Otpor-Kiev , arancioni a stelle e striscie



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il manifesto - 30 Dicembre 2004

STANKO LAZENDIC

Otpor, arancione a stelle e strisce

Serbo di Novi Sad, è uno degli «istruttori» che ha
allenato la piazza  
di Kiev contro il regime. Per idealità, dice, ma anche
per soldi. I  
committenti? I governi Usa ed europei
E' il «consigliere speciale» per l'Ucraina
dell'American Freedom House.  
Accrediti professionali, Milosevic in galera all'Aja,
Shevardnadze  
deposto in Georgia, e ora Yanukovic rovesciato. Tante
trasferte e tanti  
«seminari sulla non violenza» tenuti da un ex
colonnello della Cia, per  
lui e gli altri «trainer». Chi paga?
ENNIO REMONDINO

Non deve essere stato particolarmente difficile per la
polizia politica  
e i servizi segreti ucraini, eredi del mitico Kgb,
stargli dietro.  
Stanko Lazendic non ha il fisico del cospiratore,
dell'uomo anonimo che  
trama nell'ombra nascondendosi. Due metri e qualche
centimetro di  
mancia, vestiti da 110 chili di muscoli, e si nota,
soprattutto se a  
camminargli accanto è un giornalista per così dire,
«concentrato».  
Abbiamo passeggiato e chiacchierato a lungo con
Stanko, per le belle  
strade di Novi Sad, su in Voivodina, al nord della
Serbia, quasi in  
Ungheria. Stanko è un giovane uomo di 31 anni che
nella vita ne ha  
viste molte, a cominciare dalla galera, che ha
iniziato a frequentare  
dall'imporsi del regime di Milosevic. Diciassette
arresti non sono male  
per un semplice leader studentesco, se mai è stato
vero che Stanko sia  
soltanto quello. Stanko non ha potuto essere presente
ai festeggiamenti  
dell'opposizione filo occidentale ucraina sulla piazza
di Kiev, che  
pure ha tanto contribuito a organizzare e a far
vincere. Stanko  
Lazendic è stato uno degli «Istruttori», uno dei
«Trainers», che ha  
allenato la piazza arancione ad opporsi e a rovesciare
il regime. Un  
po' per idealità, sostiene Stanko, ma certo anche per
soldi, da buon  
professionista. Socio fondatore della Ong,
l'organizzazione non  
governativa serba «Center of not violent resistence»,
registrata a  
Belgrado. Per contatti e contratti, vedi il sito
Internet. Accrediti  
professionali, oltre a quello di Slobodan Milosevic
che attende in  
galera la sentenza del Tribunale internazionale
dell'Aja per crimini di  
guerra, l'ex presidente georgiano Eduard Shevardnadze,
e ora il premier  
ucraino filo russo Viktor Yanukovic. I committenti per
queste singolari  
prestazioni professionali di destabilizzazione più o
meno non violenta,  
sono altrettanto interessanti ma, contravvenendo a
tutte le regole  
giornalistiche, le lasciamo al Gran Finale del Giallo.

Stanko Lazendic è stato uno dei fondatori del
movimento studentesco  
serbo «Otpor», che vuol dire Resistenza, ed è da lì
che parte tutto.  
Resistenza popolare e non violenta al regime di
Milosevic in quel  
lontano 1998, quando il despota di Belgrado era ancora
equivocamente  
corteggiato da molte cancellerie occidentali incerte
fra l'adottarlo e  
il fargli guerra. Otpor nasce allora, ed è
probabilmente l'unico erede  
del vasto movimento democratico di piazza che negli
anni precedenti  
aveva quasi dato la spallata decisiva al potere della
famiglia  
Milosevic. Poi i partiti tradizionali, anche quelli
democratici, si  
erano ingoiate sia la «Rivoluzione dei fischietti»
(Inverno `96, `97),  
sia le speranze di cambiamento.

