[Resistenza] Il contenuto, il senso e le prospettive della mobilitazione del 15 ottobre



Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza - per il Comunismo (CARC)
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Comunicato congiunto del 17.10.2011

Roma 15 ottobre, una giornata di riscossa popolare che fa tremare padroni, speculatori e Vaticano e spalanca la strada alla costruzione di un governo di emergenza popolare
Il contenuto, il senso e le prospettive della mobilitazione del 15 ottobre
Il cambiamento e l’alternativa non sono compatibili con il rispetto del sistema che prima uccide gli operai e poi li piange, come a Barletta, che prima consente che i giovani siano carne da macello e da cannone e poi esige pene esemplari per chi si ribella.
 
·         Chi voleva cavalcare il movimento popolare per renderlo inoffensivo e mansueto, per neutralizzarlo, oggi raccoglie i cocci della pace sociale senza principi dietro cui prosperano sfruttamento, morti sul lavoro, precarietà. La battaglia di Piazza San Giovanni infrange definitivamente le aspettative di Draghi (i giovani hanno ragione e vanno ascoltati) e dei lacchè che si sono prodigati a sostenerlo con le mani sporche del sangue dei lavoratori, dei migranti, delle migliaia di proletari che si suicidano in preda alla disperazione di fronte agli effetti della crisi.
·         Una mobilitazione permanente per cacciare il governo della destra reazionaria, sbarrare la strada alle “soluzioni di ricambio” promosse da FMI e BCE (governi tecnici, unità nazionale, ecc.) e costruire un governo di emergenza popolare.  
·         Solidarietà ai compagni e alle compagne che sono stati fermati e arrestati, a quelli feriti, a quelli perquisiti e a quelli che saranno denunciati: alla reazione rabbiosa e scomposta delle Autorità che cercano i colpevoli rispondiamo con  una grande mobilitazione di solidarietà!
·         I dirigenti della sinistra sindacale, dei sindacati di base, i promotori della manifestazione del 15 ottobre, fino ai sindaci come De Magistris (che ha pure aderito alla manifestazione) e Pisapia devono condannare il linciaggio a cui sono sottoposte le organizzazioni, le forze e i singoli compagni che credono – e ne sono un esempio – che un altro mondo è possibile.
 
Il contenuto del 15 ottobre
Milioni di persone in almeno 80 paesi si sono mobilitate contemporaneamente e intorno al grido Rise up!, per dichiarare a gran voce che non pagheranno la crisi generata e alimentata dai padroni. Nel nostro paese in centinaia di migliaia di persone hanno risposto all’appello: “non paghiamo il debito”. Ci sono tutte le componenti del movimento operaio e popolare, delle lotte contro speculazioni e devastazione ambientale, ci sono le reti per la difesa dei beni comuni e gli immigrati, i movimenti antirazzisti e le donne organizzate. Una mobilitazione indetta dal basso, dal coordinamento delle realtà migliori forze che in questi anni hanno diretto il movimento contro gli effetti della crisi (sindacati di base, sinistra sindacale, reti degli autorganizzati, studenti, centri sociali, centinaia di organizzazioni operaie e popolari che sono sorte in questi mesi, ecc.) che poneva un obiettivo chiaro e comune “assediare i palazzi del potere”. Quando di fronte alla carica di aspettative raccolte attorno a questa data si è andata consolidando anche la certezza che sarebbe stata una manifestazione di massa sono iniziati i tentativi di cavalcare l’onda: dai “cappelli” dei politicanti borghesi alle parole di comprensione e incoraggiamento dei caporioni della borghesia e della finanza (Draghi è il più rappresentativo, ma anche Montezemolo, ecc.) fino al tentativo di deviare dall’obiettivo originario: abbandonare l’assedio ai palazzi in favore di un accampamento in piazza S. Giovanni. In altri termini: il tentativo di spuntare la carica di combattività e la voglia di riscossa per trasformarli in un più compatibile “evento politico” da spendere nel teatrino della politica borghese.
Nonostante ciò non 100 incappucciati, 300 black bloc o un numero indefinito di infiltrati, ma migliaia, di giovani, di precari, di studenti, di disoccupati, di lavoratori hanno rifiutato la farsa della compatibilità, della “libertà e legittimità (borghesi) di manifestare”, hanno deciso di non subire le imposizioni e le provocazioni di Governo e forze della repressione. Ancora il 15 ottobre, come il 14 dicembre 2010 a Roma e l’inizio del luglio scorso in Val  Susa si sono ribellati, si sono scontrati con generosità e coraggio con i reparti antisommossa di Polizia, carabinieri e Guardia di Finanza, hanno sfidato idranti, cariche con i blindati, lacrimogeni e manganellate, hanno combattuto per ore in piazza S. Giovanni, hanno portato la rivolta nella città di Roma, centro del potere della Repubblica Pontificia.
 
