(Fwd) [arancio] Fwd:I: da l'unità



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From: lino.digianni 
To: Icare 
Sent: Saturday, December 14, 2002 12:27 AM
Subject: [I_care] da l'unità


13.12.2002
Rispediti in Siria verso la pena di morte grazie alla Bossi-Fini
di M. Gualco M. Iervasi

 Li hanno fatti salire sull’aereo per Damasco con la forza, dopo
 averli trattenuti per cinque giorni a Malpensa, senza ascoltare o
 verificare in qualche modo il loro disperato grido di dolore, la 
loro
 terribile storia di perseguitati politici tale da essere costretti a
 fugggire dalla Siria ed andare in esilio in Iraq. 

Ma l’Italia di B. li ha rispediti in patria violando le più banali
convenzioni internazionali sui diritti umani. Parlava solo arabo la
famiglia Muhammad Sa’id Al-Sahri - padre, madre e quattro bambini
piccoli di cui uno bisognoso di cure -, la polizia di frontiera dello
scalo milanese, pur non capendo la loro lingua, le avrebbe negato
anche il più basilare dei diritti, quello di esprimersi attraverso un
interprete. E li ha rimpatriati immediatamente, in quanto 
clandestini.
Come prevede la legge della destra, la Bossi-Fini. 

Quattro giorni “prigionieri” in aeroporto nel silenzio più totale.
Senza che nessuno pensasse di allertare l’ufficio del Consiglio
italiano per i rifugiati (Cir) presente a Malpensa. E negando «per
motivi di sicurezza» anche l’”incontro” con Murhaf Labididi, fratello
della moglie del capofamiglia condannato a morte in Siria, che si era
precipitato in Italia da Londra in loro soccorso. «È uno scandalo, un
disonore per l’Italia - ha detto Giovanni Conso, presidente del Cir e
presidente emerito della Corte Costituzionale -. La vicenda della
famiglia siriana bloccata per cinque giorni a Malpensa nel silenzio
generale è un reato. Un delitto gravissimo. Non sono stati rispediti
in Iraq, ma in Siria - sottolinea Conso -: i responsabili sono
complici di un’esecuzione e condannabili per concorso in omicidio». 

Già. Un esilio lungo vent’anni in Iraq per essere rimpatriati in
Siria. Amnesty International, il Cir e Medici senza frontiere hanno
denunciato il caso al Viminale e al ministro degli Esteri. Non una
risposta è arrivata finora dalle nostre istituzioni. Mentre Murhaf 
con
la voce roca di pianto da Londra dice: «Non so più niente di loro ma
sono sicuro che sono in prigione. Tutti, anche i bambini. Tutta la
nostra famiglia, come anche quella del marito di mia sorella - spiega
-, è accusata di far parte dell’opposizione al regime di Bashare el
Assad. Da qui la sentenza di morte». 

Muhammad, 44 anni, ingegnere ed ex oppositore politico del governo di
Damasco è arrivato con la sua famiglia a Malpensa il 23 novembre
scorso, proveniente da Baghdad (via Amman), dove la coppia - con i
loro quattro bimbi, un maschietto e tre femminucce di età compresa 
tra
i 2 e gli 11 anni - ha presentato richiesta d’asilo, sottolinea
Amnesty International, che denuncia: «le autorità italiane hanno
respinto la richiesta in modo del tutto sommario» e il 28 novembre li
hanno imbarcati con la forza sull’aereo per Damasco. Ora si teme che
si possano trovare in stato di detenzione in uno dei centri
d’interrogatorio dei servizi segreti, nella capitale siriana, «dove 
la
tortura è praticata regolarmente». 

Diversa la versione della polizia di frontiera dello scalo milanese,
che si difende così: la famiglia siriana non ci ha chiesto il diritto
d’asilo. Eppure Murhaf racconta che dopo il divieto di incontrare i
familiari ha contattato un avvocato: «Sono andato al Tribunale di
Milano per cercare un difensore. Era il mattino del 28 novembre
scorso. Ho trovato un legale d’ufficio, Antonella Bisgan, le ho
esposto il caso e mi ha dato un appuntamento per l’indomani alle 16,
assicurandomi che avrebbe chiamato l’aeroporto. Ma quando ha
telefonato i miei nipotini, mia sorella e mio cognato erano già stati
rimpatriati».

Giovanni Conso, con estrema indignazione, ieri ha aperto il convegno
«Mai più violazioni, mai più impunità» - organizzato dal comitato per
la promozione e la protezione dei diritti umani -, denunciando
l’inutile tentativo di Muhammad Sa’id Al-Sahri di spiegare la sua
posizione e quella della sua famiglia. E ha colpito duro, anche 
contro
l’inefficienza del difesore d’ufficio. «Sarebbe bastato chiedere una
sospensiva alla Corte di Strasburgo che, in queste circostanze,
interviene tempestivamente a bloccare il procedimento in atto». 

Secondo il presidente emerito della Corte Costituzionale, fa
riflettere che un uomo che aveva trovato tutela in Iraq, abbia visto
lesi tutti i diritti umani, quelli dei rifugiati, delle donne, dei
bambini, proprio in Italia. «Il nostro Paese - ha concluso - ha
concesso a questa famiglia una scorta della nostra polizia fino
all’autorità locale siriana. Attualmente sappiamo solo che l’uomo è
finito in prigione, probabilmente è stato torturato. Speriamo 
soltanto
che non sia stato giustiziato. Della moglie e dei bambini, nell’era
della tecnologia, non riusciamo a sapere nulla».

L’ultima volta che Murhaf ha sentito sua sorella erano circa le 
cinque
del pomeriggio del 28 novembre. Da allora, è calato il silenzio. «Ho
chiesto notizie ad una mia zia in Siria. Ma mia sorella e la sua
famiglia è come se fossero scomparsi. Nel nulla». 







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