Otpor rivoluziona la liturgia della politica, con i
multicolori delle  
bandiere, nelle parole d'ordine, nella leadership
collettiva, nella  
musica sparata in piazza a tutto volume, e nel
costante sberleffo al  
potere. L'anima slava, sepolta sino allora nell'auto
commiserazione, ne  
approfitta per ritirare fuori la prorompente carica
d'ironia e auto  
ironia, dell'amara irriverenza. Ce l'avrebbero fatta
da soli e prima e  
meglio, quelli di Otpor, con tutto il popolo serbo, se
qualche stratega  
di Washington non avesse già deciso, in quella metà
del 1998, che  
Milosevic serviva per collaudare la forza militare
della Nato come  
guardiano del fronte Est dell'Impero. Quando, il 24
marzo del 1999,  
sulla Jugoslavia iniziano a piovere le bombe, Otpor si
arruola, assieme  
a tutta la Serbia, non accanto a Milosevic, ma contro
la Nato. Per loro  
quelle bombe sono insensate. Puntano al despota ma
colpiscono  
innanzitutto le sue vittime, primo fra queste, il
popolo serbo e quello  
kosovaro. A quasi sei anni di distanza dai
bombardamenti, non c'è  
persona in Serbia, per «americana» e filo occidentale
che sia, a non  
chiamare l'evento «Aggressione». Sono gli stessi
giovani - molti dei  
quali poi diventeranno Otpor - a portare sui ponti
sulla Sava e sul  
Danubio la popolazione a fare da scudo umano, a
sbeffeggiare l'Iper  
potenza Nato. E' la loro ironia che ci fa indossare,
tutti allora a  
Belgrado, le magliette con la scritta «Target». Tutti
bersagli, salvo  
chiedere scusa quando la scalcinata contraerea serba
riesce per sbaglio  
ad abbattere un cacciabombardiere F117: «Scusate, non
sapevamo fosse  
Invisibile».

Occorrono tre mesi al Golia-Nato per stendere - con
tanti «effetti  
collaterali» civili - il nano militare di Belgrado.
Tantini, viene da  
dire. Dopo di che Otpor riprende ad attaccare il suo
storico bersaglio,  
il despota Slobodan Milosevic. Ricordo come allora fu
possibile notare  
i segni di un'insospettata abbondanza. Sempre la
fantasia al potere  
della protesta, ma anche qualche soldino in più per
manifesti,  
striscioni, apparato legale di difesa, bandiere, radio
libere e  
Internet pirata. Molti di quegli studenti ormai
abbondantemente fuori  
corso sembrava avessero studiato molto durante il duro
inverno della  
guerra, lezioni sul come scardinare un trucido
apparato di potere per  
seppellirlo sotto il ridicolo della sua sostanziale
impotenza. Anche  
Stanko Lazendic aveva studiato. In trasferta a
Budapest, nella vicina  
Ungheria che ancora non chiedeva il visto per i serbi;
altri suoi amici  
nel protettorato Nato della Bosnia o in quello
statunitense del  
Montenegro. «Seminari» li chiamavano gli
organizzatori, sulla  
«Resistenza non violenta».

Due le cose interessanti che riesco ad ottenere dalla
memoria di  
Stanko: il nome di almeno un «docente» e le molte
sigle di chi pagava i  
conti di quelle trasferte di «studio». Nel marzo del
2000, uno dei  
docenti di Stanko all'Hilton di Budapest, fu un certo
Robert Helvi, già  
colonnello della Cia, operativo a Rangoon e Burma.
L'Ex colonnello Cia  
(esiste un «ex» in qualsiasi Servizio segreto?), aveva
illustrato i 500  
modi «non violenti» per destabilizzare un regime
autoritario. In  
pratica una rilettura del libro di Gin Sharp, «Dalla
dittatura alla  
democrazia», che resta dal lontano 1970 il testo base
per ogni  
movimento anticomunista che si rispetti, tecnica del
Colpo di Stato col  
Guanto di Velluto.

«Che il conferenziere fosse uno della Cia», insiste
Stanko, «nessuno di  
noi allora lo sospettava». Ma chi pagava quel
seminario a Budapest?  
Chiedo. «Quel seminario fu promosso, mi sembra, dalla
Us Aid». Lo  
sguardo che riceve in cambio, induce Stanko ad una
giustificazione non  
richiesta. «Noi non siamo della Cia, né lavoriamo per
la Cia. Se così  
fosse, guadagneremmo molto, molto di più dei pochi
soldi che riceviamo.  
Una miseria per i rischi che corriamo».