Il senso del 15 ottobre
Una così grande mobilitazione, una così grande e generosa ribellione, una tanto diffusa volontà di insorgere sono la dimostrazione che nel nostro paese si è aperta una fase politica nuova in cui, a fronte della gravità della crisi, della ferocia degli attacchi ai diritti e alle conquiste, delle manovre che strangolano le masse popolari, sono le masse popolari stesse che impongono con la mobilitazione soluzioni urgenti, nuove, straordinarie e radicali.
La giornata del 15 ottobre è uno spartiacque anche e soprattutto per le organizzazioni operaie e popolari, è una contrapposizione fra vecchio e nuovo: chi non ha una prospettiva, chi non ha capito o non vuole capire il senso di questa giornata, chi non ha capacità o volontà di assumersi la responsabilità politica di costruire una alternativa al sistema della crisi, dello sfruttamento, del debito, della precarietà e del piano Marchionne, maschera la sua impotenza gonfiando il coro che si leva dalla borghesia (senza distinzioni di sorta Berlusconi, Alemanno, Vendola, la Camusso, Di Pietro, Bersani e Bagnasco dicono le stesse cose: isolare e denunciare i violenti, condannare le violenze, esecrare le terribili devastazioni).
Chi cerca una strada, chi aspira a una trasformazione, al cambiamento, con le tante inclinazioni con cui si coniuga questo concetto respinge la divisione fra buoni e cattivi, fra pacifici e violenti, fra chi ha legittimità a manifestare e chi no, respinge e condanna i richiami alla delazione: collaborare con le autorità borghesi è l’antitesi di costruire un mondo nuovo.
Da piazza S. Giovanni, fra il fumo dei lacrimogeni e delle camionette a fuoco, si alza un grido più forte di ogni delazione: non pagheremo noi la crisi dei padroni, siamo pronti a organizzarci per lottare, per combattere, per vincere e conquistare un mondo nuovo. Questo è il senso che ogni organizzazione operaia e popolare, ogni elemento avanzato delle masse popolari, ogni operaio e lavoratore deve e può raccogliere, alimentare, estendere.
 
Le prospettive del 15 ottobre
Dal 16 ottobre 2010, la grande manifestazione indetta dalla FIOM contro il piano Marchionne, è stato un crescendo di mobilitazioni nelle fabbriche, nelle scuole, nelle piazze (impossibile non ricordare la giornata del 14 dicembre) e quel clima di riscossa ha contagiato e influito persino nel campo del teatrino della politica borghese con gli esiti dei referendum e delle amministrative della scorsa primavera. E poi, ancora, la lotta della Val Susa, la resistenza attiva ai licenziamenti di massa degli operai Fincantieri. Con lo sciopero generale del 6 settembre è iniziata di fatto una mobilitazione permanente (per quanto ancora frammentata) contro la banda Berlusconi e i poteri forti, fino al 15 ottobre. Ciò che già spontaneamente sta avvenendo può e deve essere alimentato e rafforzato con proposte concrete, possibili, costruttive, una soluzione politica che raccoglie e valorizza la spinta positiva e radicale delle masse popolari e dei lavoratori.
Una mobilitazione permanente per rendere ingovernabile il paese a ogni governo emanazione delle autorità borghesi. Nelle piazze, nelle strade, nei luoghi di lavoro, nelle scuole e oltre.
Quanto più la riscossa popolare alimenta ed estende il protagonismo, il coordinamento e la coscienza delle organizzazioni popolari e operaie e tanto più il paese sarà ingovernabile per le autorità borghesi, e le condizioni saranno favorevoli alla costruzione di un governo di emergenza popolare, un governo composto dagli esponenti della sinistra sindacale e dei sindacati di base, dagli esponenti più progressisti e coraggiosi delle associazioni, dei movimenti, dei coordinamenti, coloro che già godono della fiducia dei lavoratori e delle masse, un governo di emergenza che attui un programma articolato attorno a sei misure urgenti e necessarie:
 
