lager made in china



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 I lavoratori svelano le spaventose condizioni di lavoro
Orari infernali, sfruttamento e paghe da fame
I lager cinesi che fabbricano
il sogno occidentale
dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI




Per confezionare un paio di Timberland, vendute in Europa a 150 euro, nella
città di Zhongshan un ragazzo di 14 anni guadagna 45 centesimi di euro.
Lavora 16 ore al giorno, dorme in fabbrica, non ha ferie né assicurazione
malattia, rischia l'intossicazione e vive sotto l'oppressione di
padroni-aguzzini. Per fabbricare un paio di scarpe da jogging Puma una
cinese riceve 90 centesimi di euro: il prezzo in Europa è 178 euro per il
modello con il logo della Ferrari. Nella fabbrica-lager che produce per la
Puma i ritmi di lavoro sono così intensi che i lavoratori hanno le mani
penosamente deformate dallo sforzo continuo.

Gli operai cinesi che riforniscono i nostri negozi - l'esercito proletario
che manda avanti la "fabbrica del mondo" - cominciano a parlare. Rivelano
le loro condizioni di vita a un'organizzazione umanitaria, forniscono prove
dello sfruttamento disumano, del lavoro minorile, delle violenze, delle
malattie. Qualche giornale cinese rompe l'omertà. Ci sono scioperi
spontanei, in un Paese dove il sindacato unico sta dalla parte dei padroni.
Vengono alla luce frammenti di una storia che è l'altra faccia del miracolo
asiatico, una storia di sofferenze le cui complicità si estendono dal
governo di Pechino alle multinazionali occidentali.
La fabbrica dello "scandalo Timberland" è nella ricca regione meridionale
del Guangdong, il cuore della potenza industriale cinese, la zona da cui
ebbe inizio un quarto di secolo fa la conversione accelerata della Cina al
capitalismo.

L'impresa di Zhongshan si chiama Kingmaker Footwear, con capitali
taiwanesi, ha 4.700 dipendenti di cui l'80% donne. Ci lavorano anche
minorenni di 14 e 15 anni. La maggioranza della produzione è destinata a un
solo cliente, Timberland. Kingmaker Footwear è un fornitore che lavora su
licenza, autorizzato a fabbricare le celebri scarpe per la marca americana.
Le testimonianze dirette sui terribili abusi perpetrati dietro i muri di
quella fabbrica sono state raccolte dall'associazione umanitaria China
Labor Watch, impegnata nella battaglia contro lo sfruttamento dei minori e
le violazioni dei diritti dei lavoratori.


Le prove sono schiaccianti. Di fronte a queste rivelazioni il quartier
generale della multinazionale ha dovuto fare mea culpa. Lo ha fatto in
sordina; non certo con l'enfasi con cui aveva pubblicizzato il premio di
"migliore azienda dell'anno per le relazioni umane" decretatole dalla
rivista Fortune nel 2004. Ma attraverso una dichiarazione ufficiale firmata
da Robin Giampa, direttore delle relazioni esterne della Timberland, ora i
vertici ammettono esplicitamente: "Siamo consapevoli che quella fabbrica ha
avuto dei problemi relativi alle condizioni di lavoro. Siamo attualmente
impegnati ad aiutare i proprietari della fabbrica a migliorare".

I "problemi relativi alle condizioni di lavoro" però non sono emersi
durante le regolari ispezioni che la Timberland fa alle sue fabbriche
cinesi (due volte l'anno), né risultano dai rapporti del suo rappresentante
permanente nell'azienda. Sono state necessarie le testimonianze disperate
che gli operai hanno confidato agli attivisti umanitari, rischiando il
licenziamento e la perdita del salario se le loro identità vengono
scoperte. "In ogni reparto lavorano ragazzi tra i 14 e i 16 anni", dicono
le testimonianze interne: uno sfruttamento di minori che in teoria la Cina
ha messo fuorilegge. La giornata di lavoro inizia alle 7.30 e finisce alle
21 con due pause per pranzo e cena, ma oltre l'orario ufficiale gli
straordinari sono obbligatori.

