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(Fwd) La vergogna negli abissi



La vergogna negli abissi

di TAHAR BEN JELLOUN    

Se il mare fosse un libro, alcune pagine sarebbero bianche, 
cancellate dalla vergogna. Non vi si leggerebbe nessuna storia, ma 
si intuirebbe qualche tragedia come quella avvenuta la notte del 26 
dicembre 1996. Una notte di preghiera e di pace, una notte di 
festa. Ma a volte il destino è infedele alla vita, e allora si parla di 
sviste, di errori. 

A meno di essere fatalisti, ci si può rifiutare di pensare che il 
giovane cingalese (di etnia tamil) Anpalagan Ganeshu, nato il 12 
aprile 1979, e suo fratello Arulalagan fossero nati per essere 
divorati dai pesci delle coste italiane. La stessa sorte ebbero altre 
281 persone, clandestini dello Sri Lanka, dell'India e del Pakistan.

La vergogna bianca viene da quello che l'uomo è capace di fare 
all'uomo. 

Tutte le storie di clandestini, che provengano dall'Asia o dall'Africa, 
sono storie di imbrogli, truffe e schiavitù. Si è saputo che il costo 
del viaggio era di 5000 dollari a persona. Il trafficante - o i trafficanti -
 deve aver intascato quasi un milione e mezzo di dollari. 
Cinquemila dollari per morire, per andare a offrire il proprio corpo ai 
pesci affamati, per lasciarsi decomporre un pezzo dopo l'altro. 
Questa volta il mare della vergogna ha parlato: ha restituito alcuni 
corpi, certi interi e in condizioni spaventose, altri pezzo dopo 
pezzo. E poi ha restituito anche una carta d'identità plastificata. Un 
corpo del reato per mettere fine ai dinieghi, al rifiuto di vedere e di 
credere che il naufragio avesse davvero avuto luogo, per provare 
che non si trattava di un fantasma o di una diceria natalizia

Che cosa rimane di un volto divorato dai pesci? Carne avvizzita dal 
sale dell'acqua, pelle ridotta a una sottile membrana? Che cosa 
rimane di un corpo che non è più un corpo, di quello che è stato 
uomo, una memoria, desideri e speranze? Il mare non dice tutto. È 
spietato e ingoia tutto.

A cosa assomiglia un corpo che ha passato più di una settimana 
in fondo al mare? Alla cattiva coscienza? Alla maschera 
dell'indifferenza? A una descrizione di Boccaccio o a un dipinto di 
Bacon che illustra la miseria e la crudeltà umana?
Un corpo che è stato a lungo in mare, straziato dall'acqua e dagli 
squali, un corpo che ha nutrito pesci che poi saranno nei nostri 
piatti, non assomiglia più a niente, ma ci ricorda che l'uomo è più 
perverso, più brutale dello squalo. 
"È così che vivono gli uomini?" si chiedeva Louis Aragon durante gli 
anni della resistenza contro l'occupazione tedesca in Francia.

Ma che cosa sono diventati, gli uomini, per vivere della morte dei 
loro simili? Non è una novità, ma stupisce sempre vedere che i 
rapaci non si fermano davanti a nulla.

Si è saputo che Anpalagan e suo fratello erano attesi in terra 
italiana da uno zio, il quale non osa dire a sua sorella, la madre dei 
due giovani, quello che è successo. Per la madre hanno realizzato 
il loro sogno: andare in Europa per lavorare e vivere in pace, dopo 
aver sfuggito la guerra e la carestia.
Come dice lo zio, "Anpalagan è un ragazzo vivace e affettuoso, 
dotato di una grande capacità di imparare e di lavorare". Per la 
madre, i figli sono dall'altra parte del mare e un giorno torneranno a 
trovarla, le porteranno dei doni e le daranno una parte dei loro 
guadagni come usa dalle loro parti. Lei aspetta, sorride pensando a 
loro e sa che sono bravi ragazzi. Ovviamente non c'è mai stato 
nessun naufragio. 

Che naufragio? Le imbarcazioni non naufragano mai la sera di 
Natale, lo sanno tutti. Dio non lo permette, né il Dio dei Cristiani né 
lo Spirito che guida i Cingalesi.
Mentre quella madre aspetta i suoi figli, altre madri vendono tutto 
quello che trovano perché i loro figli possano emigrare. Madri del 
Marocco, del Senegal, del Mali, del Pakistan, dello Sri Lanka, di 
tutti i paesi del mondo in cui la miseria ha fatto degli strappi nelle 
coscienze.

Ci si accanisce contro i clandestini, quelli che riescono a salvare la 
pelle. Ma che cosa si fa contro i trafficanti, i mafiosi, i lupi rabbiosi, 
quelli che restano nell'ombra, quelli che rimangono sulla riva 
quando la piccola barca sovraffollata prende il largo in una notte 
buia e naviga verso la morte, o meglio verso coste sorvegliate dai 
gendarmi e dai cani? 
Il libro del mare è il registro di un cimitero marino che non ingoia 
più i pirati, come succedeva una volta, ma le loro vittime. 

Quattro anni dopo, questa tragedia è stata resa pubblica da questo 
giornale. Dal fantasma si passa alla realtà e ai fatti accertati. 

Che fare, dunque, perché questi fatti non si ripetano più? Tocca 
all'Europa dal volto umano, e non all'Europa dei tecnocrati cinici e 
affaristi, avviare al più presto una nuova politica di cooperazione e 
di immigrazione legale da definire con quei paesi del Sud e dell'Est 
che bussano alle sue porte e che spesso ricevono soltanto 
risposte di morte.

(Traduzione di Elda Volterrani) 

(15 giugno 2001)
 
http://www.repubblica.it/online/cronaca/palo/jelloun/jelloun.html