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L'Espresso, un'inchiesta sui veleni di Taranto
- Subject: L'Espresso, un'inchiesta sui veleni di Taranto
- From: Alessandro Marescotti <a.marescotti at peacelink.it>
- Date: Fri, 30 Mar 2007 20:21:55 +0200
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Fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/La-Puglia-dei-veleni/1554209
La Puglia dei veleni
di Gigi Riva
(L'Espresso 5/4/2007 - in edicola oggi)
Inchiesta sulla regione a più alta concentrazione tossica. Fra Taranto e
Brindisi gli impianti che producono il 30 per cento della diossina in
Italia e 36 milioni di tonnellate di gas. È qui il buco nero
dell'inquinamento in Europa
Nell'immaginare un vestito verde per l'Europa, in sintonia con la regina
mitologica che le regala il nome e che fu rapita da Zeus mentre
raccoglieva fiori, la cancelliera tedesca Angela Merkel chissà se ha
pensato anche alle scarpe. L'Europa geografica calza uno stivale
(l'Italia) con un tacco nero (la Puglia) che sarebbe adatto per una
serata di gala ma che stride con i colori arcobaleno di un'anziana
signora (il Vecchio Continente) che si
vorrebbe ecologicamente virtuosa. Gli obiettivi Ue si proiettano oltre
Kyoto, prevedono una riduzione del 20 per cento di anidride carbonica e
di consumo di energia elettrica entro il 2020. La direttiva che sarà
emanata il prossimo settembre avrà valore obbligatorio e vincolante,
pena una citazione degli inadempienti alla Corte di giustizia.
Mentre tutto questo si discute a Bruxelles, quaggiù in periferia, sul
tacco impolverato da ogni genere di inquinante diossina compresa (sì,
diossina come a Seveso) ci si arrovella semmai sul modo per eludere i
vincoli e i piani di avvicinamento a Kyoto (entro il 2012 il 6,5 per
cento in meno dell'anidride carbonica sparata in aria). E sarebbe il
luogo dove c'è più bisogno, di Kyoto, visto il terrificante risultato di
una gara in cui vinceva il peggiore. Primo, secondo e terzo posto, podio
tutto pugliese nella classifica dei dodici impianti italiani che
producono più anidride carbonica, responsabile dell'effetto serra e
dunque del surriscaldamento del Pianeta. Nell'ordine: centrale
termoelettrica Enel di Brindisi sud 15.340.000 tonnellate l'anno di CO2;
Ilva di Taranto 11.070.000; centrali termoelettriche Edison di Taranto
10.000.000. I dati sono del 2005, gli ultimi disponibili, e li ha
raccolti l'Eper-Ines. Gli acronimi stanno per European Pollutant
Emission Register e per Inventario Nazionale delle Emissioni e Loro
Sorgenti, cioè l'organismo europeo e quello statale. Legambiente li ha
elaborati e diffuso di recente. Si trattasse poi solo di anidride
carbonica. La stessa Eper nel 2002 aveva detto di peggio. Degli 800
grammi di diossina che finiscono nell'aria europea ogni anno, 71 escono
dagli impianti dell'Ilva e sono pari all'8,8per cento del totale europeo
e al 30,6 di quello italiano. L'anno prima lo stesso organismo aveva
citato in un dossier ancora l' Ilva per il monossido di carbonio (10,2
per cento del totale) e l'Enipower di Brindisi (13,7 per cento delle
emissioni di zinco).
L'ottimismo della volontà potrebbe far pensare che da quegli anni
censiti le cose sono migliorate. Il pessimismo della ragione fornisce
una risposta lapidaria: no, semmai il contrario. Ed è un pessimismo che
poggia su valutazioni oggettive ma non su cifre perchè i dati, e anche
questo è clamoroso, non ci sono. Ci saranno, ma non ci sono. Il
professor Giorgio Assennato, direttore generale dell'Arpa Puglia, quando
è stato nominato dalla nuova giunta di centrosinistra ha trovato, nelle
zone più critiche, controlli praticamente inesistenti e un personale
ridotto all'osso (una ventina di persone a Brindisi e Taranto, l'asse
critico).