Quanti siano «pochi» i soldi che pagano le loro
originali prestazioni  
professionali, Stanko Lazerdic non ce lo dice. In
compenso ci racconta  
dei suoi committenti: ovviamente le organizzazioni
giovanili dei  
diversi paesi coinvolti. Tutto indipendente e tutto
trasparente,  
secondo lui. Ma chi paga il conto dei vostri «pochi
soldi»? «A volte le  
organizzazioni studentesche, a volte direttamente i
loro finanziatori».  
Risalendo lungo la catena della solidarietà anti
despota ex comunista e  
anti occidentale, arriviamo finalmente ai nomi. La
generosità  
democratica in Serbia, Ucraina, Georgia eccetera, ci
dice Stanko  
Lazendic, esce dai conti correnti di Us Aid,
l'organizzazione  
governativa statunitense, o dall'Iri, l'Istituto
Internazionale  
Repubblicano (il partito di Bush), o dal suo gemello
Democratico (Ndi),  
o dalla fondazione Soros, o dalla Freedom House, o
dalle tedesche  
«Friedrich Ebert» e «Konrad Adenauer», o dalla
britannica 
«Westminster».

Le trasferte di Stanko in Ucraina, da agosto a
settembre, per esempio,  
è stata pagata prima dalla Westminster britannica e
poi dall'American  
Freedom House di cui è «consigliere speciale» per
l'Ucraina. In  
Georgia, contro Shevarndnadze, pagava Soros. La serba
Otpor in formato  
esportazione partorisce così «Kmara» (Basta) a
Tbilisi, e «Pora» (E'  
ora) a Kiev.

Prossimi impegni professionali, Stanko? «Vedremo. Dopo
gli ottimi  
risultati ottenuti in Serbia, Georgia e Ucraina, spero
che avremo altri  
contratti. Stiamo già lavorando un po' in Bielorussia
e siamo in  
corrispondenza con l'Azerbaijan. Vedremo». Già. Anche
noi sicuramente  
vedremo.

