Lotte dei lavoratori, confederali, extraconfederali, e referendum



Vi inviamo la presa di posizione di un compagno di Comunismo LIbertario in
merito alle vicende dell'articolo 18 ed ai referundum promossi. 

Lotte dei lavoratori, confederali, extraconfederali, e referendum

di Giulio Angeli della redazione di Comunismo Libertario e membro del
direttivo CGIL della Camera del Lavoro di Pisa

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Nella conferenza stampa indetta dalla CGIL il giorno 25 giugno us, sono
state definite alcune importanti iniziative in materia di diritti, che si
vanno a aggiungere a quelle di lotta già intraprese dal maggiore sindacato
italiano: il ricorso alla Corte Costituzionale sull'articolo 18, la
raccolta di firme per due proposte di legge di iniziativa popolare (una per
estendere i diritti dai "padri ai figli", l'altra sugli ammortizzatori
sociali), la raccolta di firme per due referendum abrogativi dell'848 e 848
bis, laddove il governo ha traslocato l'art. 18. L'iniziativa "giuridica"
della CGIL si va quindi ad aggiungere alle proposte che l'Ulivo sta
approntando sulla medesima materia e all'iniziativa referendaria già in
atto per l'estensione dell'art 18 alle aziende sotto i 15 dipendenti,
portata avanti da un ampio arco di formazioni politiche e sindacali e da
molte personalità.

Vi è una implicazione di questa variopinta strategia referendaria,
implicazione che non esitiamo a definire strategica, e che accomuna  le
varie anime del sindacalismo entraconfederale, compresi molti compagni
anarchici e libertari che in esso militano, con i partiti politici
dell'arco costituzionali e con il gruppo dirigente della CGIL e che
consiste nell'intento di spostare la lotta dei lavoratori "anche sul
terreno istituzionale", contemporaneamente ed oggettivamente diffondendo un
identico ed esplicito messaggio di smobilitazione delle lotte.

Ciò che si critica, oltre alle differenze dei due schieramenti referendari,
differenze non significative sul piano strategico, è la comune volontà
interclassista che intende spostare l'iniziativa dal terreno sindacale a
quello istituzionale che è e rimane un terreno ingestibile da parte dei
lavoratori e da essi distante.

In ogni caso nessun assertore dell'iniziativa referendaria ha
significativamente sostenuto l'aggregazione del movimento su obiettivi
realmente sindacali quali un'ampia e generalizzata vertenza salariale,
l'unica in grado di unificare il movimento tutelando i suoi settori più
deboli e precari. C'è da dire che, obiettivamente, gli extraconfederali
hanno tentato di articolare una tale proposta, ma l'incosistenza strategica
della loro linea li ha condotti all'isolamento e a scontare un ruolo non
significativo nell'ambito del movimento sindacale, ruolo che non consente
di incidere nei rapporti di forza tra capitale e lavoro impedendo, appunto,
un'iniziativa di classe efficacemente unitaria.

La nostra decisa avversione al ricorso al referendum si basa su di una
valutazione politica dei meccanismi istituzionali propri della democrazia
borghese, valutazione che ci consente di affermare che la difesa degli
interessi dei lavoratori e delle classi subalterne non possono essere
deformati dai meccanismi interclassisti delle istituzioni e del
parlamentarismo, in base ai quali si chiamano a pronunciarsi, su questioni
vitali per i lavoratori, anche i settori più reazionari ed antioperai dello
schieramento padronale e della piccola borghesia commerciante,
professionistica e imprenditorile, assieme ai settori più qualunquisti
dell'intera popolazione nazionale, plasmati e riplasmati dall'informazione
di governo. Siamo e restiamo convinti che la democrazia sindacale abbia
acquisito contenuti che niente hanno in comune con la democrazia
interclassista che sostituisce i rapporti quantitativi alle dinamiche di
classe, che si rivolge alla "gente", ai "cittadini" anziché ai soggetti
identificabili in base alla loro condizione sociale.

Nella storia del nostro paese vi sono state fasi nelle quali il
perseguimento di obiettivi "borghesi" ha prodotto benefici per i lavoratori
e per le loro condizioni di vita obiettivi referendari che, come il
divorzio e l'aborto, hanno consentito oltre al raggiungimento di un
maggiore livello di civiltà anche uno sviluppo della coscienza complessiva
della classe lavoratrice che iniziava a confrontarsi con problematiche
sociali generali e importantissime (quali l'emancipazione della donna), da
non rinviarsi alla costruzione rivoluzionaria ma da conquistare subito,
anche se solo parzialmente, nell'ambito dei rapporti di classe
caratterizzanti la società capitalistica. Il divorzio e l'aborto servivano
a tutti: soprattutto alle donne, a tutte le donne. Ma tra di esse sono
state proprio quelle appartenenti alle classi sociali meno abbienti a
trarre i maggiori vantaggi da queste conquiste di civiltà. Non è lecito
trasporre lo strumento referendario in uno scenario completamente diverso,
chiedendo a tutti di pronunciarsi su problemi che riguardano solo alcuni.
Non è lecito né da un punto di vista sindacale né, tanto meno da un punto
di vista di classe perché compito del sindacato e delle avanguardie di
classe non è quello di consegnare la difesa degli interessi dei lavoratori
agli equilibri politici ed istituzionali, sottraendola così al controllo
esclusivo da parte dell'organizzazione sindacale, dei suoi quadri e degli
organismi di rappresentanza dei lavoratori e, quindi, dal controllo dei
lavoratori medesimi.

            Assistiamo preoccupati ad alcune manifestazioni disgreganti:
non abbiamo mai avuto particolare fiducia nella linea  perseguita dalle
varie anime del sindacalismo extraconfederale né, simmetricamente, in
quella propria dell'attuale gruppo dirigente della CGIL che continua a
rivendicare la concertazione. Avevamo, invece, fiducia in alcuni settori
della CGIL raccolti attorno a "lavoro e società/cambiare rotta", settori
che si erano distinti per l'articolazione di una corretta linea di classe.
Questa linea ha subito un primo colpo con l'adesione della FIOM alla
strategia referendaria; ha subito un secondo colpo con l'adesione alla
medesima strategia da parte di molte componenti dell'area della minoranza
interna alla CGIL. Ha subito, infine, un terzo colpo con l'adesione della
CGIL alla proposta dei referendum abrogativi. Alla tesi, un poco scontata,
secondo la quale i referendum verranno affiancati da iniziative di lotta, è
possibile opporre le seguenti considerazioni: il sindacalismo
extraconfederale non ha la capacità di condizionare alcunché con le sue
inefficaci iniziative di lotta e quindi utilizza i referendum per assumere
quell'iniziativa sindacale che la sua impotenza non gli consente di
espletare.  La CGIL intende dare uno sbocco istituzionale alla lotta, in
quanto è consapevole che l'attuale  mobilitazione, essendo destinata a
crescere e a generalizzarsi, potrebbe anche sfuggirgli di mano. In ogni
caso il segnale che i lavoratori percepiscono dagli extraconfederali e dai
vertici della CGIL è quello della confusione (5 referendum proposti) e
della smobilitazione delle lotte, in una fase di attacco padronale laddove
s'impone il perseguimento di obiettivi che, come quelli salariali, sono gli
unici in grado di unificare tutti i lavoratori.