Nei mesi di punta d'aprile e maggio, in cui la Timberland aumenta gli
ordini, "il turno normale diventa dalle 7 alle 23, con una domenica di
riposo solo ogni 2 settimane; gli straordinari s'allungano ancora e i
lavoratori passano fino a 105 ore a settimana dentro la fabbrica". Gli
informatori dall'interno dello stabilimento hanno fornito 4 esemplari di
buste paga a China Labor Watch. La paga mensile è di 757 yuan (75 euro) "ma
il 44% viene dedotto per coprire le spese di vitto e alloggio". Vitto e
alloggio significa camerate in cui si ammucchiano 16 lavoratori su brandine
di metallo, e una mensa dove "50 lavoratori sono stati avvelenati da
germogli di bambù marci". In fabbrica i manager mantengono un clima
d'intimidazione "incluse le violenze fisiche; un'operaia di 20 anni
picchiata dal suo caporeparto è stata ricoverata in ospedale, ma l'azienda
non le paga le spese mediche".

Un mese di salario viene sempre trattenuto dall'azienda come arma di
ricatto: se un lavoratore se ne va lo perde. Altre mensilità vengono
rinviate senza spiegazione. L'estate scorsa il mancato pagamento di un mese
di salario ha provocato due giorni di sciopero.
Anche il fornitore della Puma è nel Guangdong, località Dongguan. Si chiama
Pou Yuen, un colosso da 30.000 dipendenti. In un intero stabilimento,
l'impianto F, 3.000 operai fanno scarpe sportive su ordinazione per la
multinazionale tedesca. La lettera di un'operaio descrive la sua
giornata-tipo nella fabbrica. "Siamo sottoposti a una disciplina di tipo
militare. Alle 6.30 dobbiamo scattare in piedi, pulirci le scarpe, lavarci
la faccia e vestirci in 10 minuti. Corriamo alla mensa perché la colazione
è scarsa e chi arriva ultimo ha il cibo peggiore, alle 7 in punto bisogna
timbrare il cartellino sennò c'è una multa sulla busta paga. Alle 7 ogni
gruppo marcia in fila dietro il caporeparto recitando in coro la promessa
di lavorare diligentemente. Se non recitiamo a voce alta, se c'è qualche
errore nella sfilata, veniamo puniti. I capireparto urlano in
continuazione. Dobbiamo subire, chiunque accenni a resistere viene
cacciato. Noi operai veniamo da lontani villaggi di campagna. Siamo qui per
guadagnare. Dobbiamo sopportare in silenzio e continuare a lavorare. (...)
Nei reparti-confezione puoi vedere gli operai che incollano le suole delle
scarpe. Guardando le loro mani capisci da quanto tempo lavorano qui. Le
forme delle mani cambiano completamente. Chi vede quelle mani si spaventa.
Questi operai non fanno altro che incollare... Un ragazzo di 20 anni ne
dimostra 30 e sembra diventato scemo. La sua unica speranza è di non essere
licenziato. Farà questo lavoro per tutta la vita, non ha scelta. (...)
Lavoriamo dalle 7 alle 23 e la metà di noi soffrono la fame. Alla mensa c'è
minestra, verdura e brodo. (...) Gli ordini della Puma sono aumentati e il
tempo per mangiare alla mensa è stato ridotto a mezz'ora. (...) Nei
dormitori non abbiamo l'acqua calda d'inverno". Un'altra testimonianza
rivela che "quando arrivano gli uomini d'affari stranieri per un'ispezione,
gli operai vengono avvisati in anticipo; i capi ci fanno pulire e
disinfettare tutto, lavare i pavimenti; sono molto pignoli".

Minorenni alla catena di montaggio, fabbriche gestite come carceri, salari
che bastano appena a sopravvivere, operai avvelenati dalle sostanze
tossiche, una strage di incidenti sul lavoro. Dietro queste piaghe c'è una
lunga catena di cause e di complicità. Il lavoro infantile spesso è una
scelta obbliga per le famiglie. 800 milioni di cinesi abitano ancora nelle
campagne dove il reddito medio può essere inferiore ai 200 euro all'anno.
Per i più poveri mandare i figli in fabbrica, e soprattutto le figlie, non
è la scelta più crudele: nel ricco Guangdong fiorisce anche un altro
mercato del lavoro per le bambine, quello della prostituzione. Gli
emigranti che arrivano dalle campagne finiscono nelle mani di un
capitalismo cinese predatore, avido e senza scrupoli, in un paese dove le
regole sono spesso calpestate. Alla Kingmaker che produce per la
Timberland, gli operai dicono di non sapere neppure "se esiste un
sindacato; i rappresentanti dei lavoratori sono stati nominati dai
dirigenti della fabbrica".