=== 2 ===

Remondino

Ennio Remondino, noto mistificatore buonista delle
vicende balcaniche,  
ha
avuto dal non più sorpendente Manifesto di Mariuccia
Ciotta e Gabriele  
Polo
e dell'arancione Astrid Dakli il privilegio di
imbrattare un'intera  
pagina
di una cialtronesca diffamazione dei serbi e di
Milosevic, infilata
subdolamente in tardive pseudorivelazioni su Otpor e
furbescamente  
collocata
sotto il fuorviante titolo "Otpor, arancione a stelle
e striscie", che
poteva far ben sperare. Un titolo che indurrebbe
lettori fiduciosi e
consapevoli ad attendersi una, anche questa volta
tardiva, ma 
benvenuta,
rettifica agli scomposti e bugiardi inni alla
"primavera ucraina"  
sciolti
dal già citato slavofobo, anticomunista, integralista
albanese Astrid  
Dakli.
Raccontandoci cose che soltanto la complice
subalternità dei  
giornalisti - e
relativi ufficiali pagatori - della sedicente sinistra
radicale ha  
taciuto e
stravolto, ma che chiunque di noi si documenti in modo
serio aveva  
capito,
se non letto e imparato, nell'immediato espandersi
della neoplasia  
Otpor in
Europa Orientale e nel Caucaso, il Remondino coglie la
palla al balzo,  
sotto
il benevolo sguardo del propalatore di "contro"pulizie
etniche Tommaso  
di
Francesco, per rinnovare il suo lavoro di servo furbo
dei cantastorie  
della
Nato, di Washington e del Tribunale di Carla del
Ponte. La tecnica è  
quella
di un Bertinotti qualsiasi: la guerra è cattiva, la
fanno i cattivi di
Oltreatlantico, ma non meno cattivo è il "terrorismo"
islamico, onde 
per
cui... La conclusione la può trarre facilmente
chiunque, visto che il
"terrorismo" islamico non ha nessuna intenzione di
sciogliersi nella
nonviolenza e nelle liturgie New Age del neosanfedista
al comando del  
PRC:
una sostanziale vasellinata ai missili di Bush. Così
Remondino.
Coperto dalla finzione tecnica di un'intervista al
mercenario 
prezzolato
Stanko Lazendic, violentissimo nonviolento serbo della
genìa che, dopo  
il
golpe "nonviolento", ma pieno di teppisti armati e col
parlamento messo  
a
fuoco, del 2000, ha epurato,  bastonando, uccidendo,
buttando in mezzo  
a una
strada, compagni, giornalisti, sindacalisti, semplici
funzionari di  
Stato e,
dunque, avviato la svendita del suo paese al proprio
carnefice,  
Remondino
esercita la solita funzione del cerchiobottista - un
colpo al cerchio e
duecento colpi alla botte - che lo ha incastonato
quale "onesto  
giornalista"
nel folgorante diadema di stupidità e dabbennaggini di
tante persone 
"di
sinistra".
Il trucco consiste nell'inventarsi un Lazendic,
giovane partecipe, con  
il
"Centro di Resistenza non-violenta" di Belgrado, della
rivolta  
democratica
contro il "despota" Milosevic (la definizione
"despota" ricorre
incessantemente nelle cinque colonne di maleodorante
piombo ed è dunque  
il
messaggio centrale dello scritto) e, dunque, nell'
assegnare a  
quell'ondata
di manifestazioni guidate dai mercenari Djindjic e
Draskovic, con le
sorosiane donne in nero a sostenerne l'apparenza di
autentica e giusta
espressione di malcontento popolare, una patente di
democratica  
spontaneità
ed autonomia che, come sappiamo, non ha mai meritato.
Quel Centro e  
quelle
manifestazioni non differivano nè in qualità politica,
nè in retroterra
economico in nulla dal lavoro di destabilizzazione per
conto
dell'imperialismo che, in chiusura, Remondino
identifica negli  
arancioni di
Kiev. Anche noi, piccola delegazione di
antimperialisti e pacifisti,
incontrammo gli esponenti della coalizione dai vari
nomi, tra cui  
quello di
"Centro di Resistenza non violenta". Li incontrammo in
piena guerra,  
cosa
stupefacente per una dichiarata quinta colonna
filo-americana, in una  
loro
sala "sindacale", in piena Belgrado, sotto gli occhi
di chiunque: tale  
era
la "dittatura" di questo governo maniaco di elezioni,
tanto da farne  
ogni
sei mesi e di indiscutibili. Ci espressero tutta la
loro foja  
capitalista,
qualche remora per le bombe che, dopottutto, potevano
cascare in testa  
anche
a loro, ma una grande fiducia riservata alle spie
Djndjic e Draskovic 
e,
soprattutto, al malvivente e narcotrafficante
Djukanovic del  
Montenegro. Si
ritirarono inorriditi ad apprendere che alcuni di noi
erano comunisti 
e,
comunque, antimperialisti. Si soffermarono con loro e,
anzi, intessero
duraturi rapporti di fraterna collaborazione solo i
"Berretti Bianchi",  
per
chi non lo sapesse il ramo itinerante dei "Beati
Costruttori di Pace",
quelli che in questi giorni hanno dato il proprio
contributo a un  
Tribunale
sull'Iraq che raccoglievo il peggio del moderatismo
equidistante della
società "civile" italiana e irachena.
Basta scorrere gli atti del Congresso USA per trovare
le centinaia di
milioni di dollari stanziati a favore di questa sua
quinta colonna 
nella
disintegrazione della Jugoslavia. Il losco
giornalista, approfittando 
di
quella che in effetti è una memoria molto labile
dell'opinione 
pubblica,
torna a parlare di "radio libere" che fiancheggiavano
la sedizione 
delle
masse narcotizzate dagli agenti della Nato e degli
USA. Il riferimento  
non
può che essere a Radio B-92, l'emittente  
finto-giovanilistico-democratica-di
sinistra foraggiata dal criminale della finanza
internazionale  
(filantropo
per "Liberazione"), George Soros, e amministrata da
Amsterdam dal  
circuito
internazionale statunitense di Radio Liberty-Radio
Free Europe, rete  
messa
in piedi durante la guerra fredda per destabilizzare
l'est europeo.
Quindi, Remondino salva tutta l'operazione
Cia-Bundesnachrichtendienst  
degli
anni '95-'99 e avalla un' Otpor e un Lazendic -
originaria invenzione
entrambi dei cospiratori imperialisti - patrioti e
combattenti contro 
la
"dittatura", solo più tardi e solo per "scardinare un
trucido apparato  
di
potere per seppellirlo sotto il ridicolo della sua
sostanziale  
impotenza",
adattatasi a farsi dare "qualche soldino" e qualche
lezione a Budapest  
(dei
corsi di insurrezione a Sofia si scorda) da un
colonello (Robert Helvi)  
di
cui manco per niente sapevano che fosse della Cia (è
ovvio che spia non
denuncia spia). "Quel seminario, mi sembra (sic!), fu
promosso da  
USAids",
registra nel suo taccuino e non contesta,
l'agevolatore delle  
diffamazioni
umanitarie RAI, quando di questi finanziamenti in
termini di dimensioni
senza precedenti si vantano da anni (vedi BBC, vedi
"Il diario") la NED
(National Foundation for Democracy, vetrina della Cia,
finanziatrice 
dei
golpisti di Caracas), gli Istituti Democratico e
Repubblicano degli  
USA, le
fondazioni di destra Adenauer ed Ebert
(statutariamente vocate alle
infiltrazioni nell'area socialista) e numerose altre
fondazioni,  
think-tank
e lobby come la International Renaissance Foundation,
filiale ucraina
dell'Open Society di Soros, la Eurasia Foundation,
pure finanziata da  
Soros,
la Banca Mondiale, la Freedom House dell'ex-capo Cia
James Woolsey, il
National Democratic Institute diretto dalla iena
sionista (con rispetto  
per
le iene) Madeleine Albright, oltre alle ambasciate di
USA, Regno Unito 
e
Canada dei vari paesi interessati. Senza contare che
USAid è l'agenzia  
"di
aiuti allo sviluppo internazionale" che da sempre
infiltra e corrompe  
nei
paesi da ricondurre sotto lo stivale imperialista,
oggi  
nazi-imperialista.