L'assessore all'Ambiente Michele Losappio, di Rifondazione comunista,
riassume: "L'Arpa aveva 200 dipendenti scarsi quando la pianta organica
ne prevede 800. Stiamo provvedendo a completarla". E sono stati anche
stanziati 3 milioni di euro per iniziare il lavoro. Che si annuncia
complicato. Nel vuoto attuale può succedere che il bresciano Emilio
Riva, il proprietario dell'Ilva, invochi uno studio del Cnr per quanto
riguarda la diossina. Però nemmeno ci si prova a contestare le emissioni
di anidride carbonica e anzi prende carta e penna e scrive a chiunque
abbia un ruolo, da Prodi in giù, per minacciare un taglio di 4.000
dipendenti (su circa 12.000) nel caso debba rispettare Kyoto e ridurre
il carico inquinante. Lo hanno assecondato e l'anidride carbonica, dice
il governo, sarà tagliata altrove. Potenza della siderurgia in ripresa
sul mercato mondiale tanto che l'Ilva è passata in breve da 6 a 10
milioni di tonnellate di acciaio prodotto e c'è da scommettere che nel
2007 andrà ancora meglio perché Riva ha chiuso, dopo una lunga battaglia
ambientalista, il suo stabilimento a Cornigliano (Genova) e conta di
trasferire i reparti che producono "a caldo", i più pericolosi, in
Puglia: altri 2,5 milioni di tonnellate.
Questo Riva sta collezionando condanne per inquinamento, l'ultima è di
metà febbraio, tre anni in primo grado più l'interdizione dall'attività
industriale per lo stesso periodo. Il ricatto occupazionale e la scarsa
sensiblità ecologica (eufemismo) lo hanno reso particolarmente odioso
alla parte più dura dell'ambientalismo. Che accusa il presidente Nichi
Vendola di intelligenza col "nemico". La giunta insediata nel 2005, non
avendo scheletri nell'armadio sul tema, invece procede guidata dalla
stella polare della coniugazione tra idealità e pragmatismo. Convinta
com'è che è meglio avviare un confronto e imporre delle regole certe
laddove c'era solo anarchia. L'Ilva chiede di costruire una nuova
centrale termoelettrica da 600 megawatt? Discutiamo, ma in cambio chiuda
quella obsoleta che sta dentro i suoi confini (tre quinti del territorio
comunale, 15 milioni di metri quadrati) ed è gestita dalla Edison. L'Eni
vuole raddoppiare le sue capacità produttive investendo un miliardo di
euro e diminuendo l'inquinamento? Discutiamo, vediamo se sul piano c'è
il conforto di un parere tecnico.
L'atteggiamento possibilista si scontra con le reazioni estreme di chi
troppe ne ha subìte, nel corso del tempo, e non crede più ai
compromessi. Come Alessandro Marescotti, di Peacelink, il quale ricorda
i tempi in cui i suoi amici neopatentati che abitavano ai Tamburi (il
quartiere più vicino allo stabilimento) si presentavano orgogliosi con
auto nuove fiammanti la cui carrozzeria veniva corrosa dopo pochi mesi.
Difetti di fabbrica? No, inquinamento. Era trent'anni fa. E poi quel
cielo che azzurro non è mai, nonostante la latitudine, e ha sempre tutte
le sfumature cromatiche del rosso di giorno per virare sul giallo di
notte, quando due torce sempre accese segnalano che la produzione
continua. Marescotti sottolinea come, dati Arpa (tra i pochi che ci
sono), i picchi di inquinamento si registrano proprio tra le 2 e le 3
del mattino. Si è potuto stabilire con una certa approssimazione che
ogni abitante si fuma "anche se non è un tabagista" il corrispettivo di
sette sigarette al giorno. Stando all'ultimo rapporto Apat 2006 (Agenzia
di protezione dell'ambiente) il 93 per cento dell'inquinamento deriva
dall'industria e solo il restante 7 da emissioni civili: la percentuale
più sbilanciata d'Italia.
Taranto è ultima per la classifica del 'Sole 24 Ore' in quanto ad
ambiente. I 1.200 decessi annui per neoplasie la collocano nettamente
sopra la media nazionale. Insomma c'erano tutti i motivi per dichiararla
città ad alto rischio ambientale, come è successo. Nove sono gli
impianti critici e in tanto degrado ci mancava pure la discussione sul
rigasificatore da collocare nel Golfo. Vendola aveva detto no a Brindisi
("sarebbe criminale") e i tarantini hanno cominciato a temere per via di
una richiesta avanzata dalla Gas Natural che ha fatto imbufalire, tra
gli altri, Leo Corvace coordinatore del comitato per il 'no'. Per
descrivere uno scenario apocalittico, i contrari adattano a Taranto
un'ipotesi prevista da Piero Angela nel suo ultimo libro.
Ammettiamo che una nave metanifera che trasporta 125 mila metri cubi di
gas liquefatto si spezzi per un incidente, come ad esempio la collisione
con un sottomarino (è successo a Barcellona nel 2002), il gas si
espande, evapora, forma una nube di metano che a contatto con una
scintilla esplode (qui ci sono le due torce sempre accese): avrebbe la
forza di un megaton, come un milione di tonnellate di tritolo. Ci
sarebbero decine di migliaia di morti. Brividi. E ancora peggio andrebbe
se fosse coinvolto un sottomarino nucleare. Incrociano in queste acque?