1. assegnare a ogni azienda compiti produttivi (di beni o servizi) utili e adatti alla sua natura, secondo un piano nazionale (nessuna azienda deve essere chiusa),
2. distribuire i prodotti alle famiglie e agli individui, alle aziende e ad usi collettivi secondo piani e criteri chiari, universalmente noti e democraticamente decisi,
3. assegnare ad ogni individuo un lavoro socialmente utile e garantirgli, in cambio della sua scrupolosa esecuzione, le condizioni necessarie per una vita dignitosa e per la partecipazione alla gestione della società (nessun lavoratore deve essere licenziato, ad ogni adulto un lavoro utile e dignitoso, nessun individuo deve essere emarginato),
4. eliminare attività e produzioni inutili o dannose per l’uomo o per l’ambiente, assegnando alle aziende altri compiti,
5. avviare la riorganizzazione delle altre relazioni sociali in conformità alla nuova base produttiva e al nuovo sistema di distribuzione,
6. stabilire relazioni di solidarietà e collaborazione o di scambio con gli altri paesi disposti a stabilirle con noi.
Questo e soltanto questo è lo sbocco positivo e costruttivo delle energie, delle forze, del protagonismo che ha portato il 15 ottobre e porterà nei prossimi mesi migliaia di giovani, lavoratori, donne, immigrati, precari, studenti a ribellarsi. Chi nega questo sbocco, vi si oppone e si aggrappa al rispetto delle regole, della democrazia, della rappresentanza, della pace sociale (quali regole? Quale democrazia? Quale rappresentanza? Quale pace sociale?) si schiera contro il cambiamento e la trasformazione e nella sostanza lavora affinché tutto rimanga com’è.
Le prossime settimane sono decisive. I padroni, il Vaticano, i banchieri e le loro autorità sono nel panico e nel caos. Per rimediare al fallimento dei loro piani sul 15 ottobre ricorrono ai fantasmi che agitarono all’indomani del massacro del G8 di Genova e si appellano apertamente e su grande scala alla delazione da parte dei manifestanti pacifici per individuare e punire i violenti.
Alle porte ci sono importanti mobilitazioni, a partire dallo sciopero e manifestazione degli operai FIAT e Fincantieri del 21 ottobre e le mobilitazioni degli studenti.
Per la borghesia, per la destra CGIL e per i fautori della protesta controllata e responsabile è particolarmente importante, è determinante, che l’esempio della ribellione di Roma rimanga isolato. Che i ribelli di Roma siano criminalizzati. Che i disoccupati, i cassintegrati, i licenziati siano disposti ad accettare pacificamente e di buon grado il destino di esuberi, scarti, miserrimi che Marchionne, Draghi e compagnia stanno preparando per loro e le loro famiglie.
 