Remondino lascia dire - e non obietta - a Lazendic:
"Noi non siamo 
della
Cia, nè lavoriamo per la Cia. Se così fosse,
guadagneremmo molto, molto  
di
più dei pochi soldi che riceviamo. Una miseria per i
rischi che  
corriamo"
(l'unico rischio che questi criminali di guerra e di
pace hanno corso
finora,  in dissonanza con i riconoscimenti e gli
osanna di "compagni"  
come
Cannavò di "Liberazione" e Dakli e Karol del
"Manifesto", sono stati i  
calci
in culo ricevuti in Bielorussia, dove, comunque,
Lazendic si ripromette  
di
tornare a operare). Peccato che lo stesso Lazendic e
un altro paio di  
ceffi
dirigenti, intervistati da me quando erano installati
belli belli nel  
cuore
di Belgrado, nel settembre del 2000, ed erano così
poveri da riempire 
di
migliaia di enormi cartelloni e manifesti
anti-Milosevic l'intero  
paese, mi
abbiano invece detto (come poi confermato da tanti e
anche da De Aglio  
nel
"diario"): "Siamo orgogliosi di essere aiutati da un
servizio di
intelligence di un grande paese democratico".
Remondino, sempre  
lisciando le
chiappe a questo arnese della canea revanscista, lo
inizia a sospettare
cinque anni più  tardi.