L'assessore Losappio nulla ne sa. Marescotti ne è convinto. Comunque sul
rigassificatore nessuna certezza e una cauta marcia indietro anche da
parte di Vendola dopo la bocciatura esplicita di Brindisi. Dove, per le
concessioni già erogate alla British gas, a fine febbraio scorso è stato
rimesso agli arresti l'ex sindaco Giovanni Antonino. Sul versante
adriatico della Puglia ancora si leccano le ferite del Petrolchimico e
in un porto che dovrebbe essere commerciale c'è troppo viavai di carbone
per alimentare le centrali. Immaginarsi aggiungere le navi metanifere.
L'assessore al Turismo Massimo Ostilio, Udeur, usa la terminologia che
gli era familiare quando era sottosegretario alla Difesa: "Circa
l'ambiente, abbiamo bisogno di una exit strategy. E bisogna seminare
subito se vogliamo raccogliere qualche frutto tra dieci anni". Exit
strategy, come se si trattasse di una guerra. Il suo collega Losappio
cerca di tracciare una strategia realista: "Abbiamo ereditato una Puglia
che è, con tutta evidenza, il tacco nero d'Europa. Farlo bianco sarà
impossibile. Vediamo almeno di renderlo grigio".
--- Ciminiere sì grazie. Ma con i paletti ---
Lui è, adesso, il "presidente di tutti i pugliesi" e non più il
"deputato di Rifondazione comunista". Lo dichiara subito Nichi Vendola.
Come a sottolineare: non sono io che sono cambiato, ma il ruolo. Per
questo ha aperto un dialogo con tutti, inquinatori compresi.
Presidente Vendola, la domanda che si fanno anche suoi ex compagni di
strada è: perché si fida di Riva, il proprietario dell'Ilva, con cui ha
avviato un tavolo di lavoro?
"Non ha nessuna rilevanza se io mi fidi o no. Io non rompo un tavolo di
trattativa su un piano industriale che prevede investimenti per 2.500
milioni di euro, di cui 600 per ambientalizzazione, se non in presenza
di licenziamenti ingiustificati. In due casi l'ho fatto. Inoltre non
firmo deleghe in bianco e dentro l'Ilva metto dei ficcanaso come dei
tecnici ambientali e difendo il diritto alla vita e all'aria pulita".
L'Ilva sembra esercitare il ricatto occupazionale. E la Puglia pare la
ridotta in cui si è rifugiato il fordismo.
"La metafora è suggestiva, ma la realtà è più articolata. Ci si dovrebbe
far carico di una storia che ha visto i Golfi più belli del Sud occupati
da grandi impianti industriali. Taranto è la storia dell'acciaio. Quel
mercato era entrato in crisi, ora ha un trend positivo. Siamo in una
zona dove la disoccupazione è alta. Io non posso giocare a cuore leggero
con 15.000 posti di lavoro più 6.000 nell'indotto".
Da lei si aspettavano di più gli ambientalisti in una regione
considerata il tacco nero d'Europa, coi tre impianti più inquinanti
d'Italia, le emissioni di diossina.
"Va bene. Il pregresso lo conosciamo. Aggiungo che l'aggressione
all'ecosistema è stata ancora più selvaggia. Qui si è costruito dentro i
corsi d'acqua, si è permessa l'erosione della costa. Abbiamo ereditato
una situazione pesante. Ma subito abbiamo varato il piano di tutela di
acqua, costa e paesaggio, abbiamo previsto l'istituzione di 12 nuovi
parchi e fatto scattare il processo di salvaguardia".
Tuttavia si trova davanti dei veri e propri ecomostri.
"E cerco, con la controparte, di avviare una collaborazione proficua. Se
l'Eni mi chiede di raddoppiare lo stoccaggio di un impianto e prevede di
investire un miliardo di euro e di ridurre del 35 per cento le emissioni
inquinanti, io sarei un pazzo se non andassi a vedere, se non creassi un
tavolo di confronto. E metto tanti paletti e tanti controlli al punto
che, al lato opposto degli ambientalisti, c'è chi mi definisce un signor
no".
Invece?
"Invece io voglio essere un signor sì. Sì all'energia eolica che abbiamo
intenzione di portare da 300 a 480 megawatt prodotti, anche off-shore.
Sì, se si risponde alla vera questione: non si tratta solo di
disinquinare ma di avviare un modello di sviluppo sostenibile. Anche per
l'alta velocità Napoli-Bari abbiamo aperto un confronto e coinvolto
associazioni e enti locali. Dalla Puglia parte una battaglia che
definirei sì Tav".
(29 marzo 2007)