Le imprese che lavorano su licenza delle multinazionali occidentali, come
la Kingmaker e la Pou Yuen, non sono le peggiori. Ancora più in basso ci
sono i padroncini cinesi che producono in proprio. Per il quotidiano
Nanfang di Canton, i due giornalisti Yan Liang e Lu Zheng sono riusciti a
penetrare in un distretto dell'industria tessile dove il lavoro minorile è
la regola, nella contea di Huahu. Hanno incontrato Yang Hanhong, 27 anni,
piccolo imprenditore che recluta gli operai nel villaggio natale. Ha 12
minorenni alle sue dipendenze. Il suo investimento in capitale consiste
nell'acquisto di forbici e aghi, con cui i ragazzini tagliano e cuciono le
rifiniture dei vestiti. "La maggior parte di questi bambini - scrivono i
due reporter - soffrono di herpes per l'inquinamento dei coloranti
industriali. Con gli occhi costretti sempre a fissare il lavoro degli aghi,
tutti hanno malattie della vista. Alla luce del sole non possono tenere
aperti gli occhi infiammati. Lamentano mal di testa cronici. Liu Yiluan, 13
anni, non può addormentarsi senza prendere 2 o 3 analgesici ogni sera. Il
suo padrone dice che Liu gli costa troppo in medicinali".

Se mai un padrone venisse colto in flagrante reato di sfruttamento del
lavoro minorile, che cosa rischia? Una multa di 10.000 yuan (mille euro),
cioè una piccola percentuale dei profitti di queste imprese. La revoca
della licenza invece scatta solo se un bambino "diventa invalido o muore
sul lavoro". Comunque le notizie di processi e multe di questo tipo
scarseggiano. La battaglia contro lo sfruttamento del lavoro minorile non
sembra una priorità per le forze dell'ordine.
Tra le marche straniere Timberland e Puma sono il campione rappresentativo
di una realtà più vasta. Per le opinioni pubbliche occidentali le
multinazionali compilano i loro Social Reports, quei "rapporti sulla
responsabilità sociale d'impresa" di cui la Nike è stata il precursore.
Promettono trasparenza sulle condizioni di lavoro nelle fabbriche dei loro
fornitori. Salvo "scoprire" con rammarico che i loro ispettori non hanno
visto, che gli abusi continuano. Diversi auditor denunciano il fatto che in
Cina ora prolifera anche la contraffazione delle buste-paga, i falsi
cartellini orari, le relazioni fasulle degli ispettori sanitari: formulari
con timbri e numeri artefatti per simulare salari e condizioni di lavoro
migliori, documenti da dare alle multinazionali perché mettano a posto le
nostre coscienze. La Nike nel suo ultimo Rapporto Sociale dice delle sue
fabbriche cinesi che "la falsificazione da parte dei manager dei libri-paga
e dei registri degli orari di lavoro è una pratica comune".

La parte delle belle addormentate nel bosco non si addice alle
multinazionali. I loro ispettori possono anche essere ingenui ma i numeri,
i conti sul costo del lavoro, li sanno leggere bene in America e in
Germania (e in Francia e in Italia). La Puma sa di spendere 90 centesimi di
euro per un paio di sneakers, gli stessi su cui poi investe ben 6 euro in
costose sponsorizzazioni sportive. La Timberland sa di pagare mezzo euro
l'operaio che confeziona scarpe da 150 euro.

Hu Jintao, presidente della Repubblica popolare e segretario generale del
partito comunista cinese, ha accolto lunedì a Pechino centinaia di top
manager, industriali e banchieri stranieri venuti per il Global Forum di
Fortune. Il discorso di Hu di fronte ai rappresentanti del capitalismo
mondiale è stato interrotto da applausi a scena aperta. Il quotidiano
ufficiale China Daily ha riassunto il suo comizio con un grande titolo in
prima pagina: "You come, you profit, we all prosper". Voi venite, fate
profitti, e tutti prosperiamo. Non è evidente chi sia incluso in quei
"tutti", ma è chiaro da che parte sta Hu Jintao.

(19 maggio 2005)


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