Respingere la delazione, fare della repressione uno strumento per la lotta di classe. Monta la caccia al teppista, al fascista rosso, scatenata dal governo, alimentata dalle anime belle della democrazia borghese, monta la caccia all’uomo, mentre scriviamo vengono perquisite sedi e abitazioni di compagni e compagne che appartengono a varie realtà di movimento in tutta Italia, Di Pietro e Maroni inneggiano a nuove leggi speciali come nel ‘77 (cioè inneggiano agli omicidi come quello di Giorgiana Masi e Francesco Lorusso), la parte più disposta a cedere alle lusinghe di Draghi degli indignati risponde con entusiasmo all’appello a denunciare i violenti pubblicando ai quattro venti fotografie, video e ricostruzioni dei fatti…
E’ la reazione scomposta e rabbiosa di una cricca di malavitosi che muove tutte le leve di cui dispone per terrorizzare, demoralizzare, ridicolizzare e fiaccare un movimento che dalla protesta sta passando alla ribellione, che all’essere solo contro, sta avanzando il per.
Per quanto ci riguarda, Partito dei CARC e  più in generale la Carovana del (n)PCI, sono 30 anni che le autorità borghesi ci perseguitano: pedinamenti, intercettazioni, diffamazioni, campagne stampa, perquisizioni, fermi, arresti… abbiamo imparato quanto è facile per i media borghesi influenzare, inquinare, confondere, mestare nel torbido. E quanto, alla fine, ogni tentativo di criminalizzare e reprimere, se affrontato con una linea di unità, di lotta, con la concezione di lavorare per unire ciò che le autorità borghesi vogliono dividere, si trasforma nel suo contrario.
Per questo diamo incondizionata solidarietà ai compagni e alle compagne che sono stati fermati e arrestati, a quelli feriti, a quelli perquisiti e a quelli che saranno denunciati.
E di più, chiamiamo i dirigenti della sinistra sindacale , dei sindacati di base, delle associazioni progressiste e democratiche, i promotori della manifestazione del 15 ottobre, fino ai sindaci come De Magistris (che ha pure aderito alla manifestazione) e Pisapia a condannare il linciaggio a cui sono sottoposte le organizzazioni, i movimenti  e i singoli compagni che credono – e ne sono un esempio – che un altro mondo è possibile.
C’è una parte importante dell’autoproclamata sinistra di questo paese che sulla reazione alla giornata del 15 ottobre si sta giocando la credibilità e il futuro della sua stessa esistenza.
Nella situazione di crisi, di povertà dilagante, di sfruttamento, di miseria a cui i padroni costringono le masse popolari, le pretese di essere il cambiamento e l’alternativa non sono compatibili con il rispetto del sistema che prima uccide gli operai e poi li piange, come a Barletta, che prima permette la costruzione di lager a cielo aperto e poi li critica, come a Lampedusa, che prima consente che i giovani siano carne da macello e da cannone e poi esige pene esemplari per chi si ribella.
Per questo chi pretende di essere e rappresentare il cambiamento e l’alternativa deve per primo rompere il circolo vizioso della criminalizzazione e dell’isolamento.
 
 
Fra le tante reazioni, i comunicati, le prese di posizione segnaliamo un intervento che offre importanti spunti di riflessione e che condividiamo in ogni sua parte: dal sito notav.info
 
