.000 dollari a persona. I piani hanno subito ripensamenti continui: a febbraio 2025 i primi migranti sono stati trasportati a Guantanamo e poi ritrasferiti; a giugno si è parlato di un piano per 9.000 persone, poi sospeso. Nell'arco di un anno, circa 770 migranti (su 30.000 previsti) sono passati da Guantanamo.
A ottobre 2025 un giudice federale ha stabilito che il governo avrebbe l'autorità per procedere. La causa è ancora aperta. Tra i potenziali destinatari del piano, stando alle indiscrezioni riportate dalla stampa americana, anche cittadini europei e italiani. Una prospettiva inquietante che ha spinto il ministro degli Esteri italiano Tajani a prendere posizione.
Venticinque anni di impunità
Guantanamo non è solo una prigione. È il simbolo di come, in nome della "sicurezza" e della "guerra al terrore", uno Stato che si definisce democratico abbia sistematicamente violato i diritti umani fondamentali: il diritto a un processo equo, il divieto assoluto di tortura, la presunzione di innocenza, la dignità della persona. Per venticinque anni.
Le persone detenute a Guantanamo – molte delle quali non hanno mai ricevuto un'accusa formale – sono invecchiate tra quelle mura, segnate nel corpo e nella mente da torture documentate. I responsabili di quegli abusi non sono mai stati processati. E oggi, invece di chiudere definitivamente questa pagina nera, c'è chi vuole riaprirla in chiave ancora più ampia, usandola come strumento di repressione contro i migranti.
PeaceLink da tempo chiede la chiusura immediata e definitiva del carcere di Guantanamo, la celebrazione di processi equi per chi deve essere giudicato, e il risarcimento per le vittime degli abusi. Chiede che nessun migrante – bambino, donna, uomo – venga deportato in quella struttura. E chiede che si faccia giustizia: perché venticinque anni di impunità sono già troppi.
PeaceLink – Associazione di Comunicazione per la Pace | www.peacelink.it
Per altre informazioni clicca qui https://www.ilpost.it/2026/01/18/guantanamo-anniversario-25-anni/