Questi rifiuti della aggredita e martoriata società
serba, al servizio  
da
dieci anni del più bestiale imperialismo di ogni
tempo, corresponsabili  
di
carneficine e spaventosi degradi e impoverimenti, di
dittature  
colonialiste
e pulizie etniche, lanciati alla disintegrazione dello
spazio  
euroasiatico
ancora sottratto al dominio e alle rapine
dell'imperialismo, si  
meritano da
Remondino l'amichevole "Stanko" e la criminale
complicità nelle
falsificazioni politiche e umane che tengono rinchiusa
un'eroica 
vittima
all'Aja, insieme a tanti suoi compagni, e che
forniscono gli strumenti  
per
lo stupro sistematico della verità e della giustizia
da parte di  
sedicenti
sinistri radicali. A ulteriore accredito della loro
genuina origine e
condotta democratiche, questo velinaro delle centrali
di diffamazione
sottolinea come, insieme all'opposizione al "despota"
Slobodan  
Milosevic, i
bravi ragazzi di Otpor criticassero anche i
bombardamenti Nato, bontà  
loro,
rivendicando falsamente a loro il logo
dell'antimperialismo serbo e  
mondiale
"target", e quindi facendone dei veri patrioti. Posso
solo opporre,  
insieme
a tutti coloro che, diversamente da Casarini, Bettin e
compagni
disobbedienti precipitatisi a Belgrado per rendere
onore all'emittente  
Cia
"B-92", avendo sostato per abbastanza tempo sotto
quelle bombe Nato in  
tutta
la Serbia, e anche dopo, non mi sovviene di un solo
manifesto,  
volantino,
opuscolo, cartellone, programma radio o TV di
paternità Otpor che  
esternasse
anche un solo bisbiglio di disapprovazione nei
confronti dei bombaroli.  
E se
pure ci fosse stato, chi si crede di minchionare
questo servo furbo? Se
anche uno solo dei teppisti Otpor avesse osato in quei
giorni  
applaudire in
pubblico gli assassini di un popolo, non avrebbe avuto
modo di uscire  
dalla
sua tana a stelle e striscie per il resto dei suoi
giorni.
Nota personale che riguarda un bertinottismo non certo
di recente  
origine.
Quando nel 2000, documentatomi sui fatti e tra 
protagonisti, da  
Belgrado
inviai al mio giornale, "Liberazione", reportages che
dettagliatamente 
e
provatamente riferivano, per primi, delle azioni e
della natura di  
Otpor, il
caporedattore Salvatore Cannavò, allievo di Sandro
Curzi, capofila 
della
lista civetta trotzkisteggiante "Un'altra Rifondazione
è possibile" per  
il
prossimo congresso nazionale del PRC, cestinò tutti i
miei pezzi e  
scrisse
invece di suo pugno un benvenuto ai "compagni di
Otpor" e un invito a
partecipare alla prossima sessione del movimento
no-global a Nizza, o 
in
qualunque altra istanza, nientemeno! Invito accolto
con entusiasmo dai
mercenari serbi ai microfoni di Radio Sherwood, radio
ufficiale a 
Padova
delle allora "Tute Bianche". Oggi Cannavò è
vicedirettore, io sono un
licenziato di "Liberazione" e un condannato di
Rifondazione, per aver  
detto,
scritto e manifestato "Bertinot-in-my-name".  Cosa
c'entra Bertinotti  
con le
vergogne di Remondino? Al ritorno dalla Jugoslavia
distrutta e  
frantumata e
dal suo presidente violentato, consegnai nelle mani
del sovrano del PRC  
un
dossier con tutte le informazioni su Otpor che altri
avrebbero  
convalidato
anni più tardi e gliene feci a voce una breve sintesi.
Mi rispose:"Cosa
vuoi, in ogni movimento rivoluzionario (sic!) ci sono
frange strane..."
Sorrise e si voltò sui tacchi. Uomo di grande fascino.
Caro "Manifesto", hai provato a rimediare alle
bassezze dei tuoi  
interventi
arancioni sull'Ucraina fagocitata dal moloch
anti-umanità. Ti ci hanno
costretto le verità che fiottavano a valanga dalla
stessa pancia del  
mostro,
come Ramsey Clark - oggi ufficialmente avvocato
difensore del 
presidente
Saddam Hussein, come sempre coraggioso combattente,
impermeabile a ogni
intimidazione e conformismo - chiama il suo paese. Ma
il tuo salto 
della
quaglia, una volta di più, è stato troppo corto: sei
di nuovo finito  
nella
merda. Di queste cose lascia scrivere un Manlio
Dinucci, o uno Stefano
Chiarini. Eviteresti lo sgretolamento finale di quel
logo sotto la  
testata:
"quotidiano comunista".

Fulvio Grimaldi
bassottovic at libero.it








		
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