Il 15 ottobre è stata una giornata intensa per tutto il nostro paese, giornata che rimarrà impressa nella memoria, una giornata che fa paura, a tanti, a molti. Il movimento no tav era a Roma, non per la prima volta, neanche per l’ultima, fiero, con le sue bandiere, con la sua lotta. Un forte appello da queste pagine era partito una settimana prima “Valsusa chiama Italia”, come un grido, da una valle che resiste, da una valle che lotta, un grido di aiuto e un grido di speranza. Roma è il centro politico da cui vengono prese le decisioni, lì le sorti del nostro territorio vengono discusse, lì il nostro futuro deciso. Se da un lato con caparbietà e coraggio la val di Susa resiste a Chiomonte impedendo l’avvio dei lavori dall’altro il movimento no tav ha bisogno di far cadere il mandato politico che regge e legittima l’occupazione militare. Il no tav tour,la partecipazione alle manifestazioni degli indignati , alle lotte studentesche sono quindi la risposta che il movimento dà al secondo pezzo del problema. Per questi motivi a Roma il movimento no tav ha sfilato e lottato. Il giorno dopo come sempre le condanne arrivano unanimi, come quando in val di Susa le giornate di lotta diventano reali, incidono e fanno m ale , a chi questa valle la vuole devastare. Da un lato una casta, fatta di pochi “politici” e banchieri che tragicamente stanno impoverendo il mondo e i popoli, dall’altra centinaia di migliaia di persone che si battono per fermarli.
Qui iniziano i problemi della giornata del 15 ottobre. C’è voglia di lottare, di manifestare, di esserci, c’è spazio per tutti ma il mandato non è chiaro, l’obiettivo è appannato. In tutto il mondo i centri dei poteri bancari e politici sono paralizzati. Lo stesso slogan occupywallstreet diventa pratica e con tanto coraggio, consapevoli di rischiare l’arresto i manifestanti newyorkesi e poi quelli londinesi sfilano e occupano le strade sotto le borse. A Roma non è così, il corteo è enorme ma nessuno ha avuto il coraggio di imporsi, di pretendere o praticare un percorso che vada diretto al centro cittadino, al parlamento alla banca centr ale . Prima anomalia tutta italiana quindi, un corteo che nonostante le parole d’ordine chiare di blocco, accampada o altro ancora, dette nei giorni precedenti, sfila diretto verso la periferia, verso un improbabile comizio fin ale ed un palco che da subito imbarazza. Sarebbe stato un po’ come se il tre luglio a Chiomonte invece che partire da Exilles verso il fortino della Madd ale na ci fossimo diretti in direzione opposta verso la Francia. Cosa avremmo detto a fine giornata? Non ce l’abbiamo fatta ma eravamo tantissimi? Quanti avrebbero ascoltato il comizio fin ale ? Quanti di noi avrebbero creduto ancora nella lotta no tav? Iniziano quindi i problemi, la polizia dopo poco carica dalla coda il corteo, in una via insensata, residenzi ale e da lì iniziano scontri che si protraggono fino a tarda sera in ogni parte della città. Per lo spezzone no tav non è facile proseguire ma con forza e soprattutto insieme si va avanti. Un fronteggiamento pesante inizia con chi in quella giornata difende o pensa di difendere lo stato, di cosa e di chi sarebbe poi interessante iniziare a riflettere. Il giorno dopo le parole si sprecano ma un forte imbarazzo e una latente paura attraversa tutti, soprattutto i politici. Migliaia di ragazzi hanno messo a ferro e fuoco Roma. Una visione riduttiva e semplificante vede nel mostro black bloc la risposta. Facile , troppo facile. Per chi invece aveva voglia di capire qualcosa e aveva coraggio di farlo bastava andare in piazza san Giovanni, lì avrebbe trovato un pezzo di Italia, di Roma. Tanti ragazzi che lottavano, a modo loro, contro quello che avevano davanti, sfogando rabbia in maniera confusa ma con un messaggio chiaro e con la forza di chi davanti a sé non vede un futuro. Negare questo significa non avere poi i mezzi per interpretare e costruire un cammino che sappia andare oltre quella giornata e che inevitabilmente sarà capace di produrne nel migliore dei casi altre uguali. Non darsi degli obiettivi da praticare e non praticarli significa non avere poi i mezzi per iniziare delle discussioni sul come praticarli. Se l’obiettivo è fermare la casta e la crisi finanziaria non si può non andare insieme tutti e in modo chiaro dove questa casta vive, si riproduce e decide. Se vogliamo farlo insieme dobbiamo avere il coraggio e la forza di provarci e solo dopo decidere come. Inutile oggi prendere le distanze o dire così non va bene così non si fa o ancora peggio pensare che i giovani che erano a Roma a piazza san Govanni sono un problema per il movimento. Il problema italiano sono e restano i politici, le banche, i finanzieri che in maniera mostruosa risucchiano ricchezza e impoveriscono il mondo. Quando avremo la forza di affrontare questo problema in maniera chiara forse riusciremo a capirci e a fermarli. Se nel movimento no tav si vive e si lotta da oltre venti anni insieme è grazie alla bontà e alla semplicità dei suoi obiettivi. Se da oltre venti anni il movimento riesce a ripensarsi e a discutere è perchè una rottura e una distanza netta viene posta tra chi vuole costruire il tav e chi vuole invece fermarli. Le reti di del fortino di Chiomonte sicuramente aiutano a capire da che parte stare, se però a quelle reti non ci fossimo andati non sarebbe stato così facile per tutti capire cosa si combatte e soprattutto dove. E’ possibile fermare il tav come è possibile fermare la casta, basta volerlo e farlo insieme.
 
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