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(Fwd) Agrigento - La prigione dei clandestini - Cemento, filo spinato e occhi tristi di malinconia




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From:           	"Marco Siino" <mirpa.mc@quipo.it>
Subject:        	Agrigento - La prigione dei clandestini - Cemento, filo spinato e occhi tristi di malinconia - Visita al centro dove vengono condotti gli extracomunitari scaricati a terra 
Date sent:      	Thu, 28 Jun 2001 16:08:52 +0200


----- Original Message ----- 
To: Palermo per la Pace 
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Fonte: La Repubblica - Palermo di Giovedì 28 Giugno 2001 - Pagina 4

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La prigione dei clandestini 

Cemento, filo spinato e occhi tristi di malinconia 
Visita al centro di Agrigento dove vengono condotti gli extracomunitari scaricati a terra 

TANO GULLO 

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Agrigento - Non c'e' un solo albero per chilometri e chilometri. Stoppie secche e terra brulla. La campagna agrigentina, in contrada San Benedetto e' desolata: radi capannoni dell'area industriale e fitto deserto. Il centro accoglienza per i clandestini e' in mezzo a questa landa. Un muro grigio 
alto tre metri e mezzo rende la grigia struttura diversa dalle vicine fabbriche e la fa somigliare a una prigione. 
Da qui non si esce. Ogni tanto, semmai si evade. E negli ultimi tre mesi i disperati del mare sono scappati per ben due volte, a grappolo; prima in dieci e poi in tre. Sempre ripresi. La citta' e' a dieci chilometri e nei campi spogli e' difficile nascondersi. Cancelli mastodontici, cortili 
spettrali e inaccessibili, cielo negato. Qui sopravvivono 108 persone, 12 donne, in fuga dal loro mondo, dalla miseria. Uomini miti e delinquenti, donne sole e madri in pena.
La prima cosa che si percepisce, dopo lo squallore del luogo, e' la tristezza degli sguardi. La malinconia accomuna, mentre la babele di lingue inaridisce le bocche e divide. Qui ci sono cittadini di almeno dieci nazionalita' diverse provenienti da aree lontane: Nordafrica, India, Africa nera, 
Balcani. La mappa della poverta', antica e nuova.
Uomini e donne sono chiusi in zone separate. «Altrimenti entrerebbero in 100 e uscirebbero in 150», dicono i responsabili. Un ampio capannone, ex fabbrica, e' il salone dove i clandestini bivaccano annoiati, alcuni buttati per terra. Capienti tavoli e grandi panchine, tutti in cemento, per 
mangiare, panche immense, sempre in cemento, per vedere la televisione nel maxi schermo. Persino i letti sono inchiodati al pavimento. «Le panche in cemento e i letti fissi - dicono gli agenti di guardia - servono per impedire che vengano usati come oggetti contundenti. La gente non e' felice di 
stare qui, quindi meglio evitare strumenti di rivolta».
Una volta entrati, la prima cosa che colpisce sono i cortili interni asfaltati, senza un filo di verde, senza un velo di ombra. Gli "ospiti" non vi possono accedere. L'unico spazio collegato ai locali dove sono alloggiati, e' il campo di calcetto. Qui sfogano la loro rabbia. «Ho girato diverse 
prigioni italiane - dice Djaouadi Faria, 35 anni, algerino - e posso dire che li' si sta meglio. Questo piu' che un centro di accoglienza e' un carcere di massima sicurezza. Non possiamo fare niente. Siamo chiusi e abbandonati. Nella cella di Cosenza stavo meglio. Anche il cibo era migliore».
L'uomo e' sdraiato sul letto della stanza, dove in genere vivono in quattro. Le stanze si affacciano su un corridoio collegato con il capannone comune. In una fitta ragnatela di fili e' stesa la biancheria ad asciugare: mutande, calzini, magliette e asciugamani. Per terra, nella stanza di Faria, 
ci sono altri due materassi, anch'essi occupati da clandestini. «Noi li sistemiamo quattro per ogni stanza secondo la nazionalita' di provenienza - dice Gregorio Delfino, tenente della Croce rossa, responsabile sanitario del centro, mentre ci accompagna nel giro - ma poi sono liberi di sistemarsi 
come preferiscono. Magari capita che in una stanza dormano in sei, con alcuni materassi per terra, e in un'altra in due».
Il reparto donne e' più tranquillo. Le stanze sono linde, i letti rifatti, gli armadi chiusi. Due sono cinesi, le altre nigeriane, nordafricane e somale. Gli occhi sempre piu' tristi. Sul tavolo, in cemento, acqua minerale e biscotti. In alto il televisore, senza maxi schermo, che irradia 
telenovele, il mondo finto che ha spinto molte di loro a tentare la disperata avventura della traversata. «Guardavo l'Italia della televisione e sognavo - racconta Salam Habte, 18 anni, nigeriana - Una settimana fa finalmente sono riuscita a imbarcarmi. Sono fuggita dalla guerra e dalla miseria, 
con il mio fidanzato che pero' viene trattenuto a Lampedusa. Non sono libera, ma mi trattano bene. Qui mi fermerei per sempre, anche rinchiusa. Mi considero profuga politica e faro' di tutto per non farmi rimpatriare». 

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Mi scuso con tutti coloro che hanno gia' ricevuto queste informazioni,
e con tutti per l'arbitrio che mi sono preso nel mandarvi questo tipo di
messaggi.
Chiedo a chi non vuole riceverli di mandarmi un cenno.
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Marco Siino
mir/MN Palermo

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